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Neoplasia mielodisplastica/mieloproliferativa con neutrofilia

La neoplasia mielodisplastica/mieloproliferativa con neutrofilia (MDS/MPN-N) è una rara entità clonale appartenente al gruppo delle neoplasie “overlap”, caratterizzata dalla compresenza di displasia multilineare e di una proliferazione neutrofila persistente.
Si distingue dalla leucemia neutrofila cronica (CNL) per l’associazione costante con alterazioni displastiche e per la presenza di un panorama molecolare più eterogeneo, che comprende mutazioni a carico di CSF3R, SETBP1, ASXL1, TET2, SRSF2 e geni della via RAS.

Dal punto di vista epidemiologico, la MDS/MPN con neutrofilia rappresenta una entità eccezionalmente rara, con incidenza stimata inferiore a 0,1 casi ogni 100.000 abitanti/anno. Colpisce prevalentemente soggetti di età avanzata (età mediana >65 anni) e mostra una lieve prevalenza nel sesso maschile. La storia naturale è variabile, con alcuni pazienti che presentano una fase cronica indolente e altri che evolvono rapidamente verso forme accelerate o blastiche con trasformazione leucemica.

L’inquadramento nosologico di questa neoplasia ha richiesto un progressivo affinamento dei criteri classificativi: la presenza concomitante di neutrofilia sostenuta (generalmente >13 ×109/L), displasia midollare e clonalità genetica rappresenta il nucleo diagnostico distintivo, che la separa sia dalle sindromi mielodisplastiche classiche sia dalle neoplasie mieloproliferative croniche Ph-negative.

Eziologia, patogenesi e fisiopatologia

La neoplasia mielodisplastica/mieloproliferativa con neutrofilia (MDS/MPN-N) è una rara entità clonale della cellula staminale ematopoietica, caratterizzata da un fenotipo ibrido in cui coesistono anomalie displastiche e proliferazione predominante della linea granulocitica neutrofila.

La malattia è distinta dalla leucemia neutrofila cronica (CNL) per l’associazione costante con displasia multilineare e per la presenza di anomalie clonali peculiari, collocandosi nello spettro delle neoplasie “overlap”.
Alla base vi è un danno genetico acquisito che altera in modo persistente la regolazione della granulopoiesi e la stabilità genomica, portando ad accumulo progressivo di neutrofili maturi e precursori displastici.

L’eziologia è quasi sempre idiopatica, senza riconoscimento di fattori ambientali specifici, anche se, in analogia con altre neoplasie mieloidi, esposizioni a radiazioni ionizzanti o a agenti citotossici possono essere implicate nelle rare forme secondarie (therapy-related). Il principale fattore predisponente è l’età avanzata, con maggiore incidenza nel sesso maschile. In questo contesto, l’ematopoiesi clonale dell’invecchiamento (CH/CHIP) costituisce un substrato biologico su cui eventi genetici aggiuntivi innescano la trasformazione patologica.

Dal punto di vista molecolare, la caratteristica più frequente è la mutazione CSF3R, soprattutto la sostituzione T618I nel dominio transmembrana, che genera un segnale di attivazione costitutiva dei recettori per G-CSF, con iperproliferazione neutrofila. Mutazioni concomitanti in SETBP1 e ASXL1 aggravano il difetto maturativo e sono associate a prognosi peggiore. In altri casi, si riscontrano varianti a carico di ETNK1, TET2, SRSF2 o geni della via RAS, che contribuiscono a definire la complessità del panorama mutazionale. La coesistenza di mutazioni multiple favorisce l’instabilità clonale e la progressione verso fenotipi più aggressivi.

Il microambiente midollare partecipa attivamente al processo patologico: la produzione di G-CSF e di citochine pro-infiammatorie da parte delle cellule stromali e dei neutrofili stessi alimenta un circuito autocrino che amplifica la proliferazione clonale. I neutrofili patologici rilasciano specie reattive dell’ossigeno e enzimi proteolitici che contribuiscono a danno tissutale e perpetuano lo stato infiammatorio cronico.

