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Artrite da iperparatiroidismo

L’artrite da iperparatiroidismo rappresenta l’espressione articolare di un eccesso cronico di ormone paratiroideo (PTH), tipicamente nel contesto di iperparatiroidismo primario, secondario o terziario, in cui l’alterazione prolungata dell’omeostasi calcio-fosforo e del rimodellamento osseo si traduce in un danno combinato di osso subcondrale, cartilagine, entesi e tessuti molli periarticolari. In questo scenario, la sintomatologia articolare non costituisce una malattia indipendente, ma un capitolo della più ampia compromissione scheletrica paratiroidea, che comprende osteopenia, osteoporosi, osteite fibrosa cistica, fratture patologiche e calcificazioni periarticolari. Dal punto di vista clinico, il quadro articolare può andare da un’artropatia cronica con dolore e rigidità a esordio insidioso, spesso confusa con artrosi o artriti infiammatorie comuni, fino a episodi acuti di artrite da cristalli di pirofosfato di calcio, in un continuum in cui componente meccanico-degenerativa e componente infiammatoria si intrecciano in modo variabile da paziente a paziente.

Nel contesto dell’iperparatiroidismo primario, l’eccesso di PTH determina un aumento marcato del turnover osseo con riassorbimento corticale e trabecolare, rimodellamento patologico dell’osso subcondrale e sovraccarico sulle superfici articolari di carico; a livello clinico ciò si traduce in dolore profondo, spesso mal localizzato, e in una progressiva compromissione delle articolazioni prossimali degli arti inferiori, del rachide e delle piccole articolazioni della mano. A questa base strutturale si sovrappone in una quota non trascurabile di pazienti la deposizione di cristalli di pirofosfato di calcio diidrato (CPPD) nella cartilagine ialina e fibrocartilaginea con sviluppo di condrocalcinosi e potenziali attacchi di pseudogotta; l’iperparatiroidismo è infatti una delle condizioni metaboliche classicamente associate alle artropatie da cristalli di pirofosfato, e in alcuni casi la comparsa di artrite acuta o la documentazione radiografica di condrocalcinosi rappresentano un indizio cruciale per sospettare e diagnosticare il disturbo paratiroideo di base. Nei quadri di iperparatiroidismo secondario legato alla malattia renale cronica, il contributo aggiuntivo di iperfosfatemia, deficit di vitamina D e acidosi metabolica amplifica la sofferenza osteoarticolare, favorendo sia il riassorbimento osseo che le calcificazioni periarticolari.

Sul piano epidemiologico, la frequenza delle manifestazioni articolari è strettamente legata alla durata e alla gravità dell’iperparatiroidismo. Nelle coorti storiche di iperparatiroidismo primario non trattato, la classica osteite fibrosa cistica si associava spesso a dolore osseo diffuso, deformità scheletriche e coinvolgimento articolare marcato, mentre nelle casistiche moderne dei paesi con ampia disponibilità di esami ematochimici la diagnosi viene spesso posta in fase più precoce, con quadri più attenuati ma comunque caratterizzati da artralgie e riduzione della qualità di vita. Studi radiologici sistematici hanno documentato una prevalenza di condrocalcinosi radiografica nettamente superiore rispetto alla popolazione generale nei pazienti con iperparatiroidismo, con incremento progressivo con l’età e con la severità dell’iperparatiroidismo, e una quota non irrilevante di attacchi acuti di pseudogotta in prossimità della paratiroidectomia. Nei pazienti con iperparatiroidismo secondario da malattia renale cronica, il dolore osteoarticolare rappresenta uno dei sintomi più frequenti e invalidanti, con interessamento non solo delle grandi articolazioni portanti ma anche delle piccole articolazioni della mano, delle spalle e del rachide, spesso in associazione a calcificazioni periarticolari e dei tessuti molli. L’impatto funzionale complessivo dell’artrite da iperparatiroidismo è quindi significativo, sia per la compromissione diretta delle articolazioni, sia per il contributo congiunto di fragilità ossea, fratture e miopatia prossimale.

Eziologia, patogenesi e fisiopatologia

L’artrite da iperparatiroidismo è la risultante articolare di un’alterazione sistemica del metabolismo calcio-fosforo mediata da un eccesso cronico di ormone paratiroideo, che condiziona in modo profondo il rimodellamento osseo, la struttura dell’osso subcondrale e la biochimica della cartilagine e dei tessuti molli periarticolari. Dal punto di vista eziologico, il quadro si inserisce in tre principali contesti clinici: l’iperparatiroidismo primario, in cui una produzione eccessiva e autonoma di PTH da parte di un adenoma singolo, di una iperplasia ghiandolare o di una neoplasia paratiroidea determina ipercalcemia cronica e aumento del riassorbimento osseo; l’iperparatiroidismo secondario, tipicamente associato a malattia renale cronica, deficit di vitamina D o malassorbimento intestinale, in cui la stimolazione paratiroidea è sostenuta da ipocalcemia e iperfosfatemia; e l’iperparatiroidismo terziario, nel quale una secrezione PTH indipendente si mantiene dopo lunga storia di iperparatiroidismo secondario. In tutti questi scenari, l’eccesso di PTH agisce sui recettori PTH1R espressi su osteoblasti, osteociti e cellule stromali del midollo, inducendo un aumento dell’espressione di RANKL e una riduzione relativa di OPG, con conseguente iperattivazione degli osteoclasti e incremento del riassorbimento osseo corticale e trabecolare.

Nel compartimento articolare, la prima conseguenza di questo sbilanciamento è la trasformazione dell’osso subcondrale in un tessuto a elevato turnover, caratterizzato da riassorbimento subperiostale, rarefazione corticale, cavità cistiche e lesioni osteolitiche focali che possono confliggere con la superficie articolare. La classica osteite fibrosa cistica, espressione estrema della malattia ossea paratiroidea, rappresenta la forma più evidente di questo processo, con sostituzione del tessuto osseo da parte di tessuto fibroso ricco di cellule osteoclastiche e cavità cistiche che possono svilupparsi in prossimità delle epifisi e delle articolazioni sottoposte a carico. Il riassetto della microarchitettura trabecolare e corticale dell’osso subcondrale altera la distribuzione delle forze meccaniche, aumenta la deformabilità dell’osso di supporto e predispone a microfratture, collassi e deformità che, nel tempo, determinano incongruenza articolare, sovraccarico regionale della cartilagine e artrosi secondaria, soprattutto a carico di ginocchia, anche, spalle e colonna vertebrale.

