AdBlock rilevato
Abbiamo rilevato un AdBlock attivo!

Per favore disattiva AdBlock o aggiungi il sito alle eccezioni.

La nostra pubblicità non è molesta e non ti arrecherà alcun disturbo
consente al sito di mantenersi, crescere e fornirti nuovi contenuti..

Non potrai accedere ai contenuti finché AdBlock rimane attivo.
Dopo averlo disattivato, questa finestra si chiuderà automaticamente.

Sfondo Header
L'angolo del dottorino
Indice
Cerca nel sito... Ricerca avanzata

Leucemia Mieloide Cronica

La leucemia mieloide cronica (LMC) è una neoplasia mieloproliferativa clonale della cellula staminale ematopoietica, caratterizzata dalla presenza del cromosoma Philadelphia e dalla conseguente formazione del gene di fusione BCR-ABL1, che codifica una tirosin-chinasi costitutivamente attiva responsabile dell’espansione incontrollata della linea mieloide.

La malattia evolve tipicamente attraverso tre fasi cliniche: fase cronica, generalmente indolente e diagnosticata in modo incidentale o in seguito a sintomi aspecifici; fase accelerata, con incremento della proliferazione e instabilità citogenetica; e fase blastica, biologicamente e clinicamente assimilabile a una leucemia acuta.

In condizioni fisiologiche, la proliferazione e la differenziazione delle cellule mieloidi sono regolate da un equilibrio di segnali di crescita e di apoptosi; nella LMC, l’attività aberrante di BCR-ABL1 attiva in modo persistente vie di segnalazione come RAS/MAPK, PI3K/AKT e JAK/STAT, che promuovono sopravvivenza, proliferazione e instabilità genomica.

La LMC rappresenta circa il 15-20% di tutte le leucemie dell’adulto. L’incidenza annuale stimata è di 1–2 casi per 100.000 abitanti, con età mediana alla diagnosi di 55-60 anni; è rara in età pediatrica e mostra una lieve prevalenza nel sesso maschile. L’introduzione degli inibitori della tirosin-chinasi (TKI) ha trasformato radicalmente la prognosi, convertendo la LMC da malattia fatalmente progressiva a condizione cronica controllabile nella maggior parte dei pazienti.

Il riconoscimento precoce e la caratterizzazione molecolare accurata sono fondamentali per impostare una strategia terapeutica mirata, ottimizzare la risposta molecolare e prevenire la progressione verso le fasi avanzate.

Eziologia, patogenesi e fisiopatologia

La leucemia mieloide cronica è quasi sempre causata da una traslocazione cromosomica reciproca bilanciata, identificata come t(9;22)(q34;q11), che porta alla formazione del cromosoma Philadelphia. Questo riarrangiamento interessa una cellula staminale ematopoietica pluripotente e determina la fusione del gene ABL1 (cromosoma 9) con il gene BCR (cromosoma 22), generando il gene di fusione BCR-ABL1. Il prodotto proteico chimerico risultante è una tirosin-chinasi con attività costitutiva, capace di trasformare la cellula normale in una cellula leucemica con spiccata capacità proliferativa, ridotta sensibilità all’apoptosi e alterata interazione con il microambiente midollare.

La genesi della traslocazione t(9;22) è un evento somatico acquisito, non trasmissibile per via germinale. Nella maggior parte dei casi non si identifica un fattore causale preciso; tuttavia, l’esposizione a dosi elevate di radiazioni ionizzanti è un fattore di rischio documentato, mentre il ruolo di sostanze chimiche genotossiche come il benzene rimane meno definito. Fattori come l’età avanzata e il sesso maschile sono associati a una lieve maggiore incidenza. Non sono riconosciute mutazioni germinali ad alta penetranza predisponenti, sebbene varianti genetiche costituzionali possano modulare la farmacocinetica degli inibitori della tirosin-chinasi e influenzare la risposta terapeutica piuttosto che la suscettibilità alla malattia.

