AdBlock rilevato
Abbiamo rilevato un AdBlock attivo!

Per favore disattiva AdBlock o aggiungi il sito alle eccezioni.

La nostra pubblicità non è molesta e non ti arrecherà alcun disturbo
consente al sito di mantenersi, crescere e fornirti nuovi contenuti..

Non potrai accedere ai contenuti finché AdBlock rimane attivo.
Dopo averlo disattivato, questa finestra si chiuderà automaticamente.

Sfondo Header
L'angolo del dottorino
Indice
Cerca nel sito... Ricerca avanzata

Allergia agli acari della polvere

L’allergia agli acari della polvere è una delle principali cause di ipersensibilità respiratoria a decorso perenne, sostenuta dall’esposizione continua a componenti biologici rilasciati da piccoli artropodi microscopici appartenenti alla classe degli Aracnidi. Le specie più rilevanti dal punto di vista clinico in Europa sono Dermatophagoides pteronyssinus e Dermatophagoides farinae, diffuse in maniera ubiquitaria nelle abitazioni umane. A differenza dei pollini, che rappresentano allergeni stagionali e aerodispersi all’aperto, gli acari costituiscono una fonte di esposizione costante in ambienti chiusi, in particolare nelle camere da letto, dove si annidano in materassi, cuscini, piumoni, tappeti e peluche, alimentandosi di scaglie cutanee e residui organici. Questa caratteristica spiega perché la sintomatologia si presenti in maniera cronica, con peggioramenti in specifiche condizioni microclimatiche e ambientali.

Dal punto di vista epidemiologico, la sensibilizzazione agli acari della polvere è una delle più frequenti a livello globale, con prevalenze che in alcune coorti pediatriche superano il 40% nei bambini con sintomi respiratori cronici. Nei paesi industrializzati, l’HDM rappresenta il principale allergene perenne, associato a quadri di rinite allergica e asma persistente. L’impatto è particolarmente rilevante in età pediatrica, dove la sensibilizzazione precoce agli acari è considerata un fattore predittivo di sviluppo di asma e di progressione lungo la cosiddetta “marcia atopica”. La distribuzione geografica è meno dipendente da fattori stagionali rispetto ai pollini, ma risente fortemente delle condizioni abitative: umidità relativa, ventilazione, tipo di arredi e abitudini domestiche influenzano la densità delle popolazioni di acari e quindi il carico allergenico. Inoltre, fattori come l’inquinamento indoor, il fumo di tabacco e la qualità dell’aria interna agiscono da amplificatori della risposta clinica.

Il legame fra biologia dell’acaro, ecologia domestica e risposta immunitaria spiega la peculiarità dei quadri clinici rispetto alle pollinosi e la complessità della gestione terapeutica. Per comprenderla appieno è necessario descrivere non solo l’organismo e i suoi prodotti, ma anche le modalità con cui questi allergeni vengono rilasciati, aerosolizzati e messi in contatto con le mucose respiratorie e oculari, nonché i meccanismi molecolari che ne sostengono l’elevata potenza sensibilizzante.

Struttura dell’acaro e natura degli allergeni

Gli acari della polvere sono piccoli artropodi non visibili a occhio nudo, con dimensioni comprese fra 200 e 400 µm, appartenenti alla famiglia Pyroglyphidae. Sono privi di ali e occhi, e vivono a stretto contatto con l’uomo in microambienti ricchi di detriti organici. L’aspetto rilevante per l’allergologia non è la loro morfologia macroscopica ma i prodotti biologici che rilasciano, in particolare le particelle fecali e i frammenti dell’esoscheletro, che costituiscono i principali veicoli di allergeni. Le feci degli acari, del diametro di 10–40 µm, sono rivestite da una membrana peritrofica che ne preserva l’integrità e la concentrazione di enzimi digestivi e proteine; una volta reidratate sulle mucose respiratorie, liberano in tempi rapidi un’elevata quantità di molecole allergeniche in grado di legarsi alle IgE specifiche.

