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Sindrome SAPHO

La sindrome SAPHO (acronimo di Synovitis, Acne, Pustulosis, Hyperostosis, Osteitis) è una rara entità clinica appartenente allo spettro delle osteoartropatie infiammatorie, caratterizzata dalla coesistenza variabile di manifestazioni osteoarticolari e cutanee croniche. È considerata una sindrome autoinfiammatoria, non infettiva e non autoimmune in senso stretto, ma sostenuta da un’attivazione disregolata del sistema immunitario innato in risposta a stimoli microbici o antigenici in soggetti geneticamente predisposti. La prevalenza complessiva è stimata inferiore a 1 caso ogni 10.000 individui, con una leggera predominanza femminile e un picco di incidenza tra la seconda e la quarta decade di vita, sebbene forme pediatriche siano ben documentate.

L’esordio può essere subdolo o insidioso, con dolore osseo e tumefazione localizzata, spesso a carico della parete toracica anteriore (articolazioni sternoclavicolari, sterno-costali e sterno-manubrio), delle ossa lunghe o del rachide. Il coinvolgimento scheletrico, cronico e recidivante, tende a essere multifocale e asimmetrico, con lesioni osteitiche o iperostotiche evidenti agli esami di imaging e un andamento clinico fluttuante nel tempo.

Le lesioni cutanee associate comprendono pustolosi palmoplantare, acne conglobata, acne fulminante e, in minor misura, psoriasi pustolosa, suggerendo una stretta connessione patogenetica tra l’infiammazione ossea e quella epidermica. La relazione con le spondiloartriti sieronegative è oggetto di continua rivalutazione, poiché molti pazienti presentano caratteristiche comuni, come l’assenza di fattore reumatoide, la presenza di entesite e l’associazione con l’antigene HLA-B27 in una quota minoritaria dei casi.

Nel tempo, la sindrome SAPHO ha acquisito crescente attenzione come paradigma di malattia intermedia tra autoimmunità e autoinfiammazione. Il decorso è cronico e recidivante, con fasi di riacutizzazione alternate a periodi di remissione parziale. L’evoluzione radiologica mostra spesso la progressione da osteite sterile a iperostosi e sclerosi, mentre la sintomatologia sistemica è in genere modesta, sebbene la qualità di vita possa risultare significativamente compromessa dal dolore cronico e dalle deformità.

La definizione della sindrome come entità unitaria consente oggi un inquadramento diagnostico più preciso e una gestione multidisciplinare integrata tra reumatologi, dermatologi e radiologi, con l’obiettivo di identificare precocemente le forme attive e prevenire la cronicizzazione dell’infiammazione osteoarticolare.

Eziologia, patogenesi e fisiopatologia

La sindrome SAPHO costituisce un modello paradigmatico di malattia autoinfiammatoria sterile in cui predisposizione genetica, trigger microbici e disregolazione immunitaria innata convergono nel determinare un’infiammazione cronica osteoarticolare associata a manifestazioni cutanee pustolose o acneiche. L’eziologia non è univoca, ma la convergenza di dati genetici, microbiologici e immunologici consente di delineare una sequenza patogenetica coerente che inizia da una risposta immunitaria esuberante e mal regolata nei confronti di antigeni commensali o endogeni.

Sul piano genetico, la sindrome non presenta un singolo locus responsabile, ma una serie di varianti che modulano la soglia di attivazione dell’immunità innata. In particolare, sono state identificate mutazioni o polimorfismi a carico di geni che regolano la funzione dell’inflammasoma e la trasduzione del segnale mediata dai recettori toll-like: NOD2 (riconoscimento di muramil-dipeptide), LPIN2 (modulatore del metabolismo lipidico e regolatore negativo di NLRP3), FBLIM1 (coinvolto nell’adesione cellulare e nell’attivazione osteoclastica) e MEFV (codificante per la pirina). Tali geni, comuni ad altre sindromi autoinfiammatorie come CRMO e PAPA, predispongono a un’esagerata produzione di IL-1β e IL-18 attraverso un’attivazione persistente dell’inflammasoma NLRP3. La frequenza di HLA-B27 risulta lievemente aumentata, suggerendo una parziale continuità con lo spettro delle spondiloartriti sieronegative, ma non è sufficiente né necessaria per la comparsa della malattia.

Sul versante ambientale e microbico, l’attenzione si è concentrata su Cutibacterium acnes (precedentemente Propionibacterium acnes), isolato da biopsie ossee e sinoviali in una proporzione significativa di pazienti. Pur trattandosi di un commensale cutaneo, questo microrganismo possiede lipoteicoidi e acidi micolici in grado di attivare i recettori TLR-2 e TLR-4 di monociti e macrofagi. L’esposizione ripetuta o persistente di cellule immunitarie ai suoi componenti di parete induce la trascrizione di geni pro-infiammatori tramite NF-κB e la successiva attivazione dell’inflammasoma NLRP3 con maturazione e rilascio di IL-1β e IL-18. Il processo non comporta un’infezione attiva, ma una reazione infiammatoria sterile mantenuta da frammenti batterici o antigeni residui che agiscono da danger signals.

