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Artrite da Amiloidosi

L’artrite da amiloidosi rappresenta la principale espressione articolare delle diverse forme di amiloidosi sistemica, in cui la deposizione di fibrille proteiche insolubili nel compartimento sinoviale, nella cartilagine e nelle strutture periarticolari determina quadri di sinovite cronica, versamento e danno strutturale progressivo. In questo contesto, il termine artrite da amiloidosi non indica una singola entità nosologica, ma un fenotipo reumatologico condiviso da più tipi di amiloidosi, in particolare l’amiloidosi da catene leggere immunoglobuliniche (amiloidosi AL), l’amiloidosi da beta 2 microglobulina in corso di emodialisi protratta e alcune forme di amiloidosi da transtiretina, nelle quali il deposito articolare e periarticolare contribuisce in modo significativo alla sintomatologia muscoloscheletrica. A differenza delle artriti infettive acute, l’artrite da amiloidosi evolve in modo lento e insidioso, con un danno articolare che può simulare l’andamento di un’artrite infiammatoria cronica o di un’artrosi erosiva, ma su un substrato patogenetico di deposito proteico più che di flogosi primaria.

Dal punto di vista patobiologico, il denominatore comune è la presenza in circolo di una proteina precursore in eccesso o strutturalmente alterata che tende a misfolding e ad aggregazione in fibrille beta foglietto ripiegato, le quali si depositano selettivamente nei tessuti ricchi di matrice extracellulare e di microvascolarizzazione, come la membrana sinoviale, la cartilagine ialina e i tessuti fibrocartilaginei periarticolari. In corso di amiloidosi AL, queste fibrille derivano da catene leggere immunoglobuliniche prodotte da un clone plasmacellulare midollare, mentre nell’amiloidosi da beta 2 microglobulina la ridotta clearance renale e la rimozione inefficace tramite alcuni tipi di membrane dialitiche determinano un accumulo sistemico della proteina con particolare tropismo per le articolazioni e l’osso subcondrale. Nelle forme legate alla transtiretina, sia ereditarie sia da transtiretina wild type, il deposito articolare e periarticolare si associa frequentemente a manifestazioni ortopediche caratteristiche, come la sindrome del tunnel carpale bilaterale o la stenosi lombare, che possono precedere di anni il riconoscimento dell’interessamento cardiaco.

Sul piano epidemiologico, l’artrite da amiloidosi è una complicanza relativamente rara rispetto al numero complessivo di pazienti affetti da amiloidosi sistemica, ma la sua reale frequenza è probabilmente sottostimata, poiché i quadri clinici vengono facilmente interpretati come artrite reumatoide sieronegativa, artrosi erosiva o esiti di sovraccarico meccanico in soggetti anziani. Nelle casistiche di amiloidosi AL, una quota non trascurabile di pazienti presenta una sintomatologia articolare cronica che può costituire la manifestazione iniziale della malattia e condurre alla diagnosi ematologica solo dopo un percorso reumatologico complesso; nelle forme associate al mieloma multiplo, l’artrite da amiloidosi può configurarsi come una poliartrite simmetrica con coinvolgimento delle articolazioni metacarpofalangee e delle grandi articolazioni prossimali. Nei pazienti in emodialisi di lunga durata, l’amiloidosi da beta 2 microglobulina è stata storicamente una complicanza frequente, con interessamento tipico di spalle, anche, ginocchia, mani e colonna, mentre i progressi tecnici nella depurazione extracorporea hanno ridotto ma non eliminato il rischio di artropatia da deposito. Nelle coorti di pazienti con amiloidosi da transtiretina, le manifestazioni muscoloscheletriche e articolari, in particolare a carico dei polsi e della colonna, rappresentano oggi uno dei segnali di allarme più importanti per identificare precocemente la malattia in fase preclinica cardiaca. L’impatto funzionale dell’artrite da amiloidosi è spesso severo, poiché la combinazione di sinovite cronica, rigidità, dolore e alterazioni strutturali può compromettere la mobilità e l’autonomia, soprattutto in soggetti già fragili per età avanzata, comorbilità ematologiche, renali o cardiache.

Eziologia, patogenesi e fisiopatologia

L’artrite da amiloidosi rappresenta il risultato finale di una sequenza patogenetica che parte da un’alterazione sistemica del metabolismo proteico e culmina nella deposizione di fibrille amiloidi in sede articolare, con conseguente rimodellamento patologico della membrana sinoviale, della cartilagine e dell’osso subcondrale. L’eziologia è strettamente legata al tipo di proteina precursore coinvolta: nelle forme di amiloidosi AL si tratta di catene leggere immunoglobuliniche prodotte da un clone plasmacellulare neoplastico o pre neoplastico, spesso in associazione a mieloma multiplo o a gammopatie monoclonali di significato non determinato; nell’amiloidosi da beta 2 microglobulina, la proteina deriva dal turnover delle molecole HLA di classe I e si accumula per la ridotta eliminazione renale e la rimozione dialitica incompleta, con un rischio crescente di artropatia nei pazienti sottoposti a emodialisi cronica di lunga durata. Nelle forme da transtiretina, mutata o wild type, la proteina di trasporto della tiroxina e del retinolo va incontro a instabilità conformazionale, dissociazione del tetramero e formazione di monomeri misfolded che tendono ad aggregare, con un tropismo selettivo per strutture ricche di collagene come legamenti, tendini, capsula articolare e sinovia.

La patogenesi del deposito articolare prevede che le proteine precursori, in circolo a concentrazioni elevate o in forma strutturalmente anomala, si leghino a componenti della matrice extracellulare sinoviale, come proteoglicani, glicosaminoglicani e fibre collagene, dove sono stabilizzate da interazioni elettrostatiche e idrofobiche e vanno incontro a transizione conformazionale verso strutture beta foglietto altamente ordinate. Queste fibrille amiloidi, organizzate in fasci non ramificati, si accumulano nel derma sinoviale, nella parete dei piccoli vasi, nel grasso subsinoviale e nella cartilagine, inizialmente senza determinare una risposta infiammatoria franca, ma alterando progressivamente l’elasticità e la resistenza meccanica dei tessuti. La presenza di amiloide nella parete vascolare può ridurre la perfusione subcondrale, favorire la fragilità capillare e contribuire a fenomeni di micro ischemia e di fibrosi reattiva, mentre il deposito nella cartilagine ne modifica le proprietà biomeccaniche, rendendola più rigida, meno capace di distribuire i carichi e più suscettibile a fissurazione e distacco di frammenti.

