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Neoplasia mielodisplastica con fibrosi

La neoplasia mielodisplastica con fibrosi (MDS-f, myelodysplastic neoplasm with fibrosis) è una variante delle sindromi mielodisplastiche caratterizzata dalla presenza di una significativa fibrosi reticolinica o collagena nel midollo osseo, associata a displasia multilineare e citopenie periferiche. La fibrosi midollare non rappresenta soltanto un reperto istologico accessorio, ma una componente patogenetica che condiziona la progressione della malattia, l’efficacia terapeutica e la prognosi globale.

In condizioni fisiologiche, il microambiente stromale midollare fornisce supporto trofico e strutturale alla cellula staminale ematopoietica. Nell’MDS-f, mutazioni somatiche clonali delle cellule emopoietiche determinano un’attivazione aberrante dei megacariociti e delle citochine profibrotiche (tra cui TGF-β e PDGF), con conseguente deposito di fibre reticoliniche e collagene da parte dei fibroblasti stromali. Questo processo altera in profondità l’architettura del midollo osseo, ostacolando l’ematopoiesi fisiologica e favorendo il fenomeno dell’ematopoiesi extramidollare in organi come milza e fegato.

Dal punto di vista clinico, la malattia si manifesta con citopenie croniche spesso più severe rispetto alle forme senza fibrosi, splenomegalia secondaria all’ematopoiesi extramidollare e sintomi sistemici da ipermetabolismo. Le difficoltà diagnostiche sono maggiori per la necessità di aspirati midollari spesso “a secco”, che richiedono una biopsia osteomidollare per documentare la fibrosi e la displasia.

Epidemiologicamente, l’MDS-f rappresenta circa il 10–15% di tutte le sindromi mielodisplastiche e interessa principalmente soggetti in età avanzata, con una prognosi più sfavorevole rispetto alle forme senza fibrosi. La presenza di fibrosi, infatti, si associa a un aumento del rischio di evoluzione in leucemia mieloide acuta e a una ridotta sopravvivenza globale, rendendo questa variante clinica una delle più impegnative dal punto di vista terapeutico e gestionale.

Eziologia, patogenesi e fisiopatologia

La neoplasia mielodisplastica con fibrosi è una variante delle sindromi mielodisplastiche caratterizzata dalla presenza di un quadro displastico associato a un aumento significativo della fibrosi reticolinica e/o collagena nel midollo osseo. Questo fenotipo riflette la combinazione di lesioni clonali della cellula staminale ematopoietica con una risposta stromale patologica, in cui i megacariociti displastici e le cellule del microambiente rilasciano mediatori pro-fibrotici che stimolano i fibroblasti midollari. Il risultato è un contesto biologico in cui l’ematopoiesi risulta profondamente alterata, con citopenie periferiche marcate e ridotta riserva ematopoietica.

La genesi della malattia è somatica e acquisita. Le forme de novo sono le più comuni, mentre quelle secondarie a terapia si osservano in seguito a esposizione a radiazioni ionizzanti o a chemioterapici citotossici, in particolare agenti alchilanti e inibitori della topoisomerasi. Tra i fattori di rischio rientrano l’età avanzata, che favorisce l’accumulo di mutazioni clonali, e condizioni infiammatorie croniche che contribuiscono alla selezione delle cellule portatrici di mutazioni driver. Varianti costituzionali a bassa penetranza possono modulare la suscettibilità individuale, ma non esistono mutazioni germinali ad alta penetranza strettamente correlate a questa variante.

Sul piano molecolare, l’assetto mutazionale comprende alterazioni comuni alle altre MDS, con frequenti mutazioni di geni epigenetici (TET2, ASXL1, DNMT3A, EZH2), dello splicing (SRSF2, U2AF1, SF3B1), della coesina (STAG2, RAD21) e geni oncosoppressori come TP53. Le anomalie citogenetiche associate includono del(5q), monosomia 7 o del(7q), trisomia 8 e cariotipi complessi. In questo sottotipo, le alterazioni dei megacariociti e la loro secrezione aberrante di TGF-β, PDGF e bFGF rivestono un ruolo cruciale nell’attivazione fibroblastica e nella deposizione di matrice extracellulare.