La cascata infiammatoria iniziale coinvolge il sistema immunitario innato. I macrofagi attivati rilasciano IL-1β, IL-6, IL-8 e TNF-α, mentre le cellule endoteliali aumentano l’espressione di ICAM-1 e VCAM-1, facilitando il reclutamento leucocitario. L’eccesso di IL-8 richiama neutrofili che, accumulandosi nelle aree osteitiche, rilasciano elastasi, mieloperossidasi e NET (neutrophil extracellular traps) ricchi di DNA e proteine cationiche. Questi prodotti amplificano la risposta flogistica e forniscono nuovi ligandi per TLR-9, generando un ciclo autoperpetuante di infiammazione sterile.

Parallelamente, i fibroblasti periostali e i sinoviociti vengono stimolati da IL-1 e TNF-α a produrre citochine osteotrope (IL-6, IL-11), fattori di crescita (TGF-β, VEGF, PDGF) e proteasi della matrice (MMP-1, MMP-9), instaurando un microambiente iperplastico e angiogenico simile a quello osservato nelle artriti croniche. L’induzione di VEGF e FGF favorisce la neovascolarizzazione periostale, che consente l’arrivo di cellule infiammatorie e precursori mesenchimali nel tessuto osseo in rimodellamento.

La componente ossea rappresenta il bersaglio principale della sindrome. Inizialmente, la flogosi localizzata si manifesta come osteite sterile, caratterizzata da un’infiltrazione di neutrofili e macrofagi nel midollo osseo e da un aumento del turnover osteoblastico e osteoclastico. Le cellule T e i fibroblasti stromali, sotto stimolo di IL-1 e TNF-α, esprimono RANKL, che promuove la differenziazione dei precursori monocitari in osteoclasti maturi. Questi ultimi, attraverso l’attività di catepsina K e di pompe protoniche, erodono la matrice ossea e liberano fattori di crescita intrappolati come TGF-β e IGF-1, che a loro volta stimolano la proliferazione osteoblastica. Si genera così un equilibrio patologico fra distruzione e neoformazione ossea.

Nel tempo, la fase di osteite si trasforma in iperostosi e sclerosi. Gli osteoblasti, cronicamente attivati da IL-1β e TGF-β, aumentano la deposizione di matrice extracellulare e collagene di tipo I, ma la mineralizzazione è disordinata e produce ispessimento corticale irregolare. Le zone colpite (in particolare articolazioni sternocostali, sterno-clavicolari, corpi vertebrali e mandibola) mostrano radiologicamente aree miste di osteolisi e iperostosi, con trabecolatura ispessita e coinvolgimento delle articolazioni adiacenti. Il periostio iperplastico diventa un centro di produzione continua di IL-6 e prostaglandine, amplificando ulteriormente la risposta osteoblastica.

La correlazione con le lesioni cutanee trova spiegazione nei medesimi circuiti citochinici. Nei follicoli pilosebacei o nella cute palmoplantare, i cheratinociti attivati da TLR e IL-1 rilasciano IL-8, CXCL1 e TNF-α, richiamando neutrofili e inducendo pustolosi o acne severa. La simultaneità delle riacutizzazioni cutanee e ossee deriva dalla convergenza di queste vie infiammatorie sull’asse IL-1/TNF-α.

Dal punto di vista molecolare, la cronicizzazione dell’infiammazione ossea e sinoviale dipende dal fallimento dei meccanismi di risoluzione. L’iperproduzione di IL-1β inibisce la secrezione di IL-10 e TGF-β regolatori, mentre l’eccesso di ROS derivati dai neutrofili induce stress ossidativo e morte cellulare con liberazione di DAMPs (HMGB1, S100A8/A9) che riattivano ulteriormente TLR-2 e TLR-4. Questo circuito chiuso mantiene uno stato di attivazione sterile persistente, con incremento del turnover osseo e dolore cronico.

Il correlato clinico-fisiopatologico riflette questa sequenza biologica. Nelle fasi iniziali, il paziente presenta dolore osseo e tumefazione localizzata corrispondenti a osteite attiva, in cui prevale la componente neutrofila e l’iperemia ossea. Successivamente, l’iperostosi e la sclerosi determinano rigidità e limitazione articolare; nelle forme vertebrali si possono osservare ponti ossei simili a sindesmofiti, mentre l’interessamento mandibolare causa dolore masticatorio e asimmetria facciale. La coesistenza di lesioni cutanee pustolose e di osteite sterile rappresenta l’espressione clinica di un medesimo processo infiammatorio sistemico dell’immunità innata.