Con l’aumentare del carico di amiloide, il tessuto sinoviale va incontro a ispessimento e nodularità, con formazione di villosità e di placche di deposito che protrudono nel cavo articolare e interferiscono con il normale scorrimento dei capi articolari. In questa fase, il compartimento articolare diventa sede di una risposta infiammatoria secondaria, sostenuta dall’attivazione dei macrofagi e delle cellule dendritiche che fagocitano, senza successo, le fibrille insolubili e rilasciano citochine proinfiammatorie come IL 1, TNF e IL 6, oltre a chemochine che richiamano linfociti T e B. Si sviluppa così una sinovite cronica a bassa o moderata intensità, con proliferazione dei sinoviociti di rivestimento, neoangiogenesi e infiltrato linfoplasmacellulare che conferiscono alla membrana un aspetto ispessito e villoso, per certi versi sovrapponibile a quello di un’artrite infiammatoria, ma con la peculiarità istologica della presenza diffusiva di depositi amiloidi congofili e birefringenti alla luce polarizzata.

Sul piano molecolare, la persistenza delle fibrille amiloidi nel microambiente articolare mantiene uno stimolo infiammatorio cronico e un’alterazione della omeostasi della matrice. I fibroblasti sinoviali e i condrociti, esposti a citochine e mediatori prodotti dalle cellule infiammatorie e sottoposti a stress meccanico anomalo per l’ingombro dei depositi e la modificazione della cartilagine, aumentano l’espressione di metalloproteinasi della matrice e di altre proteasi che degradano collagene e aggrecani, mentre la sintesi di nuovi componenti della matrice risulta relativamente ridotta. Ne deriva un progressivo assottigliamento del rivestimento cartilagineo, la comparsa di erosioni marginali e centrali e, nei casi avanzati, la formazione di geodi e cavità cistiche nell’osso subcondrale, in particolare nelle forme legate a beta 2 microglobulina in cui il deposito osseo è prominente. La combinazione di erosione cartilaginea, instabilità capsulo legamentosa da infiltrazione amiloide e alterata biomeccanica del carico porta a deformità articolari, riduzione del range of motion e, talvolta, a collasso articolare con necessità di sostituzione protesica.

La fisiopatologia delle manifestazioni articolari varia in parte in funzione del tipo di amiloidosi. Nelle forme AL, la deposizione può interessare in modo preferenziale le grandi articolazioni prossimali e le metacarpofalangee, dando origine a una poliartrite simmetrica che mimica l’artrite reumatoide, con sinovite clinicamente evidente, versamento e rigidità mattutina, ma con un substrato istologico dominato dal deposito di amiloide nella sinovia e nelle guaine tendinee. In alcuni pazienti, la massiva infiltrazione periarticolare delle spalle determina il cosiddetto segno delle “spalle imbottite”, in cui il profilo del cingolo scapolare appare voluminoso e globoso per l’accumulo di amiloide nei tessuti molli. Nelle forme da beta 2 microglobulina, il coinvolgimento articolare si accompagna spesso a cisti ossee subcondrali e a erosioni in spalle, anche, ginocchia e mani, con un quadro radiografico caratterizzato da lesioni geodiche multiple e, clinicamente, da dolore cronico esacerbato dal carico e dalla mobilizzazione. Nelle amiloidosi da transtiretina, il deposito preferenziale nei legamenti, nelle guaine tendinee e nelle fibrocartilagini spinali determina quadri di sindrome del tunnel carpale bilaterale, stenosi lombare e rotture tendinee che, pur non configurando sempre una vera artrite con versamento, condividono lo stesso meccanismo di infiltrazione amiloide e di alterazione meccanica del distretto articolare.

Nel loro complesso, questi processi definiscono un continuum fisiopatologico in cui la sinovia e i tessuti periarticolari passano da una fase di deposito relativamente silente a una fase di sinovite cronica, per poi evolvere verso un’artropatia strutturalmente distruttiva in cui il contributo meccanico del deposito amiloide e quello infiammatorio secondario si potenziano reciprocamente. La lentezza dell’evoluzione, la variabilità nella distribuzione articolare e la frequente sovrapposizione con altre patologie muscoloscheletriche legate all’età o alla malattia di base rendono conto della difficoltà nel riconoscere precocemente l’artrite da amiloidosi, ma sottolineano anche l’importanza di includerla sistematicamente nella diagnosi differenziale delle artriti atipiche, soprattutto quando associate a red flag ematologiche, renali o cardiache.

Manifestazioni Cliniche

L’esordio dell’artrite da amiloidosi è generalmente subacuto o cronico e si inserisce spesso in un quadro sistemico già complesso, dominato dai segni della malattia da accumulo sottostante. All’anamnesi, il paziente riferisce dolore articolare progressivo, inizialmente intermittente e legato allo sforzo, che nel tempo diventa più continuo e si associa a rigidità, gonfiore e limitazione funzionale. La rigidità mattutina può essere marcata, con difficoltà ad avviare il movimento nelle prime ore del giorno, e contribuire a evocare il sospetto di un’artrite infiammatoria primaria; in altri casi prevale una sintomatologia meccanica con dolore esacerbato dal carico e alleviato dal riposo, a testimonianza della natura composita, infiammatoria e strutturale, del danno articolare. La storia clinica include spesso elementi che orientano verso un contesto di amiloidosi sistemica, come astenia ingravescente, perdita di peso non intenzionale, edemi declivi, neuropatia periferica, sindrome del tunnel carpale, cardiomiopatia o insufficienza renale cronica con dialisi di lunga durata, ma questi segni possono essere riconosciuti solo retrospettivamente una volta posta la diagnosi definitiva.

