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Test di provocazione congiuntivale (CPT)

Il test di provocazione congiuntivale (CPT, Conjunctival Provocation Test) è una procedura clinica funzionale che valuta direttamente la reattività oculare a seguito dell’esposizione controllata a un allergene sospetto. Si esegue in ambiente specialistico mediante instillazione congiuntivale di soluzioni allergeniche a concentrazione progressivamente crescente, osservando la comparsa di sintomi e segni oculari tipici. È considerato un test di secondo livello, da riservare a casi in cui l’anamnesi, i test cutanei o i dosaggi sierici di IgE specifiche non consentono una diagnosi definitiva, ma offre un’informazione unica sulla rilevanza clinica della sensibilizzazione documentata.

Il CPT trova applicazione soprattutto nella conferma diagnostica di congiuntivite allergica, nelle forme stagionali e perenni, nella valutazione dell’efficacia delle terapie (inclusa l’immunoterapia allergene-specifica) e, in contesti di ricerca, nello studio dei meccanismi di infiammazione oculare allergica. La sua esecuzione, benché relativamente sicura, comporta la possibilità di reazioni oculari intense e talvolta sistemiche, motivo per cui deve essere condotto con protocolli standardizzati e sotto supervisione esperta.

Il valore clinico del CPT risiede nella sua capacità di distinguere tra semplice sensibilizzazione (dimostrata dai test in vitro o cutanei) e allergia clinicamente rilevante, ovvero in grado di indurre sintomi oculari alla reale esposizione. In questo senso, costituisce un gold standard per la diagnosi funzionale di congiuntivite allergica quando gli altri strumenti diagnostici non sono conclusivi.

Principio del test e razionale fisiopatologico

Il test di provocazione congiuntivale riproduce, in condizioni controllate, l’esposizione naturale dell’occhio a un allergene inalante, consentendo di osservare in tempo reale la cascata immunologica responsabile dei sintomi. L’instillazione dell’allergene nel sacco congiuntivale porta al contatto con mastociti e cellule effettrici già sensibilizzate: il legame con le IgE specifiche ancorate ai recettori ad alta affinità FcεRI innesca un cross-linking che induce degranulazione e rilascio immediato di mediatori preformati come istamina, triptasi e prostaglandine. Questi determinano i sintomi acuti quali prurito, bruciore, lacrimazione e iperemia congiuntivale.

Alla fase precoce, che si manifesta in pochi minuti con intensità proporzionale alla soglia individuale di reattività, segue spesso una fase tardiva dovuta al reclutamento di eosinofili, basofili e linfociti T, con produzione di citochine e chemochine che perpetuano l’infiammazione oculare e possono determinare chemosi e discomfort protratto. Questo doppio meccanismo (immediato e tardivo) è perfettamente sovrapponibile a quello che si osserva nella congiuntivite allergica naturale, motivo per cui il CPT rappresenta un modello in vivo di grande valore sperimentale oltre che diagnostico.

Dal punto di vista clinico, il test misura non la mera sensibilizzazione ma la reattività clinica oculare, cioè la capacità dell’allergene di indurre sintomi in vivo in condizioni standardizzate. L’intensità della risposta dipende da molteplici fattori: la concentrazione e purezza dell’allergene, lo stato infiammatorio basale della congiuntiva, l’eventuale assunzione di farmaci (antistaminici, corticosteroidi topici), e la presenza di cofattori come irritanti ambientali o infezioni concomitanti.

Il razionale clinico è chiaro: attraverso la somministrazione progressiva, il CPT permette di definire la soglia individuale di reattività, di valutare la gravità della risposta e di misurare in modo oggettivo l’efficacia di interventi terapeutici. Per ridurre bias e falsi positivi legati a suggestione o reazioni aspecifiche, il test può essere condotto in cieco, con placebo control, sebbene nella pratica clinica quotidiana si impieghi più spesso la forma aperta.

