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Neoplasie mieloproliferative croniche: introduzione e classificazione WHO/ICC 2022

Le neoplasie mieloproliferative croniche (MPN) rappresentano un gruppo di disordini clonali della cellula staminale ematopoietica, accomunati da un’espansione persistente di una o più linee mieloidi e da un incremento stabile di cellule mature nel sangue periferico.

Questa proliferazione, spesso associata a splenomegalia, determina un assetto emostatico protrombotico e un rischio variabile di evoluzione verso mielofibrosi e/o leucemia acuta mieloide.

Il paradigma biologico unificante è l’attivazione aberrante di vie di segnalazione proliferativa, in particolare la JAK–STAT, sostenuta da mutazioni somatiche “driver”, tipicamente JAK2, CALR e MPL, e modulata da mutazioni “cooperanti” che colpiscono regolatori epigenetici e dello splicing, come ASXL1, TET2, DNMT3A, EZH2, SRSF2 e IDH1/2.

L’incidenza complessiva delle MPN è di pochi casi ogni 100.000 abitanti per anno, con una distribuzione che aumenta significativamente con l’età e mostra differenze geografiche attribuibili a fattori ambientali, predisposizione germinale e disomogeneità nei criteri di rilevazione.

Dalla descrizione originaria di Dameshek nel 1951 fino all’attuale era molecolare, la classificazione è passata da un’impostazione essenzialmente morfologica a una struttura clinico-morfologico-genetica integrata, oggi indispensabile per la diagnosi e la stratificazione prognostico-terapeutica.


Nel 2022, sia la quinta edizione della classificazione dell’Organizzazione Mondiale della Sanità (WHO-HAEM5), sia la nuova International Consensus Classification (ICC) hanno ridefinito i confini nosologici delle MPN. Entrambe conservano il nucleo storico, policitemia vera (PV), trombocitemia essenziale (TE), mielofibrosi primaria (MF) nelle forme prefibrotica e fibrotica, e leucemia mieloide cronica BCR::ABL1 positiva, includendo anche entità meno frequenti come leucemia eosinofila cronica NOS, leucemia neutrofilica cronica e MPN-NOS.

Viene inoltre riconosciuto un gruppo adiacente ma distinto, quello delle neoplasie mieloidi/linfoidi con eosinofilia e riarrangiamenti di tirosin-chinasi (MLN-eo-TK), che condividono con le MPN molte caratteristiche fenotipiche ma si distinguono per una peculiare targetability farmacologica, mentre la mastocitosi sistemica viene trattata come categoria autonoma, con attenzione particolare alle forme associate ad altre emopatie clonali.

Principi classificativi attuali e perimetro nosologico

La classificazione 2022 delle neoplasie mieloproliferative croniche rappresenta il risultato di un’evoluzione concettuale che ha portato dall’approccio puramente morfologico degli anni ’50 alla moderna integrazione morfologia–genetica–clinica. L’obiettivo è duplice: garantire la massima riproducibilità diagnostica tra centri differenti e fornire un inquadramento che abbia un impatto diretto sulle decisioni terapeutiche e sulla stratificazione prognostica. Il concetto cardine è che nessun singolo parametro, da solo, può definire una MPN: la diagnosi nasce sempre dall’interpretazione combinata di più elementi.


Morfologia midollare.
Rimane il pilastro iniziale della diagnosi, in grado di orientare verso il tipo specifico di MPN e di distinguere fasi diverse della stessa malattia. Nella mielofibrosi, ad esempio, la distinzione tra forma prefibrotica e fibrotica ha un significato prognostico e terapeutico sostanziale. L’analisi morfologica valuta cellularità globale, rapporto mieloide/eritroide, distribuzione e morfologia dei megacariociti (dimensioni, forma dei nuclei, aggregazione), grado e tipo di fibrosi reticolinica e collagena. La coerenza dell’interpretazione richiede competenza specifica in ematopatologia e, idealmente, revisione centralizzata nei casi dubbi.


Genotipo.
La definizione del “driver mutazionale” (JAK2, CALR o MPL) è oggi imprescindibile. Queste alterazioni non sono soltanto marcatori diagnostici, ma influenzano la probabilità di eventi trombotici, il rischio evolutivo e, in alcuni casi, la risposta a specifiche terapie. Nei quadri cosiddetti “TK-driven”, la dimostrazione di una fusione di tirosin-chinasi (PDGFRA, PDGFRB, FGFR1, JAK2, ABL1, FLT3) identifica entità con comportamento biologico distinto e, soprattutto, suscettibili a inibitori molecolari mirati, spesso capaci di determinare remissioni profonde.