Parallelamente, l’iperparatiroidismo modifica la biologia della cartilagine articolare e dei tessuti molli periarticolari attraverso una combinazione di fattori biochimici e meccanici. L’aumento cronico del calcio sierico e le alterazioni del metabolismo del fosfato favoriscono la supersaturazione locale di calcio e pirofosfato in sedi cartilaginee predisposte, mentre la degenerazione meccanica della matrice cartilaginea, legata alle alterazioni dell’osso subcondrale e all’instabilità articolare, espone e frammenta le zone di calcificazione fisiologica. A livello dei condrociti, l’iperparatiroidismo si associa ad alterazioni dei sistemi enzimatici coinvolti nel metabolismo del pirofosfato inorganico, con aumento dell’attività di nucleoside trifosfato pirofosfoidrolasi (NTPPPH) e modificazioni dell’espressione del trasportatore ANKH, che regolano il flusso di pirofosfato tra compartimento intracellulare ed extracellulare. Il risultato è un microambiente cartilagineo ricco di pirofosfato e calcio, nel quale la nucleazione e la crescita di cristalli di pirofosfato di calcio diidrato sono facilitate, dando origine a focolai di condrocalcinosi e potenziali depositi nelle fibrocartilagini meniscali, nei dischi intervertebrali e nelle sinfisi fibrocartilaginee.

Quando i cristalli di CPPD vengono rilasciati nel liquido sinoviale o fagocitati dai macrofagi sinoviali, si attivano meccanismi infiammatori analoghi a quelli osservati in altre artropatie da cristalli. I cristalli, riconosciuti come corpi estranei, stimolano l’attivazione di recettori dell’immunità innata, tra cui il complesso NLRP3 inflammasoma, con produzione di IL-1β attiva, IL-18 e un’ampia cascata di citochine proinfiammatorie (IL-6, TNF, chemochine neutrofiliche) che richiamano granulociti nel liquido sinoviale e determinano il quadro clinico di artrite acuta, con tumefazione, calore e dolore marcato. In molti pazienti con iperparatiroidismo, tuttavia, la deposizione di cristalli rimane clinicamente silente e si manifesta solo come condrocalcinosi radiografica; il passaggio alla fase sintomatica può essere innescato da variazioni acute della calcemia, traumi minori o interventi chirurgici, in particolare la paratiroidectomia, che modificano bruscamente l’assetto calcio-fosforo e l’equilibrio di solubilità dei cristalli depositati.

Un ulteriore contributo patogenetico è offerto dalle alterazioni delle entesi e delle strutture fibrocartilaginee periarticolari. Il PTH in eccesso, insieme al prodotto calcio-fosforo aumentato, favorisce la deposizione di sali di calcio in legamenti, tendini e capsule articolari, con formazione di calcificazioni entesopatiche che irrigidiscono le strutture di supporto, ne riducono l’elasticità e possono essere sede di infiammazione locale e dolore. Calcificazioni a carico del tendine d’Achille, della fascia plantare, dei legamenti interspinosi e della cuffia dei rotatori contribuiscono a quadri combinati di dolore articolare e periarticolare, limitazione funzionale e instabilità, con un pattern clinico che può sovrapporsi ad altre tendinopatie calcifiche. In parallelo, l’osso falangeo distale e le falangi intermedie possono andare incontro a acroosteolisi e riassorbimento subperiostale lungo i margini radiali delle falangi, con deformità delle mani e alterazione delle piccole articolazioni interfalangee, fino a mimare radiologicamente forme erosive di artrosi o artrite infiammatoria.

Nel complesso, la fisiopatologia dell’artrite da iperparatiroidismo è il risultato dell’integrazione di tre livelli di danno: un’alterazione macroscopica del supporto osseo subcondrale con osteite fibrosa e fragilità, un’alterazione microstrutturale e biochimica della cartilagine e delle entesi che favorisce la deposizione di cristalli di pirofosfato di calcio e di altri sali di calcio, e una possibile risposta infiammatoria sinoviale acuta o cronica scatenata dall’interazione tra cristalli e sistema immunitario innato. La combinazione variabile di questi meccanismi spiega la grande eterogeneità fenotipica dei pazienti, dai quadri dominati da dolore osseo e artropatia meccanica a bassa intensità fino alle forme in cui attacchi ripetuti di pseudogotta, condrocalcinosi diffusa e deformità articolari secondarie alla osteite fibrosa cistica costituiscono l’elemento clinico prevalente.

Manifestazioni Cliniche

L’esordio dell’artrite da iperparatiroidismo è spesso subdolo e sfumato, inserito in un quadro clinico dominato da sintomi generali come stanchezza, debolezza muscolare prossimale, dolore osseo diffuso e, talvolta, disturbi gastrointestinali o nefrolitiasi. All’anamnesi, il paziente riferisce tipicamente un dolore articolare sordo, profondo, spesso mal localizzato e difficilmente distinguibile dal dolore osseo periarticolare, con rigidità mattutina di entità modesta e più marcata sensazione di “peso” o affaticabilità articolare durante il carico. Il decorso è in molti casi cronico e lentamente progressivo, con periodi di parziale attenuazione alternati a fasi di peggioramento, e non raramente il quadro viene inizialmente interpretato come artrosi idiopatica o come espressione di una generica sindrome da sovraccarico muscolo scheletrico, soprattutto nei soggetti di mezza età o anziani. In una sottopopolazione di pazienti, tuttavia, l’esordio può avvenire in modo più eclatante, con attacchi acuti di artrite intensamente dolorosa su articolazioni previamente poco sintomatiche, nel quadro di una vera e propria pseudogotta legata alla deposizione e al rilascio di cristalli di pirofosfato di calcio.

