AdBlock rilevato
Abbiamo rilevato un AdBlock attivo!

Per favore disattiva AdBlock o aggiungi il sito alle eccezioni.

La nostra pubblicità non è molesta e non ti arrecherà alcun disturbo
consente al sito di mantenersi, crescere e fornirti nuovi contenuti..

Non potrai accedere ai contenuti finché AdBlock rimane attivo.
Dopo averlo disattivato, questa finestra si chiuderà automaticamente.

Sfondo Header
L'angolo del dottorino
Indice
Cerca nel sito... Ricerca avanzata

Artrite da brucellosi

L’artrite da brucellosi è una forma di infiammazione articolare che si inserisce nello spettro delle manifestazioni osteoarticolari dell’infezione sistemica da Brucella, zoonosi batterica trasmessa all’uomo principalmente attraverso il consumo di latte e derivati non pastorizzati o il contatto professionale con animali e prodotti di origine animale. In questo contesto, l’interessamento articolare rappresenta una delle localizzazioni focali più frequenti, risultando dalla colonizzazione della membrana sinoviale e delle strutture osteoarticolari da parte di batteri a spiccato tropismo intracellulare, capaci di indurre una sinovite granulomatosa subacuta o cronica. A differenza dell’artrite settica piogena fulminante, in cui la distruzione purulenta della cartilagine si sviluppa in poche ore, l’artrite brucellare tende a presentarsi con un decorso più insidioso, spesso subacuto, con dolore e tumefazione articolare associati a sintomi sistemici di intensità variabile e con una progressione del danno strutturale più lenta, ma comunque potenzialmente invalidante se la diagnosi e il trattamento vengono ritardati.

Dal punto di vista microbiologico, le principali specie coinvolte sono Brucella melitensis, Brucella abortus e Brucella suis, piccoli coccobacilli gram negativi facoltativamente intracellulari che infettano in prima istanza il sistema reticoloendoteliale, per poi disseminare ematicamente verso sedi bersaglio quali articolazioni periferiche, sacro-iliache e colonna vertebrale. Dopo la fase ematica iniziale, i batteri si insediano nella membrana sinoviale, nel liquido sinoviale e nelle strutture ossee contigue, dove sfruttano la loro capacità di sopravvivere e replicarsi all’interno di macrofagi, cellule dendritiche e osteoblasti, mantenendo una carica batterica spesso modesta ma sufficiente a sostenere una risposta infiammatoria cronica. Il risultato è un quadro di sinovite essudativa o proliferativa, talora associata a erosioni marginali e coinvolgimento dell’osso subcondrale, che può esprimersi clinicamente come monoartrite o oligoartrite di grandi articolazioni, sacroileite o spondilodiscite, con modalità differenti a seconda dell’età e del profilo di esposizione del paziente.

Sul piano epidemiologico, l’artrite da brucellosi si osserva soprattutto in regioni ad alta endemia per la malattia, come l’area del bacino del Mediterraneo, il Medio Oriente, parti dell’America Latina e dell’Asia centrale, dove la circolazione di Brucella melitensis in specifici serbatoi animali (ovini, caprini, bovini, suini) e la persistenza di pratiche alimentari tradizionali favoriscono il mantenimento dell’infezione nell’uomo. Le manifestazioni osteoarticolari rappresentano una quota consistente dei casi di brucellosi, con percentuali che in molte casistiche superano un quarto dei pazienti e che in alcuni contesti raggiungono valori ancora più elevati, collocando l’osteoarticolare come la localizzazione focale più comune. Nelle forme pediatriche prevale l’interessamento di grandi articolazioni periferiche come anca, ginocchio e caviglia, mentre negli adulti sono particolarmente frequenti sacroileite e spondilite lombare; in entrambe le fasce di età, tuttavia, l’artrite periferica può costituire la principale manifestazione clinica, con impatto importante sulla funzione motoria, sulla capacità lavorativa e sulla qualità di vita, soprattutto nei soggetti impegnati in attività manuali o agricole. L’andamento subacuto, la somiglianza con altre artropatie infiammatorie e la possibilità di sierologie inizialmente poco dirimenti contribuiscono non di rado a ritardi diagnostici, che aumentano il rischio di cronicizzazione e di danno articolare permanente.