Il gene di fusione BCR-ABL1 può originare diverse isoforme proteiche a seconda del punto di rottura. La più frequente nella LMC è la proteina p210, derivante da giunzioni e13a2 (b2a2) o e14a2 (b3a2) nella regione di rottura maggiore del gene BCR. In una piccola percentuale di pazienti si osserva la isoforma p190 (trascritto e1a2), più comune nella leucemia linfoblastica acuta Ph-positiva e associata, se presente nella LMC, a un fenotipo più aggressivo. Ancora più rara è la isoforma p230 (trascritto e19a2), generalmente correlata a forme cliniche più indolenti e con leucocitosi meno marcata. Indipendentemente dall’isoforma, la fusione conferisce ad ABL1 una localizzazione prevalentemente citoplasmatica e una attivazione tirosin-chinasica continua, eliminando i meccanismi di autoregolazione fisiologica.


Un elemento patogenetico fondamentale è l’instabilità genomica indotta da BCR-ABL1. L’aumentata produzione di specie reattive dell’ossigeno provoca danni al DNA, mentre i sistemi di riparo risultano alterati, con un incremento dei meccanismi di giunzione non omologa error-prone. Si osservano anche difetti del checkpoint mitotico e anomalie del centrosoma che facilitano l’aneuploidia. Questo contesto favorisce l’acquisizione progressiva di anomalie citogenetiche addizionali, come duplicazione del cromosoma Philadelphia, trisomia 8, iso(17q) con perdita di TP53, trisomia 19 e riarrangiamenti 3q26.2 che coinvolgono MECOM/EVI1. Parallelamente, possono emergere mutazioni in geni regolatori dell’assetto epigenetico (ASXL1, TET2, DNMT3A, EZH2, IDH1/2), della trascrizione (RUNX1, IKZF1) e dello splicing (SRSF2, SF3B1), che cooperano nell’accelerare la progressione verso la fase blastica.

Al vertice della gerarchia neoplastica si colloca la cellula staminale leucemica Ph-positiva. Essa è caratterizzata da relativa quiescenza, capacità di autorinnovamento e persistenza anche in presenza di terapia mirata. Le cellule staminali leucemiche modulano l’espressione di CXCR4 e producono l’enzima CD26 (DPP4), degradando il ligando CXCL12 e riducendo la ritenzione nella nicchia midollare. Questo fenomeno facilita la mobilizzazione nel sangue periferico e altera il rapporto con il microambiente osteo-vascolare. Vie di segnalazione come Wnt/β-catenina e Hedgehog, insieme a un metabolismo cellulare orientato verso la fosforilazione ossidativa e l’ossidazione degli acidi grassi, sostengono la sopravvivenza delle cellule staminali leucemiche e contribuiscono alla tolleranza farmacologica. Meccanismi di immunoevasione, inclusa l’espressione di PD-L1 e la disfunzione delle cellule NK, completano il quadro di resistenza biologica.

L’evoluzione naturale della malattia non trattata comporta l’accumulo di danno genetico e la selezione di sottocloni più aggressivi, mentre sotto pressione terapeutica con inibitori della tirosin-chinasi possono emergere mutazioni puntiformi nel dominio chinasico di ABL1. Tra queste, le mutazioni del P-loop (come Y253H, E255K/V) e soprattutto la sostituzione T315I sono particolarmente rilevanti, poiché conferiscono resistenza a più generazioni di farmaci. A questi meccanismi si sommano vie di sopravvivenza indipendenti da BCR-ABL1, aumento dell’efflusso farmacologico tramite trasportatori di membrana, adattamenti metabolici e attivazione dell’autofagia, che concorrono alla persistenza della malattia minima residua.

Le conseguenze cliniche immediate della mieloproliferazione comprendono ipermetabolismo con sudorazioni notturne, calo ponderale e astenia, iperuricemia da turnover cellulare accelerato con possibile artrite gottosa o nefropatia uratica, splenomegalia con dolore o senso di peso in ipocondrio sinistro ed eventuali infarti splenici, e nei casi di leucocitosi estrema sindromi da leucostasi con disturbi neurologici o respiratori. La piastrinosi può associarsi a disfunzione piastrinica, predisponendo sia a episodi emorragici sia, meno frequentemente, a complicanze trombotiche, mentre la basofilia contribuisce a prurito e sintomi da rilascio istaminico. Questi fenomeni rappresentano la traduzione clinica delle alterazioni molecolari e cellulari indotte da BCR-ABL1.