Dal punto di vista della presentazione articolare cronica, l’artrite da iperparatiroidismo si manifesta più spesso come artropatia a componente mista meccanico-infiammatoria. Le articolazioni maggiormente coinvolte sono ginocchia, anche, spalle e colonna lombare, che sopportano il carico e risentono maggiormente della fragilità dell’osso subcondrale e delle deformità secondarie alle lesioni osteolitiche e alle fratture da fragilità. Il paziente descrive dolore al carico, peggioramento alla deambulazione prolungata, nel salire e scendere le scale o nel mantenere a lungo la stazione eretta, con sollievo relativo a riposo; la rigidità mattutina è in genere di breve durata, ma l’“avviamento” articolare può risultare difficoltoso dopo periodi di immobilità. A livello delle mani, l’interessamento delle piccole articolazioni interfalangee e delle articolazioni metacarpo-falangee si esprime con dolore, riduzione della forza di presa, difficoltà nei movimenti fini e occasionali deformità delle falangi legate ad acroosteolisi e riassorbimento subperiostale, in un quadro che può mimare artrosi erosiva o artrite infiammatoria cronica.

Un capitolo peculiare è rappresentato dalla artropatia da cristalli di pirofosfato di calcio associata a iperparatiroidismo. In questi pazienti la presenza di condrocalcinosi radiografica a carico di ginocchia, polsi, sinfisi pubica o dischi intervertebrali può precedere o accompagnare episodi clinici di pseudogotta. L’anamnesi raccoglie in questi casi attacchi acuti di dolore articolare violento, con insorgenza in poche ore, gonfiore marcato, arrossamento e calore locale, spesso a carico di un ginocchio o di un polso, talvolta con interessamento poliarticolare asincrono. Il paziente riferisce talvolta un fattore scatenante, come un trauma minore, una malattia intercorrente o un intervento chirurgico; la paratiroidectomia stessa, con le rapide variazioni dell’assetto calcio-fosforo, può rappresentare un trigger per attacchi postoperatori di pseudogotta. La sintomatologia sistemica è variabile, con febbricola, malessere e limitazione funzionale importante durante la fase acuta, che tende a risolversi nell’arco di giorni o settimane, lasciando dietro di sé una articolazione talvolta più dolente e rigida rispetto al baseline.

All’esame obiettivo, nelle forme croniche l’articolazione colpita appare in genere poco arrossata e moderatamente calda, con tumefazione spesso legata a ispessimento osteoarticolare e periarticolare più che a un versamento imponente. Il range di movimento è ridotto sia per il dolore sia per la rigidità, e nei casi avanzati possono essere presenti deformità assiali, instabilità e crepitii grossolani alla mobilizzazione, indicativi di artrosi secondaria su substrato di osteite fibrosa cistica e collasso subcondrale. A livello delle mani, l’ispezione può mettere in evidenza accorciamento delle falangi distali, irregolarità dei contorni digitali, deformità a “morsura” dei margini radiali delle falangi, ispessimento dei tessuti molli periarticolari e segni di acroosteolisi; la palpazione rivela dolorabilità lungo le linee articolari e in corrispondenza delle entesi, in particolare a livello dell’inserzione dei tendini flessori ed estensori. Nelle forme con marcata condrocalcinosi, la mobilizzazione passiva può evocare scrosci secchi o sensazioni di attrito legate alla presenza di depositi calcifici intrarticolari.

Nella forma acuta da cristalli, l’esame obiettivo è dominato dai segni di infiammazione: articolazione tumefatta, calda, marcatamente dolente alla palpazione e al minimo tentativo di movimento, spesso con versamento evidente, soprattutto a livello del ginocchio dove il ballottamento rotuleo è facilmente apprezzabile. La cute sovrastante può apparire arrossata, e il paziente tende ad assumere atteggiamenti antalgici con flessione dell’articolazione interessata. Il quadro può ricordare un’artrite settica o un attacco gottoso, imponendo una valutazione accurata dei fattori di rischio e degli esami di laboratorio e, quando necessario, l’analisi del liquido sinoviale per la ricerca di cristalli e l’esclusione di infezione. In questi contesti, la presenza di ipercalcemia o di segni biochimici e clinici suggestivi di iperparatiroidismo, insieme alla documentazione radiografica di condrocalcinosi, orienta il sospetto verso una pseudogotta associata a disturbo paratiroideo di base.

Nel paziente con malattia renale cronica e iperparatiroidismo secondario, il quadro articolare si inserisce in una sindrome muscolo scheletrica complessa, in cui dolore osseo diffuso, mialgie, prurito e sindrome delle gambe senza riposo si combinano con artropatia cronica di ginocchia, anche, spalle e piccole articolazioni. L’esame obiettivo mette in evidenza limitazione funzionale, difficoltà ad alzarsi da seduto, instabilità nella stazione eretta e nella deambulazione, con elevato rischio di cadute e fratture, oltre a calcificazioni periarticolari palpabili come noduli duri e irregolari in prossimità delle grandi articolazioni. Nei casi più severi, la presenza di deformità vertebrali, cifosi e collassi vertebrali condiziona ulteriormente la biomeccanica globale dell’apparato locomotore, amplificando sovraccarichi e sintomi a livello delle articolazioni periferiche.

Nel complesso, la traiettoria clinica dell’artrite da iperparatiroidismo è caratterizzata da una combinazione peculiare di elementi: dolore articolare cronico su base meccanico-degenerativa legata alla fragilità dell’osso subcondrale e all’osteite fibrosa cistica, episodi possibili di artrite acuta da cristalli di pirofosfato di calcio su articolazioni con condrocalcinosi, deformità e instabilità articolari secondarie a fratture e collassi ossei, e sintomi periarticolari da entesopatia calcifica. Il riconoscimento di questo pattern, integrato con una anamnesi accurata dei sintomi sistemici da iperparatiroidismo e, soprattutto, con una attenta valutazione dei fattori di rischio per disturbi del metabolismo calcio-fosforo, è fondamentale per orientare il sospetto etiologico e impostare un percorso diagnostico mirato, in stretta collaborazione con l’endocrinologo e il nefrologo, al fine di prevenire l’ulteriore progressione del danno articolare e migliorare la qualità di vita del paziente.