Eziologia, patogenesi e fisiopatologia

L’artrite da brucellosi è il risultato dell’interazione tra l’eziologia batterica, caratterizzata da microrganismi a spiccato tropismo intracellulare, e una risposta immunitaria dell’ospite dominata da meccanismi di tipo Th1, con produzione di citochine proinfiammatorie che, pur contribuendo al controllo dell’infezione, promuovono nel tempo un danno strutturale a carico delle strutture osteoarticolari. L’eziologia è legata all’infezione da specie del genere Brucella, in particolare B. melitensis, B. abortus e B. suis, mantenute in serbatoi animali come piccoli ruminanti, bovini e suini; l’uomo si infetta principalmente attraverso il consumo di latte e derivati non pastorizzati, l’inalazione di aerosol contaminati in ambienti di macellazione o laboratorio, oppure per contatto cutaneo con tessuti e secrezioni di animali infetti. Dopo l’ingresso nell’organismo per via digestiva, respiratoria o cutaneo-mucosa, i batteri vengono fagocitati da macrofagi e cellule dendritiche nelle sedi di porta, quindi trasportati ai linfonodi regionali e al sistema reticoloendoteliale (fegato, milza, midollo osseo), dove instaurano una fase di batteriemia intermittente che costituisce il presupposto per la loro disseminazione verso l’apparato muscolo-scheletrico.

La patogenesi dell’interessamento articolare si fonda sulla peculiare capacità delle Brucella di sopravvivere e replicarsi all’interno delle cellule dell’ospite. Dopo la fagocitosi, il batterio evita la distruzione nel fagolisosoma modulando le vie di maturazione del vacuolo fagocitario e sfruttando un sistema di secrezione di tipo IV (VirB) per manipolare il traffico vescicolare e stabilirsi in compartimenti a caratteristiche simili al reticolo endoplasmatico, dove può replicarsi in condizioni relativamente protette dalle difese umorali. Questa sopravvivenza intracellulare consente alla Brucella di persistere a lungo nel sistema reticoloendoteliale e di raggiungere per via ematica articolazioni periferiche, sacro-iliache e corpi vertebrali, dove infetta macrofagi sinoviali, cellule endoteliali, fibroblasti sinoviali e osteoblasti. I lipopolisaccaridi e le lipoproteine di membrana del batterio, dotati di particolari caratteristiche strutturali che ne riducono la riconoscibilità rispetto ad altri bacilli gram negativi, interagiscono con recettori dell’immunità innata come TLR2, TLR4 e TLR9, attivando le vie di trasduzione NF-κB e MAPK e inducendo la produzione di citochine come TNF-α, IL-1β, IL-6 e IL-12, oltre a chemochine che richiamano neutrofili e monociti nel microambiente articolare.

A livello del compartimento sinoviale, l’infezione da Brucella promuove la formazione di una sinovite essudativa o granulomatosa. I macrofagi infetti e le cellule dendritiche rilasciano IL-12 e altre citochine in grado di polarizzare una risposta T di tipo Th1, con secrezione di IFN-γ e TNF-α da parte dei linfociti T CD4+, che a loro volta potenziano la capacità microbicida dei macrofagi, ma amplificano anche il danno tissutale. L’infiltrato sinoviale comprende linfociti T e B, plasmacellule e istiociti che possono organizzarsi in granulomi non caseosi, conferendo alla membrana sinoviale un aspetto ispessito e pseudovilloso. In parallelo, i fibroblasti sinoviali e i sinoviociti di rivestimento, esposti a un ambiente ricco di citochine proinfiammatorie, aumentano la produzione di metalloproteinasi della matrice e di altri enzimi proteolitici che degradano collagene e proteoglicani della cartilagine, mentre la sintesi di matrice da parte dei condrociti viene inibita. Il liquido sinoviale risulta tipicamente infiammatorio, con leucocitosi di grado moderato e prevalenza di linfociti e monociti, configurando un quadro meno purulento rispetto all’artrite batterica piogena classica, ma comunque capace di determinare nel tempo erosioni e perdita di spessore cartilagineo.

