
Il linfoma di Hodgkin classico (cHL, classical Hodgkin lymphoma) è una neoplasia linfoide a cellule B mature caratterizzata dalla presenza delle tipiche cellule di Reed-Sternberg e delle loro varianti, immerse in un ricco contesto infiammatorio reattivo. Queste cellule derivano da linfociti B del centro germinativo che hanno perso gran parte del programma di differenziazione B-cellulare, incluso il repertorio dei geni delle immunoglobuline, e acquisito un fenotipo aberrante con espressione di marcatori come CD30 e CD15.
Il cHL comprende quattro sottotipi istologici (sclerosi nodulare, cellularità mista, ricco in linfociti, depleto in linfociti), che condividono caratteristiche biologiche comuni e vengono classificati come un’unica entità nella WHO-HAEM5. È distinto dal linfoma di Hodgkin nodulare a prevalenza linfocitaria, che rappresenta una forma separata con diversa patogenesi e comportamento clinico.
Il linfoma di Hodgkin rappresenta circa il 10% di tutti i linfomi e meno dell’1% di tutte le neoplasie maligne. Il cHL costituisce la stragrande maggioranza dei casi (circa il 90-95%). L’incidenza annuale è di 2–3 casi ogni 100.000 abitanti nei Paesi occidentali, con un tipico picco bimodale: il primo tra i 15 e i 35 anni, il secondo dopo i 55 anni. È leggermente più frequente nel sesso maschile. L’introduzione di regimi polichemioterapici combinati e della radioterapia ha portato a tassi di guarigione superiori all’80%, rendendo il cHL una delle neoplasie ematologiche a prognosi più favorevole.
La caratterizzazione biologica e molecolare di questa malattia è fondamentale per comprendere i meccanismi di immunoevasione, per perfezionare le strategie terapeutiche e per prevenire tossicità a lungo termine nei pazienti guariti.
Il linfoma di Hodgkin classico è una malattia di origine B-cellulare, ma le cellule neoplastiche hanno perso la maggior parte del programma tipico del linfocita B del centro germinativo, inclusa la capacità di esprimere immunoglobuline funzionali. Le cause eziologiche precise non sono del tutto note, ma un ruolo centrale è attribuito all’infezione da virus di Epstein-Barr (EBV), rilevabile nel 20–50% dei casi a seconda del sottotipo e del contesto geografico. L’EBV contribuisce attraverso l’espressione delle proteine latenti (EBNA1, LMP1, LMP2) che mimano segnali di attivazione dei recettori e promuovono sopravvivenza, proliferazione e resistenza all’apoptosi.
Tra i fattori di rischio sono riconosciuti: familiarità (sebbene senza trasmissione mendeliana), immunodeficienze congenite o acquisite (HIV, post-trapianto), e storia pregressa di mononucleosi infettiva. Anche fattori ambientali, come l’esposizione precoce a infezioni o lo status socioeconomico, influenzano l’epidemiologia della malattia.
Dal punto di vista patogenetico, le cellule di Reed-Sternberg derivano da centroblasti apoptotici mancati, che in condizioni normali sarebbero stati eliminati a causa di una ricombinazione non produttiva dei geni delle immunoglobuline. L’acquisizione di meccanismi di sopravvivenza, spesso mediati dall’EBV o da alterazioni genetiche somatiche, permette loro di sfuggire all’apoptosi.
A livello molecolare, il cHL mostra una spiccata attivazione costitutiva del pathway NF-κB, che sostiene la trascrizione di geni anti-apoptotici e pro-infiammatori. Questa attivazione è dovuta a mutazioni inattivanti di inibitori (TNFAIP3/A20, NFKBIA) o a segnali indotti da LMP1 virale. Concorrono anche le vie JAK/STAT (spesso mediante amplificazione di 9p24.1, che include i geni PD-L1 e PD-L2), e PI3K/AKT, che promuovono sopravvivenza e proliferazione.