In conclusione, la fisiopatologia della sindrome SAPHO può essere descritta come un continuum autoinfiammatorio che parte dalla predisposizione genetica e da un trigger microbico innocuo, prosegue con l’attivazione persistente dell’inflammasoma e della cascata IL-1/IL-6/TNF-α, evolve in una fase osteitica sterile con rimodellamento osseo disordinato e culmina nell’iperostosi e nella sclerosi cronica. La conoscenza dettagliata di questi meccanismi ha permesso di comprendere la risposta clinica ai farmaci anti-IL-1 e anti-TNF e di definire la sindrome SAPHO come una malattia autoinfiammatoria dell’osso e della cute mediata da un’infiammazione innata persistente.

Manifestazioni cliniche

L’esordio della sindrome SAPHO è spesso subdolo, con dolore osseo di tipo infiammatorio che peggiora a riposo e nelle ore notturne, associato a rigidità mattutina e sensazione di tensione nei distretti colpiti; il paziente descrive fasi di riacutizzazione intervallate da periodi di attenuazione dei sintomi, con andamento cronico-recidivante che talora mima infezioni osteoarticolari senza però i segni tipici dell’infezione sistemica. In anamnesi emergono spesso episodi cutanei pustolosi o acneici precedenti o contemporanei ai disturbi scheletrici, un affaticamento aspecifico e la riduzione della performance nelle attività che coinvolgono la cintura scapolare, la gabbia toracica anteriore o il rachide.

La sede cardine è la parete toracica anteriore, con interessamento delle articolazioni sterno-costo-clavicolari, del giunto manubrio-sternale e delle prime coste: compaiono dolore puntorio o urente, tumefazione dura-elastica e calore locale, spesso asimmetrici, che rendono dolorosi i movimenti ampi di spalla e la respirazione profonda. La clavicola, soprattutto nel terzo mediale, è un bersaglio classico: la progressiva iperostosi determina ispessimento palpabile, dolore alla compressione e limitazione funzionale del cingolo scapolare, talora con deformità visibile del profilo toracico anteriore.

Il rachide può essere coinvolto a vari livelli con dolore dorsale o lombare a caratteristiche infiammatorie, rigidità e riduzione dell’escursione in flessione ed estensione; nelle fasi evolute l’iperostosi vertebrale e paravertebrale contribuisce a un quadro di irrigidimento segmentario con impaccio nella rotazione del tronco. La sacroileite è presente in una quota non trascurabile di pazienti e si manifesta con lombalgia infiammatoria, dolore gluteo alternante e scollamento mattutino, integrando il continuum con lo spettro delle spondiloartriti sieronegative.

Nelle ossa lunghe (tibia, femore, omero) l’osteite sterile si presenta con dolore localizzato e tumefazione diastale o metafisaria, talora con iperemia cutanea sovrastante; la palpazione evoca dolore profondo, mentre i carichi prolungati accentuano la sintomatologia. La mandibola è una sede peculiare: l’osteite mandibolare cronica determina dolore masticatorio, parestesie soggettive e alterazioni del profilo facciale per ispessimento osseo, con esacerbazioni che possono simulare patologia odontogena pur in assenza di infezione attiva.

L’esame obiettivo documenta tumefazioni ossee dure con dolore alla digitopressione, talora calor locale e modesta iperemia; nelle sedi articolari contigue si evidenzia sofferenza sinoviale reattiva con limitazione del movimento terminale e dolore evocato alla compressione trasversa delle regioni sternoclavicolari. La palpazione del margine mediale della clavicola può mettere in evidenza scalini e irregolarità corticale, mentre nei distretti vertebrali il dolore alla percussione dei processi spinosi e la contrattura antalgica paravertebrale completano il quadro.

Le entesi rappresentano un altro bersaglio frequente: dolore al tendine d’Achille, alla fascia plantare o alle inserzioni rotulee accompagna spesso le riacutizzazioni, con dolorabilità puntiforme alla pressione e rigidità all’avvio. Episodi di dattilite possono comparire come espressione periferica dell’infiammazione innata, con tumefazione diffusa del dito, dolore e impaccio nella prensione fine.

Le lesioni cutanee sono parte integrante del fenotipo e seguono un decorso indipendente ma spesso sincrono con l’attività scheletrica. La pustolosi palmoplantare si manifesta con vescico-pustole sterili su palmi e piante, arrossamento, fissurazioni e dolore al carico, alternando fasi di intensa attività a periodi di quiescenza; l’acne severa (conglobata o fulminante) interessa volto, dorso e torace con noduli infiammatori, ascessi e cicatrici; in alcuni casi si osservano quadri contigui con idradenite suppurativa. La co-occorrenza di riacutizzazione cutanea e dolore osseo è un indizio clinico forte di attività di malattia.