Accertamenti, sierologia ed imaging

Una volta riconosciuto un quadro articolare compatibile con artropatia da iperparatiroidismo, l’iter di inquadramento deve svilupparsi in modo sistematico con un duplice obiettivo: dimostrare la presenza e la natura dell’eccesso di ormone paratiroideo e del disturbo minerale di base, e documentare se e come questo si traduca in danno osseo e articolare, distinguendolo da artrosi primitive, artriti infiammatorie o artropatie microcristalline non correlate. Il percorso integra esami ematochimici generali, profilo biochimico-ormonale specifico, eventuale analisi del liquido sinoviale in caso di artrite acuta, e metodiche di imaging mirate sia allo scheletro assiale e appendicolare sia alle articolazioni clinicamente sintomatiche, con un’attenzione particolare alle sedi elettive delle lesioni paratiroidee (falangi, ossa lunghe, pelvi, colonna) e ai distretti tipicamente interessati da condrocalcinosi e pseudogotta (ginocchia, polsi, sinfisi pubica, dischi intervertebrali).

Il primo gradino è rappresentato dagli esami di I livello di laboratorio. La VES e la PCR possono risultare normali o moderatamente aumentate, riflettendo più spesso una sofferenza scheletrica cronica che una flogosi articolare acuta franca; valori molto elevati devono far rivalutare la possibilità di patologie concomitanti (artriti infettive, connettiviti sistemiche). L’emocromo è spesso normale, ma nei quadri avanzati di iperparatiroidismo secondario da malattia renale cronica possono comparire anemia normocromica e segni di malattia cronica. Già a questo livello, tuttavia, assumono rilevanza i parametri del metabolismo minerale: calcemia totale e ionizzata, fosforemia, creatininemia, fosfatasi alcalina totale e frazione ossea, che orientano verso un iperparatiroidismo primario (ipercalcemia con fosforemia normale o ridotta), secondario (ipocalcemia o normocalcemia con iperfosforemia e malattia renale cronica) o terziario (ipercalcemia su iperparatiroidismo secondario di lunga data). Nelle forme legate a malattia renale cronica, la valutazione del profilo CKD-MBD comprende anche bicarbonati, assetto lipidico e parametri del metabolismo della vitamina D, secondo le raccomandazioni KDIGO per i disordini minerali associati a CKD.

Il cuore della “sierologia” nel contesto dell’iperparatiroidismo è rappresentato dal profilo ormonale e vitaminico. Il dosaggio del PTH intatto (PTH 1–84) costituisce il cardine: un valore persistentemente elevato, in presenza di calcemia aumentata e fosforemia non elevata, consolida il sospetto di iperparatiroidismo primario; un PTH alto su base di ipocalcemia e iperfosforemia, in associazione a filtrato glomerulare ridotto, è tipico dell’iperparatiroidismo secondario uremico; un PTH elevato con ipercalcemia in un paziente con lunga storia di iperparatiroidismo secondario suggerisce la transizione a iperparatiroidismo terziario. Il dosaggio della 25-idrossivitamina D è essenziale per riconoscere carenze che possono amplificare la risposta paratiroidea, mentre la misurazione ripetuta nel tempo di PTH, calcio e fosforo permette di distinguere oscillazioni transitorie da quadri stabilmente patologici. In un paziente con artropatia sospetta, la dimostrazione di un disordine cronico e non episodico del metabolismo calcio-fosforo è fondamentale per attribuire un ruolo eziologico plausibile all’iperparatiroidismo nel danno articolare.

Quando il quadro clinico comprende episodi acuti di artrite con tumefazione, calore e importante impotenza funzionale, l’analisi del liquido sinoviale diventa un passaggio cruciale per distinguere la componente microcristallina e per escludere un’artrite settica. L’artrocentesi, eseguita in condizioni sterili, consente di valutare l’aspetto macroscopico (spesso torbido, giallastro, con possibile presenza di microaggregati cristallini), la conta leucocitaria (generalmente nell’intervallo infiammatorio, con predominanza neutrofila ma valori medi inferiori rispetto alle artriti settiche batteriche) e l’eventuale presenza di fibrina. Il liquido va sempre inviato per esame colturale e, soprattutto, per l’esame a luce polarizzata compensata, che permette di visualizzare i cristalli di pirofosfato di calcio diidrato, di forma romboidale e con birifrangenza debolmente positiva; la dimostrazione di CPPD in un paziente con iperparatiroidismo documentato rappresenta un tassello forte per l’attribuzione dell’artrite a una pseudogotta correlata al disturbo minerale, pur non escludendo la coesistenza di altre forme di artropatia.

L’imaging scheletrico e articolare ha un ruolo centrale sia nella conferma dell’iperparatiroidismo come malattia ossea, sia nella caratterizzazione della componente articolare. La radiografia standard delle mani, dei piedi e delle sedi dolorose rappresenta l’esame di primo livello: nelle forme avanzate di iperparatiroidismo primario e secondario documenta il tipico riassorbimento subperiostale corticale, in particolare a carico dei margini radiali delle falangi medie, la acroosteolisi delle falangi distali, la rarefazione corticale diffusa, eventuali lesioni litiche “a bolle di sapone” corrispondenti ai tumori bruni, e il cosiddetto aspetto “sale e pepe” del cranio nelle forme più severe. A livello articolare, la radiografia delle ginocchia, dei polsi, della sinfisi pubica e dei dischi intervertebrali consente di identificare la condrocalcinosi della cartilagine ialina e fibrocartilaginea, segno radiologico di deposizione di CPPD, frequentemente associato a iperparatiroidismo cronico. Questi reperti, combinati, permettono di riconoscere il doppio volto dell’osso paratiroideo: quello della fragilità (osteopenia, lesioni litiche, fratture) e quello del deposito calcifico in sedi cartilaginee e periarticolari.

L’ecografia muscolo-scheletrica rappresenta un complemento importante, soprattutto nelle articolazioni periferiche. Consente di identificare versamenti, sinovite e ispessimento capsulare, ma anche di visualizzare direttamente le linee iperecogene puntiformi o lineari compatibili con condrocalcinosi, le calcificazioni entesopatiche a carico di tendini e legamenti, e le masse periarticolari calcifiche tipiche dei quadri più avanzati di disturbo minerale osseo. L’uso del power Doppler aiuta a quantificare l’attività infiammatoria sinoviale e perientesica, mentre la guida ecografica rende più sicura l’artrocentesi nelle articolazioni difficili. Nelle forme in cui si sospetta un coinvolgimento profondo dell’osso subcondrale o la presenza di tumori bruni in sedi complesse, la risonanza magnetica e la tomografia computerizzata forniscono dettagli fondamentali sulla struttura trabecolare, sull’estensione delle lesioni litiche e sulle eventuali fratture occulte o collassi vertebrali; la scintigrafia ossea può mostrare un pattern di ipercaptazione diffusa o multifocale nei siti di rimodellamento più attivo. Parallelamente, l’esecuzione di una densitometria ossea (DXA) rientra nell’inquadramento globale della malattia scheletrica da iperparatiroidismo, permettendo di quantificare la perdita di massa ossea e di inquadrare il rischio di frattura, elementi che si riflettono anche sulla vulnerabilità articolare.

