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Terapia di problem-solving (PST)

La Problem-Solving Therapy (PST) è una psicoterapia strutturata che mira a migliorare il modo in cui una persona affronta problemi concreti e stressanti. Nel trattamento della depressione parte dall’osservazione che il disturbo può associarsi a senso di impotenza, ridotta iniziativa, difficoltà decisionali e tendenza a percepire i problemi come globali, insolubili o incontrollabili. La PST non presuppone che i problemi pratici siano la causa unica della depressione e non consiste nel fornire consigli: insegna un processo replicabile per definire le difficoltà, produrre alternative, scegliere una strategia, metterla in atto e valutarne i risultati.

Il modello contemporaneo, sviluppato soprattutto da Thomas D’Zurilla, Arthur Nezu e collaboratori, integra due componenti: l’orientamento al problema, cioè l’insieme di convinzioni, aspettative ed emozioni con cui la persona affronta una difficoltà, e le abilità di problem solving vere e proprie. Questa distinzione è clinicamente importante perché conoscere razionalmente le fasi di soluzione non basta se il paziente interpreta ogni ostacolo come una minaccia ingestibile, evita di iniziare o abbandona il piano ai primi insuccessi.

La PST è stata studiata nella depressione dell’adulto, nelle cure primarie, negli anziani e in persone con comorbilità mediche o difficoltà esecutive. Metanalisi specifiche mostrano un beneficio rispetto ai controlli, pur con eterogeneità metodologica e con una base di studi meno ampia rispetto alla terapia cognitivo-comportamentale. Il trattamento può quindi rappresentare un’opzione evidence based in contesti appropriati, senza essere considerato automaticamente superiore quando la vita del paziente contiene molti problemi pratici.

Modello clinico e orientamento al problema

Nel modello della PST un problema esiste quando una persona desidera raggiungere un obiettivo ma non dispone immediatamente di una risposta efficace. Può trattarsi di una difficoltà concreta, come organizzare l’assistenza a un familiare, oppure di un conflitto fra obiettivi, vincoli e risorse. La definizione non implica che il problema sia interamente sotto il controllo del paziente: una parte fondamentale del lavoro consiste nel distinguere ciò che può essere modificato, ciò che può essere soltanto gestito e ciò che richiede sostegno esterno o accettazione di limiti reali.

L’orientamento positivo al problema comprende la tendenza a considerare i problemi come eventi affrontabili, a confidare ragionevolmente nelle proprie capacità, ad aspettarsi che la soluzione richieda tempo e sforzo e a impegnarsi nel processo. L’orientamento negativo include invece percezione di minaccia, dubbi marcati sulle proprie capacità, bassa tolleranza alla frustrazione e aspettative pessimistiche. Nella depressione queste caratteristiche possono essere amplificate dai sintomi e contribuire a passività o evitamento.

La PST non interpreta l’orientamento negativo come un difetto morale o di volontà. Anedonia, rallentamento psicomotorio, deficit attentivi, insonnia e affaticabilità possono ridurre concretamente le risorse disponibili per pianificare. Per questo il terapeuta adatta complessità e dimensione dei compiti, aiuta a scomporre problemi troppo ampi e verifica che gli obiettivi siano compatibili con lo stato clinico attuale.

Un principio centrale è separare i fatti dalle formulazioni vaghe. “La mia vita è un disastro” non è ancora un problema operativo; “non riesco a gestire tre appuntamenti medici e l’assistenza di mio padre questa settimana” consente invece di definire vincoli, priorità e soluzioni. Questa trasformazione riduce la globalizzazione del problema senza negare la gravità della situazione.

La formulazione include anche le conseguenze emotive e comportamentali del problema. Un fallimento precedente può aver prodotto evitamento, mentre una soluzione parzialmente riuscita può fornire dati utili per il passo successivo. Il terapeuta cerca quindi di costruire una sequenza di apprendimento iterativo, non una serie di decisioni perfette. L’insuccesso di una soluzione viene trattato come informazione da analizzare e non come prova di incapacità personale.

Le fasi del problem solving terapeutico

La PST viene insegnata attraverso una sequenza strutturata. I manuali possono differire nel numero di passaggi o nel modo di raggrupparli, ma i componenti fondamentali comprendono orientamento, definizione del problema, generazione di alternative, decisione, implementazione e verifica. L’obiettivo finale è che il paziente possa applicare il metodo con crescente autonomia al di fuori delle sedute.

La fase di generazione delle alternative utilizza una forma di brainstorming che sospende temporaneamente il giudizio per aumentare il numero di opzioni. Non significa scegliere soluzioni irrealistiche o pericolose. La valutazione viene semplicemente posticipata alla fase successiva, in modo da contrastare la tendenza depressiva a concludere prematuramente che “non esiste nessuna possibilità”.

Nella decisione il terapeuta aiuta a definire criteri espliciti. Una soluzione può essere efficace rispetto a un obiettivo ma inaccettabile per costi, rischio o conflitto con altri valori. Quando nessuna opzione è ideale, il compito consiste nel scegliere quella con il miglior equilibrio possibile, non nel cercare indefinitamente una soluzione perfetta. Questo principio è particolarmente utile nei problemi cronici o nelle condizioni mediche non reversibili.