La presentazione articolare varia a seconda del tipo di amiloidosi e dell’estensione del deposito. Nelle forme AL, l’artrite può manifestarsi come una poliartrite simmetrica che coinvolge articolazioni metacarpofalangee, interfalangee prossimali, polsi, ginocchia e caviglie, con tumefazione, calore locale moderato e versamento, in un quadro che può mimare quasi sovrapponibilmente l’artrite reumatoide, ma con fattore reumatoide e anticorpi anti CCP spesso assenti o a bassa titolazione. Il paziente descrive dolore intenso alle mani, difficoltà a compiere gesti fini, impaccio nell’afferrare oggetti di uso quotidiano e riduzione della forza di prensione, mentre i versamenti delle grandi articolazioni si traducono in zoppia, instabilità alla marcia e ridotta autonomia nelle attività della vita quotidiana. In altri casi, soprattutto nei pazienti con mieloma multiplo associato, prevale un quadro di oligoartrite delle grandi articolazioni prossimali con importante coinvolgimento delle spalle, che appaiono tumefatte e voluminosamente deformate per l’infiltrazione amiloide dei tessuti molli, dando luogo al caratteristico segno delle “spalle imbottite”.

Nei pazienti in emodialisi cronica, l’artrite da amiloidosi da beta 2 microglobulina si associa spesso a dolore e rigidità delle spalle, delle anche, delle ginocchia e delle mani, con esordio tipicamente dopo anni di trattamento dialitico e progressione lenta ma inesorabile. Il paziente racconta dolore alle spalle che peggiora durante o subito dopo la seduta dialitica, difficoltà ad alzare le braccia sopra la testa, a pettinarsi o a vestirsi, e una sensazione di rigidità e dolore alle mani, talvolta accompagnata da parestesie suggestive di sindrome del tunnel carpale. L’esame obiettivo mette in evidenza limitazione del range of motion delle grandi articolazioni, tumefazione periarticolare, dolorabilità alla palpazione lungo le rime articolari e, nei casi avanzati, deformità e segni di instabilità. La combinazione di dolore cronico, rigidità e debolezza muscolare secondaria alla ridotta attività fisica può condurre a una marcata disabilità, con perdita di autonomia e peggioramento della qualità di vita in una popolazione già compromessa dalla patologia renale.

Nelle amiloidosi da transtiretina, ereditarie o da transtiretina wild type, le manifestazioni muscoloscheletriche sono spesso dominanti nella fase iniziale e comprendono un ampio spettro di quadri a cavallo tra artropatia da deposito e patologia degenerativa. La sindrome del tunnel carpale bilaterale, soprattutto quando insorge in assenza di fattori di rischio occupazionali o metabolici e richiede intervento chirurgico in età relativamente giovane o in un soggetto anziano con altri segni di cardiopatia, rappresenta un campanello di allarme importante e può associarsi a ispessimento e nodularità delle guaine flessorie delle dita. Molti pazienti lamentano dolore lombare e claudicatio neurogena dovuti a stenosi lombare da deposito amiloide nel legamento giallo e nelle strutture fibrocartilaginee, oppure dolore alla spalla e alla regione scapolo omerale con limitazione funzionale legata all’infiltrazione dei tendini e della capsula. Sebbene questi quadri non si presentino sempre come artrite franca con versamento, la loro genesi comune legata al deposito amiloide periarticolare e il loro impatto sulla funzione articolare giustificano la loro inclusione nel continuum clinico dell’artrite da amiloidosi.

All’esame obiettivo, le articolazioni coinvolte mostrano tumefazione, dolorabilità alla palpazione e limitazione del movimento, ma i segni di flogosi franca possono essere più attenuati rispetto a quanto ci si aspetterebbe da un’artrite infiammatoria primaria. Il gonfiore può avere una componente importante di ispessimento sinoviale e periarticolare più che di essudato libero, conferendo alle articolazioni un aspetto voluminoso e rigido; nelle spalle, il profilo del cingolo scapolare può apparire arrotondato e “riempito” dal deposito di amiloide nei tessuti molli, mentre alle mani si possono osservare tumefazioni delle articolazioni metacarpofalangee con aspetto che ricorda noduli o cordoni periarticolari. La palpazione può evocare dolore moderato, spesso meno intenso di quanto suggerirebbero le immagini radiologiche, e la mobilizzazione passiva risulta limitata sia per il dolore sia per il blocco meccanico determinato dalle strutture infiltrate.

Nel bambino e nel giovane adulto, l’artrite da amiloidosi è rara e si osserva principalmente in contesti di amiloidosi ereditarie o di malattie infiammatorie croniche complicate da amiloidosi AA. In questi casi, la sintomatologia articolare si sovrappone spesso a quella della malattia di base, con artralgie e artriti recidivanti che possono inizialmente essere attribuite al disordine infiammatorio primario. La comparsa di rigidità ingravescente, tumefazione resistente ai trattamenti convenzionali e segni sistemici di amiloidosi deve indurre a una rivalutazione diagnostica. Nell’anziano, invece, l’artrite da amiloidosi si inserisce spesso in un paesaggio già complesso di artrosi multicompartimentale e di altre comorbilità ortopediche, rendendo difficile distinguere la quota di sintomi attribuibile al deposito amiloide da quella dovuta a patologie degenerative comuni; tuttavia, la presenza di pattern articolari atipici, come l’interessamento simmetrico di spalle e polsi o la combinazione di sindrome del tunnel carpale, stenosi lombare e cardiomiopatia, deve sempre orientare il sospetto verso una amiloidosi sottostante.