In sintesi, gli accertamenti nell’artrite da iperparatiroidismo combinano un profilo biochimico-ormonale eseguito e interpretato secondo standard endocrinologici e nefrologici, l’analisi del liquido sinoviale nelle forme acute per documentare o escludere una componente microcristallina e infettiva, e un imaging calibrato sullo scheletro e sulle articolazioni sintomatiche per riconoscere il pattern tipico di osteite fibrosa cistica, condrocalcinosi e calcificazioni periarticolari. L’integrazione di questi elementi consente di collegare in modo solido il quadro articolare all’iperparatiroidismo sottostante, evitando al tempo stesso di attribuire automaticamente a esso qualsiasi dolore articolare in presenza di alterazioni biochimiche minime o incidentali del metabolismo calcio-fosforo.

Diagnosi e stadiazione

La diagnosi di artrite da iperparatiroidismo si fonda sull’integrazione di molteplici livelli informativi e non può essere ridotta alla sola dimostrazione di un PTH elevato. In ambito reumatologico, il compito principale è attribuire in modo corretto un quadro di artropatia a un eccesso cronico di ormone paratiroideo, distinguendolo dalle artrosi primitive, dalle artriti infiammatorie autoimmuni e dalle artropatie microcristalline isolate, evitando al contempo di etichettare come “paratiroidea” qualsiasi condrocalcinosi o pseudogotta in pazienti con alterazioni biochimiche modeste o transitorie. Il punto di partenza è costituito dal pattern clinico e radiologico articolare, già delineato, che definisce il tipo di coinvolgimento (artropatia cronica meccanico-degenerativa, pseudogotta, entesopatie calcifiche) e dalla dimostrazione indipendente di un disordine cronico del metabolismo calcio-fosforo coerente con un iperparatiroidismo primario, secondario o terziario.

Nella pratica clinica, l’attribuzione di un quadro articolare all’iperparatiroidismo diventa altamente plausibile quando coesistono alcuni requisiti fondamentali: presenza di artropatia cronica o pseudogotta in un paziente con iperparatiroidismo biochimicamente e clinicamente documentato, reperti radiografici tipici di malattia ossea paratiroidea (riassorbimento subperiostale, acroosteolisi, osteite fibrosa cistica, lesioni litiche compatibili con tumori bruni) e segni di condrocalcinosi o calcificazioni periarticolari in sedi congrue con i sintomi. L’analisi del liquido sinoviale deve aver escluso batteri piogeni nelle forme acute e, quando possibile, deve aver documentato la presenza di cristalli di CPPD nei quadri di pseudogotta. In questo contesto, la normalità della sierologia reumatologica (fattore reumatoide, anticorpi anti-CCP, ANA specifici) e l’assenza di un pattern articolare erosivo simmetrico o di manifestazioni sistemiche suggestive di connettiviti o spondiloartriti rafforzano l’interpretazione metabolica del quadro articolare.

Per rendere operativo questo ragionamento è utile considerare un nucleo di elementi che, se presenti in combinazione, sostengono con forza la diagnosi di artrite da iperparatiroidismo:


La diagnosi differenziale resta un elemento centrale lungo tutto il percorso. Le artropatie microcristalline da urato monosodico (gota) condividono con la pseudogotta la possibilità di attacchi acuti molto dolorosi, ma si distinguono per la presenza di cristalli aghiformi con birifrangenza fortemente negativa, per la predilezione per l’articolazione metatarso-falangea dell’alluce e per eventuali tofi periarticolari e sottocutanei. Le artrosi primitive presentano un pattern radiografico degenerativo senza condrocalcinosi sistematizzata e senza segni tipici di osteite fibrosa cistica; nelle artrosi erosive e in alcune artriti psoriasiche possono comparire erosioni delle interfalangee distali e acroosteolisi, ma in assenza di un profilo biochimico compatibile con iperparatiroidismo e di tumori bruni l’interpretazione deve restare prudente. Le artriti reumatoidi e le altre connettiviti sistemiche si distinguono per la distribuzione articolare (più spiccatamente simmetrica e poliarticolare), per la presenza di autoanticorpi specifici, per le erosioni marginali tipiche e per manifestazioni extra-articolari peculiari; in questi casi, eventuali alterazioni del metabolismo calcio-fosforo possono rappresentare comorbilità e non la causa primaria della sinovite.

Per quanto riguarda la stadiazione, non esiste un sistema formalmente codificato specifico per l’artrite da iperparatiroidismo; tuttavia, dal punto di vista clinico è utile distinguere alcuni profili evolutivi che hanno implicazioni prognostiche e terapeutiche. Un primo gruppo comprende le forme subcliniche, in cui l’iperparatiroidismo è identificato per alterazioni biochimiche o per osteopenia alla densitometria, mentre l’articolazione presenta solo dolori vaghi e assenza di condrocalcinosi o calcificazioni periarticolari evidenti; in questi pazienti, la correzione precoce del disordine minerale può prevenire l’instaurarsi di una vera artropatia. Un secondo gruppo è rappresentato dalle forme croniche meccanico-degenerative, in cui sono presenti dolore articolare persistente, rigidità, limitazione funzionale e segni radiografici di artrosi secondaria su osso subcondrale fragile, con o senza condrocalcinosi, ma senza episodi frequenti di artrite acuta; qui l’attenzione è rivolta sia al controllo dell’iperparatiroidismo sia alla gestione riabilitativa e ortopedica della compromissione articolare.