Nel decorso a lungo termine la transizione da osteite a iperostosi e sclerosi produce ispessimento osseo progressivo, con blocchi funzionali e deformità regionali: nella parete toracica anteriore la rigidità del giunto manubrio-sternale e delle articolazioni sternocostali limita l’espansione toracica e rende dolorosa la postura eretta prolungata; nel rachide l’iperostosi paravertebrale contribuisce a perdita della mobilità segmentaria e dolore alla rotazione; nella mandibola l’iperostosi cronica può fissare un’asimmetria persistente con disturbi occlusali. Episodi ripetuti determinano un “imprinting” doloroso, con iperalgesia locale e riduzione della soglia allo sforzo.

Le manifestazioni sistemiche sono in genere modeste: astenia, malessere, talora febbricola durante le fasi di attività; la perdita ponderale significativa o la febbre elevata suggeriscono diagnosi alternative o complicanze. Le complicanze loco-regionali comprendono compressioni meccaniche su strutture vascolo-nervose nella regione sternoclavicolare con parestesie evocabili da posture protratte, e nelle forme vertebrali avanzate un potenziale restringimento del canale con dolore radicolare o claudicatio neurogena; le fratture patologiche sono rare, più spesso il dolore è legato a microinstabilità su osso rimodellato in modo disorganizzato.

Nei pazienti pediatrici e adolescenti, specie nelle forme in continuità con lo spettro della CRMO/CNO, il quadro esordisce con dolore osseo notturno e zoppia, interessamento metafisario multifocale e ricadute a distanza di settimane o mesi; la cute può essere inizialmente muta e positivizzarsi in seguito, mentre la sensibilità alla digitopressione e la difesa antalgica ai test di carico aiutano a localizzare i focolai attivi.

Nel complesso, la clinica della sindrome SAPHO procede lungo una traiettoria riconoscibile: esordio con osteite sterile dolorosa in sedi tipiche della parete toracica anteriore, clavicola, rachide, mandibola o ossa lunghe, spesso associata a pustolosi palmoplantare o acne severa; progressione verso iperostosi e sclerosi con rigidità e limitazioni funzionali regionali; fenomeni entesitici e talora dattilite come espressione periferica; decorso cronico-recidivante con modesta sintomatologia sistemica, in cui la sincronizzazione tra cute e osso orienta il clinico e guida la valutazione dell’attività di malattia.

Accertamenti e diagnosi

La diagnosi di sindrome SAPHO è clinico-radiologica e si fonda sull’identificazione di un’osteite sterile e/o di un’iperostosi a carico di sedi tipiche (parete toracica anteriore, clavicola mediale, rachide, mandibola, ossa lunghe), frequentemente associata a pustolosi palmoplantare o acne severa, in assenza di un agente infettivo identificabile e dopo esclusione di neoplasie e altre osteoartropatie. Il percorso parte dal sospetto clinico (dolore osseo infiammatorio, rigidità, tumefazione dura-elastica, fluttuazioni recidivanti) e prosegue con indagini di laboratorio e imaging ad alta sensibilità, in una sequenza razionale che mira a confermare l’osteite sterile e a documentare il pattern tipico di coinvolgimento scheletrico.

Gli esami di I livello includono VES e PCR (spesso normali o moderatamente elevate), emocromo e profilo biochimico di base; non esistono autoanticorpi specifici. La radiografia convenzionale può essere normale nelle fasi precoci o mostrare sclerosi, iperostosi, irregolarità corticale, ponti ossei periostali e, nelle sedi sternoclavicolari, allargamento dell’articolazione. L’ecografia delle articolazioni sternocosto-clavicolari e delle entesi rileva sinovite/entesite reattiva e iperemia con power Doppler.

Gli esami di II livello comprendono RM e TC: la RM (STIR/T2) è il test più sensibile per l’edema midollare e la osteite attiva, documenta l’estensione ai tessuti molli e le eventuali sinoviti contigue; la TC definisce iperostosi, sclerosi e irregolarità corticali con maggiore specificità. La scintigrafia ossea trifasica/e total body o la SPECT/CT evidenziano il caratteristico pattern multifocale e, nel coinvolgimento della parete toracica anteriore, il segno a “testa di toro” (captazione a manubrio e articolazioni sternoclavicolari).

Quando il quadro non è dirimente o sussiste il dubbio infettivo/neoplastico, si esegue biopsia ossea con colture prolungate e istologia: tipicamente si osserva osteite sterile con infiltrato infiammatorio cronico e rimodellamento; eventuali isolamenti di Cutibacterium acnes vanno interpretati criticamente per il rischio di contaminazione. L’artrocentesi è riservata a versamenti atipici per escludere artrite settica o cristallina.