Le manifestazioni sistemiche che accompagnano l’artrite da amiloidosi dipendono dal tipo e dall’estensione della malattia da accumulo e comprendono spesso segni di interessamento cardiaco, renale, gastrointestinale, neurologico o ematologico, che non rientrano nello scopo specifico di questa monografia ma che condizionano in modo determinante la prognosi globale e la tollerabilità dei trattamenti. Ai fini dell’inquadramento reumatologico, è essenziale riconoscere che la presenza di un’artrite cronica atipica, refrattaria ai trattamenti convenzionali o associata a red flag sistemiche, deve sempre far considerare l’ipotesi di un’artrite da amiloidosi e indirizzare il paziente verso un percorso di accertamenti mirati, in stretta collaborazione con ematologi, nefrologi e cardiologi, per definire il tipo di amiloidosi, l’estensione del coinvolgimento d’organo e le migliori opzioni terapeutiche disponibili.

Accertamenti, sierologia ed imaging

Una volta riconosciuto un quadro articolare compatibile con artrite da amiloidosi, l’iter diagnostico deve essere strutturato in modo da documentare il coinvolgimento articolare, identificare e tipizzare la forma di amiloidosi sottostante ed escludere altre cause più comuni di sinovite o artropatia erosiva. A differenza delle artriti infettive o autoimmuni classiche, in cui l’attenzione è centrata principalmente sulla dimostrazione dell’agente patogeno o degli autoanticorpi, nell’artrite da amiloidosi il percorso diagnostico ruota attorno alla dimostrazione istologica del deposito amiloide, all’inquadramento del precursore proteico circolante e alla valutazione del danno strutturale e funzionale articolare, integrando esami di laboratorio generali, test ematochimici e immunologici specifici, analisi del liquido sinoviale, imaging muscolo scheletrico e, quando necessario, biopsia sinoviale o di altri tessuti bersaglio.

Il primo livello è rappresentato dagli esami di laboratorio generali, che contribuiscono a definire il contesto sistemico più che a porre direttamente la diagnosi di artropatia da deposito. La velocità di eritrosedimentazione e la proteina C reattiva possono risultare normali o moderatamente aumentate, riflettendo una sinovite cronica a bassa intensità più che una flogosi acuta; valori molto elevati devono sempre far considerare diagnosi alternative o condizioni concomitanti. L’emocromo, la funzione renale ed epatica, l’assetto elettrolitico e coagulativo sono indispensabili sia per l’inquadramento della malattia da accumulo (in particolare nelle amiloidosi AL e da beta 2 microglobulina) sia per la pianificazione dei trattamenti ematologici e nefrologici. In presenza di artrite che mima un’artrite reumatoide, l’assetto autoanticorpale (fattore reumatoide, anticorpi anti CCP, anticorpi antinucleo) viene eseguito per definire la probabilità di una artrite infiammatoria primaria; la loro assenza non esclude la coesistenza di amiloidosi, ma orienta verso forme sieronegative o verso un’artropatia da deposito che richiede conferma istologica.

La valutazione del precursore amiloidogenico è cruciale per correlare il quadro articolare a una specifica forma di amiloidosi. Nelle amiloidosi AL si ricercano proteine monoclonali con elettroforesi sierica e urinaria, immunofissazione e dosaggio delle catene leggere libere sieriche, che permettono di evidenziare pattern compatibili con gammopatia monoclonale o mieloma multiplo e di quantificare il carico clonale. Nei pazienti in emodialisi cronica, il dosaggio della beta 2 microglobulina e la documentazione della durata e delle modalità del trattamento dialitico contribuiscono a stimare il rischio di amiloidosi da beta 2 microglobulina. Nelle sospette amiloidosi da transtiretina, sia ereditarie sia wild type, la diagnostica di laboratorio comprende l’analisi genetica del gene della transtiretina, indispensabile per distinguere forme mutategeniche da forme senili, oltre alla valutazione di marcatori di danno d’organo (ad esempio cardiaci o neurologici) che, pur non specifici per il coinvolgimento articolare, aiutano a contestualizzare l’artropatia in un quadro multisistemico.

L’analisi del liquido sinoviale ha un ruolo soprattutto differenziale. L’artrocentesi eseguita in condizioni sterili consente di valutare l’aspetto macroscopico del liquido, che nell’artrite da amiloidosi è spesso da paucinfiammatorio a moderatamente infiammatorio, con colorito giallastro, torbidità variabile e viscosità ridotta ma raramente purulento. La conta leucocitaria totale si colloca in genere in un intervallo intermedio, inferiore ai valori tipici delle artriti settiche acute, con una proporzione variabile di neutrofili e mononucleati; la presenza di cristalli di urato monosodico o di pirofosfato di calcio deve essere sistematicamente ricercata per escludere artropatie microcristalline che possono coesistere o mimare il quadro. Le colture batteriche convenzionali aiutano a escludere un’artrite settica sovrapposta, evenienza rara ma possibile in pazienti fragili. In alcuni casi, l’esame citologico e l’analisi di campioni di sinovia prelevati in artroscopia possono evidenziare depositi extracellulari amorfi suggestivi di amiloide, che richiedono ulteriori studi istologici specifici.

La dimostrazione istologica del deposito amiloide rappresenta il punto di svolta nell’inquadramento dell’artrite da amiloidosi. La biopsia può essere eseguita direttamente sulla membrana sinoviale, ottenuta in corso di artroscopia o durante interventi ortopedici, oppure su tessuti extra articolari ad alto rendimento diagnostico, come il grasso periombelicale, la mucosa rettale, le ghiandole salivari minori o il tessuto tenosinoviale. I campioni vengono colorati con rosso Congo e osservati alla luce polarizzata, dove i depositi mostrano la caratteristica birifrangenza verde mela; tecniche di immunoistochimica o, in centri specializzati, di spettrometria di massa su microdissezioni laser assistite permettono di tipizzare il tipo di amiloide, distinguendo in modo affidabile le forme AL, da beta 2 microglobulina e da transtiretina. Nel contesto articolare, la conferma di amiloide sinoviale o periarticolare in un paziente con quadro clinico compatibile rende altamente probabile che l’artrite sia parte integrante dell’interessamento da amiloidosi sistemica.