Manifestazioni cliniche

Il quadro clinico della leucemia mieloide cronica è variabile e dipende dalla fase della malattia, dalla velocità di espansione clonale e dal carico leucemico. Nella fase cronica, che rappresenta oltre il 90% delle diagnosi iniziali nell’era post-TKI, i sintomi possono essere assenti o limitati a segni aspecifici da ipermetabolismo, e la malattia viene frequentemente scoperta in modo incidentale nel corso di esami ematologici di routine.

L’anamnesi iniziale deve indagare la presenza di astenia persistente, calo ponderale non intenzionale, sudorazioni notturne, febbricola e sensazione di ripienezza o dolore in ipocondrio sinistro correlata a splenomegalia. È importante rilevare eventuali episodi di priapismo, disturbi visivi transitori, cefalea o sintomi neurologici focali suggestivi di leucostasi, tipicamente associata a leucocitosi marcata e più frequente nelle fasi avanzate. Sintomi pruriginosi, in particolare dopo contatto con acqua calda (prurito acquagenico), sono riportati in alcuni pazienti, verosimilmente in relazione alla basofilia e al rilascio di istamina.

Nella fase cronica, l’esame obiettivo può rivelare splenomegalia di grado variabile, presente in circa la metà dei pazienti al momento della diagnosi, talvolta accompagnata da epatomegalia. Possono essere presenti pallore cutaneo-mucoso da anemia, segni cutanei da prurito cronico e rare manifestazioni di microtrombosi periferica. Il reperto di leucocitosi con formula spostata a sinistra, basofilia, eosinofilia e piastrinosi è di solito già evidente agli esami di laboratorio di primo livello, anche in assenza di sintomi significativi.

La fase accelerata è caratterizzata dalla comparsa o dal peggioramento di sintomi sistemici, con incremento della spossatezza, perdita di peso più marcata, febbre persistente non infettiva, e aumento del volume splenico che può diventare sintomatico. L’ipercatabolismo è accentuato, con più frequente iperuricemia sintomatica e dolore osseo da espansione midollare. A livello ematologico, la progressione è segnata dall’aumento della quota di blasti nel sangue periferico e nel midollo, dalla basofilia persistente oltre il 20%, dalla riduzione della risposta ematologica e dall’emergere di anomalie citogenetiche addizionali.

La fase blastica, che rappresenta la trasformazione acuta della malattia, si presenta con un quadro clinico sovrapponibile a quello di una leucemia acuta mieloide o linfoblastica a seconda della linea di differenziazione prevalente dei blasti. L’anamnesi in questa fase rivela spesso un deterioramento rapido delle condizioni generali, con febbre elevata, sintomi da pancitopenia (sanguinamenti mucocutanei, infezioni ricorrenti e gravi, astenia intensa), dolore osseo diffuso e frequenti manifestazioni extramidollari, come masse leucemiche in sedi linfonodali, cutanee o meninge. La splenomegalia può essere massiva e dolorosa, con rischio di infarto splenico e rottura.

Nei pazienti di ogni fase, la valutazione anamnestica deve includere elementi di rischio per complicanze acute: storia di priapismo, eventi trombotici o emorragici, episodi di leucostasi, iperuricemia sintomatica e dolore osseo severo. È fondamentale correlare questi sintomi con i parametri laboratoristici e l’andamento evolutivo della malattia.

All’esame obiettivo nella fase cronica, oltre alla splenomegalia, si ricercano segni di epatomegalia, adenopatie periferiche (generalmente assenti in questa fase), pallore, petecchie e segni di iperuricemia (artrite gottosa). Nelle fasi avanzate, l’obiettivo può documentare segni di pancitopenia, infezioni opportunistiche, tumefazioni extramidollari e alterazioni neurologiche da leucostasi. Nella fase blastica, la presenza di segni neurologici, deficit visivi e respiratori impone una valutazione urgente e un approccio terapeutico immediato.