Elemento centrale è l’adozione di criteri standardizzati di valutazione clinica e strumentale (ad esempio score sintomatologici e documentazione fotografica), che consentono di attribuire significato riproducibile alla risposta osservata. In sintesi, il CPT è un modello fisiopatologico controllato che traduce l’interazione allergene-ospite in un dato clinico misurabile, con valore sia diagnostico che prognostico.

Indicazioni cliniche, limiti e appropriatezza

L’indicazione principale al test di provocazione congiuntivale è la conferma diagnostica della congiuntivite allergica quando anamnesi, test cutanei e dosaggi sierici di IgE specifiche forniscono risultati discordanti o non conclusivi. Nei pazienti con sintomi oculari tipici (prurito, lacrimazione, iperemia) ma test di primo livello ambigui, il CPT consente di stabilire in modo oggettivo la responsabilità clinica dell’allergene.

Il CPT è inoltre impiegato nella valutazione della reattività clinica a specifici allergeni stagionali (pollini) o perenni (acari della polvere, epiteli animali), nell’assessment di cross-reattività (per esempio tra pollini e alimenti vegetali con sindrome orale-allergica), e come strumento per monitorare l’efficacia dell’immunoterapia allergene-specifica, sia negli studi clinici che nella pratica quotidiana.

Un ulteriore ambito applicativo riguarda la ricerca sperimentale: il CPT è un modello in vivo utile per studiare la patogenesi dell’infiammazione allergica oculare, per testare nuovi farmaci e per definire parametri di outcome standardizzati.

Tuttavia, vi sono limiti rilevanti. Il test può indurre reazioni oculari intense e fastidiose, talvolta accompagnate da sintomi nasali o respiratori; è perciò necessario eseguirlo in centri esperti. Inoltre, non esiste ancora una completa standardizzazione internazionale delle metodiche (concentrazioni iniziali, step di incremento, criteri di positività), il che può ridurre la comparabilità dei risultati tra centri.

In termini di appropriatezza, il CPT risponde a una domanda clinica precisa: questo allergene induce effettivamente sintomi oculari clinicamente rilevanti in questo paziente?. Quando la risposta è affermativa, il test consente di evitare diagnosi e trattamenti inappropriati, migliorando la qualità di vita e la gestione terapeutica. Viceversa, un esito negativo in condizioni di corretta esecuzione consente di escludere la rilevanza clinica della sensibilizzazione documentata dai test di laboratorio.

Preparazione del paziente e controindicazioni

La preparazione del paziente è essenziale per garantire la sicurezza e l’attendibilità del CPT. Il test deve essere eseguito in condizioni di stabilità clinica: infezioni oculari o sistemiche in atto, riacutizzazioni asmatiche o dermatologiche e febbre rappresentano motivi per rinviare la procedura. In particolare, un’asma non controllata costituisce un fattore di rischio significativo per reazioni più severe.

Dal punto di vista farmacologico, è necessario sospendere gli antistaminici sistemici o topici secondo l’emivita, perché possono attenuare i sintomi oculari e generare falsi negativi. Analogamente, i corticosteroidi topici oculari devono essere sospesi, mentre è generalmente consentito proseguire con terapie non interferenti come lacrime artificiali o trattamenti sistemici per patologie non correlate. L’assunzione di beta-bloccanti richiede cautela, perché può complicare il trattamento di un’eventuale reazione sistemica: in questi casi l’indicazione va valutata individualmente.

Il paziente deve essere adeguatamente informato sul significato diagnostico del test, sui possibili rischi (fastidio oculare, chemosi, reazioni sistemiche rare) e deve fornire un consenso informato scritto. Nei bambini o in pazienti non collaboranti è necessaria la presenza di un caregiver.

