
In medicina, la depressione rappresenta una patologia particolarmente rilevante, che si manifesta attraverso diverse entità nosologiche, tra le quali la più frequente è il disturbo depressivo maggiore.
La caratteristica essenziale di questo disturbo è un decorso clinico contraddistinto da uno o più episodi depressivi maggiori, in assenza di una storia pregressa di episodi maniacali o ipomaniacali.
Inoltre, affinché l’episodio sia diagnosticabile come tale, devono essere soddisfatte anche le seguenti condizioni:
Nota: Nei bambini e negli adolescenti, al posto dell’umore depresso può manifestarsi un umore irritabile.
Il disturbo depressivo maggiore è associato a un aumento del rischio di ideazione suicidaria, tentativi e morte per suicidio. Il rischio non può essere espresso con una percentuale unica valida per tutti i pazienti, perché varia considerevolmente in base a gravità, precedenti tentativi, comorbilità, accesso ai mezzi e altri fattori clinici.
Quando si verifica un unico episodio depressivo maggiore, si parla di disturbo depressivo maggiore a singolo episodio; se invece sono presenti due o più episodi distinti, la diagnosi è di disturbo depressivo maggiore ricorrente. In alcuni casi, la distinzione non è agevole, soprattutto quando un singolo episodio presenta fluttuazioni dell’intensità sintomatologica. Per distinguere due episodi consecutivi devono intercorrere almeno due mesi consecutivi durante i quali non siano soddisfatti i criteri completi per un episodio depressivo maggiore.
Il disturbo può esordire a qualsiasi età, spesso nella giovane età adulta; l’età di esordio varia tra popolazioni e studi. Il decorso, nei casi ricorrenti, è molto variabile: alcuni pazienti presentano episodi isolati seguiti da lunghi periodi di benessere, altri gruppi di episodi ravvicinati, mentre in altri la frequenza cambia nel tempo.
I disturbi depressivi maggiori vengono classificati in base alle caratteristiche dell’ultimo episodio depressivo maggiore (o dell’unico episodio, nei casi non ricorrenti). I casi ricorrenti possono essere ulteriormente differenziati in base all’andamento dei periodi interepisodici:
Si parla invece di disturbo depressivo maggiore ad andamento stagionale qualora esista una correlazione temporale ricorrente tra l’esordio degli episodi e una specifica stagione dell’anno. Nella maggior parte dei casi, gli episodi insorgono in autunno o in inverno e si risolvono in primavera; più raramente si osservano ricorrenze estive.
Affinché possa essere formulata questa diagnosi, è necessario che il pattern stagionale di esordio e remissione si sia ripetuto nei due anni precedenti, senza la comparsa di episodi non stagionali nello stesso intervallo, e che gli episodi stagionali superino numericamente quelli non stagionali nel corso della vita del paziente. Inoltre, tale andamento non deve essere giustificato da fattori psicosociali stagionali (es. attività scolastiche o lavorative). La stagionalità invernale è più frequente a latitudini elevate, nei soggetti giovani e nelle donne.
Qualora nel decorso compaia un episodio maniacale o ipomaniacale, la diagnosi deve essere rivalutata nell’ambito dei disturbi bipolari. La sola presenza dello specificatore “con caratteristiche miste” durante un episodio depressivo non equivale, di per sé, a una diagnosi di disturbo bipolare.