Dal punto di vista dell’imaging convenzionale, la radiografia standard delle articolazioni interessate rappresenta l’indagine di riferimento iniziale. Nelle forme da beta 2 microglobulina in pazienti in emodialisi, le radiografie di spalle, anche, polsi, mani e colonna possono mostrare geodi subcondrali multipli, erosioni, cisti ossee e sclerosi reattiva, con risparmio relativo della rima articolare nelle fasi precoci rispetto a quanto atteso in un’artrosi comune. Nelle forme AL e da transtiretina, i reperti possono variare da semplici segni di artrosi precoce a erosioni e deformità che mimano artriti infiammatorie croniche; in alcuni distretti, come le spalle, si osservano talvolta immagini di erosioni e geodi associate ad aumentato volume dei tessuti molli periarticolari. Le radiografie permettono inoltre di documentare eventuali esiti di fratture patologiche o collasso articolare, che possono comparire in fasi avanzate.

L’ecografia muscolo scheletrica è particolarmente utile per valutare la sinovite, il versamento e l’infiltrazione dei tessuti periarticolari. Nell’artrite da amiloidosi consente di evidenziare ispessimento sinoviale ipoecogeno, talora con piccoli depositi iperecogeni puntiformi, versamenti di entità variabile e alterazioni delle guaine tendinee, soprattutto a livello di polsi e mani. Il power Doppler può documentare un grado variabile di vascolarizzazione sinoviale, in genere inferiore a quello di un’artrite reumatoide molto attiva, coerente con una flogosi cronica di media intensità. L’ecografia è inoltre fondamentale nella valutazione delle sindromi da intrappolamento nervoso correlate all’amiloidosi, come la sindrome del tunnel carpale, permettendo di visualizzare ispessimento dei tendini flessori, aumento di volume del nervo mediano e alterazioni delle strutture retinacolari. La possibilità di guidare procedure invasive, come biopsie sinoviali o aspirazioni di versamento, ne aumenta il valore operativo.

La risonanza magnetica fornisce un dettaglio superiore sulle strutture sinoviali, cartilaginee, ossee e periarticolari e trova indicazione nei casi in cui si sospetta un coinvolgimento profondo o complesso, come nelle spalle, nelle anche o nella colonna. Nel contesto dell’artrite da amiloidosi può mostrare ispessimento sinoviale con enhancement dopo mezzo di contrasto, versamenti, edema del midollo osseo, cisti subcondrali e infiltrazione dei tendini e dei legamenti, con un pattern che integra elementi infiammatori e degenerativi. Nelle amiloidosi da transtiretina, la risonanza della colonna lombare può documentare stenosi del canale vertebrale associata a ispessimento dei legamenti gialli e delle strutture fibrocartilaginee, mentre negli arti superiori permette di caratterizzare in dettaglio le sindromi canalicolari e le tenosinoviti amiloidi. La tomografia computerizzata è riservata a casi selezionati in cui sia necessario definire meglio l’architettura ossea, le erosioni complesse o i rapporti con strutture neurovascolari.

In sintesi, gli accertamenti nell’artrite da amiloidosi combinano un primo livello di esami ematochimici e immunologici volti a identificare la forma di amiloidosi e a escludere artriti autoimmuni o infettive, l’analisi del liquido sinoviale per caratterizzare la natura della sinovite e la biopsia tissutale per dimostrare e tipizzare il deposito amiloide, con un imaging calibrato allo stadio e alla sede del coinvolgimento articolare. L’integrazione sistematica di questi elementi consente di riconoscere l’artrite come manifestazione muscolo scheletrica di una amiloidosi sistemica, evitando di confonderla con forme degenerative o infiammatorie primitive e orientando il paziente verso percorsi terapeutici multidisciplinari adeguati.

Diagnosi e stadiazione

La diagnosi di artrite da amiloidosi si fonda sull’integrazione di dati clinici, laboratoristici, istologici e di imaging e non può essere ridotta alla sola dimostrazione di depositi amiloidi in un distretto isolato. Dal punto di vista reumatologico, l’obiettivo è attribuire in modo corretto un quadro di sinovite o di artropatia erosiva a un processo di deposito sistemico, distinguendolo da artriti infiammatorie autoimmuni, artropatie microcristalline, artrosi avanzate o artropatie metaboliche, e al tempo stesso identificare con precisione il tipo di amiloidosi, poiché la strategia terapeutica e la prognosi dipendono direttamente dal precursore proteico coinvolto. Il punto di partenza resta il pattern clinico articolare, già delineato, associato a segnali sistemici di amiloidosi come neuropatia, cardiomiopatia, sindrome nefrosica, coinvolgimento gastrointestinale, storia di emodialisi protratta o segni di gammopatia monoclonale.

Nella pratica clinica, la diagnosi diventa altamente plausibile quando coesistono alcuni requisiti fondamentali: presenza di artrite o artropatia cronica con sinovite e segni radiologici compatibili con deposito, documentazione istologica di amiloide sinoviale o periarticolare o in sedi extra articolari ad alto rendimento, identificazione di un precursore amiloidogenico specifico e assenza di spiegazioni alternative più convincenti per il quadro articolare. Le indagini istologiche e biochimiche sono centrali: la positività della colorazione con rosso Congo e la birifrangenza verde mela alla luce polarizzata confermano la presenza di materiale amiloide, mentre la tipizzazione tramite immunoistochimica o spettrometria di massa permette di distinguere tra AL, beta 2 microglobulina, transtiretina o altre forme meno comuni. Parallelamente, la dimostrazione di una proteina monoclonale e di catene leggere libere alterate, di elevati livelli di beta 2 microglobulina in un paziente in dialisi di lunga durata o di una mutazione del gene della transtiretina consente di correlare il deposito al contesto eziologico appropriato.