Un terzo profilo clinico è costituito dai pazienti con artropatia da iperparatiroidismo con pseudogotta ricorrente, nei quali la condrocalcinosi radiografica è marcata e gli episodi acuti di artrite si ripetono nel tempo, talvolta in relazione a variazioni dell’assetto calcio-fosforo (per esempio dopo paratiroidectomia o modifiche della terapia nel CKD-MBD). In questi casi, oltre al controllo del PTH e dei parametri minerali, diventa centrale una strategia mirata di prevenzione e gestione delle crisi microcristalline. Infine, esistono forme avanzate e deformanti, nelle quali a un iperparatiroidismo di lunga durata si associano osteite fibrosa cistica diffusa, tumori bruni multipli, acroosteolisi marcata e fratture vertebrali e periferiche; in questo scenario, le articolazioni risultano gravemente compromesse per deformità, collassi subcondrali e instabilità, con disabilità funzionale rilevante e necessità di un approccio multidisciplinare che includa endocrinologo, nefrologo, reumatologo e ortopedico.

Nel complesso, la stadiazione dell’artrite da iperparatiroidismo è essenzialmente clinico-evolutiva e si basa su tre assi principali: gravità e durata del disordine paratiroideo e del disturbo minerale, grado di danno strutturale osseo e articolare documentato da radiografia, ecografia, RM e densitometria, e impatto funzionale sulla vita quotidiana del paziente. Il monitoraggio nel tempo di questi parametri, insieme alla valutazione seriata di PTH, calcio, fosforo, VES, PCR e agli esami di imaging delle articolazioni e dello scheletro assiale, consente di adeguare il piano terapeutico, di identificare precocemente le forme destinate a un decorso più complesso e di impostare un follow-up mirato alla preservazione della funzione articolare e alla riduzione del rischio di fratture e disabilità a lungo termine.

Trattamento e prognosi

Gli obiettivi del trattamento dell’artrite da iperparatiroidismo sono il controllo e, quando possibile, la normalizzazione dell’eccesso di ormone paratiroideo (PTH), la correzione del disordine minerale osseo sottostante, la riduzione del dolore e della rigidità articolare, la prevenzione delle fratture e delle deformità scheletriche e la limitazione degli episodi di artrite acuta da cristalli di pirofosfato di calcio. A differenza delle artriti infettive, dove il bersaglio primario è l’eradicazione del patogeno, nell’artropatia da iperparatiroidismo il fulcro è la modificazione duratura del milieu metabolico che sostiene la sofferenza ossea e articolare, integrando interventi endocrinologici, nefrologici, reumatologici e, nei casi avanzati, ortopedici e chirurgici paratiroidei.

Nel contesto dell’iperparatiroidismo primario, il trattamento di scelta è la paratiroidectomia in presenza di criteri clinici e biochimici appropriati. L’asportazione dell’adenoma paratiroideo o della ghiandola iperplastica interrompe la produzione autonoma di PTH, riduce la calcemia e gradualmente normalizza il turnover osseo, consentendo nel tempo un miglioramento della densità minerale ossea e una stabilizzazione o regressione delle lesioni di osteite fibrosa cistica. Dal punto di vista articolare, la correzione chirurgica si associa spesso a riduzione del dolore osseo e della sintomatologia articolare cronica, pur con tempi di risposta non sempre rapidi e con un impatto meno prevedibile sulle calcificazioni già formate, come la condrocalcinosi. Nelle forme lievi o in pazienti non candidabili alla chirurgia, si ricorre a una gestione medica conservativa, con monitoraggio stretto di calcemia, PTH, funzione renale e densità ossea, utilizzo di supplementi di vitamina D per correggere eventuali deficit concomitanti e, nei casi selezionati, impiego di calcimimetici per ridurre i livelli di PTH e contenere l’ipercalcemia, pur sapendo che l’effetto su dolore e funzione articolare è indiretto e mediato dal miglior controllo della malattia ossea.

Nell’iperparatiroidismo secondario da malattia renale cronica, la strategia terapeutica mira a correggere i determinanti del disordine minerale CKD-MBD: controllo dell’iperfosforemia con restrizione fosforica dietetica e chela tori del fosforo, ottimizzazione della dose dialitica, supplementazione di vitamina D o di analoghi attivi per ridurre lo stimolo ipocalcemico sulla paratiroide e impiego di calcimimetici per abbassare il PTH plasmatico entro range considerati sicuri. Quando l’iperparatiroidismo secondario diventa refrattario e si complica con osteite fibrosa cistica severa, tumori bruni e marcata sintomatologia scheletrica, si pone indicazione a paratiroidectomia subtotale o totale con autotrapianto, con l’obiettivo di ridurre drasticamente la stimolazione ossea paratiroidea. Dal punto di vista articolare, il miglioramento del dolore e della funzionalità può essere significativo, ma è modulato dallo stadio della malattia renale, dalla durata del disturbo minerale e dall’entità delle lesioni strutturali pregresse. Nelle forme di iperparatiroidismo terziario il ragionamento è analogo, con maggior peso della soluzione chirurgica quando il PTH resta elevato nonostante un’ottimizzazione completa della terapia medica.

La gestione della componente articolare cronica richiede un approccio parallelo a quello metabolico. I FANS rappresentano il cardine del controllo sintomatico del dolore meccanico-degenerativo e delle fasi subacute di sinovite, con scelta della molecola e del regime posologico in funzione dell’età, della funzione renale, del rischio cardiovascolare e gastrointestinale. Nei pazienti con insufficienza renale avanzata l’uso dei FANS è fortemente limitato o controindicato, e si ricorre a analgesici di altra classe (paracetamolo, oppioidi deboli in selezionati casi), associando terapie fisiche e programmi riabilitativi mirati al rinforzo muscolare, al miglioramento del range di movimento e alla correzione di schemi motori patologici. La fisioterapia ha un ruolo centrale nel ridurre il decondizionamento e nel prevenire rigidità e instabilità, con esercizi adattati alle articolazioni più coinvolte (ginocchia, anche, spalle, colonna, mani) e al livello funzionale del paziente.