L’instabilità genomica, favorita dallo stress ossidativo e dalla perdita di integrità dei checkpoint mitotici, conduce all’acquisizione di anomalie citogenetiche addizionali (trisomia 8, del(7q), alterazioni complesse) che accompagnano la progressione e aumentano il rischio di evoluzione leucemica. Mutazioni in geni epigenetici (ASXL1, TET2, DNMT3A) accentuano la deregulation trascrizionale e consolidano il fenotipo aggressivo.

La cellula staminale leucemica in questa entità conserva capacità di autorinnovamento e di quiescenza relativa, mostrando però una spiccata dipendenza dal segnale mediato da CSF3R. L’attivazione metabolica è orientata verso la glicolisi aerobia e l’attività ossidativa mitocondriale, che sostengono la sopravvivenza prolungata e la resistenza ai vincoli ambientali. Alterazioni delle vie Wnt/β-catenina e Hedgehog completano il quadro di adattamento clonale, favorendo persistenza e refrattarietà terapeutica.

L’evoluzione naturale è segnata dall’accumulo di danno genetico e dalla progressiva selezione di sottocloni aggressivi, con rischio concreto di trasformazione in leucemia acuta mieloide.

Le manifestazioni cliniche fisiopatologiche dirette includono astenia e calo ponderale da ipermetabolismo, splenomegalia dolorosa da ematopoiesi extramidollare, complicanze infiammatorie e autoimmuni correlate all’iperattivazione neutrofila, citopenie da emopoiesi inefficace (anemia e piastrinopenia), oltre a iperuricemia e rischio di sindrome da leucostasi nei casi con leucocitosi estrema. Questi segni costituiscono la traduzione clinica immediata dei meccanismi molecolari e cellulari sottesi alla malattia.

Manifestazioni cliniche

Il quadro clinico della neoplasia mielodisplastica/mieloproliferativa con neutrofilia (MDS/MPN-N), precedentemente nota come leucemia neutrofila cronica atipica, è caratterizzato da un’espressione intermedia tra caratteristiche displastiche e proliferative, con un fenotipo clinico dominato dalla neutrofilia persistente. La presentazione varia da forme inizialmente paucisintomatiche, diagnosticate in modo incidentale, a quadri clinici complessi con sintomi sistemici, splenomegalia e progressione blastica.

L’anamnesi deve esplorare sintomi generali quali astenia persistente, calo ponderale non intenzionale, febbre di origine non infettiva e sudorazioni notturne. La leucocitosi neutrofila marcata può essere responsabile di cefalea, disturbi visivi transitori, dispnea o sintomi neurologici da leucostasi. Alcuni pazienti riferiscono dolore o senso di ripienezza in ipocondrio sinistro correlato a splenomegalia, nonché dolore osseo da espansione midollare. È importante indagare la storia di episodi trombotici, emorragici o infezioni ricorrenti, possibili complicanze della disfunzione mieloide.

All’esame obiettivo, la splenomegalia rappresenta il reperto più frequente, variabile per grado e talora associata a epatomegalia. Possono emergere pallore cutaneo-mucoso da anemia, petecchie o ecchimosi per piastrinopenia, e raramente adenopatie periferiche. Nei casi a più spiccata attività proliferativa si osservano segni di ipercatabolismo come febbre, sudorazioni notturne e perdita di peso. Nei sottotipi con evoluzione blastica si rilevano manifestazioni sovrapponibili a quelle della leucemia mieloide acuta, con pancitopenia sintomatica, infezioni severe e infiltrati extramidollari.

Due sono i principali profili clinici osservabili: nelle forme a fenotipo prevalentemente displastico prevalgono i sintomi da citopenie (astenia, infezioni, sanguinamenti), mentre nelle forme a fenotipo proliferativo dominano neutrofilia, splenomegalia, iperuricemia e sintomi da leucostasi. In entrambi i quadri la malattia può evolvere progressivamente con incremento della quota di blasti e trasformazione acuta.

In sintesi, la sintomatologia della MDS/MPN con neutrofilia riflette il bilancio tra insufficienza midollare e iperproliferazione clonale, con manifestazioni che spaziano da quadri paucisintomatici a forme aggressive e rapidamente evolutive. L’anamnesi e l’esame obiettivo rimangono fondamentali per riconoscere tempestivamente i segni caratteristici e orientare gli accertamenti diagnostici.