In sintesi, la sintomatologia della LMC riflette il bilancio tra massa tumorale, fase biologica della malattia, risposta del microambiente e comparsa di complicanze acute o croniche. La raccolta accurata dell’anamnesi e l’esame obiettivo sistematico sono fondamentali per inquadrare correttamente il paziente e indirizzare gli accertamenti successivi.

Accertamenti e diagnosi

Il sospetto di leucemia mieloide cronica nasce di frequente da un riscontro occasionale di leucocitosi con formula leucocitaria matura ma spostata a sinistra, basofilia ed eosinofilia, spesso accompagnata da piastrinosi. In altri casi, il sospetto emerge da sintomi come splenomegalia, astenia, sudorazioni notturne, calo ponderale o segni di leucostasi.

Gli accertamenti di primo livello includono emocromo con formula leucocitaria e striscio periferico. L’emocromo mostra tipicamente leucocitosi variabile, spesso superiore a 50.000–100.000/mm³, con neutrofilia, basofilia, eosinofilia e piastrinosi. Lo striscio evidenzia una distribuzione maturativa granulocitaria completa, con mielociti, metamielociti e forme più immature in proporzione variabile, ma con blasti generalmente inferiori al 2% in fase cronica. La presenza di basofilia marcata è un elemento suggestivo e di forte valore diagnostico. L’LDH è frequentemente elevato, indice di ipercatabolismo cellulare.

Il passo successivo è l’aspirato midollare e la biopsia osteomidollare. Il midollo è ipercellulare, con espansione granulocitaria e rapporto mieloidi/eritroidi aumentato, megacariociti aumentati e spesso di dimensioni ridotte con nuclei ipolobati. La biopsia documenta ipercellularità diffusa, riduzione della componente adiposa e assenza di fibrosi significativa in fase cronica. La valutazione morfologica è importante non solo per la diagnosi, ma anche per escludere sindromi mieloproliferative atipiche e per riconoscere eventuali segni precoci di progressione.

La citogenetica convenzionale su metafasi midollari rappresenta lo strumento standard per identificare il cromosoma Philadelphia t(9;22)(q34;q11). Essa consente di rilevare anche eventuali anomalie citogenetiche addizionali (duplicazione del Ph, trisomia 8, i(17q), trisomia 19, riarrangiamenti 3q26), che hanno significato prognostico e aiutano a definire lo stadio della malattia. Nei casi in cui la traslocazione sia “criptica” e non rilevabile con il cariotipo, la ibridazione in situ fluorescente (FISH) su sangue periferico o midollo è in grado di dimostrare la fusione BCR-ABL1.

La conferma definitiva si ottiene con l’analisi molecolare, preferibilmente mediante RT-PCR quantitativa su RNA, che identifica il trascritto specifico (e13a2, e14a2, e1a2, e19a2) e ne quantifica il livello in unità internazionali (IS). La RT-PCR è essenziale non solo per la diagnosi, ma anche per il monitoraggio della risposta terapeutica. Nei laboratori specializzati è possibile eseguire anche PCR su DNA per studi di malattia minima residua.

Quando il quadro clinico è atipico o il paziente è BCR-ABL1 negativo, è necessario considerare diagnosi alternative, come la leucemia mielomonocitica cronica, le sindromi mielodisplastiche/mieloproliferative (MDS/MPN) e le forme di leucemia mieloide cronica atipica, per le quali i criteri diagnostici differiscono e possono includere mutazioni in CSF3R o altri geni mieloproliferativi.


Una volta confermata la diagnosi, la classificazione della fase di malattia si ottiene attraverso la combinazione di esami morfologici (conteggio dei blasti su sangue periferico e aspirato midollare), indagini citogenetiche convenzionali per valutare la presenza di anomalie addizionali, e analisi molecolari per monitorare la risposta al trattamento. La stadiazione integra inoltre i dati clinici, come la progressione della splenomegalia e l’andamento ematologico, permettendo di distinguere i diversi stadi evolutivi.