Per rendere operativo questo processo, è utile considerare un nucleo di elementi che, se presenti in combinazione, sostengono in modo robusto la diagnosi di artrite da amiloidosi:


La diagnosi differenziale è spesso complessa e si sviluppa in parallelo al percorso di conferma dell’amiloidosi. L’artrite reumatoide deve essere considerata in tutti i pazienti con poliartrite simmetrica di mani e polsi; la presenza di fattore reumatoide o anticorpi anti CCP ad alto titolo, di erosioni tipiche alle articolazioni metacarpofalangee e interfalangee prossimali e di pattern ecografici e di risonanza tipici favorisce la diagnosi di artrite reumatoide, pur non escludendo l’eventuale coesistenza di amiloidosi. Le artropatie microcristalline vengono escluse mediante la dimostrazione di cristalli nel liquido sinoviale e la valutazione di pattern clinici e radiografici caratteristici; le artrosi avanzate e le spondiloartriti richiedono una valutazione specifica della distribuzione articolare, dell’assetto infiammatorio, degli indici di fase acuta e di eventuali manifestazioni extra articolari. In pazienti in emodialisi, è essenziale distinguere tra artrosi degenerativa legata al sovraccarico meccanico e artropatia da beta 2 microglobulina, che presenta un maggior numero di geodi, erosioni subcondrali e interessamento di distretti tipici come le spalle e le articolazioni interfalangee.

Per quanto riguarda la stadiazione dell’artrite da amiloidosi, non esiste un sistema universalmente codificato specifico per il coinvolgimento articolare, ma è possibile adottare un approccio clinico evolutivo, integrato con la stadiazione della malattia sistemica. Dal punto di vista articolare, può essere utile distinguere una fase iniziale, in cui prevalgono sinovite, versamento e dolore con danno strutturale limitato, una fase intermedia con comparsa di erosioni, geodi e deformità, e una fase avanzata caratterizzata da collasso articolare, grave limitazione del range of motion e necessità di interventi ortopedici o protesici. Questo inquadramento viene affinato attraverso la valutazione seriata di dolore, funzione articolare, performance fisica, immagini radiografiche ed ecografiche, che consentono di monitorare la progressione nel tempo e la risposta agli interventi terapeutici.

In parallelo, la stadiazione della malattia da accumulo segue criteri specifici per ciascun tipo di amiloidosi e ha implicazioni dirette anche sul destino dell’artropatia. Nelle amiloidosi AL, gli score basati su marcatori cardiaci e sul carico di catene leggere libere forniscono informazioni prognostiche globali e aiutano a definire l’intensità dei trattamenti ematologici; nelle amiloidosi da transtiretina, gli stadi clinici cardiologici e neurologici descrivono l’evoluzione del danno d’organo principale; nelle forme da beta 2 microglobulina, la durata e la modalità del trattamento dialitico e la presenza di complicanze osteoarticolari e tendinee vengono integrate in un’ottica funzionale. Per il reumatologo, l’obiettivo è correlare il grado di danno articolare con la severità della malattia sistemica, individuare i pazienti in cui un controllo efficace della produzione del precursore può stabilizzare o rallentare l’artropatia e identificare quelli per i quali, nonostante il controllo sistemico, persiste una disabilità articolare tale da richiedere interventi locali o chirurgici.

Nel complesso, la stadiazione dell’artrite da amiloidosi è quindi essenzialmente clinico funzionale e strettamente intrecciata con la storia naturale della malattia da accumulo. Il monitoraggio nel tempo di sintomi, funzione, immagini e parametri sistemici consente di adattare il piano terapeutico, di riconoscere precocemente le forme destinate a un decorso più aggressivo e di programmare in modo appropriato strategie di preservazione articolare, riabilitazione e, quando necessario, correzione chirurgica, con l’obiettivo di mantenere la migliore qualità di vita possibile in un contesto di patologia multisistemica complessa.

Trattamento e prognosi

Gli obiettivi del trattamento dell’artrite da amiloidosi sono il controllo del dolore e della sinovite, la preservazione della funzione articolare e, soprattutto, la riduzione o l’arresto della produzione di proteina precursore che alimenta il deposito amiloide. A differenza delle artriti infettive, dove il bersaglio è il microrganismo, nelle artropatie da amiloidosi il fulcro terapeutico è rappresentato dalla malattia sistemica sottostante, che deve essere gestita in stretta collaborazione con ematologi, nefrologi e cardiologi. In pratica, la cura dell’artrite non può essere dissociata dal trattamento dell’amiloidosi sistemica, poiché solo il controllo del processo di deposito consente di stabilizzare o rallentare la progressione del danno articolare.

Nelle forme di amiloidosi AL il cardine del trattamento è la chemioterapia anti-plasmacellulare, con regimi oggi basati su combinazioni di bortezomib, desametasone, agenti alchilanti e, in molti casi, anticorpi monoclonali diretti contro i plasmacelluli come daratumumab, con l’obiettivo di ottenere una risposta ematologica profonda e una riduzione marcata delle catene leggere libere circolanti. Nei pazienti eleggibili, il trapianto autologo di cellule staminali emopoietiche rappresenta una strategia potenzialmente capace di indurre remissioni prolungate, con riflessi favorevoli anche sulla progressione del danno articolare. Il miglioramento clinico dell’artrite può richiedere mesi rispetto alla risposta ematologica, poiché il riassorbimento del deposito amiloide è lento; tuttavia, nei pazienti che raggiungono risposte complete o molto buone si osserva spesso una stabilizzazione o una graduale riduzione dei sintomi articolari, con minore necessità di analgesici e interventi ortopedici.

Nell’amiloidosi da beta 2 microglobulina associata a emodialisi cronica, il trattamento si concentra sull’ottimizzazione della depurazione extracorporea e sulla riduzione del carico di beta 2 microglobulina. L’uso di membrane ad alta permeabilità, tecniche di emodiafiltrazione e dialisi più efficienti ha ridotto l’incidenza di nuova amiloidosi, ma nei pazienti con artropatia già conclamata la strategia più efficace resta il trapianto renale, che ristabilisce una clearance fisiologica della beta 2 microglobulina e può portare a rallentamento o regressione parziale della sintomatologia articolare. Nella fase pre o peri-trapianto, la gestione dell’artrite è essenzialmente sintomatica, con uso di analgesici, FANS con prudenza in relazione alla funzione renale residua e, quando necessario, infiltrazioni locali di corticosteroidi e fisioterapia mirata per mantenere mobilità e forza muscolare.