Le controindicazioni assolute includono: cheratocongiuntiviti croniche severe con rischio di peggioramento irreversibile, gravidanza (per evitare il rischio, seppur raro, di reazioni sistemiche che potrebbero richiedere farmaci d’emergenza), condizioni cardiovascolari o respiratorie non compensate, e impossibilità di garantire un ambiente attrezzato con presidi d’emergenza.

Le controindicazioni relative comprendono dermatite perioculare attiva che può confondere i segni, recenti chirurgia oculare, uso recente di farmaci che interferiscono con la risposta o con la gestione del rischio, e scarsa collaborazione del paziente.

Il setting deve prevedere disponibilità di farmaci d’emergenza (inclusa adrenalina intramuscolare), strumentazione per la valutazione oculistica e protocolli operativi codificati per garantire sicurezza e riproducibilità. Una valutazione basale con score sintomatologici e documentazione clinica (ad esempio fotografica) completa la preparazione e consente il confronto con i dati post-test.

Metodica: materiali, procedura e standard di esecuzione

Il test di provocazione congiuntivale deve essere eseguito in un ambiente ambulatoriale specialistico, con disponibilità di personale addestrato e presidi per la gestione di eventuali reazioni sistemiche. La metodica prevede l’instillazione nel sacco congiuntivale di una soluzione allergenica standardizzata a concentrazioni progressive, alternata a controlli con soluzione fisiologica per distinguere risposte aspecifiche.

I materiali necessari includono: soluzioni allergeniche certificate e validate, pipette calibrate o dispositivi monouso per l’instillazione, scale di valutazione clinica per i sintomi oculari, strumenti per la documentazione fotografica e, se disponibili, metodiche strumentali come il congiuntivometro o sistemi di scoring digitale della chemosi e dell’iperemia.

La procedura inizia con l’instillazione di una goccia di soluzione fisiologica nell’occhio di riferimento (generalmente il destro) per escludere reazioni irritative. Successivamente si instillano concentrazioni crescenti dell’allergene sospetto, con intervalli di osservazione di 10–15 minuti. Ad ogni passaggio vengono valutati i sintomi soggettivi (prurito, bruciore, lacrimazione, sensazione di corpo estraneo) e i segni obiettivi (iperemia, chemosi, blefarospasmo, secrezione).

I protocolli prevedono solitamente 3–4 step di concentrazione, partendo da dosi molto basse per ridurre il rischio di reazioni eccessive. Il test si considera positivo se compaiono sintomi e segni oggettivi riproducibili, con intensità superiore a quanto osservato con il controllo fisiologico. Nei casi dubbi si può ricorrere a metodiche in cieco con placebo per ridurre bias soggettivi e falsi positivi.

La standardizzazione è un aspetto critico: vengono impiegati punteggi compositi che integrano sintomi e segni (es. score clinici EAACI), utili per confrontare i risultati tra centri e per studi longitudinali. Alcuni protocolli includono la valutazione strumentale della funzione lacrimale, della permeabilità nasolacrimale o della citologia congiuntivale pre- e post-test per caratterizzare meglio la risposta immunologica.

Il monitoraggio durante la procedura deve essere continuo: in caso di reazioni oculari molto intense o sintomi sistemici, il test viene interrotto e si procede al trattamento con colliri antistaminici, corticosteroidi topici o, nei casi più severi, con terapia sistemica. Un periodo di osservazione dopo l’ultima instillazione consente di rilevare eventuali reazioni tardive.

La conclusione della procedura prevede la compilazione di una scheda standardizzata con descrizione delle concentrazioni utilizzate, del tempo di comparsa dei sintomi, del punteggio clinico raggiunto e delle eventuali terapie somministrate.

Interpretazione dei risultati e reporting

L’interpretazione del test di provocazione congiuntivale richiede rigore metodologico per distinguere tra risposte clinicamente rilevanti e fenomeni aspecifici. Un test è considerato positivo se la comparsa di prurito, lacrimazione, iperemia o chemosi è chiaramente superiore rispetto al controllo con soluzione fisiologica, con un punteggio sintomatologico e obiettivo che raggiunge o supera i criteri standardizzati (ad esempio un aumento ≥2 punti nella scala EAACI).