Quando l’artrite si manifesta con episodi acuti di pseudogotta su condrocalcinosi, il trattamento segue i principi delle artropatie da cristalli di pirofosfato di calcio. Gli attacchi vengono gestiti con FANS a dosi antinfiammatorie, colchicina, eventualmente corticosteroidi sistemici a breve termine nei pazienti non eleggibili ai FANS, e, soprattutto, con infiltrazioni intra-articolari di corticosteroidi quando una o poche articolazioni sono francamente coinvolte e la diagnosi è sufficientemente chiara. L’artrocentesi evacuativa, oltre a confermare la presenza di cristalli e a escludere infezione batterica, contribuisce ad alleviare la sintomatologia riducendo il volume del versamento. Nei pazienti con pseudogotta ricorrente si può considerare l’impiego di colchicina a basse dosi come profilassi a lungo termine, bilanciando benefici e potenziali tossicità, in particolare in presenza di insufficienza renale o di polifarmacoterapia. È importante sottolineare che, pur riducendo la frequenza degli attacchi, questi interventi non eliminano le calcificazioni già formate, il cui destino dipende in larga misura dal controllo del disordine minerale di base.

Nei quadri più avanzati, in cui la combinazione di osteite fibrosa cistica, tumori bruni, fratture e artrosi secondaria determina una grave compromissione strutturale di singole articolazioni, entra in gioco la chirurgia ortopedica. Interventi di curettage e stabilizzazione di lesioni litiche, osteotomie correttive, artrodesi selettive o protesi articolari (soprattutto anca e ginocchio) possono essere necessari per ripristinare una funzione accettabile e ridurre il dolore cronico refrattario alle terapie conservative. La tempistica di questi interventi deve essere coordinata con il controllo dell’iperparatiroidismo: la normalizzazione o il miglioramento del metabolismo calcio-fosforo prima della chirurgia riduce il rischio di complicanze legate a fragilità ossea e favorisce la consolidazione, mentre nei pazienti dializzati o con CKD avanzata la pianificazione deve tenere conto della stabilità emodinamica, del rischio infettivo e della gestione perioperatoria dei chelanti del fosforo, dei calcimimetici e delle vitamine D attive.

Il monitoraggio della risposta terapeutica si basa su un duplice binario. Sul versante metabolico si seguono nel tempo PTH, calcemia, fosforemia, fosfatasi alcalina e densità ossea, valutando l’efficacia della paratiroidectomia o della terapia medica e l’evoluzione della malattia ossea; sul versante articolare si osservano l’andamento del dolore, la frequenza degli episodi di pseudogotta, la capacità funzionale (distanza di marcia, performance nelle attività di vita quotidiana) e l’evoluzione dei reperti radiografici ed ecografici, con particolare attenzione all’eventuale progressione delle condrocalcinosi, alla comparsa di deformità articolari e alla stabilità del rachide. Nelle forme in cui l’iperparatiroidismo viene efficacemente controllato, ci si attende una graduale riduzione del dolore osseo e articolare cronico, una stabilizzazione delle lesioni ossee strutturali e una diminuzione della frequenza degli attacchi acuti di pseudogotta; le calcificazioni già presenti possono persistere, ma tendono a diventare meno clinicamente rilevanti in assenza di nuovi stimoli infiammatori.

La prognosi dell’artrite da iperparatiroidismo è strettamente legata alla tempestività e all’efficacia del trattamento del disturbo paratiroideo di base, alla durata pregressa dell’esposizione a PTH elevato e allo stadio della malattia renale nelle forme secondarie. Nei pazienti con iperparatiroidismo primario trattati precocemente con paratiroidectomia, senza osteite fibrosa cistica marcata e senza condrocalcinosi estese, la sintomatologia articolare ha buone probabilità di attenuarsi in modo significativo, con riduzione del dolore, miglioramento della funzione e rischio limitato di evoluzione artrosica secondaria. Nei quadri in cui l’iperparatiroidismo è stato prolungato per anni e ha determinato lesioni ossee e articolari avanzate, la correzione metabolica arresta la progressione ma non sempre consente di invertire deformità e instabilità, lasciando un residuo di dolore meccanico e di limitazioni funzionali che richiedono un supporto riabilitativo e, talvolta, ortopedico.

Nei pazienti con iperparatiroidismo secondario e terziario su malattia renale cronica, la prognosi articolare è condizionata dalla severità del CKD-MBD e dall’andamento globale della nefropatia. Un buon controllo del PTH e del bilancio calcio-fosforo può ridurre il dolore scheletrico, limitare la progressione delle condrocalcinosi e contenere la frequenza degli attacchi di pseudogotta, ma la presenza di fragilità ossea diffusa, di calcificazioni vascolari e periarticolari e di comorbilità cardiovascolari limita spesso la reversibilità completa del danno. In questi pazienti, l’obiettivo realistico è la massima stabilizzazione possibile del quadro articolare, la prevenzione delle fratture e la riduzione della disabilità, più che il recupero di una normalità strutturale. Nel complesso, quando l’iperparatiroidismo viene riconosciuto e trattato con un approccio integrato e tempestivo, l’evoluzione dell’artropatia associata può essere contenuta, ma le forme diagnosticate tardivamente e le situazioni in cui il controllo metabolico resta subottimale mantengono un rischio non trascurabile di sequele articolari croniche e di compromissione duratura della qualità di vita.

Complicanze

Le complicanze dell’artrite da iperparatiroidismo derivano dall’intersezione tra la durata e l’intensità dell’eccesso di PTH, il grado di alterazione del metabolismo calcio-fosforo, la presenza di condrocalcinosi e di calcificazioni periarticolari, e la tempestività del trattamento endocrinologico e nefrologico. A differenza delle artriti infettive acute, in cui dominano le complicanze sistemiche a breve termine, qui il peso principale è rappresentato dalle sequele scheletriche e articolari a medio e lungo termine, che possono condurre a dolore cronico, deformità, instabilità e disabilità funzionale significativa.

Sul piano strettamente articolare, la complicanza più rilevante è la progressione verso una artropatia degenerativa secondaria, su substrato di osso subcondrale fragile e di condrocalcinosi. L’esposizione prolungata a PTH elevato induce riassorbimento subperiostale, rarefazione corticale e osteite fibrosa cistica nelle epifisi, con perdita di supporto meccanico della cartilagine articolare; in presenza di carichi ripetuti, soprattutto su ginocchia, anche e colonna lombare, ciò si traduce in collassi subcondrali, deformità assiali, riduzione della rima articolare e osteofitosi reattiva. Il paziente sviluppa così un quadro di artrosi secondaria caratterizzato da dolore meccanico persistente, rigidità, scrosci articolari e limitazione del range di movimento, spesso più accentuato rispetto a quanto ci si aspetterebbe in una semplice artrosi “primaria” di pari età. La combinazione di artrosi e fragilità ossea espone inoltre a un rischio aumentato di fratture periarticolari, che aggravano la compromissione funzionale e possono richiedere interventi ortopedici complessi.