Contesto clinico.
L’interpretazione dei dati morfologici e molecolari non può prescindere dall’analisi del quadro clinico e laboratoristico periferico. Elementi come splenomegalia, sintomi sistemici, pattern ematologici (eritrocitosi, piastrinosi, leucocitosi), eventuali complicanze trombotiche o emorragiche, così come la presenza di emopoiesi extramidollare, completano il quadro e consentono una diagnosi pienamente integrata. Questo approccio contestualizza i reperti isolati, evitando diagnosi inappropriate in presenza di quadri secondari o reattivi.


L’applicazione combinata di questi tre assi — morfologia, genotipo e contesto clinico — si traduce in un algoritmo diagnostico che minimizza gli errori e assicura omogeneità nei criteri classificativi. In questa logica, la categoria MPN-NOS è concepita come entità “di riserva”: va utilizzata esclusivamente quando il fenotipo proliferativo è chiaro, ma mancano criteri sufficienti per classificare il caso in una delle categorie definite. È una diagnosi provvisoria, da rivalutare sistematicamente nel tempo con follow-up clinico, riesame istologico e ampliamento del pannello molecolare.


La classificazione 2022 riconosce inoltre un gruppo di MPN rare (come la leucemia eosinofila cronica NOS e la leucemia neutrofilica cronica) e mantiene l’inclusione delle MPN Ph-positive rappresentate dalla leucemia mieloide cronica BCR::ABL1 positiva, paradigma delle malattie “TK-driven”. Accanto alle MPN vere e proprie, viene definito un gruppo di neoplasie mieloidi/linfoidi con eosinofilia e riarrangiamenti di tirosin-chinasi (MLN-eo-TK), caratterizzate da fenotipo proliferativo cronico, eosinofilia clonale e potenziale risposta eccezionale a inibitori specifici.


Un capitolo a parte è rappresentato dalla mastocitosi sistemica, collocata come categoria autonoma, ma talvolta associata clonicamente a una MPN (SM-AHN). In questi casi, la gestione clinica richiede un doppio binario: terapia mirata contro la componente mastocitaria e trattamento della MPN associata.


Restano infine alcune aree di confine che richiedono particolare cautela: le forme MDS/MPN overlap (ad esempio CMML, aCML, MDS/MPN-RS-T), le reazioni mieloidi persistenti (in contesti infiammatori cronici, neoplastici o infettivi) e le mastocitosi indolenti. In questi scenari, l’approccio diagnostico deve essere rigoroso per evitare sia la soverdiagnosi (che potrebbe condurre a terapie inutilmente aggressive) sia la sottodiagnosi (che priverebbe il paziente di trattamenti potenzialmente modificanti la malattia).


In sintesi, la tassonomia WHO/ICC 2022 non è una mera lista di entità, ma un sistema dinamico e stratificato, pensato per essere applicato nella pratica clinica quotidiana, capace di evolvere con l’espansione delle conoscenze molecolari e con l’affinamento delle tecniche diagnostiche.

Macrocategoria / Gruppo WHO-HAEM5 (2022) ICC (2022)
MPN classiche Ph-negative Policitemia vera (criteri aggiornati con soglia Hb/Hct ridotta e obbligo di biopsia in diagnosi iniziale);
Trombocitemia essenziale (distinzione da MF prefibrotica più rigorosa, criteri morfologici definiti);
Mielofibrosi primaria (prefibrotica e fibrotica, con specifica valutazione del pattern megacariocitario).
Stesso nucleo di entità, ma enfasi maggiore sulla distinzione tra TE e MF prefibrotica tramite criteri quantitativi e qualitativi dei megacariociti; riconoscimento formale dell’importanza del carico mutazionale nella definizione prognostica.
MPN Ph-positive Leucemia mieloide cronica BCR::ABL1 positiva come unica entità Ph+, con sottotipi basati su fase (cronica, accelerata, blastica). Identica definizione, ma specifica attenzione a rare varianti con trascritti atipici di BCR::ABL1 e inclusione esplicita di criteri molecolari di resistenza ai TKI per la stratificazione.
MPN rare Leucemia eosinofila cronica NOS (criteri basati su eosinofilia clonale senza riarrangiamenti TK noti);
Leucemia neutrofilica cronica (CSF3R mutata o altre alterazioni clonali coerenti);
MPN-NOS come diagnosi provvisoria in quadri non classificabili.
Stesse entità, con criteri molecolari più dettagliati per LNC (inclusione di SETBP1, ETNK1) e raccomandazione di NGS esteso nei casi MPN-NOS.
Gruppi adiacenti “TK-driven” MLN-eo-TK con fusioni PDGFRA, PDGFRB, FGFR1, JAK2 e altri rari;
definizione basata su fenotipo mielo/linfoide misto, eosinofilia e fusione TK rilevata.
Lista fusioni ampliata a includere ABL1, FLT3 e varianti rare; enfasi sulla necessità di ricerca estesa in tutti i casi di eosinofilia clonale persistente.
Mastocitosi sistemica Categoria autonoma, con sottotipi (indolente, smoldering, aggressiva, associata a altra neoplasia ematologica clonale, leucemia mastocitaria);
specifica menzione delle forme associate a MPN o altre emopatie.
Struttura identica, ma associazione formalmente ristretta a neoplasie mieloidi; maggiore enfasi sul genotipo (KIT D816V e co-mutazioni).
Forme pediatriche selezionate Juvenile myelomonocytic leukemia (JMML) e altre MPN pediatriche collocate in capitolo separato delle neoplasie mieloidi infantili. Stessa impostazione, ma con alcune differenze nei criteri (maggiore peso alle alterazioni germinali e mosaicismi RAS-pathway).