L’instabilità genomica contribuisce al peggioramento della malattia attraverso l’accumulo di anomalie citogenetiche addizionali e di mutazioni secondarie che conferiscono vantaggio proliferativo ai sottocloni più aggressivi. Il microambiente midollare fibrotico amplifica la selezione di tali sottopopolazioni, riducendo ulteriormente lo spazio funzionale per le cellule normali e favorendo l’evoluzione verso stati più avanzati.

Dal punto di vista fisiopatologico, la fibrosi midollare compromette l’architettura e la funzionalità del midollo, causando una drastica riduzione della produzione ematopoietica efficace.

Le citopenie periferiche (anemia trasfusione-dipendente, neutropenia, piastrinopenia) rappresentano la conseguenza clinica diretta dell’ematopoiesi inefficace e della perdita di riserva midollare. Inoltre, la fibrosi stimola l’attivazione di processi compensatori come l’ematopoiesi extramidollare, soprattutto splenica ed epatica, che può determinare splenomegalia ed epatomegalia. Questo quadro si associa a sintomi sistemici come astenia, dolori ossei, predisposizione alle infezioni ed eventi emorragici, traducendo la profonda disfunzione biologica indotta dall’interazione tra clone neoplastico e microambiente stromale.

Manifestazioni cliniche

Il quadro clinico della neoplasia mielodisplastica con fibrosi (MDS-f) è caratterizzato da una combinazione di segni da insufficienza midollare, complicanze ematologiche gravi e manifestazioni legate all’alterata architettura del midollo osseo, che ostacola l’emopoiesi fisiologica e favorisce l’espansione extramidollare. La presentazione è spesso subdola, ma il decorso clinico risulta generalmente più aggressivo rispetto alle forme senza fibrosi, con tendenza a una progressione rapida verso quadri acuti.

L’anamnesi deve esplorare la presenza di sintomi da anemia cronica (astenia ingravescente, dispnea, vertigini, palpitazioni), manifestazioni emorragiche da trombocitopenia (epistassi ricorrenti, ecchimosi spontanee, sanguinamenti gengivali e menorragie) ed episodi infettivi ripetuti o gravi correlati a neutropenia. Rispetto ad altre forme di MDS, la fibrosi è spesso associata a sintomi sistemici più marcati, come febbricola persistente, sudorazioni notturne profuse e calo ponderale progressivo, segni di ipermetabolismo che possono segnalare instabilità biologica. È frequente la comparsa di dolore osseo, senso di peso o dolore in ipocondrio sinistro da splenomegalia e, nei casi avanzati, segni di iperuricemia sintomatica.

All’esame obiettivo, oltre al pallore cutaneo-mucoso e alle petecchie, sono frequenti splenomegalia e, meno spesso, epatomegalia, correlate alla comparsa di ematopoiesi extramidollare. La milza può diventare progressivamente massiva e sintomatica, con dolore o rischio di infarto splenico. I reperti di adenopatie periferiche sono rari, ma la valutazione deve sempre indagare tumefazioni sospette per localizzazioni extramidollari blastiche.

La progressione clinica è segnata dal peggioramento delle citopenie: l’anemia diventa severa e trasfusione-dipendente, la trombocitopenia si complica con emorragie maggiori (gastrointestinali o intracraniche) e la neutropenia favorisce infezioni severe e opportunistiche. L’espansione della fibrosi determina dolore osseo intenso e peggioramento del quadro splenico. La comparsa di febbre elevata persistente, incremento dei blasti periferici e instabilità clinica segnala la transizione verso una fase acuta.

Nella fase di trasformazione blastica, la malattia assume caratteristiche cliniche simili a una leucemia acuta, con pancitopenia profonda, febbre alta, emorragie incontrollabili, infezioni gravi e localizzazioni extramidollari in cute, linfonodi o sistema nervoso centrale. La splenomegalia può diventare massiva e dolorosa, con complicanze ischemiche o rottura.

In sintesi, la sintomatologia della MDS-f riflette il bilancio tra citopenie severe, grado di fibrosi midollare e attivazione di emopoiesi extramidollare. L’anamnesi dettagliata e l’esame obiettivo accurato consentono di riconoscere i segni di progressione e le complicanze, orientando precocemente il percorso diagnostico-terapeutico.