La mappa allergenica dei Dermatophagoides è ampia e parzialmente sovrapponibile fra specie. Gli allergeni maggiori, così definiti per la loro frequente riconoscibilità da parte delle IgE nei pazienti clinicamente sintomatici, includono:


Altri allergeni, come Der p 5, Der p 7, Der p 8 e Der p 13, contribuiscono al carico antigenico complessivo, mentre pan-allergeni come Der p 10 (tropomiosina) e Der p 20 (arginin-chinasi) spiegano fenomeni di cross-reattività con crostacei e altri invertebrati.
La matrice fecale veicola inoltre chitina, β-glucani e microrganismi commensali, che fungono da cofattori immunologici capaci di amplificare la risposta flogistica.

Dal punto di vista fisico, le particelle fecali presentano un’elevata stabilità ambientale: restano intrappolate nei tessili per lunghi periodi e si aerosolizzano facilmente con i movimenti quotidiani. Rispetto ai granuli pollinici, hanno una maggiore persistenza indoor e rilasciano allergeni in concentrazione molto più alta una volta a contatto con le mucose. Queste caratteristiche conferiscono agli acari una straordinaria efficacia sia nell’indurre sensibilizzazione sia nel mantenere un’infiammazione cronica delle vie aeree, rendendo l’allergia agli acari una condizione particolarmente rilevante dal punto di vista clinico ed epidemiologico.

Ecologia domestica, stagionalità e carico di esposizione

Gli acari della polvere sono organismi strettamente legati all’ambiente domestico, incapaci di sopravvivere all’aperto in condizioni climatiche variabili, ma perfettamente adattati ai microhabitat che si creano nelle abitazioni umane. Essi si nutrono principalmente di scaglie cornee di origine umana, residui alimentari e materiale organico di piccole dimensioni, che si accumulano in materassi, cuscini, divani, tappeti e moquette. La loro ecologia è dominata da due fattori fondamentali: l’umidità relativa e la temperatura. La sopravvivenza e la riproduzione ottimali avvengono a valori di umidità compresi tra il 50 e il 75% e temperature attorno ai 20–25 °C, condizioni che spesso si riscontrano nelle camere da letto delle abitazioni temperate. Quando l’umidità scende sotto il 45–50%, la mortalità degli acari aumenta sensibilmente, mentre in ambienti costieri e umidi le popolazioni possono prosperare tutto l’anno.

I serbatoi principali di allergeni sono i tessili della camera da letto: materassi, cuscini e piumoni concentrano milioni di acari e le loro particelle fecali, rilasciando costantemente materiale allergenico nell’aria durante i movimenti notturni. I tappeti, le moquette e gli imbottiti agiscono come serbatoi secondari, capaci di accumulare e rilasciare allergeni con il calpestio o la pulizia. Nei bambini, peluche e giochi di stoffa rappresentano un’ulteriore fonte di esposizione significativa. La ventilazione scarsa, la presenza di umidità di risalita, l’assenza di lavaggi ad alta temperatura e l’uso di arredi tessili pesanti favoriscono l’accumulo di acari e il mantenimento di livelli costantemente elevati di allergene indoor.

A differenza dei pollini, la cui presenza nell’aria è regolata da cicli stagionali, gli allergeni degli acari provocano un andamento clinico perenne. Tuttavia, esistono fluttuazioni significative: nelle regioni temperate, i sintomi peggiorano spesso in autunno e inverno, quando gli ambienti domestici vengono riscaldati e poco aerati, aumentando la concentrazione di acari nei tessili; nelle regioni costiere umide, invece, l’esposizione resta elevata per tutto l’anno, senza un andamento stagionale definito. La differenza rispetto alle pollinosi è sostanziale: mentre queste ultime sono caratterizzate da picchi prevedibili di concentrazione aerobiologica, l’allergia agli acari rappresenta un carico cronico, in cui il livello di esposizione dipende dalla gestione ambientale più che dall’andamento naturale.