In assenza di criteri diagnostici ufficiali approvati da società scientifiche, la comunità clinica utilizza set operativi condivisi per l’attribuzione nosologica.


Questa impostazione ha lo scopo di favorire la diagnosi precoce di SAPHO nei contesti tipici, evitando ritardi legati all’assenza di biomarcatori specifici e indirizzando verso la gestione integrata reumatologica e dermatologica.

Per descrivere l’estensione e la severità del coinvolgimento scheletrico si ricorre a una stadiazione clinico-radiologica descrittiva (non universalmente standardizzata) che aiuta il follow-up e la comunicazione multidisciplinare.


Il monitoraggio dell’attività si basa su parametri clinici (VAS dolore, rigidità, impatto funzionale per distretto), laboratorio (VES/PCR come supporto, non specifici) e soprattutto imaging sensibile (RM per attività, TC/RX per cronico-strutturale, scintigrafia/SPECT per mappa delle sedi). Non esistono indici compositi universalmente validati per SAPHO; la valutazione è quindi multiasse e centrata sul treat-to-target clinico-radiologico del distretto dominante.

La diagnosi differenziale è cruciale e accompagna ogni step: in primis l’osteomielite batterica (febbre, leucocitosi marcata, colture positive, fistole; RM con estensione ai tessuti molli suppurativa), la spondilodiscite infettiva, i tumori ossei primitivi/metastatici e l’istocitosi. Vanno considerate anche spondiloartriti con sacroileite, artrite psoriasica con pattern erosivo-proliferativo periferico, la sindrome di Tietze (limitata alla cartilagine costocondrale, senza iperostosi diffusa), le osteiti localizzate (es. osteite condensante della clavicola) e, nei giovani, lo spettro CRMO/CNO. L’osteonecrosi e le artropatie da cristalli rientrano nei differenziali distrettuali.

Gli accertamenti complementari includono la valutazione dermatologica dedicata (documentazione fotografica e classificazione della pustolosi/acne), la funzione respiratoria se l’interessamento sternocostale limita l’espansione toracica, e l’odontostomatologia nelle forme mandibolari. Prima di iniziare terapie sistemiche immunomodulanti/biologiche si eseguono sempre screening per TBC latente (IGRA, RX torace), HBV/HCV e aggiornamento vaccinale, oltre alla valutazione del rischio osseo se è previsto uso protratto di corticosteroidi.

In sintesi, la diagnosi di sindrome SAPHO è un percorso integrato che concatena clinica e imaging: si dimostra l’osteite/iperostosi sterile nelle sedi tipiche, si escludono cause infettive e neoplastiche con gli esami mirati, si caratterizza il pattern multifocale con RM/TC e scintigrafia, si riconosce la coerenza con le manifestazioni cutanee e si utilizza una stadiazione pratica per seguire l’evoluzione, guidando le decisioni terapeutiche e il follow-up.

Trattamento e prognosi

Gli obiettivi del trattamento della sindrome SAPHO sono controllare rapidamente l’infiammazione ossea e sinoviale, ridurre il dolore e la rigidità, prevenire l’evoluzione verso iperostosi e sclerosi invalidanti, preservare la funzione regionale (cintura scapolare, parete toracica anteriore, rachide, mandibola) e migliorare stabilmente qualità e partecipazione alla vita quotidiana. L’impostazione operativa è un treat-to-target clinico-radiologico adattato alla malattia: definizione condivisa di un target (remissione clinica dei distretti attivi o, in alternativa, bassa attività con dolore minimo e assenza di progressione strutturale), valutazioni seriali ravvicinate nelle fasi iniziali (1–3 mesi) e aggiustamenti terapeutici sistematici se non si osserva una risposta clinicamente rilevante entro 3 mesi o se il target non è raggiunto entro 6 mesi. Poiché non esistono indici compositi universalmente validati per SAPHO, il monitoraggio integra parametri clinici (VAS dolore, rigidità, impatto funzionale), laboratorio di supporto (VES/PCR) e soprattutto imaging sensibile: RM per edema midollare/osteite attiva, TC/RX per la quota strutturale (iperostosi, sclerosi), scintigrafia o SPECT/CT per la mappa delle sedi.

La gestione inizia con misure sintomatiche e anti-infiammatorie. I FANS rappresentano il primo step per dolore e flogosi, con scelta e strategia a “minima dose efficace” e rivalutazioni strette considerando rischio gastro-cardiovascolare; nei flare distrettuali selezionati si possono effettuare infiltrazioni locali di corticosteroide a guida clinica/ecografica, mentre i glucocorticoidi sistemici si impiegano, quando necessari, come bridging a dose minima e per il tempo più breve possibile, con piano di tapering definito in partenza. La riabilitazione è co-essenziale: mobilizzazione dolce e progressiva, esercizi di espansione toracica e rinforzo scapolare quando è coinvolta la parete anteriore del torace, programmi per il rachide in caso di rigidità segmentaria, ergonomia e terapia occupazionale per le attività di carico; nelle forme mandibolari, esercizi e igiene funzionale coordinati con l’odontostomatologia.