Nelle amiloidosi da transtiretina, ereditarie o da transtiretina wild type, l’attenzione è rivolta alla stabilizzazione della proteina precursore o alla riduzione della sua sintesi. I farmaci stabilizzatori della transtiretina, come tafamidis o diflunisal, legano il tetramero e ne riducono la dissociazione, mentre le terapie di silenziamento dell’RNA (per esempio piccoli interferenti dell’RNA o antisenso oligonucleotidi) riducono la produzione epatica di transtiretina mutata nelle forme ereditarie. Sebbene questi trattamenti vengano introdotti principalmente per proteggere cuore e sistema nervoso, il loro effetto sul rallentamento del deposito sistemico può riflettersi anche sulle manifestazioni articolari, con stabilizzazione o lieve miglioramento della sintomatologia nel medio termine. Nei casi selezionati, il trapianto di fegato ha rappresentato storicamente un’opzione per le forme ereditarie, ma oggi viene affiancato o sostituito da strategie farmacologiche più mirate.

Sul versante strettamente reumatologico, la gestione sintomatica articolare rimane fondamentale. I FANS vengono utilizzati per controllare dolore e rigidità, con scelte e dosaggi calibrati sul profilo di rischio gastroenterico, renale e cardiovascolare del singolo paziente; nei soggetti con comorbilità multiple si preferiscono analgesici non oppioidi, eventualmente associati a basse dosi di oppioidi deboli per periodi limitati. I corticosteroidi sistemici vengono impiegati con molta cautela, privilegiando dosi minime efficaci e durate brevi, poiché l’esposizione protratta espone a un aumento di complicanze metaboliche, osteoporotiche e infettive in una popolazione già fragile. Più frequentemente si ricorre a infiltrazioni intra-articolari o periarticolari di steroidi a cristalli in articolazioni singolarmente molto sintomatiche, dopo avere escluso sovrapposizioni infettive, ottenendo talora un sollievo significativo e duraturo.

In presenza di sinovite cronica con ispessimento marcato e versamenti recidivanti, la valutazione ortopedica può portare a indicare procedure invasive. La sinovectomia artroscopica rappresenta un’opzione per articolazioni come il ginocchio o il polso, con l’obiettivo di ridurre il volume di tessuto infiltrato da amiloide, contenere la componente infiammatoria secondaria e migliorare il range di movimento. Nelle forme avanzate con grave distruzione articolare, dolore meccanico intenso e compromissione funzionale marcata, si ricorre a artroprotesi di spalla, anca o ginocchio, o a interventi di decompressione e stabilizzazione vertebrale in caso di stenosi lombare e mielopatia da deposito amiloide. Le decisioni chirurgiche devono tenere conto dello stato cardiaco, renale e nutrizionale del paziente, poiché il rischio perioperatorio risulta spesso superiore rispetto a quello di popolazioni ortopediche standard.

La riabilitazione riveste un ruolo centrale lungo tutto il decorso. Programmi di fisioterapia personalizzati puntano al mantenimento dell’ampiezza articolare, al rinforzo dei gruppi muscolari periarticolari, al miglioramento dell’equilibrio e alla prevenzione delle cadute, con adattamento progressivo dell’intensità alla capacità funzionale e alla tolleranza del paziente. Ausili ortesici, tutori, plantari e sistemi di supporto alla deambulazione possono essere necessari nei casi di instabilità o deformità importanti. L’educazione del paziente e dei familiari alla gestione del risparmio articolare, alla modulazione dei carichi e alla pianificazione delle attività quotidiane contribuisce a ridurre il dolore e a preservare l’autonomia.

La prognosi articolare dell’artrite da amiloidosi dipende strettamente dalla tempestività e dall’efficacia del controllo della malattia sistemica. Nei pazienti con amiloidosi AL che ottengono una risposta ematologica profonda, il quadro articolare tende a stabilizzarsi e talvolta a migliorare, con riduzione del dolore e della sinovite, sebbene le deformità strutturali già instaurate difficilmente regrediscano. Nelle forme da beta 2 microglobulina, il trapianto renale può portare a una progressiva attenuazione dei sintomi e a riduzione del rischio di nuova formazione di geodi, pur senza cancellare il danno scheletrico pregresso. Nelle amiloidosi da transtiretina, l’introduzione di stabilizzatori e terapie di silenziamento ha modificato la storia naturale della malattia, riducendo la velocità di progressione di molte manifestazioni, incluse quelle muscolo scheletriche, ma l’artropatia resta spesso una fonte persistente di disabilità.

Dal punto di vista globale, la sopravvivenza e la qualità di vita dei pazienti con artrite da amiloidosi sono condizionate soprattutto dall’interessamento cardiaco, renale e neurologico, mentre il contributo della componente articolare è prevalente in termini di dolore cronico, limitazione funzionale e perdita di autonomia. Una diagnosi precoce, l’attivazione rapida di percorsi terapeutici specifici per il tipo di amiloidosi, l’integrazione tra terapie sistemiche, gestione reumatologica e interventi riabilitativi e ortopedici consentono, nella maggioranza dei casi, di ridurre l’impatto dell’artropatia e di mantenere un livello di funzionamento compatibile con una buona qualità di vita, pur in presenza di una patologia di base complessa e potenzialmente evolutiva.

Complicanze

Le complicanze dell’artrite da amiloidosi derivano dalla combinazione tra deposito progressivo di amiloide nei tessuti articolari e periarticolari, durata della sinovite secondaria, fragilità sistemica legata alla malattia di base e potenziali effetti avversi dei trattamenti. Rispetto alle artriti infettive o alle artriti infiammatorie autoimmuni, le complicanze sistemiche acute sono meno frequenti, mentre risultano predominanti le sequele strutturali a lungo termine, le disabilità funzionali e i rischi perioperatori connessi a una popolazione spesso complessa sul piano internistico.