Gli accertamenti complementari comprendono ecografia addominale o TC per valutare volume e morfologia della milza, profilo biochimico completo, uricemia e funzionalità renale per prevenire e trattare la sindrome da lisi tumorale, e valutazione molecolare estesa per identificare eventuali mutazioni di resistenza, soprattutto in caso di risposta subottimale o fallimento terapeutico. In contesti di resistenza o progressione, il sequenziamento del dominio chinasico di ABL1 consente di guidare la scelta dell’inibitore di tirosin-chinasi più appropriato.

Trattamento e prognosi

La strategia terapeutica nella leucemia mieloide cronica si fonda sull’inibizione di BCR-ABL1 e su un monitoraggio molecolare rigoroso che orienta le decisioni successive. In prima linea, la scelta dell’inibitore della tirosin-chinasi (TKI) è guidata da profilo clinico, comorbidità e obiettivi (in particolare la possibilità di una futura treatment-free remission, TFR). Nella pratica attuale sono disponibili più opzioni equivalenti sul piano dell’efficacia globale ma con tossicità e interazioni differenti: imatinib, dasatinib, nilotinib, bosutinib e asciminib; ponatinib è riservato a resistenze complesse (inclusa T315I) o fasi avanzate. L’inizio del TKI va preceduto, nei casi con leucocitosi estrema o complicanze da leucostasi, da rapida citoreduzione (idrossiurea), idratazione e profilassi dell’iperuricemia; la terapia mirata va avviata non appena possibile per interrompere la cascata patogenetica guidata da BCR‑ABL1.

Il monitoraggio si basa sulla quantificazione di BCR‑ABL1 su scala internazionale (IS) mediante RT‑PCR. Le milestone di risposta orientano il proseguimento o il cambio di TKI: a circa 3 mesi BCR‑ABL1 ≤10% IS è considerato obiettivo chiave; a 6 mesi BCR‑ABL1 ≤1% IS e a 12 mesi il raggiungimento della risposta molecolare maggiore (MMR, BCR‑ABL1 ≤0,1% IS). Profondità maggiori definiscono MR4 (≤0,01% IS) e MR4.5 (≤0,0032% IS). La perdita di MMR durante terapia in corso configura fallimento e impone rivalutazione completa con sequenziamento del dominio chinasico di ABL1 per identificare mutazioni di resistenza, insieme alla verifica dell’aderenza terapeutica e delle interazioni farmacologiche. La definizione di warning (risposta subottimale) ammette un intervallo di valutazione individualizzata in cui l’andamento cinetico della risposta e la tollerabilità guidano la scelta di mantenere o cambiare TKI.

La selezione del TKI di prima linea deve integrare rischi e benefici in relazione alle comorbidità: malattia cardiovascolare o fattori di rischio aterotrombotici indirizzano lontano da nilotinib e soprattutto da ponatinib; patologie pleuro‑polmonari suggeriscono di evitare dasatinib; epatopatie e diarrea cronica sconsigliano bosutinib; insufficienza renale importante richiede cautela con imatinib. Asciminib, inibitore allosterico STAMP del “myristoyl pocket”, oggi utilizzabile anche all’esordio in fase cronica, offre un profilo di selettività interessante e una tossicità generalmente gestibile, con attenzione particolare a incremento di lipasi/amilasi e interazioni su CYP2C9/P‑gp/OATP1B. La dose standard varia per molecola (imatinib 400 mg/die; dasatinib 100 mg/die; nilotinib 300 mg due volte/die a digiuno con monitoraggio QT; bosutinib 400–500 mg/die a seconda della linea; asciminib 80 mg/die o 40 mg due volte/die; ponatinib in genere si avvia a 45 mg/die con de‑escalation a 15 mg/die al raggiungimento di ≤1% IS per ridurre gli eventi arteriosi).

Il cambio di TKI per fallimento o intolleranza si fonda su: caratterizzazione mutazionale (es. V299L/F317L riducono sensibilità a dasatinib; Y253H/E255K‑V penalizzano nilotinib; T315I richiede ponatinib o, in alternativa in cronica, asciminib ad alto dosaggio), revisione di interazioni (inibitori/induttori del CYP3A; antiacidi/IPP che riducono assorbimento di dasatinib e, in misura minore, bosutinib), ottimizzazione delle comorbidità (controllo stretto di pressione, lipidi, glicemia, cessazione del fumo) e aderenza.