L’osso subcondrale e le strutture scheletriche contigue rappresentano un bersaglio privilegiato dell’infezione, soprattutto nelle forme di spondilodiscite e di sacroileite. Gli osteoblasti infettati da Brucella modificano il loro profilo secretorio, aumentando l’espressione di chemochine come MCP-1 e di citochine proinfiammatorie, e riducendo la produzione di molecole osteogeniche, con compromissione della neoformazione ossea. Contestualmente, l’ambiente infiammatorio favorisce l’espressione di RANKL da parte di linfociti T e cellule stromali, con conseguente differenziazione e attivazione di osteoclasti che intensificano il riassorbimento osseo; il risultato è la formazione di erosioni marginali, geodi e aree di osteolisi che possono destabilizzare l’articolazione o il segmento vertebrale interessato. Nelle sacroileiti e spondilodisciti brucellari, questo processo si traduce in lesioni osteolitiche e discitiche che, se non adeguatamente trattate, possono evolvere verso deformità, instabilità e, nei casi più gravi, compressione midollare o radicolare.

Dal punto di vista della fisiopatologia sistemica, la risposta immunitaria anti-Brucella comporta una produzione prolungata di citochine proinfiammatorie e una stimolazione cronica del sistema reticoloendoteliale che spiegano la combinazione di febbre ondulante, sudorazioni profuse, astenia marcata e perdita di peso tipica della malattia. In questo contesto, l’artrite costituisce la manifestazione di una localizzazione focale su un terreno di infiammazione sistemica di bassa o media intensità. La persistenza di batteri vitali o di antigeni brucellari nelle articolazioni può mantenere nel tempo la risposta infiammatoria locale anche dopo la parziale clearance sistemica, determinando quadri di artrite subacuta o cronica, talora recidivante. A differenza di quanto osservato in alcune artriti post-infettive puramente reattive, il ruolo di meccanismi autoimmuni classicamente intesi appare meno dominante, mentre prevalgono fenomeni di infezione persistente o di lenta eradicazione in un microambiente articolare difficile da penetrare per gli antibiotici. La combinazione di sinovite cronica, degradazione cartilaginea mediata da enzimi e osteoclastogenesi indotta da RANKL culmina in una progressiva compromissione della congruità articolare, con rischio di rigidità, deformità e deficit funzionali permanenti, soprattutto quando la diagnosi è tardiva o il trattamento non è condotto in modo adeguato per durata e associazioni farmacologiche.

Manifestazioni Cliniche

L’esordio dell’artrite da brucellosi si colloca di norma nel contesto di un quadro sistemico caratterizzato da febbre ondulante, sudorazioni notturne, astenia, mialgie e artralgie diffuse, ma la cronologia e la rilevanza dei sintomi articolari possono variare in modo considerevole da un paziente all’altro. In alcuni casi, la sintomatologia osteoarticolare compare precocemente, quasi in parallelo con i disturbi sistemici, mentre in altri emerge dopo settimane o mesi di malattia subclinica o paucisintomatica. All’anamnesi, il paziente riferisce spesso dolore articolare progressivo, associato a tumefazione e limitazione funzionale, in un quadro che può inizialmente essere interpretato come artropatia meccanica, artrite reattiva o esordio di malattia reumatica infiammatoria. La febbre è frequente, ma non sempre elevata o continua; la sua natura ondulante, con periodi di apparente miglioramento, può contribuire a ritardare il sospetto di infezione cronica. Frequentemente vengono riportati storia di consumo di latticini non pastorizzati, contatto con animali d’allevamento o esposizioni professionali a rischio, elementi che, se opportunamente indagati, orientano in maniera decisiva l’inquadramento eziologico.

La presentazione articolare tipica nelle forme periferiche è quella di una monoartrite o oligoartrite di grandi articolazioni, con predilezione per anca, ginocchio e caviglia, talvolta polso, gomito o spalla. La sua espressione clinica può oscillare da un quadro acuto, con dolore severo, tumefazione, calore locale e limitazione marcata del movimento, a forme subacute in cui prevalgono dolore meccanico-infiammatorio, rigidità e lieve versamento. Rispetto all’artrite settica piogena, l’artrite brucellare presenta in genere un’infiammazione meno esplosiva: il liquido sinoviale è infiammatorio ma non francamente purulento, il dolore a riposo può essere meno intenso, e l’abolizione del carico è talora incompleta, con pazienti che continuano a deambulare pur con zoppia e riduzione dell’autonomia funzionale. La tumefazione articolare è comunque evidente, il range di movimento è ridotto sia attivamente sia passivamente e la palpazione mette in evidenza dolorabilità periarticolare, talora con segni di tenosinovite e borsite associate, in particolare a carico delle sedi sottoposte a sforzo ripetuto.