L’implementazione deve essere abbastanza concreta da poter essere verificata. Si definiscono chi farà cosa, quando, con quali risorse e quali segnali indicheranno che il piano sta funzionando. Compiti troppo ampi vengono scomposti. Se il paziente non completa il piano, la seduta successiva analizza gli ostacoli senza trasformare la mancata esecuzione in una colpa.

La verifica conclude un ciclo e prepara il successivo. Il risultato può essere successo, successo parziale o insuccesso. In tutti i casi si raccolgono dati: una strategia inefficace può suggerire una definizione errata del problema, vincoli non considerati o la necessità di un’altra alternativa. La PST rende quindi il problem solving un processo sperimentale e adattivo.

Valutazione clinica e conduzione delle sedute

La PST deve essere preceduta da una valutazione completa della depressione. Gravità, durata, compromissione, rischio suicidario, eventuale bipolarità, psicosi, uso di sostanze, disturbi cognitivi e patologie mediche possono modificare priorità e setting. Un paziente con ideazione suicidaria ad alto rischio non deve essere gestito semplicemente come se avesse un “problema da risolvere”: la sicurezza e gli interventi psichiatrici necessari hanno precedenza.

Le sedute sono generalmente focalizzate e collaborative. Il terapeuta rivede l’applicazione del metodo, seleziona uno o più problemi prioritari, guida le fasi che risultano più difficili e assegna applicazioni autonome. La durata complessiva varia fra protocolli e popolazioni; non esiste un numero universale di sedute che definisca la PST. È più importante la presenza dei componenti terapeutici e la qualità dell’addestramento che un conteggio rigido.

Nei pazienti con depressione e disfunzione esecutiva, soprattutto in età avanzata, il metodo può essere adattato con maggiore struttura, promemoria, semplificazione delle scelte e coinvolgimento appropriato di caregiver. Gli studi geriatrici hanno fornito una parte importante delle evidenze della PST, ma la presenza di deficit esecutivi non dimostra che la PST sia sempre superiore ad altri trattamenti.

Il terapeuta deve evitare due errori opposti. Il primo è diventare un consulente che decide al posto del paziente, riducendo l’apprendimento di competenze. Il secondo è mantenere una neutralità artificiale quando esistono rischi reali: in presenza di abuso, grave deprivazione, rischio medico o problemi legali, può essere necessario attivare risorse specialistiche oltre alla psicoterapia.

Il monitoraggio può includere scale standardizzate dei sintomi depressivi, misure di funzionamento e verifica dell’autonomia nell’uso delle abilità. Migliorare la capacità di compilare una scheda di problem solving non è sufficiente se i sintomi e la vita quotidiana non cambiano. La terapia deve quindi collegare l’apprendimento procedurale agli esiti clinicamente significativi.

Quando sono presenti molte difficoltà contemporaneamente, la scelta del problema su cui lavorare è essa stessa una competenza terapeutica. Il terapeuta considera urgenza, importanza, modificabilità e possibilità che un cambiamento produca effetti a cascata su altri problemi. Affrontare per primo un compito relativamente risolvibile può aumentare l’autoefficacia, mentre problemi di sicurezza o salute possono avere priorità indipendentemente dalla facilità di soluzione.

Efficacia nella depressione e qualità delle evidenze

La metanalisi di Bell e D’Zurilla del 2009 ha mostrato che la PST può ridurre la sintomatologia depressiva e ha suggerito che i programmi completi, comprendenti orientamento positivo e tutte le principali abilità di problem solving, possono ottenere risultati migliori rispetto a interventi incompleti. Questo dato sostiene l’importanza della fedeltà al modello piuttosto che l’uso generico dell’etichetta “problem solving”.

L’aggiornamento metanalitico di Cuijpers e collaboratori del 2018 ha confermato che la PST è probabilmente efficace nella depressione dell’adulto, ma ha riportato effetti più contenuti dopo correzioni per bias e ha evidenziato eterogeneità. La formulazione più corretta è quindi che la PST dispone di evidenze positive, non che produca invariabilmente grandi effetti o che sia superiore alle principali psicoterapie.

Trial nelle cure primarie hanno confrontato PST, antidepressivi e combinazioni, dimostrando la fattibilità del trattamento anche in setting non specialistici quando erogato da professionisti formati. Questi studi sono storicamente importanti perché mostrano che una psicoterapia strutturata può essere integrata nella medicina generale, ma i loro protocolli e contesti non devono essere trasferiti automaticamente ai sistemi sanitari attuali.

Negli anziani con depressione maggiore e disfunzione esecutiva sono stati effettuati confronti con terapia di supporto. I risultati hanno contribuito all’interesse per la PST nella late-life depression, dove problemi concreti, disabilità e ridotta flessibilità esecutiva possono essere rilevanti. Anche in questa popolazione la valutazione deve distinguere depressione, disturbi neurocognitivi, delirium, effetti farmacologici e patologie mediche.