Sul piano articolare, la complicanza più rilevante è la progressione verso un’artropatia strutturalmente distruttiva. Il deposito persistente di amiloide nella sinovia, nella cartilagine e nell’osso subcondrale, associato a una sinovite cronica di bassa o moderata intensità, porta nel tempo a erosioni, geodi subcondrali, collasso delle superfici articolari e deformità. Nelle spalle, in particolare nelle forme da beta 2 microglobulina, la combinazione di depositi periarticolari massivi e geodi ossei può determinare un quadro di artropatia grave con limitazione quasi completa del movimento, dolore intenso e necessità di artroprotesi. Nelle mani e ai polsi, i depositi tenosinoviali e periarticolari possono causare deformità delle dita, rigidità marcata e compromissione della forza di prensione, con impatto significativo sulle attività quotidiane più semplici. Nella colonna, soprattutto lombare, i depositi nei legamenti e nelle strutture fibrocartilaginee possono condurre a stenosi del canale vertebrale con claudicatio neurogena, dolore cronico e potenziale deficit neurologico, richiedendo talora decompressione chirurgica.

Le complicanze funzionali sono strettamente intrecciate alle alterazioni strutturali. Dolore cronico, rigidità, limitazione del range of motion e instabilità articolare determinano una riduzione progressiva del livello di attività fisica, favorendo decondizionamento muscolare, sarcopenia e aumento del rischio di cadute. Nei pazienti anziani o con coinvolgimento neurologico periferico, come nelle amiloidosi da transtiretina, la combinazione di neuropatia sensitivo-motoria, sindrome del tunnel carpale, artropatia e instabilità posturale può portare a cadute ripetute con fratture, ulteriori interventi chirurgici e ulteriore perdita di autonomia. L’impatto psicologico non è trascurabile: la convivenza con dolore cronico e disabilità, in un quadro sistemico già gravato da cardiopatia o nefropatia, può alimentare ansia e depressione e ridurre l’aderenza ai programmi riabilitativi.

Alcune complicanze sono più caratteristiche di specifiche forme di amiloidosi. Nelle amiloidosi da transtiretina, il coinvolgimento dei tendini e dei legamenti può predisporre a rotture tendinee, in particolare a carico del bicipite o dei flessori delle dita, e a recidive di sindrome del tunnel carpale anche dopo decompressione chirurgica. Nelle forme da beta 2 microglobulina, la fragilità ossea locale associata a geodi subcondrali di grandi dimensioni aumenta il rischio di fratture patologiche e collassi articolari, soprattutto in sedi portanti come anca e ginocchio. Nelle amiloidosi AL, l’associazione tra artropatia e coinvolgimento cardiaco o renale avanzato rende più rischiose le anestesie generali e gli interventi ortopedici, con aumento del tasso di complicanze perioperatorie e di recupero funzionale subottimale.

Le complicanze iatrogene derivano principalmente dai trattamenti sistemici e ortopedici. La chemioterapia e le terapie mirate delle amiloidosi AL possono indurre mielosoppressione, immunodeficienza, tossicità cardiaca o neurologica, che si traducono in maggiore suscettibilità alle infezioni, intolleranza agli sforzi e peggioramento di neuropatie preesistenti. I FANS, pur utili per il controllo del dolore, aumentano il rischio di sanguinamento gastrointestinale, insufficienza renale acuta e scompenso pressorio, soprattutto in pazienti con funzione renale compromessa o in terapia anticoagulante. Le infiltrazioni intra-articolari, se eseguite ripetutamente, possono teoricamente favorire infezioni locali o degenerazione ulteriore della cartilagine, anche se in mani esperte e con selezione appropriata dei pazienti tali rischi restano contenuti. Gli interventi ortopedici maggiori, come artroprotesi o decompressioni vertebrali, comportano rischi perioperatori più elevati rispetto a quelli di popolazioni ortopediche standard, per la coesistenza di cardiomiopatia, ipotensione ortostatica, nefropatia e alterazioni emostatiche tipiche dell’amiloidosi.

Un ulteriore ambito di complicanze riguarda le limitazioni alla riabilitazione. Nei pazienti con importante coinvolgimento cardiaco, la capacità di sostenere programmi fisioterapici intensivi è ridotta, e ciò può ostacolare il recupero dopo interventi chirurgici o dopo episodi di peggioramento articolare. Analogamente, la neuropatia periferica sensitivo-motoria può rendere più difficile l’esecuzione corretta degli esercizi, richiedendo adattamenti specifici, supervisioni ravvicinate e ausili di sicurezza per prevenire cadute. L’assenza di un adeguato supporto familiare o sociale può trasformare un’artropatia potenzialmente gestibile in una condizione altamente invalidante per difficoltà pratiche nel seguire le indicazioni terapeutiche e riabilitative.

Nonostante queste criticità, molte complicanze dell’artrite da amiloidosi sono in larga misura prevenibili o mitigabili attraverso una diagnosi precoce, una gestione integrata e una pianificazione attenta dei percorsi terapeutici. Il riconoscimento tempestivo di pattern articolari suggestivi di amiloidosi consente di evitare anni di classificazione errata come artrosi comune o artrite infiammatoria sieronegativa e di indirizzare il paziente verso centri esperti in grado di attivare rapidamente le terapie sistemiche più appropriate. Una valutazione preoperatoria accurata, che coinvolga cardiologi, nefrologi, anestesisti e fisiatri, permette di ridurre i rischi degli interventi ortopedici necessari e di programmare fin dall’inizio un percorso riabilitativo realistico. In questo modo, pur non potendo eliminare il rischio di complicanze in una patologia complessa come l’amiloidosi, è possibile ridurne sensibilmente l’impatto sulla funzione articolare e sulla qualità di vita complessiva del paziente.

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