Il carico di esposizione non è uniforme all’interno della casa. La camera da letto è il luogo di massima esposizione, non solo per l’elevata densità di acari ma anche per la durata del contatto: un individuo trascorre mediamente un terzo della sua vita a letto, in condizioni di vicinanza diretta con i serbatoi di allergene. Attività come rifare il letto, scuotere coperte o aspirare senza filtri adeguati determinano picchi acuti di aerosolizzazione delle particelle fecali, che aggravano i sintomi respiratori. Anche i luoghi di lavoro o le scuole, quando dotati di moquette o arredi tessili, possono costituire ambienti a rischio per soggetti sensibilizzati.

La qualità dell’aria indoor è un ulteriore modulatore dell’impatto clinico. Il fumo di tabacco, il biossido di azoto derivante da cucine a gas e altri inquinanti interni aumentano lo stress ossidativo e danneggiano la barriera epiteliale, rendendo le mucose più vulnerabili all’ingresso degli allergeni degli acari. Allo stesso modo, inquinanti outdoor come particolato fine e ozono, penetrando negli ambienti chiusi, possono potenziare l’allergenicità del materiale rilasciato dagli acari. È quindi evidente che l’esposizione non dipende soltanto dalla densità della popolazione di acari ma da un insieme complesso di fattori microclimatici, edilizi e comportamentali.

Un aspetto di grande interesse è la differenza geografica: in paesi nordici con abitazioni ben ventilate e tassi di umidità più bassi, il carico allergenico è ridotto e le sensibilizzazioni meno frequenti; al contrario, nelle regioni tropicali e subtropicali, dove umidità e temperatura sono elevate tutto l’anno, gli acari prosperano in abbondanza e l’allergia ad essi rappresenta il principale problema respiratorio allergico della popolazione. Anche all’interno delle stesse aree urbane, differenze architettoniche, tipologie abitative e livelli socioeconomici modulano la distribuzione e la gravità della malattia. Tutti questi elementi concorrono a definire un profilo di esposizione individuale che spiega le variazioni interindividuali nell’espressione clinica e nella gravità dell’allergia agli acari della polvere.

Meccanismi immunologici del danno

Il cuore della risposta allergica agli acari della polvere è rappresentato dall’ipersensibilità di tipo I (immediata, IgE-mediata). Il processo inizia con la fase di sensibilizzazione, quando le particelle fecali degli acari, ricche di proteasi come Der p 1, attraversano l’epitelio delle vie respiratorie danneggiando le giunzioni serrate e inducendo il rilascio di alarmini epiteliali quali TSLP, IL-25 e IL-33. Questi segnali promuovono la maturazione di cellule dendritiche e l’attivazione di cellule linfoidi innate di tipo 2 (ILC2), che polarizzano la risposta immunitaria verso il fenotipo Th2. I linfociti T così attivati stimolano le cellule B a compiere il passaggio isotipico e a produrre IgE specifiche contro gli allergeni maggiori degli acari (Der p 1, Der p 2, Der p 23). Le IgE si fissano ai recettori ad alta affinità FcεRI dei mastociti e dei basofili, predisponendo l’organismo alla successiva reazione clinica.

Alla ri-esposizione agli allergeni, il legame con le IgE già ancorate induce il cross-linking dei recettori FcεRI e la rapida degranulazione mastocitaria, con liberazione di mediatori chimici quali istamina, triptasi, prostaglandina D₂ e leucotrieni cisteinilici. Questa cascata determina in pochi minuti i sintomi caratteristici: prurito nasale, rinorrea acquosa, starnuti a salve, ostruzione nasale e broncospasmo. È la fase immediata della reazione, paradigmatica della patogenesi IgE-mediata.