Accanto alle forme periferiche, l’artrite da brucellosi comprende un ampio spettro di manifestazioni a carico dell’asse assiale, in particolare sacroileite e spondilite. La sacroileite brucellare si manifesta con dolore profondo in regione glutea, spesso monolaterale, che può irradiarsi alla faccia posteriore della coscia e peggiora con la stazione eretta prolungata, la marcia e il carico alternato sugli arti inferiori; il dolore notturno, se presente, si associa a rigidità mattutina di durata variabile, configurando un quadro che può mimare una spondiloartrite sieronegativa. All’esame obiettivo, si riscontrano dolorabilità alla palpazione delle articolazioni sacro-iliache, positività delle manovre provocatorie (come il test di compressione pelvica o il FABER) e riduzione dei movimenti del bacino. La spondilite brucellare, più frequente nella colonna lombare e dorsolombare, si presenta con lombalgia o dorsalgia infiammatoria, talora associata a spasmo paravertebrale e riduzione della mobilità del rachide; nei casi avanzati, la compromissione vertebrale può determinare deformità locali e, raramente, segni neurologici da compressione midollare o radicolare. Queste forme assiali si accompagnano spesso a sintomi sistemici più marcati e a tempi più lunghi intercorsi tra esordio dei sintomi e diagnosi definitiva.

Nel bambino e nell’adolescente, l’interessamento osteoarticolare della brucellosi si manifesta più frequentemente come artrite periferica di grandi articolazioni, in particolare anca e ginocchio. I pazienti possono presentarsi con zoppia, rifiuto del carico sull’arto colpito, rifiuto del gioco o delle attività sportive abituali, associati a febbre e astenia; non di rado il dolore articolare viene inizialmente attribuito a trauma minore o a patologie ortopediche comuni, come sinovite transitoria dell’anca o osteocondrite, determinando ritardi nell’esecuzione di indagini sierologiche e microbiologiche specifiche. All’esame obiettivo, l’anca può risultare bloccata in posizione antalgica, con limitazione dei gradi finali di flessione, rotazione interna ed abduzione; il ginocchio appare tumefatto, con versamento articolare e limitazione in flessione ed estensione. In aree endemiche, la combinazione di febbre, sintomatologia generale, esposizione a prodotti non pastorizzati o ad ambienti rurali e monoartrite di grande articolazione deve sempre indurre a includere la brucellosi tra le prime ipotesi diagnostiche.

Nell’adulto, l’espressione clinica è modulata da fattori quali l’età, la presenza di comorbilità e il tipo di attività lavorativa. Nei soggetti in età lavorativa impegnati in agricoltura, allevamento o macellazione, l’associazione di lombalgia infiammatoria, dolore gluteo o monoartrite dell’anca con febbre ondulante e sudorazioni notturne è particolarmente suggestiva di localizzazione osteoarticolare brucellare. In pazienti con preesistenti quadri degenerativi del rachide o delle grandi articolazioni, la nuova sintomatologia può essere inizialmente interpretata come riacutizzazione artrosica o radicolopatia discale, soprattutto se non si indaga in modo sistematico l’anamnesi di esposizione. La persistenza di dolore, la risposta insoddisfacente a FANS e analgesici comuni, la comparsa di rigidità protratta e la progressione della limitazione funzionale devono spingere a considerare un’eziologia infettiva subacuta. Nei casi di malattia protratta, l’evoluzione verso sinovite cronica, deformità articolari, retrazioni capsulo-legamentose e ipotrofia muscolare periarticolare può determinare un deficit funzionale rilevante, con compromissione delle attività quotidiane e della partecipazione sociale.