Patogenesi molecolare dettagliata

Il paradigma molecolare delle neoplasie mieloproliferative croniche si fonda sull’attivazione costitutiva di vie di segnalazione citochinica, in particolare la JAK–STAT, ma anche le vie MAPK/ERK e PI3K/AKT. I tre principali driver — JAK2, CALR e MPL — convergono funzionalmente sul recettore della trombopoietina (TpoR/MPL), determinando una proliferazione mieloide indipendente dal controllo fisiologico. A queste mutazioni fondanti si affiancano alterazioni “cooperanti” di geni epigenetici e dello splicing che modulano il comportamento biologico del clone e ne influenzano il potenziale evolutivo.


Mutazioni di JAK2.
La sostituzione p.V617F nell’esone 14 di JAK2 è la più frequente e comporta la perdita dell’autoinibizione mediata dal dominio pseudokinase (JH2), con conseguente fosforilazione costitutiva di STAT5 e di altri effettori a valle. È presente in oltre il 95% dei casi di policitemia vera e nel 50–60% delle trombocitemie essenziali e mielofibrosi. Esistono mutazioni meno comuni nell’esone 12 di JAK2 — ad esempio p.K539L o p.N542_E543del — tipiche di PV JAK2 V617F-negative, che determinano una eritrocitosi isolata tramite attivazione preferenziale delle vie eritropoietiniche.


Mutazioni di CALR.
Le inserzioni o delezioni dell’esone 9 di CALR generano una coda C-terminale mutante con perdita della sequenza KDEL, responsabile della ritenzione nel reticolo endoplasmatico, e acquisizione di una carica positiva netta. Questo permette un legame aberrante al dominio extracellulare di MPL e l’attivazione costitutiva di JAK2/STAT in assenza di ligando. I due principali sottotipi mutazionali (tipo 1: delezione di 52 bp; tipo 2: inserzione di 5 bp) hanno implicazioni prognostiche distinte, con il tipo 1 associato a un decorso più favorevole nella mielofibrosi rispetto al tipo 2.


Mutazioni di MPL.
Le mutazioni puntiformi dell’esone 10 (MPL W515L/K/A) determinano l’attivazione costitutiva del recettore della trombopoietina destabilizzando i meccanismi intramolecolari di inibizione. Si riscontrano nel 3–5% delle TE e MF e conferiscono un fenotipo spiccatamente piastrinosico, con rischio trombotico variabile.


Mutazioni cooperanti e geni accessori.
Alterazioni in geni epigenetici quali TET2, DNMT3A, ASXL1 ed EZH2 modulano la metilazione del DNA e l’accessibilità cromatinica, favorendo instabilità genomica e progressione di malattia. Mutazioni dei fattori di splicing, come SRSF2, SF3B1 e U2AF1, alterano la maturazione dell’mRNA con conseguenze sulla funzione cellulare. Nei sottotipi rari, la mutazione CSF3R T618I è tipica della leucemia neutrofilica cronica e attiva sia la via JAK–STAT sia le SRC chinasi; SETBP1 ed ETNK1 possono associarsi a fenotipi proliferativi atipici.