Un’altra complicanza importante è rappresentata dagli episodi ricorrenti di pseudogotta su condrocalcinosi estesa. Ogni attacco acuto di artrite da cristalli di pirofosfato di calcio comporta un periodo di dolore intenso, tumefazione, impotenza funzionale e riduzione drastica delle attività quotidiane; nei pazienti con iperparatiroidismo di lunga data, queste crisi possono ripetersi più volte l’anno, interessando in sequenza ginocchia, polsi, caviglie o altre articolazioni. A lungo termine, la somma di queste recidive e della sinovite subclinica cronica associata alla condrocalcinosi contribuisce alla distruzione della cartilagine e alla deformità articolare. In alcuni casi la pseudogotta post-paratiroidectomia si configura come complicanza paradossa: la rapida caduta del PTH e della calcemia altera il delicato equilibrio di solubilità dei cristalli depositati, favorendone il distacco e l’ingresso in cavità articolare; questi episodi, pur generalmente autolimitanti, possono peggiorare transitoriamente la sintomatologia articolare in un momento in cui il paziente si attende un miglioramento generale dopo l’intervento.

Le calcificazioni periarticolari ed entesopatiche costituiscono un ulteriore ambito di complicanza. Depositi di sali di calcio possono formarsi lungo tendini, legamenti e capsule articolari, in particolare a livello della cuffia dei rotatori, del tendine d’Achille, della fascia plantare e dei legamenti interspinosi, contribuendo a quadri di tendinopatia calcifica, dolore periarticolare cronico, limitazione dell’elevazione del braccio o della flessione dorsale del piede e rigidità del rachide. In alcune condizioni, masse calcifiche voluminose in sedi periarticolari (soprattutto nei pazienti dializzati con CKD-MBD avanzato) possono comprimere strutture nervose o vascolari, alterare la biomeccanica articolare e rendere difficoltose le manovre chirurgiche ortopediche o la stessa mobilizzazione fisioterapica. Queste calcificazioni, una volta stabilizzate, sono difficilmente reversibili anche dopo buon controllo del PTH, e rappresentano una fonte persistente di dolore e disfunzione.

Sul versante dello scheletro, le complicanze articolari si intrecciano con quelle ossee generali dell’iperparatiroidismo. Fratture vertebrali da fragilità, collassi dei piatti vertebrali, cifosi e riduzione dell’altezza condizionano la distribuzione dei carichi sull’asse corporeo e determinano un sovraccarico compensatorio su anche, ginocchia e caviglie, accentuando il dolore articolare e accelerando la progressione degli esiti artrosici. I tumori bruni periarticolari, oltre a causare dolore e deformità locali, possono indebolire in modo critico l’osso in prossimità delle articolazioni, predisponendo a fratture patologiche e complicando l’eventuale posizionamento di protesi o mezzi di sintesi. In questo contesto, la linea di demarcazione tra complicanze “ossee” e “articolari” diventa sfumata, poiché le prime incidono profondamente sulla stabilità e sull’integrità del secondo.

Le complicanze funzionali sono spesso la vera misura dell’impatto clinico dell’artrite da iperparatiroidismo. La somma di dolore cronico, episodi acuti, rigidità, debolezza muscolare prossimale e paura della caduta porta molti pazienti a ridurre progressivamente il livello di attività fisica, favorendo decondizionamento globale, aumento del rischio cardiovascolare, alterazioni posturali e perdita di autonomia nelle attività di base e strumentali della vita quotidiana. Nel paziente con malattia renale cronica avanzata, queste limitazioni si inseriscono in un quadro già complesso di affaticabilità, anemia, neuropatie periferiche e comorbilità multiple, rendendo particolarmente difficile il mantenimento di una buona qualità di vita.

Le complicanze iatrogene sono legate alla terapia e alle procedure che accompagnano la gestione del disturbo paratiroideo e dell’artropatia associata. La paratiroidectomia, pur essendo il cardine del trattamento nelle forme primarie e terziarie e nelle forme secondarie refrattarie, può complicarsi con hungry bone syndrome, ipocalcemia sintomatica prolungata e necessità di supplementazioni aggressive di calcio e vitamina D, con transitori peggioramenti di dolore osseo e articolare per la rapida rimineralizzazione dello scheletro. L’uso cronico di FANS in pazienti con funzione renale compromessa aumenta il rischio di peggioramento della nefropatia, di sanguinamento gastrointestinale e di eventi cardiovascolari, mentre la colchicina in profilassi prolungata deve essere gestita con cautela per il rischio di tossicità neuromuscolare ed ematologica, soprattutto in presenza di insufficienza renale e di interazioni farmacologiche. Le protesi articolari impiantate su osso di qualità scadente hanno un rischio aumentato di mobilizzazione e di complicanze meccaniche, richiedendo un follow up ortopedico ravvicinato.

Dal punto di vista prognostico globale, molte delle complicanze dell’artrite da iperparatiroidismo sono potenzialmente prevenibili o almeno mitigabili se il disturbo paratiroideo viene riconosciuto in fase precoce e trattato con decisione, e se l’artropatia viene gestita con un approccio multidisciplinare che integri controllo metabolico, terapia del dolore, riabilitazione e, quando necessario, chirurgia ortopedica mirata. La riduzione dell’esposizione cronica a PTH elevato, la prevenzione delle fratture e delle deformità, la limitazione degli episodi di pseudogotta e la promozione di un livello di attività fisica adeguato rappresentano i pilastri per contenere il rischio di disabilità articolare a lungo termine. Quando questi obiettivi non vengono raggiunti, per diagnosi tardiva o per impossibilità di un controllo metabolico ottimale, la probabilità di complicanze strutturali e funzionali importanti aumenta, imponendo percorsi di cura più complessi e prolungati, con un impatto significativo sulla qualità di vita del paziente.

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