La positività deve essere integrata con l’anamnesi e con i risultati degli altri test: solo la convergenza tra storia clinica, sensibilizzazione documentata e risposta provocativa conferma la diagnosi di congiuntivite allergica. Al contrario, un test negativo in condizioni di corretta esecuzione riduce significativamente la probabilità di allergia clinicamente rilevante.

Un report completo deve includere: l’allergene testato, le concentrazioni utilizzate, la sequenza di instillazioni, il timing della comparsa dei sintomi, i punteggi clinici pre- e post-test, eventuali immagini fotografiche e le terapie somministrate in caso di reazioni. Non è sufficiente una dicitura generica “positivo” o “negativo”: la descrizione dettagliata è essenziale per confronti successivi, per il monitoraggio dell’efficacia terapeutica (ad esempio immunoterapia) e per fini medico-legali.

Un CPT positivo ha valore soprattutto se coerente con i sintomi naturali del paziente (stagionali o perenni). Un risultato isolato e non congruente va interpretato con cautela, considerando la possibilità di falsi positivi da irritazione o bias soggettivi.

Nei bambini, l’interpretazione richiede particolare attenzione: il pianto, il rifiuto o il blefarospasmo possono confondere la valutazione dei segni oculari, rendendo indispensabile l’esperienza dell’operatore. Negli adulti, la comparsa di reazioni anche lievi ma riproducibili assume significato diagnostico maggiore.

In conclusione, la fase di reporting deve essere strutturata, chiara e riproducibile: solo così il CPT mantiene il suo ruolo di strumento diagnostico e di monitoraggio affidabile per la congiuntivite allergica.

Fattori interferenti, variabilità e falsi positivi/negativi

L’attendibilità del test di provocazione congiuntivale dipende dal controllo di numerosi fattori interferenti che possono condizionare l’intensità della risposta oculare. La conoscenza di questi elementi è indispensabile per evitare errori diagnostici e interpretazioni fuorvianti.

Uno dei principali fattori è rappresentato dai farmaci. Gli antistaminici, se non sospesi secondo protocollo, attenuano i sintomi oculari e possono determinare falsi negativi. Analogamente, l’uso recente di corticosteroidi topici riduce l’infiammazione congiuntivale e maschera la reattività. Al contrario, colliri irritanti o terapie concomitanti non standardizzate possono causare iperemia aspecifica, generando falsi positivi.

Le condizioni cliniche intercorrenti influenzano la reattività: congiuntiviti infettive, secchezza oculare severa, dermatite atopica perioculare o allergie stagionali in fase acuta possono amplificare la risposta o rendere difficile distinguere tra sintomi allergici e infiammatori.

La variabilità individuale è un aspetto centrale: alcuni pazienti presentano iperreattività con risposte intense già a basse concentrazioni, mentre altri necessitano di esposizioni più elevate per manifestare sintomi clinici. Nei bambini, la difficoltà a descrivere i sintomi soggettivi può ridurre l’accuratezza, richiedendo un’interpretazione più basata sui segni obiettivi. Negli anziani, alterazioni basali della superficie oculare (cheratocongiuntivite secca, uso cronico di colliri) possono influenzare la reattività.

I cofattori giocano un ruolo rilevante: esposizione ambientale concomitante ad allergeni o inquinanti, infezioni respiratorie, uso di FANS o stress fisico possono abbassare la soglia di reazione. La loro indagine anamnestica è essenziale per interpretare correttamente l’esito del test.