Ordine mutazionale e architettura clonale.
L’ordine di acquisizione delle mutazioni contribuisce a modellare il fenotipo: una mutazione JAK2 acquisita per prima tende a generare policitemia vera, mentre un evento iniziale su TET2 favorisce quadri più blandi; una mutazione CALR “first” si associa tipicamente a trombocitemia essenziale a basso rischio trombotico. Nel tempo, l’accumulo di ulteriori lesioni genetiche può condurre a mielofibrosi o trasformazione blastica.

Fisiopatologia integrata

L’espansione clonale mieloide modifica profondamente l’omeostasi ematica e la funzione degli organi bersaglio. Un aumento degli eritrociti incrementa la viscosità del sangue e rallenta il flusso, favorendo la trombosi; una trombocitosi estrema può paradossalmente accompagnarsi a disfunzione piastrinica e rischio emorragico; la leucocitosi contribuisce alla NETosi e all’infiammazione vascolare.

Nel midollo osseo, l’interazione fra clone neoplastico, fibroblasti e cellule infiammatorie stimola la deposizione di fibre reticoliniche e collagene, mediata da fattori come TGF-β, PDGF e bFGF. Questo processo, progressivamente irreversibile, porta alla perdita della funzione emopoietica midollare e alla comparsa di emopoiesi extramidollare, prevalentemente splenica ed epatica.


A livello endoteliale, le citochine pro-infiammatorie (IL-6, TNF-α) e i mediatori procoagulanti inducono uno stato di attivazione cronica, responsabile di microangiopatie e disturbi microcircolatori come eritromelalgia, cefalea vasomotoria e disturbi visivi transitori. Queste alterazioni vascolari non solo spiegano gran parte della sintomatologia tipica, ma contribuiscono anche alla progressione della malattia.

Percorso diagnostico

L’iter diagnostico di una sospetta neoplasia mieloproliferativa cronica deve seguire una sequenza clinica ragionata, integrando in modo progressivo anamnesi, esame obiettivo, dati laboratoristici, morfologia midollare e profilo molecolare. Il primo passo è la valutazione clinica, con raccolta accurata della storia del paziente: sintomi sistemici (astenia, sudorazione notturna, calo ponderale), episodi trombotici o emorragici, disturbi microcircolatori, familiarità per emopatie o eventi vascolari precoci. L’esame obiettivo deve ricercare organomegalie, in particolare splenomegalia ed epatomegalia, e segni vasomotori o microcircolatori.


Sul piano laboratoristico, l’emocromo con formula e striscio periferico è l’indagine cardine iniziale: consente di quantificare l’entità e la linea coinvolta (eritrocitosi, leucocitosi o trombocitosi), valutare la morfologia degli elementi figurati e individuare segni di emopoiesi extramidollare (dacriociti, forme immature). La biochimica di supporto comprende lattato deidrogenasi (LDH, spesso aumentata), assetto marziale, funzionalità renale ed epatica e markers infiammatori. Nei sospetti di policitemia vera, il dosaggio dell’eritropoietina sierica è essenziale: valori bassi rafforzano l’ipotesi di una eritrocitosi clonale.


Segue la fase di screening molecolare di primo livello. Nei casi di sospetta MPN, è indispensabile escludere la leucemia mieloide cronica mediante ricerca di BCR::ABL1 con PCR. In assenza di questa traslocazione, il percorso prevede la ricerca sequenziale delle mutazioni JAK2 V617F, CALR e MPL. In presenza di eosinofilia significativa, va ampliato lo screening a fusioni di tirosin-chinasi (PDGFRA, PDGFRB, FGFR1, JAK2, ABL1, FLT3), la cui identificazione ha impatto diretto sulla gestione terapeutica.


L’aspirato e la biopsia osteomidollare forniscono la conferma morfologica e permettono di definire cellularità, pattern megacariocitario e grado di fibrosi reticolinica e collagena, secondo la scala OMS (0–3). Parallelamente, l’analisi citogenetica e i pannelli di next-generation sequencing consentono di identificare co-mutazioni prognosticamente rilevanti (ASXL1, EZH2, SRSF2, IDH1/2), fondamentali per la stratificazione del rischio e, in alcuni casi, per le decisioni terapeutiche.


La diagnosi integrata si ottiene applicando i criteri maggiori e minori WHO/ICC 2022 alla luce di tutti i dati raccolti. Nei casi di mielofibrosi, si procede alla stadiazione (prefibrotica o fibrotica); nelle forme di PV e TE si valuta il rischio trombotico tramite punteggi specifici. Un monitoraggio dinamico, con rivalutazione periodica del profilo clinico e molecolare, è cruciale per intercettare tempestivamente progressioni fibrotiche o trasformazioni blastiche.