Le principali vie di segnalazione attivate nelle cellule di Reed-Sternberg comprendono:
Un aspetto peculiare è il microambiente reattivo: le cellule neoplastiche rappresentano solo l’1–2% della massa tumorale, mentre il resto è costituito da linfociti T CD4+ helper, macrofagi, eosinofili, plasmacellule e fibroblasti. Queste cellule sono reclutate attraverso la secrezione di chemochine e citochine (IL-5, IL-13, TARC/CCL17, CCL22) e creano un milieu che favorisce la crescita tumorale e l’immunoevasione.
Alterazioni genetiche addizionali riguardano geni del controllo epigenetico (CREBBP, EP300), della segnalazione JAK/STAT e dell’interazione con il microambiente. Insieme, queste anomalie spiegano la plasticità biologica delle cellule di Reed-Sternberg e la varietà delle presentazioni cliniche.
Dal punto di vista fisiopatologico, le conseguenze dell’interazione tra cellule neoplastiche e microambiente comprendono linfoadenopatia progressiva, sintomi sistemici da rilascio citochinico (febbre, sudorazioni notturne, calo ponderale) e immunodepressione cellulo-mediata. Questo spiega sia la sintomatologia tipica di presentazione, sia la suscettibilità a infezioni opportunistiche in corso di malattia o terapia.
Il quadro clinico del linfoma di Hodgkin classico è variabile e dipende dallo stadio di malattia, dalla distribuzione anatomica delle adenopatie, dal coinvolgimento extranodale e dall’intensità della risposta infiammatoria sistemica. In una quota significativa di pazienti la presentazione iniziale è subdola, con linfoadenopatia asintomatica riscontrata incidentalmente. In altri casi, i sintomi sistemici dominano il quadro clinico sin dalle prime fasi.
L’anamnesi deve indagare accuratamente la presenza dei sintomi B: febbre persistente superiore a 38 °C senza causa infettiva documentata, sudorazioni notturne profuse e calo ponderale involontario >10% nei 6 mesi precedenti. Questi sintomi compaiono in circa un terzo dei pazienti e hanno valore prognostico negativo. È importante rilevare anche la presenza di astenia cronica, prurito diffuso (talora acquagenico), dolore linfonodale evocato dall’assunzione di alcol (sintomo raro ma altamente suggestivo) e sintomi da compressione mediastinica come tosse secca persistente, dispnea da sforzo o dolore toracico. Nei pazienti con interessamento addominale avanzato, la sintomatologia può includere dolore in ipocondrio sinistro o destro per splenomegalia ed epatomegalia.
All’esame obiettivo, il reperto più frequente è la linfoadenopatia periferica cervicale o sopraclaveare, non dolente, di consistenza elastica, spesso bilaterale e progressivamente ingravescente. Nei pazienti con interessamento mediastinico, l’obiettivo può evidenziare turgore giugulare o edemi declivi da sindrome della vena cava superiore. Nelle fasi più avanzate compaiono splenomegalia, epatomegalia, segni di anemia e, in rari casi, tumefazioni extranodali palpabili.
L’evoluzione clinica segue un andamento correlato alla diffusione linfonodale e agli stadi Ann Arbor: nella malattia iniziale localizzata i sintomi possono mancare e il quadro è limitato a poche stazioni linfonodali; nella malattia avanzata la sintomatologia sistemica è più evidente, con febbre remittente, sudorazioni notturne, perdita di peso marcata, astenia profonda e prurito invalidante. La comparsa di sintomi compressivi (tosse, dispnea, dolore toracico) o di dolore addominale è suggestiva di masse bulky mediastiniche o addominali.
In sintesi, la sintomatologia del linfoma di Hodgkin classico riflette l’interazione tra le cellule di Reed-Sternberg e il microambiente infiammatorio, traducendosi in sintomi sistemici, linfoadenopatie progressive e, negli stadi avanzati, coinvolgimento extranodale e organomegalie. La raccolta anamnestica minuziosa e l’esame obiettivo sistematico rappresentano i primi passi fondamentali per il sospetto diagnostico.