Accertamenti e diagnosi

L’iter diagnostico della neoplasia mielodisplastica/mieloproliferativa con neutrofilia richiede un approccio sequenziale che parte dal sospetto clinico-laboratoristico fino alla conferma morfologica e molecolare. La diagnosi si fonda sulla dimostrazione di neutrofilia persistente con caratteristiche clonali, associata a displasia midollare e all’esclusione di altre neoplasie mieloproliferative o cause reattive.

Il sospetto nasce dal riscontro di leucocitosi persistente con neutrofili segmentati e a bastoncello >80% dei leucociti totali, neutrofili immaturi <10% e blasti <20%. L’anamnesi deve escludere condizioni infettive croniche, stati infiammatori sistemici e neoplasie solide che possano determinare neutrofilia reattiva.

Gli accertamenti di primo livello comprendono emocromo con formula leucocitaria e striscio periferico. L’emocromo documenta leucocitosi spesso superiore a 25–30×10⁹/L, con predominanza di neutrofili maturi, associata a variabili gradi di anemia e piastrinopenia. Lo striscio evidenzia neutrofili morfologicamente anomali, con nuclei ipersegmentati o dismorfici, e displasia granulocitaria. LDH e acido urico sono frequentemente elevati.

L’aspirato midollare mostra ipercellularità con predominanza granulocitaria, maturazione relativamente completa ma con displasia marcata; i blasti sono <20%. La biopsia osteomidollare documenta ipercellularità diffusa, riduzione del tessuto adiposo e incremento variabile della fibrosi reticolinica.

Gli studi citogenetici e molecolari rappresentano il cardine della diagnosi. La neoplasia è definita dall’assenza del riarrangiamento BCR-ABL1 e di riarrangiamenti coinvolgenti PDGFRA, PDGFRB, FGFR1 o PCM1-JAK2. Mutazioni somatiche ricorrenti includono CSF3R (in particolare T618I), SETBP1, ASXL1, ETNK1, che supportano la natura clonale e contribuiscono alla stratificazione prognostica.

L’immunofenotipo mediante citofluorimetria non è diagnostico, ma può evidenziare anomalie nella maturazione granulocitaria o nell’espressione di marcatori mieloidi. La valutazione molecolare avanzata (NGS) è cruciale per definire il profilo mutazionale e orientare le decisioni terapeutiche.


Le diagnosi differenziali comprendono la leucemia mieloide cronica BCR-ABL1 positiva, la leucemia neutrofila cronica classica (ora entità distinta), le monocitosi reattive e le neutrofilie secondarie a stati infettivi o infiammatori.

Gli accertamenti complementari includono ecografia addominale o TC per documentare splenomegalia, profilo biochimico per la valutazione metabolica, funzionalità renale ed epatica, e analisi molecolari estese per definizione prognostica e predittiva. Nei casi con progressione blastica, è indicato un approfondimento citogenetico e molecolare mirato per identificare mutazioni target e orientare la strategia terapeutica.

Trattamento e prognosi

La strategia terapeutica nella neoplasia mielodisplastica/mieloproliferativa con neutrofilia (MDS/MPN-N) è complessa per la rarità della patologia e l’assenza di linee guida standardizzate, e si basa sull’integrazione di dati clinici, molecolari e prognostici. L’obiettivo primario è duplice: da un lato il controllo della proliferazione neutrofila e delle complicanze correlate (sindrome da iperviscosità, splenomegalia, rischio trombotico), dall’altro la prevenzione della progressione verso fasi avanzate o trasformazione leucemica. La decisione terapeutica viene guidata da età, comorbidità, carico sintomatologico e profilo genetico (con particolare rilievo alla mutazione di CSF3R, driver principale della malattia).

Nei pazienti asintomatici e con stabilità ematologica può essere appropriata una strategia di watch and wait con monitoraggio clinico e laboratoristico regolare, riservando il trattamento attivo alla comparsa di sintomi o complicanze. Nelle fasi proliferative, l’idrossiurea rappresenta la terapia citoreducente di prima linea per contenere leucocitosi e splenomegalia, con aggiustamento posologico in base a tolleranza e risposta. La leucocitosi estrema o le complicanze da leucostasi richiedono idratazione vigorosa, profilassi dell’iperuricemia e, nei casi più gravi, ricorso a leucaferesi come misura temporizzante.