Diagnosi differenziale e aree di confine

Il riconoscimento accurato delle MPN richiede una diagnosi differenziale strutturata con altre condizioni che possono mimarne il quadro clinico o laboratoristico. Alcune situazioni costituiscono vere e proprie “aree di confine” e richiedono un approccio integrato.


Questi scenari richiedono sempre un’analisi combinata di morfologia, citogenetica, biologia molecolare e quadro clinico. La corretta distinzione non è solo accademica: una diagnosi errata può comportare terapie inappropriate, con rischi significativi per il paziente. Per questo motivo, nei casi dubbi, è raccomandata la rivalutazione multidisciplinare con ematopatologo, ematologo clinico e laboratorio di genetica molecolare.

Implicazioni prognostiche

La prognosi delle neoplasie mieloproliferative croniche è strettamente legata al sottotipo nosologico, al carico mutazionale e a fattori clinici presenti al momento della diagnosi o emersi nel follow-up. Nella mielofibrosi primaria o secondaria, la valutazione del rischio è complessa e richiede l’utilizzo di punteggi prognostici validati che integrano variabili cliniche e biologiche. Il DIPSS (Dynamic International Prognostic Scoring System) si basa su età, presenza di sintomi costituzionali, livelli di emoglobina, conta leucocitaria e percentuale di blasti circolanti. Il MIPSS70+ arricchisce il DIPSS includendo mutazioni ad alto rischio, come quelle di ASXL1, EZH2, SRSF2 e IDH1/2. Il GIPSS, invece, utilizza esclusivamente parametri genetici — citogenetica e mutazioni — per stratificare i pazienti, mentre il MYSEC-PM è specifico per la mielofibrosi secondaria, considerando l’evoluzione da PV o TE.


Nella policitemia vera e nella trombocitemia essenziale, la stratificazione si concentra sul rischio trombotico. L’IPSET-thrombosis valuta età, storia di trombosi, presenza della mutazione JAK2 e fattori di rischio cardiovascolari. La rilevazione di mutazioni ad alto rischio in pazienti apparentemente a basso rischio clinico può determinare una riclassificazione verso categorie prognostiche più sfavorevoli, con conseguenti modifiche dell’approccio terapeutico.

Linee guida terapeutiche generali

Gli obiettivi del trattamento nelle MPN sono ridurre il rischio trombotico, controllare la proliferazione cellulare, alleviare la sintomatologia e prevenire la progressione verso mielofibrosi o leucemia acuta mieloide. L’approccio è personalizzato in base al tipo di MPN, al rischio individuale e alle comorbilità del paziente.


Nella policitemia vera, il trattamento cardine è il salasso periodico per mantenere l’ematocrito al di sotto del 45% negli uomini e del 42% nelle donne, associato ad aspirina a basse dosi in assenza di controindicazioni. Nei pazienti ad alto rischio trombotico si aggiunge una terapia citoriduttiva, solitamente con idrossiurea o interferone.


Nella trombocitemia essenziale, l’aspirina è indicata per ridurre il rischio di eventi vascolari nei pazienti senza controindicazioni, mentre la citoriduzione con idrossiurea o interferone è riservata ai pazienti ad alto rischio o con sintomatologia microcircolatoria significativa.


La mielofibrosi viene gestita con inibitori di JAK (ruxolitinib, fedratinib, momelotinib, pacritinib) per controllare i sintomi sistemici e ridurre la splenomegalia. Nei pazienti idonei e con rischio intermedio-2 o alto, il trapianto allogenico di cellule staminali rappresenta l’unica opzione potenzialmente curativa, da valutare caso per caso in centri specializzati.


La leucemia mieloide cronica BCR::ABL1 positiva è un paradigma delle neoplasie “TK-driven” e viene trattata con inibitori delle tirosin-chinasi (imatinib, dasatinib, nilotinib, ponatinib) scelti in base al profilo mutazionale, alla tollerabilità e alla presenza di comorbilità. Le MLN-eo-TK, invece, beneficiano di inibitori mirati come l’imatinib per le fusioni PDGFRA o PDGFRB, che possono indurre risposte rapide e durature.


La gestione terapeutica richiede un monitoraggio regolare della risposta ematologica, molecolare e, se indicato, istologica, con rivalutazione periodica della categoria di rischio e sorveglianza per la trasformazione blastica. La terapia va adattata in base all’evoluzione clinica e all’emergere di nuove opzioni terapeutiche, incluse quelle sperimentali nei trial clinici.

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