Per il controllo di malattia oltre il sintomo, due pilastri hanno mostrato utilità clinica: DMARDs convenzionali e terapie anti-riassorbitivi/osteomodulanti. Tra i csDMARDs, metotressato, sulfasalazina e, in selezione, idrossiclorochina possono ridurre l’attività distrettuale e le recidive, soprattutto in presenza di sinovite periferica o concomitanti manifestazioni cutanee; la titolazione è rapida fino alla dose efficace con monitoraggio emato-epatico periodico e strategie di prevenzione della tossicità (acido folico con MTX, sorveglianza oculistica con idrossiclorochina in base a dose/peso e durata). Nelle forme con osteite dolorosa recidivante o iperattività ossea, i bifosfonati per via endovenosa (per esempio pamidronato o, in selezione, acido zoledronico) sono spesso efficaci nel ridurre dolore e segni di attività (incluso l’edema midollare in RM), verosimilmente attraverso effetti anti-riassorbitivi e immunomodulanti a livello dell’unità rimodellante; l’impiego richiede valutazione del rischio osteonecrottico mandibolare, ottimizzazione della salute orale prima del ciclo e supplementazione di calcio/vitamina D quando indicata.

Se, nonostante l’ottimizzazione di FANS, eventuali corticosteroidi bridging, csDMARDs e/o bifosfonati, persiste attività moderata-alta o non si raggiunge il target clinico-radiologico, si passa a terapie avanzate mirate alle citochine cardine del processo autoinfiammatorio. Gli anti-TNF (adalimumab, etanercept, infliximab, golimumab, certolizumab pegol) hanno dimostrato beneficio su dolore, osteite in RM e manifestazioni cutanee acneiche/pustolose in una quota significativa di pazienti; le terapie anti-IL-1 (anakinra quotidiana o, in selezione, canakinumab) sono razionali nei fenotipi più autoinfiammatori con flare ricorrenti legati all’asse inflammasoma-IL-1; gli anti-IL-17 (secukinumab) e, in casi selezionati, gli anti-IL-12/23 (ustekinumab) possono essere considerati nei pazienti con fenotipo psoriasico o pustolosi palmoplantare refrattaria. La scelta della classe si basa su pattern clinico (quota cutanea, entesitica, assiale, mandibolare), comorbilità, preferenze e profili di sicurezza individuali, con screening infettivologici pre-inizio (TBC latente con IGRA e RX torace, HBV/HCV, HIV in base al rischio) e aggiornamento vaccinale (influenza, pneumococco, zoster ricombinante, evitando vaccini vivi durante l’immunomodulazione). In caso di risposta insufficiente, si procede a switch di classe o a swap intra-classe secondo l’algoritmo treat-to-target, documentando con RM/TC l’effetto sulle lesioni attive e sulla progressione.

L’ipotesi di un trigger da Cutibacterium acnes ha portato in alcuni casi all’impiego di antibiotici prolungati (per esempio tetracicline o macrolidi) con risultati variabili; in assenza di segni di osteomielite vera o di chiari marker microbiologici, la terapia antibiotica cronica non è generalmente raccomandata come standard e va riservata a scenari selezionati dopo discussione multidisciplinare e valutazione rischio-beneficio. La chirurgia ha indicazioni rare e mirate: decompressioni o resezioni limitate per conflitti meccanici o compressioni neuro-vascolari nella regione sternoclavicolare refrattaria, e procedure correttive mandibolari in centri esperti, dopo fallimento di una completa sequenza medica.

Il monitoraggio della risposta e della sicurezza è parte integrante della strategia. Con csDMARDs si controllano periodicamente emocromo e funzione epatica/renale; con anti-IL-6 non abitualmente usati in SAPHO ma talora considerati in off-label, e con JAK-inibitori qualora valutati in casi eccezionali, si sorvegliano lipidi ed emogramma; con anti-TNF e anti-IL-1 si vigila sul rischio infettivo e si programmano richiami vaccinali appropriati. In presenza di parete toracica anteriore rigida e dolorosa, la valutazione funzionale respiratoria può quantificare l’impatto sulla meccanica toracica; nelle forme mandibolari è raccomandata la collaborazione con igiene dentale e odontostomatologia per prevenzione di complicanze e per l’ottimizzazione delle scelte farmacologiche (bifosfonati). La gestione ossea di base include vitamina D, calcio quando necessario, valutazione del rischio di frattura e, in caso di esposizione prolungata a corticosteroidi, prevenzione dell’osteoporosi secondo raccomandazioni correnti.