Accertamenti e diagnosi

Il percorso diagnostico della neoplasia mielodisplastica con fibrosi (MDS-f) inizia dal sospetto clinico, che può sorgere di fronte a citopenie progressive associate a splenomegalia o a segni di emopoiesi inefficace, spesso in un contesto di sintomi sistemici quali astenia marcata, febbricola, sudorazioni notturne o calo ponderale. L’anamnesi deve raccogliere informazioni su esposizione a tossici, pregressa chemioterapia o radioterapia, e familiarità per sindromi midollari.

Gli accertamenti di primo livello comprendono emocromo completo con formula e striscio periferico: si riscontrano anemia macrocitica o normocitica con reticolocitopenia, leucopenia o pancitopenia e piastrinopenia. Il quadro periferico può mostrare dacriociti, anisopoichilocitosi e blasti circolanti in percentuale variabile, indizio della presenza di fibrosi midollare. Gli indici di emolisi e turnover (LDH, bilirubina, ferritina) supportano la valutazione di iperattività midollare o stress ematopoietico.

Gli accertamenti di secondo livello sono centrali per la diagnosi. L’aspirato midollare risulta spesso “a secco” a causa della fibrosi reticolinica, rendendo necessaria la biopsia osteomidollare, che documenta l’aumento della cellularità residua, la displasia multilineare e la presenza di fibrosi reticolinica o collagena di grado ≥2 (secondo criteri EUMNET/WHO). La biopsia consente inoltre di quantificare la quota di blasti, definendo l’eventuale categoria IB1 o IB2 in associazione alla fibrosi.

Sul piano citogenetico, il cariotipo convenzionale rimane indispensabile per l’identificazione di anomalie cromosomiche con valore prognostico (−7/del(7q), +8, cariotipi complessi).
L’ibridazione in situ a fluorescenza (FISH) è utile in caso di campioni ipo o non informativi, mentre la caratterizzazione molecolare con pannelli NGS mette in evidenza mutazioni ricorrenti (ASXL1, TP53, RUNX1), spesso associate a prognosi sfavorevole e a maggiore rischio di evoluzione leucemica.

La diagnosi definitiva di MDS-f richiede l’integrazione dei reperti morfologici e istologici, unitamente alla documentazione di fibrosi midollare significativa e displasia multilineare in presenza di citopenie persistenti.


La diagnosi differenziale comprende mielofibrosi primaria (distinguibile per la proliferazione megacariocitaria atipica e il diverso spettro mutazionale JAK2/CALR/MPL), forme secondarie di fibrosi da altre neoplasie mielodisplastiche o mieloproliferative, anemia aplastica con fibrosi reattiva e sindromi da insufficienza midollare ereditarie. L’integrazione di quadro clinico, istologia e profilo genetico è essenziale per la distinzione.

Gli accertamenti complementari includono ecografia o TC per la valutazione di epatosplenomegalia e di ematopoiesi extramidollare, dosaggio dell’eritropoietina sierica, pannelli prognostici (IPSS-R, IPSS-M) per stratificazione del rischio e indagini funzionali d’organo in vista di un eventuale trapianto di cellule staminali ematopoietiche.

Trattamento e prognosi

La gestione della neoplasia mielodisplastica con fibrosi (MDS-F) presenta caratteristiche peculiari rispetto alle altre forme di MDS, poiché la fibrosi midollare influenza profondamente la risposta terapeutica, l’andamento clinico e la prognosi.
L’obiettivo del trattamento è duplice: contenere l’espansione clonale e le citopenie e, nei pazienti eleggibili, avviare un trapianto allogenico in tempi appropriati.

La terapia ipometilante, in particolare azacitidina, rappresenta lo standard nelle forme ad alto rischio, ma la risposta è meno favorevole rispetto a MDS senza fibrosi, con tassi di remissione più bassi e tempo alla risposta più lungo. Anche decitabina o la combinazione orale decitabina/cedazuridina sono opzioni valide, ma con la stessa limitazione legata al microambiente fibrotico.