I falsi positivi derivano soprattutto da reazioni irritative aspecifiche alle soluzioni allergeniche o da aspettativa soggettiva del paziente, mentre i falsi negativi possono verificarsi per concentrazioni troppo basse, sospensione inadeguata dei farmaci interferenti o interruzione precoce della procedura. L’impiego di protocolli in cieco placebo-controllati è utile per ridurre questi rischi, soprattutto in contesti di ricerca o nei casi clinici più complessi.

In sintesi, l’affidabilità del CPT richiede una rigorosa preparazione del paziente, protocolli standardizzati e l’esperienza dell’operatore nel distinguere risposte aspecifiche da reali manifestazioni allergiche.

Sicurezza, gestione del rischio e sorveglianza post-test

Il test di provocazione congiuntivale è generalmente considerato sicuro, ma non privo di rischi. Le reazioni più frequenti sono oculari e includono prurito intenso, iperemia, lacrimazione profusa e chemosi, che possono persistere per alcune ore. In una minoranza di casi si possono verificare reazioni sistemiche lievi (rinite, tosse, congiuntivite controlaterale) e molto raramente manifestazioni respiratorie più severe.

Per questo motivo, il CPT deve essere eseguito in centri attrezzati, con la disponibilità immediata di colliri antistaminici e corticosteroidi, farmaci sistemici di supporto e, in casi eccezionali, adrenalina intramuscolare per la gestione di reazioni generalizzate. È raccomandata la presenza di personale esperto capace di riconoscere tempestivamente i segni di progressione sistemica e di attuare i protocolli d’emergenza.

Durante il test, il paziente deve rimanere sotto osservazione continua. Dopo l’ultima instillazione, è indicato un periodo di sorveglianza di almeno 30–60 minuti per intercettare eventuali reazioni tardive. In soggetti con anamnesi di reazioni severe o in studi clinici controllati, il tempo di osservazione può essere prolungato.

Un aspetto cruciale della sicurezza è la selezione del paziente: in presenza di patologie oculari preesistenti gravi, asma non controllata o condizioni sistemiche instabili, il test non deve essere eseguito. Inoltre, la procedura deve essere sempre preceduta da un consenso informato e da un’accurata valutazione basale che comprenda score sintomatologici e parametri oculari obiettivi.

La gestione del rischio si estende anche alla fase post-test: il paziente deve ricevere istruzioni chiare su come comportarsi in caso di riacutizzazione dei sintomi oculari (uso di colliri antistaminici o lacrime artificiali) o di eventuali manifestazioni sistemiche ritardate, con indicazione a rivolgersi al pronto soccorso in caso di peggioramento.

In conclusione, il CPT è sicuro se condotto con protocolli appropriati, in ambiente specialistico e con sorveglianza post-test adeguata. La disponibilità di terapie d’emergenza e la preparazione del personale riducono al minimo i rischi e garantiscono la massima tutela del paziente.

Confronto con test alternativi e integrazione nell’algoritmo diagnostico

Il test di provocazione congiuntivale occupa una posizione particolare nell’algoritmo diagnostico delle allergie oculari. A differenza dei prick test cutanei e delle IgE specifiche sieriche, che documentano solo la sensibilizzazione, il CPT fornisce una dimostrazione diretta della rilevanza clinica della risposta oculare a uno specifico allergene.

Il confronto più diretto è con il test di provocazione nasale, che riproduce l’esposizione delle vie respiratorie superiori. Entrambi hanno valore funzionale, ma il CPT si focalizza esclusivamente sulla congiuntiva, consentendo di definire meglio il contributo oculare nei pazienti con rinocongiuntivite allergica.

Il BAT (Basophil Activation Test) e la diagnostica molecolare (CRD) forniscono informazioni complementari sulla sensibilizzazione cellulare e sulla componente molecolare responsabile, ma non riproducono la risposta clinica in vivo. In questo senso, il CPT rimane insostituibile quando si vuole attribuire con certezza un ruolo patogenetico a un allergene negli occhi del paziente.