Nelle condizioni speciali, gravidanza e allattamento richiedono pianificazione: metotressato e leflunomide sono controindicati (per leflunomide è previsto wash-out con colestiramina prima del concepimento); i FANS si evitano nel terzo trimestre; tra gli anti-TNF il certolizumab pegol è quello con minore trasferimento placentare; i bifosfonati non sono consigliati in epoca preconcezionale e gravidanza per il potenziale accumulo osseo prolungato; le infiltrazioni locali possono essere un’opzione di rescue. In età avanzata si privilegia la riduzione del rischio infettivo e cardiovascolare e la semplificazione dei regimi; nei giovani con fenotipo CRMO/CNO-like si concorda un percorso di transizione con i colleghi della reumatologia pediatrica.

Il de-escalation è plausibile dopo remissione sostenuta o bassa attività stabile: si possono allungare gli intervalli o ridurre i dosaggi di biologici e rimodulare l’uso di bifosfonati, mantenendo un csDMARD di base ove utile e programmando RM/TC di controllo nei distretti critici; la sospensione completa aumenta il rischio di recidiva e va ponderata caso per caso con un piano di rientro rapido in caso di flare. L’uso cronico di glucocorticoidi va evitato e, se presente, è prioritario un piano di tapering strutturato.

La prognosi della sindrome SAPHO è generalmente di decorso cronico-recidivante con oscillazioni dell’attività; la maggioranza dei pazienti, con strategia precoce e personalizzata, ottiene un controllo soddisfacente del dolore e della funzione e una riduzione sostanziale delle riacutizzazioni. I fattori prognostici sfavorevoli includono lunga durata di malattia prima del trattamento, coinvolgimento esteso della parete toracica anteriore con impatto respiratorio, fenotipo assiale con rigida iperostosi, interessamento mandibolare persistente e importante quota cutanea recidivante. Un approccio multidisciplinare che combini riabilitazione, ottimizzazione farmacologica step-up (bifosfonati, csDMARDs, anti-TNF o anti-IL-1/17 in selezione), prevenzione infettivologica e sorveglianza radiologica consente oggi di prevenire la maggior parte degli esiti strutturali disabilitanti e di mantenere una qualità di vita molto vicina a quella attesa per età e comorbilità.

Complicanze

Nel contesto della sindrome SAPHO le complicanze sono esiti anatomo-funzionali e iatrogeni che aumentano morbilità e rischio di disabilità oltre l’andamento naturale di osteite sterile e iperostosi. A livello loco-regionale, il rimodellamento osseo reattivo nella parete toracica anteriore e al giunto sterno-costo-clavicolare produce ispessimento corticale e ponti periostali che restringono gli spazi osteo-fibrosi, con attrito meccanico, scrosci e dolore evocato dai movimenti ampi di spalla; nel tempo l’irregolarità corticale e la sclerosi irrigidiscono il cingolo scapolare e favoriscono conflitti meccanici su borse e tendini contigui. La progressiva iperostosi del terzo mediale di clavicola può determinare un effetto massa sulla doccia costo-clavicolare con compressione vascolo-nervosa sub-costoclavicolare: parestesie da postura protratta, sensazione di peso all’arto superiore, raramente edema o fenomeni ischemici da posizioni estreme. Quando la sinovite reattiva interessa le superfici sternoclavicolari o manubrio-sternali, la proliferazione sinoviale entro docce osteo-fibrose può tradursi in neuropatie da intrappolamento locali o in instabilità dolorose che limitano la vita di relazione e la performance lavorativa.

Nel rachide, la successione osteite-sclerosi-iperostosi conduce a blocchi funzionali segmentari con perdita di mobilità in flessione ed estensione e dolore alla rotazione; nelle forme estese la crescita ossea paravertebrale può contribuire ad irritazioni radicolari o a un restringimento del canale con possibile claudicatio neurogena, quadro che impone sorveglianza clinica e imaging mirato. La sacroileite concomitante, quando evolutiva, irrigidisce la cintura pelvica e altera i pattern di carico, con sovraccarico compensatorio su anche, ginocchia e piede e maggiore rischio di dolore meccanico sovrapposto. Alla mandibola, l’osteite cronica e l’iperostosi possono generare trisma, malocclusione e dolore masticatorio; l’asimmetria del profilo mandibolare nelle forme persistenti comporta impatto estetico e psicologico, e l’infiammazione cronica peri-apicale può mimare patologia odontogena con iter terapeutici inappropriati se non riconosciuta precocemente.