Il monitoraggio della risposta richiede particolare attenzione: la fibrosi midollare riduce la leggibilità morfologica e la qualità dell’aspirato, rendendo indispensabili biopsie osteomidollari seriali per documentare regressione o stabilità della fibrosi e valutare cellularità, quota blastica e displasia. La risposta deve essere valutata non solo con i criteri IWG tradizionali, ma anche con la dinamica della fibrosi e con marcatori molecolari, quando disponibili, per un quadro più accurato. Nei pazienti refrattari o con progressione, la strategia è orientata a trial clinici, in particolare combinazioni HMA + venetoclax o farmaci in sviluppo mirati a pathway fibrogenici e clonali.

Il trapianto allogenico è l’unico approccio potenzialmente curativo, ma la fibrosi comporta maggiore difficoltà di attecchimento e aumentato rischio di complicanze post-trapianto. È cruciale ottimizzare la malattia prima del condizionamento, riducendo carico blastico e migliorando lo stato generale con HMA o, in casi selezionati, con terapia citoreducente temporanea. La scelta tra condizionamento mieloablativo e ridotto dipende da età e comorbidità, mentre il follow-up post-trapianto richiede monitoraggio ravvicinato per GVHD, rigetto e persistenza di fibrosi.

Le misure di supporto (trasfusioni di emazie e piastrine, profilassi antimicrobica in neutropenia, chelazione del ferro, impiego selettivo di ESA o G-CSF) rimangono fondamentali per ridurre la morbilità. In pazienti fragili o non candidabili a trapianto, l’approccio resta sintomatico e focalizzato sulla qualità di vita, con obiettivi realistici di riduzione della dipendenza trasfusionale e prevenzione delle complicanze infettive ed emorragiche.

La prognosi dell’MDS-F è generalmente più sfavorevole rispetto ad altre forme di MDS con pari rischio citogenetico e molecolare, a causa della resistenza intrinseca agli HMA, della maggiore frequenza di mutazioni ad alto rischio (es. ASXL1, ETV6, RUNX1, TP53) e della predisposizione alla trasformazione leucemica. La sopravvivenza mediana è ridotta (spesso <2 anni nei casi ad alto rischio), mentre il trapianto rimane l’unico fattore in grado di modificare radicalmente l’outcome, se effettuato in condizioni di controllo di malattia e con adeguato supporto peri-trapianto.

Complicanze

Le complicanze legate alla malattia includono anemia severa con sintomi da ipossia e scompenso cardiaco, infezioni batteriche e fungine ricorrenti dovute a neutropenia, emorragie mucocutanee o viscerali correlate a trombocitopenia e disfunzione piastrinica, e progressione in leucemia mieloide acuta, più frequente e rapida rispetto ad altre forme di MDS.

La fibrosi midollare stessa rappresenta una complicanza intrinseca, poiché ostacola l’ematopoiesi fisiologica, riduce la risposta agli ipometilanti e aumenta il rischio di mancato attecchimento post-trapianto.

Il sovraccarico di ferro da trasfusioni croniche comporta tossicità cardiaca, epatica ed endocrina e deve essere gestito con chelazione quando appropriato. Dopo trapianto, complicanze ulteriori sono il mancato attecchimento e la recidiva precoce, oltre a GVHD e infezioni opportunistiche.

Le complicanze correlate ai trattamenti sono in genere gestibili con aggiustamenti di dose, sospensioni temporanee o cambi terapeutici, ma alcune hanno rilevanza clinica significativa e richiedono sorveglianza attiva:


La mielosoppressione iatrogena è frequente nelle prime fasi di trattamento e si gestisce con pause, riduzioni di dose, soglie trasfusionali individualizzate e uso selettivo di G-CSF nei casi di neutropenia febbrile. Le infezioni opportunistiche richiedono profilassi mirata in corso di neutropenia prolungata. Dopo trapianto, oltre a GVHD e tossicità da immunosoppressori, le caratteristiche specifiche della fibrosi comportano un rischio aumentato di mancato attecchimento e recidiva precoce, complicanze che devono essere anticipate con strategie di monitoraggio molecolare e gestione intensiva. Nel complesso, una selezione accurata dei candidati al trapianto, un approccio proattivo nella gestione della mielosoppressione e un controllo rigoroso delle infezioni sono determinanti per contenere il peso complessivo delle complicanze e migliorare la prognosi.

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