Il razionale biologico ha portato all’impiego di farmaci mirati: nelle forme con mutazione CSF3R T618I, che attiva costitutivamente la via JAK-STAT, gli inibitori di JAK (in particolare ruxolitinib) hanno mostrato efficacia nel ridurre sintomi sistemici e splenomegalia, seppur con risposte parziali sulla componente proliferativa. Nei casi con mutazioni co-driver (SETBP1, ASXL1, RUNX1) o progressione clonale, gli ipometilanti (azacitidina, decitabina) vengono utilizzati, spesso come ponte al trapianto o in combinazione con citoreduzione, con risposte variabili ma talora prolungate. La combinazione con venetoclax è in studio e riservata a setting sperimentali.

Il trapianto allogenico di cellule staminali emopoietiche rappresenta l’unica opzione potenzialmente curativa e va considerato nei pazienti fit ad alto rischio, soprattutto in presenza di fattori avversi (progressione dei blasti, citopenie refrattarie, mutazioni ad alto rischio, splenomegalia sintomatica massiva). L’ottimizzazione pre-trapianto con citoreduzione (idrossiurea, HMA, inibitori JAK) è cruciale per ridurre la morbilità peri-procedurale. La scelta del condizionamento (mieloablativo o ridotto) dipende da età e comorbidità.

Il monitoraggio prevede emocromo seriato, valutazione della quota di neutrofili e precursori circolanti, dimensioni della milza, valutazione di citopenie concomitanti e rivalutazioni midollari periodiche, soprattutto in caso di peggioramento clinico o sospetta evoluzione. L’analisi molecolare seriale (NGS mirato per CSF3R e co-mutazioni) supporta la definizione prognostica e la pianificazione terapeutica.

La prognosi è variabile: alcuni pazienti mantengono un decorso cronico con discreta qualità di vita, mentre altri evolvono rapidamente verso insufficienza midollare o trasformazione in leucemia mieloide acuta. Fattori negativi includono elevata leucocitosi persistente, mutazioni aggiuntive ad alto rischio (ASXL1, SETBP1, RUNX1), necessità precoce di terapie ipometilanti e splenomegalia refrattaria. Nei pazienti trapiantati in fase di controllo ematologico, la sopravvivenza libera da recidiva è significativamente superiore rispetto a quelli trapiantati in fase avanzata.

Complicanze

Le complicanze della MDS/MPN con neutrofilia derivano sia dalla malattia sia dai trattamenti.

La leucocitosi estrema può determinare sindrome da leucostasi, con sintomi neurologici (cefalea, disturbi visivi, deficit focali), respiratori (dispnea, ipossiemia) e cardiovascolari (ischemia, trombosi), configurando un’urgenza ematologica che impone rapida citoreduzione e gestione intensiva di organo.

L’iperuricemia da turnover cellulare può indurre nefropatia uratica e crisi gottose.

La splenomegalia massiva può complicarsi con dolore cronico, sazietà precoce, infarti splenici e, raramente, rottura splenica. Sono documentati anche eventi trombotici ed emorragici, in parte legati alla disfunzione piastrinica associata alla malattia clonale.

Le complicanze da trattamento comprendono citopenie iatrogene e infezioni ricorrenti con HMA, tossicità cutanea e mucosale con idrossiurea, immunosoppressione e rischio infettivo con ruxolitinib (incluse infezioni opportunistiche), e complicanze proprie del trapianto allogenico (GVHD, infezioni, tossicità d’organo). La gestione richiede un approccio proattivo con profilassi antimicrobica mirata, monitoraggio ravvicinato, correzione di fattori predisponenti (sovraccarico marziale, disfunzioni d’organo) e coordinamento multidisciplinare.

La trasformazione leucemica rappresenta la complicanza evolutiva più severa e si accompagna a rapido peggioramento clinico, resistenza ai trattamenti convenzionali e prognosi infausta, se non trattata con strategie intensive e trapianto precoce.

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