Nell’algoritmo diagnostico, il CPT viene riservato ai casi dubbi o ai pazienti in cui i sintomi oculari sono predominanti e non spiegati dai test standard. In caso di positività, il test conferma la diagnosi e orienta le strategie terapeutiche, inclusa l’immunoterapia allergene-specifica. In caso di negatività, contribuisce a escludere una rilevanza clinica della sensibilizzazione documentata in vitro o nei test cutanei.

In sintesi, il CPT non è un test isolato, ma lo strumento conclusivo in un percorso strutturato che integra anamnesi, test cutanei, sierologici e valutazione clinica, offrendo il massimo livello di accuratezza diagnostica per la congiuntivite allergica.

Popolazioni e scenari speciali

L’applicazione del test di provocazione congiuntivale deve essere adattata a specifiche popolazioni e contesti clinici.

Nei bambini, il CPT è eseguibile e spesso utile per distinguere tra semplice sensibilizzazione e allergia clinicamente significativa. La metodica è ben tollerata, ma richiede particolare attenzione alla collaborazione e all’interpretazione dei segni obiettivi, poiché i sintomi soggettivi possono essere difficili da riferire.

In gravidanza, il CPT è generalmente sconsigliato per il rischio, seppur raro, di reazioni sistemiche che richiedano farmaci d’emergenza. In tali circostanze si privilegiano test indiretti come IgE specifiche o CRD.

Negli anziani, il test può risultare meno attendibile per la frequente presenza di patologie oculari concomitanti (cheratocongiuntivite secca, glaucoma in terapia cronica, esiti di chirurgia oculare) che possono alterare la reattività e confondere l’interpretazione.

In pazienti con asma non controllata o patologie cardiovascolari gravi il CPT non deve essere eseguito, perché un’eventuale reazione sistemica sarebbe più pericolosa.

In scenari occupazionali, il CPT può essere utilizzato per documentare la rilevanza clinica di esposizioni specifiche (es. polveri, peli animali, allergeni professionali), con valore medico-legale. In pazienti sottoposti a immunoterapia o trattamenti con biologici, il CPT può servire come strumento di monitoraggio dell’efficacia, anche se la risposta può risultare attenuata dal trattamento in corso.

In conclusione, il CPT è uno strumento versatile, ma la sua applicazione in popolazioni speciali richiede cautela e personalizzazione, per garantire sicurezza e validità diagnostica.

Assicurazione qualità e standardizzazione

L’affidabilità del test di provocazione congiuntivale dipende in larga misura dall’adozione di procedure di qualità e di protocolli standardizzati.

Il primo elemento è la standardizzazione delle soluzioni allergeniche: concentrazione, purezza e modalità di preparazione devono essere controllate per ridurre la variabilità e garantire riproducibilità. La mancanza di uniformità tra laboratori rappresenta una delle principali cause di differenze nei risultati.

Un secondo aspetto è la formazione del personale. Il CPT richiede competenze specifiche per eseguire l’instillazione, valutare i segni oculari e riconoscere eventuali reazioni sistemiche. Programmi di addestramento, esercitazioni periodiche e audit interni sono strumenti indispensabili per mantenere alti standard qualitativi.

La documentazione accurata è parte integrante della qualità: ogni test deve riportare l’allergene, le concentrazioni utilizzate, i sintomi e i segni osservati, le terapie eventualmente somministrate e l’esito finale. La disponibilità di schede standardizzate facilita i confronti longitudinali e la confrontabilità tra centri.

Nei contesti di ricerca, l’uso di protocolli in cieco placebo-controllati aumenta la solidità diagnostica e riduce bias di interpretazione. La partecipazione a programmi di controllo qualità esterni consente ai centri di confrontare i propri risultati e migliorare le procedure.

In conclusione, l’assicurazione qualità e la standardizzazione trasformano il CPT da procedura complessa e soggettiva a gold standard funzionale per la diagnosi e il monitoraggio della congiuntivite allergica.

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