La risposta non si esaurisce nella fase immediata. Dopo 6–12 ore si sviluppa la cosiddetta fase tardiva, caratterizzata dal reclutamento di eosinofili, linfociti T, monociti e cellule NK. Questi elementi cellulari rilasciano citochine pro-infiammatorie (IL-5, IL-9, IL-13) e fattori che perpetuano la flogosi, mantenendo l’iperreattività bronchiale e alimentando la cronicizzazione dell’infiammazione delle mucose. In questa fase la reazione presenta caratteristiche che si avvicinano anche all’ipersensibilità di tipo IV (ritardata cellulo-mediata), per la forte componente cellulare e il rimodellamento tissutale che si osserva nei soggetti con asma persistente.

Un elemento peculiare dell’allergia agli acari è la capacità degli allergeni di agire come cofattori innati. Der p 2, mimando la proteina accessoria MD-2, facilita la segnalazione attraverso TLR4 e amplifica l’attivazione delle cellule dendritiche; lipidi ed endotossine presenti nella matrice fecale intensificano la stimolazione immunitaria; la chitina dell’esoscheletro attiva recettori di riconoscimento del pattern (PRR), sostenendo la polarizzazione Th2. Inoltre, altre proteasi degli acari (gruppi 3, 6, 9) interagiscono con i recettori PAR-2 dell’epitelio, promuovendo edema e ipersecrezione mucosa. Tutti questi meccanismi spiegano perché l’allergia agli acari abbia una particolare propensione a cronicizzare e a mantenere un’infiammazione persistente delle vie aeree.

Nonostante il ruolo dominante dell’ipersensibilità di tipo I, in alcuni pazienti possono essere coinvolti meccanismi aggiuntivi. Le reazioni di tipo II e le reazioni di tipo III non sono considerate centrali nella patogenesi dell’HDM, ma fenomeni immunocomplessi o citotossici possono occasionalmente modulare la flogosi cronica in quadri di asma grave o dermatite atopica associata. In definitiva, la combinazione di barrier disruption, attivazione innata e risposta IgE-mediata spiega l’elevato potere sensibilizzante degli acari della polvere e il ruolo predominante che rivestono nelle forme di rinite e asma perenne.

Quadri clinici e iter diagnostico

La presentazione clinica dell’allergia agli acari riflette la natura perenne dell’esposizione: i sintomi non seguono stagioni definite, ma si manifestano in maniera continua con possibili fluttuazioni legate a condizioni ambientali e microclimatiche. L’organo bersaglio principale è rappresentato dalle vie respiratorie superiori, con quadri di rinite allergica persistente caratterizzata da starnuti, prurito nasale, ostruzione cronica e rinorrea acquosa. La persistenza dei sintomi, soprattutto notturni e mattutini, è un elemento clinico distintivo rispetto alle pollinosi stagionali, ed è correlata alla presenza degli acari nei materassi e nei tessili della camera da letto.

L’interessamento oculare si manifesta con congiuntivite allergica perenne, con prurito, arrossamento e lacrimazione che peggiorano in ambienti chiusi e polverosi. L’associazione dei due quadri costituisce la tipica rinocongiuntivite allergica, espressione clinica più frequente della sensibilizzazione ad acari.

Quando la risposta infiammatoria interessa le basse vie respiratorie, compaiono tosse cronica, sibili espiratori e difficoltà respiratoria da asma allergico. La peculiarità, rispetto all’asma da pollini, è la comparsa di sintomi soprattutto notturni, con risvegli e peggioramento al mattino, in diretta correlazione con l’esposizione in camera da letto. Nei bambini la sensibilizzazione ad acari è strettamente associata a wheezing ricorrente e a maggiore rischio di evoluzione verso asma persistente.