Le manifestazioni sistemiche che accompagnano l’artrite da brucellosi comprendono, oltre alla febbre ondulante e alle sudorazioni profuse, sintomi quali cefalea, irritabilità, disturbi del sonno, anoressia e calo ponderale, configurando un quadro di sindrome infiammatoria cronica che contribuisce alla percezione soggettiva di malessere e alla riduzione generale delle performance fisiche. Hepatosplenomegalia, linfoadenomegalia e altre localizzazioni focali (come orchite, endocardite o coinvolgimento del sistema nervoso centrale) appartengono allo spettro della brucellosi sistemica e vengono trattate in monografie dedicate; tuttavia, la loro eventuale presenza in un paziente con artrite contribuisce a rafforzare il sospetto diagnostico e a definire la gravità del quadro. Nel complesso, la traiettoria clinica dell’artrite da brucellosi è caratterizzata da una combinazione di elementi sistemici e locali: sintomi generali insidiosi, artrite periferica o assiale spesso subacuta, talora recidivante, e una lenta ma progressiva compromissione strutturale delle articolazioni coinvolte se la diagnosi non viene posta e trattata con tempestività. Il riconoscimento precoce di questo pattern è cruciale per impostare adeguati percorsi di accertamento e trattamento, riducendo il rischio di sequele permanenti a carico dell’apparato osteoarticolare.

Accertamenti, sierologia ed imaging

Di fronte a un quadro articolare compatibile con artrite da brucellosi, l’iter diagnostico deve essere costruito in modo ordinato per documentare la natura infettiva del processo, dimostrare o almeno rendere altamente probabile il coinvolgimento da Brucella, escludere altre cause di sinovite e quantificare l’eventuale danno strutturale. Il percorso integra esami di laboratorio generali, sierologia specifica, metodiche microbiologiche dirette, analisi del liquido sinoviale e tecniche di imaging mirate sia alle articolazioni periferiche sia alle sedi assiali tipicamente coinvolte, come sacro-iliache e colonna vertebrale. La corretta interpretazione dei risultati richiede sempre di tenere conto del contesto epidemiologico, dell’anamnesi di esposizione e dell’andamento clinico, per evitare sia diagnosi mancata in aree endemiche sia attribuzioni improprie in pazienti con sierologia positiva ma sintomi aspecifici.

Il primo livello di accertamento comprende gli esami di laboratorio di routine. VES e PCR risultano spesso aumentate, talvolta in modo significativo nelle fasi acute, ma possono assumere valori più moderati o oscillanti nelle forme subacute e croniche; la normalità di questi indici non esclude la diagnosi quando il sospetto clinico è forte e il decorso è protratto. L’emocromo mostra frequentemente anemia normocitica da malattia cronica, leucopenia o lieve leucocitosi, talora trombocitopenia; la procalcitonina tende in genere a rimanere bassa, elemento che aiuta a differenziare la brucellosi da altre infezioni batteriche acute a spiccata batteriemia piogena. La biochimica epatica può evidenziare modesti rialzi di transaminasi e fosfatasi alcalina, mentre gli indici di funzionalità renale e i parametri metabolici contribuiscono a definire il profilo di rischio in vista della terapia antibiotica prolungata. Questi esami non sono specifici, ma concorrono a delineare il quadro di sindrome infiammatoria cronica su cui si innesta la localizzazione articolare.

Il cardine dell’inquadramento eziologico è rappresentato dalla sierologia specifica per Brucella, che in contesti clinici suggestivi assume un ruolo centrale. I test di screening più utilizzati comprendono prove di agglutinazione rapida come il Rose Bengal, in grado di fornire in tempi brevi un primo orientamento sulla presenza di anticorpi anti Brucella. In caso di negatività in pazienti a bassa probabilità pre-test, la brucellosi attiva diventa meno probabile, pur non essendo esclusa in fase molto precoce; una reattività positiva richiede invece conferma quantitativa mediante test di sieroagglutinazione standard (Wright) e metodiche più sensibili e specifiche come ELISA per IgM e IgG. Nei quadri osteoarticolari, titoli elevati di anticorpi, in particolare IgG, o la documentazione di un significativo incremento dinamico tra due prelievi seriati, costituiscono un argomento forte a favore della diagnosi quando si accompagnano a sintomatologia compatibile e ad anamnesi di esposizione.

I test quantitativi di sieroagglutinazione consentono di stimare il carico anticorpale e di seguire nel tempo l’andamento della risposta umorale durante e dopo il trattamento. Le IgM risultano generalmente più espresse nelle fasi iniziali o nelle riattivazioni recenti, mentre le IgG persistono più a lungo e riflettono spesso un’infezione in fase avanzata o cronica. La sola positività a bassi titoli, in assenza di quadro clinico suggestivo, deve essere interpretata con prudenza, soprattutto in aree di endemia dove una certa quota di popolazione può presentare anticorpi residui per infezioni pregresse. Nei casi complessi, l’impiego di test di Coombs anti Brucella può aiutare a evidenziare anticorpi incompleti non rilevati dalle prove agglutinative classiche, migliorando la sensibilità nelle forme croniche. Le metodiche ELISA e, in alcuni centri, test immunocromatografici rapidi, integrano il pannello sierologico, permettendo una distinzione più fine tra classi anticorpali e una migliore definizione temporale dell’infezione.