Il sospetto di linfoma di Hodgkin classico nasce in presenza di linfoadenopatie persistenti, elastiche e non dolenti, soprattutto a livello cervicale o mediastinico, associate o meno a sintomi sistemici. La valutazione iniziale comprende anamnesi accurata, esame obiettivo completo e indagini laboratoristiche di base (emocromo, VES, PCR, LDH, funzionalità epatica e renale), utili per caratterizzare lo stato generale e orientare verso un processo linfoproliferativo.
Gli accertamenti di primo livello includono ecografia delle stazioni linfonodali superficiali e TC con mezzo di contrasto del torace, addome e pelvi per definire la presenza di adenopatie profonde o organomegalie. La PET/TC con 18F-FDG, esame imprescindibile in questa patologia, consente non solo di identificare le sedi di malattia metabolicamente attiva, ma anche di guidare la scelta del linfonodo da sottoporre a biopsia.
La diagnosi definitiva richiede sempre una biopsia escissionale linfonodale, che rappresenta il gold standard. La valutazione istologica documenta la presenza di cellule di Reed-Sternberg e varianti (lacunari, mononucleate, mummificate) immerse in un infiltrato infiammatorio reattivo. L’immunoistochimica conferma l’immunofenotipo tipico: CD30+, CD15+ frequente, PAX5 debole, assenza dei marcatori B maturi (CD20, CD79a) e positività variabile per MUM1. La morfologia e il fenotipo consentono di distinguere il cHL da altre neoplasie CD30-positive (linfoma anaplastico a grandi cellule, linfoma diffuso a grandi cellule B primitivo mediastinico).
Indagini ancillari comprendono EBER-ISH per la ricerca di EBV, utile per la caratterizzazione biologica, e test molecolari su geni della via JAK/STAT (come le amplificazioni di 9p24.1 che includono PD-L1 e PD-L2), a supporto della comprensione prognostica e terapeutica. La biopsia osteomidollare è oggi riservata a casi selezionati, poiché la PET/TC ha maggiore sensibilità nell’identificare il coinvolgimento midollare.
Secondo la classificazione WHO-HAEM5 e le linee guida internazionali (NCCN, ESMO), la diagnosi di linfoma di Hodgkin classico si fonda su:
La stadiazione clinica utilizza la classificazione di Ann Arbor (modificata Cotswolds):
Ogni stadio viene ulteriormente stratificato in base alla presenza di sintomi B (B-symptoms) e alla presenza di masse bulky (≥10 cm o >1/3 del diametro toracico trasverso).
La strategia terapeutica del linfoma di Hodgkin classico si fonda sull’associazione di polichemioterapia e radioterapia, con l’obiettivo di ottenere la guarigione definitiva, che è possibile in oltre l’80% dei pazienti. La scelta del trattamento dipende dallo stadio Ann Arbor, dalla presenza di sintomi B, dalle dimensioni delle masse bulky e da fattori prognostici aggiuntivi definiti dall’International Prognostic Score (IPS) nei pazienti in stadio avanzato.
Nei pazienti in stadio iniziale favorevole (I–II senza sintomi B e senza masse bulky), la terapia standard prevede 2–3 cicli di ABVD (doxorubicina, bleomicina, vinblastina, dacarbazina) seguiti da radioterapia involved-site (ISRT) a dosi ridotte. L’uso combinato consente tassi di remissione completa >95%. Nei pazienti in stadio iniziale sfavorevole (I–II con sintomi B o masse bulky), si utilizzano 4 cicli di ABVD associati a ISRT.