Altri quadri clinici includono manifestazioni cutanee: la dermatite atopica può essere aggravata dagli acari, sia attraverso il contatto diretto con gli allergeni nei tessili, sia per via sistemica attraverso la sensibilizzazione IgE. Nei bambini, la flogosi cronica rinofaringea favorisce lo sviluppo di otite media con effusione, quadro clinico spesso sottovalutato ma rilevante per le complicanze otorinolaringoiatriche. Raramente l’esposizione ad acari è associata a manifestazioni sistemiche come orticaria, angioedema o addirittura anafilassi, ma questi quadri sono molto meno frequenti rispetto a quanto osservato per altri allergeni.

L’iter diagnostico si fonda sulla correlazione tra pattern clinico e storia ambientale. La persistenza dei sintomi, il peggioramento notturno e il miglioramento in ambienti diversi (ad esempio soggiorni in alta quota) sono elementi anamnestici fortemente suggestivi. Il primo passo è rappresentato dal prick test, che permette di evidenziare la sensibilizzazione agli estratti standardizzati di Dermatophagoides pteronyssinus e Dermatophagoides farinae. Quando necessario, il sospetto viene confermato con il dosaggio delle IgE specifiche sieriche, e ulteriormente approfondito mediante diagnostica molecolare (CRD). Quest’ultima consente di distinguere la sensibilizzazione genuina agli allergeni maggiori (Der p 1, Der p 2, Der p 23) dalla cross-reattività verso pan-allergeni come Der p 10, informazione essenziale per la selezione dei candidati all’immunoterapia.

Nei casi in cui la correlazione clinico-allergologica non sia chiara, possono essere impiegati test funzionali e provocativi. In ambito respiratorio, la spirometria documenta l’ostruzione bronchiale e la sua reversibilità, mentre il test di provocazione bronchiale e la misura del FeNO consentono di valutare l’iperreattività bronchiale e il grado di infiammazione eosinofila. A livello nasale e oculare, il test di provocazione nasale e il test di provocazione congiuntivale riproducono l’esposizione in condizioni controllate, fornendo la dimostrazione diretta della rilevanza clinica di una sensibilizzazione. In contesti specialistici può essere utilizzato anche il test di attivazione basofila (BAT), utile per distinguere tra sensibilizzazione asintomatica e allergia clinicamente manifesta.

Complessivamente, la diagnosi di allergia agli acari richiede una valutazione integrata: anamnesi accurata, dimostrazione della sensibilizzazione e, quando indicato, conferma con test funzionali o provocativi. Questo percorso consente di differenziare i pazienti con reale rilevanza clinica da quelli con semplice positività cutanea o sierologica, orientando correttamente le scelte terapeutiche.

Prevenzione ed approccio terapeutico

La gestione dell’allergia agli acari della polvere si fonda su una strategia complessa e multidimensionale, che integra prevenzione ambientale, terapia sintomatica, trattamenti causali e educazione del paziente. A differenza delle pollinosi, l’esposizione agli acari è continua e si concentra negli ambienti chiusi: per questo motivo le misure preventive rivestono un ruolo cruciale e devono essere applicate quotidianamente, in modo sistematico e prolungato.

Il primo cardine è rappresentato dalla prevenzione ambientale, mirata a ridurre il carico allergenico nei serbatoi domestici. Le misure più efficaci comprendono l’uso di coprimaterassi e federe antiacaro certificati, il lavaggio settimanale di lenzuola e coperte a temperature ≥60 °C, l’eliminazione o la riduzione di tappeti, moquette e tessili pesanti, la pulizia frequente degli ambienti con aspirapolvere dotati di filtro HEPA e la riduzione dell’umidità relativa sotto il 50% mediante deumidificatori o ventilazione adeguata. Nei bambini, è raccomandato limitare il numero di peluche o sottoporli a lavaggi regolari o congelamento per abbattere la carica di acari. Queste misure, se applicate in maniera integrata, possono ridurre sensibilmente i sintomi e rappresentano la base di qualunque piano terapeutico.