La treatment‑free remission è un obiettivo realistico in una quota selezionata di pazienti con risposta profonda stabile. In generale, si considera l’interruzione in chi ha ricevuto TKI per almeno 3 anni ed ha mantenuto DMR (MR4 o MR4.5) in modo stabile per ≥2 anni con trascritti tipici (e13a2/e14a2) e accesso a laboratorio accreditato. Dopo stop, il monitoraggio molecolare è serrato: mensile per 6 mesi, quindi ogni 6–8 settimane fino a 12 mesi, poi trimestrale. La perdita di MMR è la soglia per riprendere lo stesso TKI (o un’alternativa se preesisteva tossicità), con elevata probabilità di recupero rapido della risposta. Un withdrawal syndrome con dolore muscolo‑scheletrico può comparire nelle prime settimane, di solito autolimitato e gestibile con FANS o breve steroide.

Nelle fasi avanzate (accelerata o blastica) l’obiettivo è riportare il paziente in seconda fase cronica e candidarlo a trapianto allogenico. La terapia combina TKI “più potente possibile” (ponatinib per T315I o mutazioni multiple) con chemioterapia secondo fenotipo (schemi AML‑like per crisi mieloide; ALL‑like con aggiunta di dasatinib/ponatinib e, nel sottotipo linfoide, immunoterapia come blinatumomab) e profilassi/intrat. meninge in caso di interessamento SNC. Il trapianto è indicato in resistenza multi‑TKI, progressione, o ricaduta post‑risposta, con tempi rapidi una volta ottenuta una remissione citogenetico‑molecolare sufficiente.

In gravidanza i TKI sono controindicati soprattutto nel primo trimestre; l’interferone‑alfa pegilato e la leucaferesi sono considerate sicure se necessario. Nelle donne che pianificano un concepimento, l’approccio ideale è ottenere e mantenere DMR, interrompere il TKI e concepire in TFR con monitoraggio ravvicinato; negli uomini non è richiesta sospensione dei TKI per procreare. La vaccinazione con vaccini inattivati è raccomandata; attenzione alle interazioni con farmaci d’uso comune (macrolidi, azolici, antiepilettici induttori).

La prognosi con le nuove strategie terapeutiche è nettamente migliorata. Nell’era TKI la sopravvivenza a lungo termine si avvicina a quella della popolazione generale, specie nelle fasce d’età più giovani, con specifica mortalità da CML molto bassa per chi mantiene risposta molecolare profonda. Persistono gap di sopravvivenza con l’età avanzata e con comorbidità cardiovascolari; la progressione in fasi avanzate è rara se le milestone vengono rispettate e gestite precocemente. L’ELTS score al basale resta lo strumento preferito per la stratificazione del rischio di morte correlata a CML e può orientare intensità di follow‑up e aggressività terapeutica.

Complicanze

Le complicanze legate alla malattia includono sindrome da leucostasi (cefalea, vertigini, disturbi visivi, dispnea), infarti splenici nella splenomegalia importante, iperuricemia con artropatia gottosa o nefropatia uratica, emorragie e trombosi in presenza di piastrinosi con disfunzione piastrinica, e crisi blastica con coinvolgimenti extramidollari (cute, linfonodi, SNC). La leucostasi è un’urgenza ematologica: richiede fluidi, citoreduzione rapida (idrossiurea), gestione intensiva delle complicanze di organo; la leucaferesi è opzione temporizzante nei quadri sintomatici refrattari, mentre il controllo definitivo dipende dall’avvio del TKI. La progressione clonale verso le fasi avanzate rappresenta la complicanza evolutiva principale nei pazienti non trattati o con risposta subottimale/progressione sotto TKI.