Negli stadi avanzati (III–IV), il trattamento standard è costituito da 6 cicli di ABVD. In pazienti ad alto rischio, o quando la risposta precoce valutata con PET interim è subottimale, si può impiegare lo schema più intensivo BEACOPP-escalated, che aumenta la probabilità di remissione ma comporta maggiore tossicità ematologica, gonadotossicità e rischio di neoplasie secondarie. La PET/TC dopo 2 cicli (PET-2) è cruciale: una PET negativa consente di ridurre intensità e durata della terapia, mentre una PET positiva orienta verso intensificazione terapeutica.
Il monitoraggio della risposta si basa sulla PET/TC secondo la Deauville 5-point scale. I pazienti che raggiungono risposta metabolica completa dopo 2–4 cicli di terapia hanno prognosi eccellente e possono beneficiare di de-escalation terapeutica, riducendo tossicità a lungo termine. La PET di fine trattamento è lo standard per documentare la remissione completa.
In caso di malattia recidivata o refrattaria, l’approccio standard è la chemioterapia di salvataggio (ICE, DHAP, GDP, IGEV) seguita da trapianto autologo di cellule staminali, che offre le migliori possibilità di guarigione. Nei pazienti non candidabili o refrattari al trapianto, sono disponibili opzioni mirate: l’anticorpo coniugato anti-CD30 brentuximab vedotin, gli inibitori del checkpoint PD-1 (nivolumab, pembrolizumab), e nuove combinazioni sperimentali con altri agenti biologici. L’integrazione di immunoterapia e terapia mirata ha ampliato le possibilità di trattamento anche nei casi ad alto rischio.
In popolazioni speciali, come donne in gravidanza, la gestione deve essere personalizzata. Nelle forme indolenti e senza sintomi, può essere adottata una strategia di attesa fino al secondo trimestre, quando la chemioterapia (es. ABVD senza bleomicina) può essere somministrata con relativa sicurezza. Nei pazienti anziani o fragili, la riduzione delle dosi e l’impiego di regimi meno tossici (es. AVD ± brentuximab) sono opzioni considerate.
La prognosi del linfoma di Hodgkin classico è tra le migliori in oncoematologia: la sopravvivenza globale a 5 anni supera l’85–90% negli stadi precoci e il 70–80% negli stadi avanzati. I principali determinanti prognostici negativi sono la presenza di sintomi B, malattia bulky, età >45 anni, stadio avanzato, aumento della VES e un IPS ≥3. Il monitoraggio a lungo termine deve includere anche la prevenzione delle complicanze tardive da terapia (neoplasie secondarie, cardiotossicità, infertilità), che influenzano la qualità di vita dei pazienti guariti.
Le complicanze legate alla malattia derivano dall’espansione delle masse linfonodali e dal rilascio di citochine da parte delle cellule di Reed-Sternberg e del microambiente. Sintomi B persistenti, compressione mediastinica con sindrome della vena cava superiore, ostruzione bronchiale, dolore addominale da splenomegalia, epatomegalia e, più raramente, infiltrazione extranodale (polmone, fegato, osso, midollo osseo) sono complicanze tipiche delle fasi avanzate. L’immunodepressione cellulo-mediata può predisporre a infezioni opportunistiche.
Le complicanze correlate ai trattamenti dipendono da chemioterapia, radioterapia e, nei casi recidivati, trapianto e nuove terapie mirate:
Complicanze frequenti a lungo termine comprendono infertilità, cardiotossicità (doxorubicina, radioterapia mediastinica), tossicità polmonare (bleomicina, RT toracica) e neoplasie secondarie. Strategie preventive includono limitazione cumulativa delle dosi, uso di schemi meno tossici quando appropriato, monitoraggio cardiologico e polmonare periodico, e preservazione della fertilità prima della terapia nei pazienti giovani.
Nel complesso, le complicanze acute e tardive non compromettono l’eccezionale prognosi del linfoma di Hodgkin classico se la terapia è ben pianificata e personalizzata, ma richiedono una gestione multidisciplinare e un follow-up a lungo termine per garantire non solo la guarigione, ma anche una buona qualità di vita.