Sul piano farmacologico, i trattamenti sintomatici si sovrappongono in gran parte a quelli delle pollinosi ma con la differenza che devono spesso essere protratti nel tempo. Gli antistaminici di seconda generazione costituiscono la prima scelta per controllare prurito, starnuti e rinorrea. Nei pazienti con sintomatologia nasale persistente, gli corticosteroidi nasali rappresentano la terapia più efficace, in grado di ridurre l’infiammazione cronica e migliorare la pervietà delle vie respiratorie; i corticosteroidi sistemici sono invece riservati a riacutizzazioni gravi e di breve durata. Nei pazienti con concomitante asma allergico, in particolare se notturno o non adeguatamente controllato, possono essere impiegati gli antileucotrieni, utili nel ridurre l’iperreattività bronchiale e i sintomi persistenti.

Quando la terapia sintomatica non è sufficiente o l’impatto sulla qualità della vita è significativo, è indicata l’immunoterapia allergene-specifica (AIT), che rappresenta l’unico trattamento in grado di modificare la storia naturale della malattia. Disponibile sia come immunoterapia sottocutanea (SCIT) sia come immunoterapia sublinguale (SLIT), l’AIT per acari è ampiamente validata da studi clinici per efficacia e sicurezza, con una durata raccomandata di almeno tre anni. L’uso della diagnostica molecolare consente di identificare i pazienti con sensibilizzazione genuina agli allergeni maggiori (Der p 1, Der p 2, Der p 23), che rispondono meglio all’immunoterapia rispetto a coloro che presentano solo cross-reattività a pan-allergeni. In casi selezionati e complessi, come pazienti con asma grave non controllato, possono essere considerati anche i biologici mirati (anti-IgE, anti-IL-5, anti-IL-4R), che agiscono bloccando selettivamente i mediatori chiave dell’infiammazione di tipo 2.

Accanto alla farmacoterapia e all’immunoterapia, riveste importanza l’educazione terapeutica. Il paziente deve essere istruito a riconoscere i fattori che aggravano l’esposizione domestica, a rispettare le misure di prevenzione ambientale, a gestire correttamente l’automedicazione e a riconoscere i segnali di riacutizzazione dell’asma. Nei soggetti con precedenti reazioni respiratorie severe è opportuno fornire un piano di azione personalizzato e, in casi selezionati, la disponibilità di presidi per la gestione delle emergenze, che può includere l’uso di adrenalina autoiniettabile in presenza di comorbidità a rischio.

L’approccio globale all’allergia agli acari della polvere, quindi, non si limita al trattamento dei sintomi ma integra prevenzione ambientale mirata, uso razionale dei farmaci, possibilità di immunoterapia specifica e, nei casi più complessi, ricorso a farmaci biologici. La combinazione di queste strategie ha come obiettivo non solo il controllo clinico e il miglioramento della qualità di vita, ma anche la prevenzione della progressione verso forme di asma persistente e complicanze croniche.

Complicanze

Sebbene l’allergia agli acari della polvere sia spesso percepita come una condizione cronica “gestibile”, il suo decorso non trattato o mal controllato può determinare complicanze rilevanti. La più comune è la progressione dalla rinite allergica perenne verso l’asma allergico, secondo un’evoluzione ben documentata della cosiddetta “marcia atopica”. Nei soggetti predisposti, l’infiammazione cronica delle vie respiratorie superiori induce iperreattività bronchiale e rimodellamento subepiteliale, con rischio di ostruzione persistente e crisi asmatiche gravi che riducono progressivamente la funzione polmonare. La natura notturna dell’esposizione rende questo passaggio particolarmente insidioso, poiché i sintomi respiratori possono peggiorare durante il sonno e compromettere la qualità del riposo.

A livello nasale, la flogosi cronica indotta dagli acari favorisce la comparsa di sinusite cronica e di poliposi nasale, complicanze che aggravano la congestione, peggiorano l’ostruzione e riducono l’efficacia delle terapie topiche. Nei bambini, la rinite perenne non trattata rappresenta un fattore di rischio per lo sviluppo di otite media con effusione, con impatto sulla funzione uditiva e conseguenze sul linguaggio e sul rendimento scolastico.