Sul piano respiratorio, la rigidità del complesso manubrio-sternale e delle articolazioni sternocostali riduce l’espansione toracica anteriore e rende dolorosi gli atti respiratori profondi, con percezione di dispnea da sforzo non proporzionata ai reperti spirometrici; la limitazione cronica dell’escursione toracica, specie nei profili iperostotici marcati, condiziona la tolleranza allo sforzo e la qualità del sonno. La cute contribuisce con proprie complicanze: la pustolosi palmoplantare evolve in fissurazioni dolorose e ipercheratosi recidivanti che compromettono la deambulazione e le attività manuali fini; l’acne severa (conglobata o fulminante) lascia cicatrici retraenti e discromie permanenti su volto, torace e dorso, con significativo impatto psicosociale; le forme contigue con idradenite suppurativa sviluppano tramiti e sinus bagnanti cronici con rischio di sovrainfezioni batteriche locali.

La diagnosi differenziale tardiva è essa stessa fonte di complicanze: l’erronea attribuzione a osteomielite batterica può comportare cicli prolungati di antibiotici, procedure invasive e resezioni non necessarie; all’opposto, l’eccesso di cautela può ritardare terapie efficaci e fissare esiti iperostotici invalidanti. Le fratture patologiche sono rare, ma micro-instabilità su osso rimodellato in maniera disorganizzata spiegano dolori persistenti e asimmetrie funzionali prolungate.

Il dolore cronico e il ritmo recidivante dell’attività favoriscono sensibilizzazione periferica e centrale con iperalgesia locale, disturbi del sonno, astenia e calo di performance; in assenza di un programma riabilitativo progressivo il disuso condiziona rigidità secondaria, decondizionamento muscolare e peggioramento del dolore, instaurando un circolo vizioso difficile da interrompere senza presa in carico multidisciplinare.

Le complicanze iatrogene dipendono dal profilo terapeutico. Con i regimi anti-infiammatori si rilevano eventi gastrointestinali da FANS (dispepsia, ulcera e sanguinamento nei profili a rischio) e tossicità steroidea cumulativa quando l’uso non è limitato a bridging (iperglicemia, osteoporosi, infezioni, cataratta). Con i csDMARDs occorrono epatotossicità e citopenie con metotressato (prevenibili con acido folico e monitoraggio), intolleranza gastrointestinale ed epatica con sulfasalazina, tossicità oculare dose/durata-dipendente con idrossiclorochina che impone sorveglianza oftalmologica. Nelle forme con iperattività ossea, i bifosfonati endovena riducono dolore e segni di osteite ma richiedono prevenzione dedicata: rischio di osteonecrosi della mandibola in presenza di fattori predisponenti (cattiva salute orale, procedure dentali invasive, dosi cumulative elevate), crisi simil-influenzale post-infusione, ipocalcemia in carenza di vitamina D non corretta. Con i biologici e i targeted le complicanze riflettono la classe: gli anti-TNF espongono a riattivazione tubercolare e infezioni intracellulari (necessario screening TBC e profilo vaccinale aggiornato), gli anti-IL-1 si associano a infezioni cutanee e neutropenia in una minoranza di casi, gli anti-IL-17 aumentano il rischio di candidiasi mucocutanee; le riacutizzazioni cutanee paradosse sono possibili e impongono rivalutazione della classe terapeutica. La co-gestione dermato-reumatologica ottimizza il bilanciamento tra beneficio scheletrico e controllo delle lesioni cutanee, riducendo l’esposizione cumulativa a steroidi sistemici.

In gravidanza e allattamento, la malattia attiva peggiora dolore e disabilità e limita l’attività fisica; alcuni farmaci sono controindicati (metotressato e leflunomide con necessità di wash-out pre-concezionale), i FANS si evitano nel terzo trimestre, i bifosfonati sono sconsigliati per l’accumulo osseo prolungato; tra i biologici, certolizumab pegol è preferibile per il basso trasferimento placentare. Nell’età avanzata, polipatologie e fragilità aumentano rischio infettivo e complicanze cardiovascolari dei regimi immunomodulanti, richiedendo strategie di riduzione del rischio e piani di riabilitazione adattati.

La prevenzione delle complicanze si fonda su controllo precoce e sostenuto dell’infiammazione con strategia treat-to-target clinico-radiologico, programmi di riabilitazione progressiva e protezione articolare, ottimizzazione ossea (vitamina D, calcio, valutazione del rischio fratturativo), igiene orale e timing dentale in chiave bifosfonati, vaccinazioni e screening infettivi prima dei biologici, educazione all’autogestione dei flare e rapido rescue loco-regionale per evitare cronicizzazioni. Una presa in carico multidisciplinare che integri reumatologia, dermatologia, fisiatria, radiologia e odontostomatologia riduce il peso delle complicanze prevenibili e preserva funzione e qualità di vita nel lungo termine.

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