Le complicanze correlate ai TKI sono in genere gestibili con riduzioni/interruzioni temporanee o switch, ma alcune hanno rilevanza clinica e prognostica e vanno anticipate con prevenzione mirata:

La mielosoppressione (neutropenia/trombocitopenia) è più frequente nelle prime settimane di qualsiasi TKI e si gestisce con pause e riprese a dose ridotta. Gli eventi cardiovascolari (in particolare con ponatinib e nilotinib) impongono valutazione pre‑trattamento del rischio, correzione aggressiva dei fattori modificabili e scelta personalizzata del TKI. I disturbi pleuro‑polmonari con dasatinib richiedono sospensione, diuretici/steroidi a seconda del quadro e, spesso, switch di molecola. La tossicità epatica va monitorata con test seriati, con sospensione temporanea o definitiva in caso di pattern severi o recidivanti.

Dopo interruzione del TKI, fino a un terzo dei pazienti può sviluppare dolore muscolo‑scheletrico (“TKI withdrawal syndrome”), generalmente autolimitato; la recidiva molecolare si concentra nei primi 6–8 mesi e si controlla in modo efficace riavviando il TKI. Nel complesso, un’impostazione proattiva (selezione attenta del TKI, educazione all’aderenza, sorveglianza molecolare e clinica) minimizza le complicanze e consolida la prognosi favorevole.

    Bibliografia
  1. Hochhaus A, et al. European LeukemiaNet 2020 recommendations for treating chronic myeloid leukemia. Leukemia. 2020;34(4):966-984.
  2. Khoury JD, et al. The 5th edition of the World Health Organization Classification of Haematolymphoid Tumours: Myeloid and Histiocytic/Dendritic Neoplasms. Leukemia. 2022;36(7):1703-1719.
  3. O’Brien SG, et al. Imatinib compared with interferon and low-dose cytarabine for newly diagnosed chronic-phase chronic myeloid leukemia. N Engl J Med. 2003;348(11):994-1004.
  4. Kantarjian H, et al. Dasatinib versus imatinib in newly diagnosed chronic-phase chronic myeloid leukemia. N Engl J Med. 2010;362(24):2260-2270.
  5. Saglio G, et al. Nilotinib versus imatinib for newly diagnosed chronic myeloid leukemia. N Engl J Med. 2010;362(24):2251-2259.
  6. Cortes JE, et al. Bosutinib versus imatinib for newly diagnosed chronic myeloid leukemia: results from the randomized BFORE trial. J Clin Oncol. 2018;36(3):231-237.
  7. Brümmendorf TH, et al. Bosutinib versus imatinib for newly diagnosed chronic phase chronic myeloid leukemia: final results from the BFORE trial. Leukemia. 2022;36(7):1825-1833.
  8. Réa D, et al. Asciminib in chronic myeloid leukemia after ABL kinase inhibitor treatment. N Engl J Med. 2021;385(7):614-624.
  9. Cortes JE, et al. Ponatinib dose-ranging study in chronic-phase chronic myeloid leukemia (OPTIC): a randomized, open-label, phase 2 trial. Blood. 2021;138(21):2042-2050.
  10. Saussele S, et al. Discontinuation of tyrosine kinase inhibitor therapy in chronic myeloid leukaemia (EURO-SKI): a prespecified interim analysis of a prospective, multicentre, non-randomised, trial. Lancet Oncol. 2018;19(6):747-757.
  11. Mahon FX, et al. Discontinuation of imatinib in patients with chronic myeloid leukaemia who have maintained complete molecular remission for at least 2 years: the Stop Imatinib (STIM) trial. Lancet Oncol. 2010;11(11):1029-1035.
  12. Hughes TP, et al. Moving treatment-free remission into mainstream clinical practice in chronic myeloid leukemia. Blood. 2016;128(1):17-23.
  13. Soverini S, et al. BCR-ABL kinase domain mutation analysis in chronic myeloid leukemia patients treated with tyrosine kinase inhibitors: recommendations by an expert panel. Blood. 2011;118(5):1208-1215.
  14. Pfirrmann M, et al. The EUTOS long-term survival (ELTS) score is superior to the Sokal score for predicting survival in chronic myeloid leukemia. Leukemia. 2020;34(8):2138-2149.
  15. Etienne G, et al. Long-term follow-up of the French Stop Imatinib (STIM1) study in patients with chronic myeloid leukemia. J Clin Oncol. 2017;35(3):298-305.