A livello oculare, la congiuntivite allergica cronica può evolvere verso forme più severe di cheratocongiuntivite, con rischio di danno corneale se non adeguatamente trattata. Nei pazienti con dermatite atopica, l’esposizione continua agli allergeni degli acari rappresenta uno dei principali fattori aggravanti, in grado di sostenere l’infiammazione cutanea e di ridurre la risposta alle terapie topiche.

Dal punto di vista sistemico, sebbene più raro rispetto ad altre forme di allergia, non si può escludere il rischio di orticaria, angioedema o addirittura episodi di anafilassi in pazienti altamente sensibilizzati, soprattutto se coesiste una polisensibilizzazione o un asma non controllato. Questi quadri rappresentano complicanze potenzialmente gravi che richiedono disponibilità di presidi di emergenza e piani terapeutici personalizzati.

Un ulteriore aspetto da considerare è l’impatto psicosociale: la cronicità dei sintomi respiratori e cutanei compromette il sonno, riduce la concentrazione, limita le attività quotidiane e peggiora la qualità di vita, favorendo ansia, depressione e riduzione del rendimento scolastico o lavorativo. Nei bambini, la persistenza di sintomi respiratori notturni può causare deficit di attenzione e ritardo nell’apprendimento.

Infine, un controllo farmacologico non adeguato può condurre a complicanze iatrogene. L’uso prolungato e non sorvegliato di corticosteroidi sistemici aumenta il rischio di osteoporosi, ipertensione, diabete e cataratta, mentre l’abuso di decongestionanti nasali topici può indurre rinite medicamentosa, con peggioramento della congestione nasale. La prevenzione di tali complicanze passa attraverso un approccio terapeutico integrato, con monitoraggio clinico regolare, applicazione coerente delle misure ambientali e un’educazione terapeutica mirata a favorire l’aderenza e a ridurre i rischi legati a trattamenti inappropriati.

    Bibliografia
  1. Pawankar R, et al. Allergic diseases and asthma: a global public health concern. World Allergy Organ J. 2014;7(1):12-20.
  2. Bousquet J, et al. Allergic rhinitis and its impact on asthma (ARIA) guidelines. Allergy. 2008;63(Suppl 86):8-160.
  3. Global Initiative for Asthma (GINA). Global strategy for asthma management and prevention 2024. Available from: ginasthma.org.
  4. Platts-Mills TAE, et al. Allergen avoidance and immunotherapy in asthma and allergic rhinitis. N Engl J Med. 2015;373(9):843-853.
  5. Thomas WR, et al. House dust mite allergens: from structure to function and pathology. J Allergy Clin Immunol. 2010;125(1):25-35.
  6. Papadopoulos NG, et al. International consensus on (ICON) pediatric asthma. Pediatr Allergy Immunol. 2012;23(5):436-464.
  7. Calderón MA, et al. Allergen immunotherapy for respiratory allergies: an updated meta-analysis. Cochrane Database Syst Rev. 2014;8:CD001936.
  8. Durham SR, et al. Long-term clinical efficacy of house dust mite sublingual immunotherapy tablets in allergic rhinitis. JAMA. 2017;318(18):1799-1808.
  9. Toppila-Salmi S, et al. Effectiveness of environmental control on asthma and rhinitis symptoms in patients sensitized to house dust mite. Allergy. 2012;67(3):361-368.
  10. Corsico AG, et al. Prevalence and factors associated with allergic rhinitis and asthma in Italy: the SIDRIA-2 study. Pediatr Allergy Immunol. 2008;19(8):710-717.
  11. Valenta R, et al. Molecular approaches to diagnosis and therapy of allergy. Annu Rev Immunol. 2010;28:113-141.
  12. Bachert C, et al. Biologicals in rhinitis and asthma: updated EAACI position paper. Allergy. 2021;76(8):2337-2352.