Le network meta-analysis delle psicoterapie per la depressione includono la PST fra gli approcci studiati, ma la precisione delle stime è inferiore quando il numero di trial è limitato. Le linee guida internazionali differiscono nel modo in cui la nominano o la collocano. È quindi improprio descriverla come “prima linea obbligatoria”; più corretto è inserirla fra le opzioni strutturate che possono essere scelte sulla base del caso e delle raccomandazioni locali.

Indicazioni, integrazione con altri trattamenti e limiti

La PST può essere particolarmente intuitiva quando la depressione si accompagna a sovraccarico di problemi concreti, perdita di controllo percepito, difficoltà di organizzazione o evitamento delle decisioni. Queste caratteristiche guidano la formulazione ma non costituiscono predittori validati di risposta differenziale. Un paziente con gli stessi problemi potrebbe beneficiare anche di CBT, attivazione comportamentale, IPT o farmacoterapia.

La PST può essere integrata con antidepressivi e con interventi medici o sociali. La psicoterapia non deve trasformare problemi strutturali in responsabilità individuali: precarietà economica, disabilità, carico assistenziale o isolamento possono richiedere servizi, adattamenti e sostegno oltre all’addestramento psicologico. Il metodo è più efficace quando riconosce realisticamente i vincoli ambientali.

Nei quadri severi o urgenti il problem solving può essere secondario alla stabilizzazione. Rischio suicidario elevato, psicosi, mania, catatonia, grave malnutrizione o incapacità di autocura richiedono un percorso appropriato alla gravità. Una volta garantita la sicurezza, tecniche di problem solving possono eventualmente essere integrate nel piano complessivo.

Un ulteriore limite è il rischio di ridurre la depressione a una serie di problemi pratici. La PST è un trattamento psicologico e deve includere il rapporto fra orientamento, comportamento, emozioni e sintomi. Quando la sofferenza è dominata da trauma, conflitti relazionali complessi, ossessioni, disturbi di personalità o altri processi, può essere necessario un intervento più specifico o integrato.

La PST può anche essere incorporata come componente in trattamenti più ampi, ma questo non equivale alla PST come psicoterapia completa. Una singola seduta di pianificazione o un consiglio strutturato possono essere utili senza possedere la stessa base di evidenza del protocollo che include orientamento e addestramento sistematico. La denominazione del trattamento deve quindi riflettere ciò che viene realmente erogato.

Nei disturbi neurocognitivi maggiori o nelle compromissioni esecutive severe può diminuire la capacità di apprendere e generalizzare autonomamente la sequenza. In questi casi si possono utilizzare supporti ambientali e caregiver, ma l’obiettivo, il consenso e la responsabilità decisionale devono essere adattati al livello cognitivo e alla situazione clinica. La PST non deve essere usata per mascherare una demenza non diagnosticata.

Prevenzione delle ricadute e prognosi

La fase conclusiva mira a rendere il paziente capace di applicare il metodo senza la guida costante del terapeuta. Vengono rivisti i problemi affrontati, le fasi più difficili, gli errori ricorrenti e le strategie utili. Il paziente può costruire una procedura personale da utilizzare quando compaiono nuovi stressori o segnali iniziali di ritiro e impotenza.

La prevenzione delle ricadute non dipende però soltanto dalle abilità di problem solving. Nella depressione ricorrente devono essere considerati sintomi residui, numero di episodi precedenti, aderenza farmacologica quando presente, sonno, sostanze, comorbilità e rete di supporto. La PST può contribuire a questo piano ma non sostituisce le altre componenti necessarie.

La prognosi è influenzata dalla gravità e cronicità del disturbo, dalla possibilità reale di modificare gli stressori e dalla qualità dell’applicazione del trattamento. Il successo non coincide con la scomparsa di tutti i problemi della vita: un esito clinicamente significativo può consistere in maggiore autonomia, riduzione dell’evitamento, migliore funzionamento e capacità di affrontare difficoltà future senza riattivare sistematicamente il ciclo depressivo.

Un utile esercizio conclusivo consiste nell’applicare il metodo a un problema futuro ipotetico, verificando se il paziente sa utilizzare le fasi senza guida intensiva. Ciò permette di identificare competenze ancora fragili prima della conclusione. Può inoltre essere predisposto un promemoria sintetico con segnali di allarme, persone da contattare e strategie già sperimentate, soprattutto nei pazienti con storia di episodi ricorrenti.

Il mantenimento delle abilità dipende dall’uso nel tempo. Se il paziente torna sistematicamente a evitamento, definizioni globali o decisioni impulsive, una seduta di richiamo può essere utile quando prevista dal percorso. Nei casi di ricaduta clinica, tuttavia, non è sufficiente ripetere meccanicamente la procedura: è necessario rivalutare severità, diagnosi, rischio e indicazione a trattamenti aggiuntivi o alternativi.

La generalizzazione richiede anche di distinguere i problemi modificabili dalle condizioni che non possono essere risolte direttamente. Nel secondo caso la procedura può orientare verso obiettivi controllabili, richiesta di aiuto, adattamento pratico o strategie di coping; insistere su una “soluzione” impossibile rischierebbe invece di aumentare frustrazione e senso di inefficacia.

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