Parallelamente alla sierologia, un ruolo decisivo è svolto dalla microbiologia diretta. Le emocolture rappresentano il principale strumento per isolare Brucella, in particolare nelle fasi febbrili precoci; tuttavia, la crescita del microrganismo è lenta e richiede terreni e sistemi di coltura specifici, con tempi di incubazione prolungati e condizioni di biosicurezza adeguate. Nei casi in cui le emocolture risultino negative o vengano eseguite tardivamente, la coltura di midollo osseo può aumentare la sensibilità, soprattutto nelle forme protratte. Nelle artriti periferiche, il liquido sinoviale e l’eventuale frammento di membrana sinoviale prelevato per via artroscopica possono essere inviati per coltura specifica, anche se la resa è inferiore rispetto a emocolture e colture di midollo. Nei quadri di spondilodiscite, il materiale ottenuto mediante biopsia vertebrale o disco vertebrale guidata da imaging costituisce un prezioso campione per l’isolamento del patogeno o la ricerca del DNA batterico.

L’analisi del liquido sinoviale è un passaggio cruciale nella valutazione dell’artrite, con una duplice finalità: caratterizzare il tipo di sinovite e escludere altre cause di artrite infettiva o microcristallina. L’artrocentesi, eseguita in asepsi, permette di valutare l’aspetto macroscopico del liquido, di norma torbido o xantocromico ma raramente francamente purulento, con viscosità ridotta rispetto al liquido normale. La conta leucocitaria mostra valori tipici di effusione infiammatoria, in genere in un intervallo intermedio con prevalenza di linfociti e monociti e neutrofilia meno marcata rispetto alle artriti piogene acute. Il campione viene inviato per esami colturali convenzionali, che nella brucellosi pura risultano negativi per batteri piogeni, e per la ricerca di cristalli sotto luce polarizzata, essenziale per escludere artropatie da urato o pirofosfato di calcio. L’uso della PCR per Brucella sul liquido sinoviale, disponibile in laboratori specializzati, può aumentare la sensibilità nella dimostrazione dell’eziologia infettiva, soprattutto quando le colture sono negative o il paziente ha già ricevuto terapia antibiotica, ma un risultato negativo non esclude la diagnosi quando sierologia e quadro clinico sono altamente suggestivi.

L’imaging articolare ha lo scopo di documentare la presenza di sinovite, la distribuzione delle sedi coinvolte e l’entità del danno osseo e cartilagineo, con un’attenzione particolare alle localizzazioni assiali. La radiografia standard delle grandi articolazioni periferiche costituisce l’esame di base e può risultare normale nelle fasi iniziali, mostrando solo aumento delle parti molli periarticolari e distensione capsulare; nelle forme protratte compaiono osteopenia iuxta articolare, irregolarità corticale, erosioni marginali e talora riduzione della rima articolare, reperti tuttavia non specifici. Nelle sacroileiti, i radiogrammi pelvici possono evidenziare sclerosi delle superfici articolari, irregolarità dei profili, geodi e restringimento della rima, con quadri che possono ricordare le spondiloartriti sieronegative ma con andamento spesso più asimmetrico.

L’ecografia muscolo scheletrica è particolarmente utile per le articolazioni periferiche, consentendo di identificare e quantificare il versamento, visualizzare ispessimenti della membrana sinoviale, sinoviti periarticolari e coinvolgimento delle borse, oltre a guidare in modo preciso l’artrocentesi, riducendo il rischio di insuccesso tecnico e complicanze. Il power Doppler permette di valutare la vascolarizzazione sinoviale, fornendo informazioni sulla vivacità del processo infiammatorio e sulla sua evoluzione in risposta alla terapia. In sede assiale, l’ecografia ha un ruolo più limitato, ma può contribuire a valutare inserzioni tendinee e tessuti periarticolari nelle regioni accessibili.

La risonanza magnetica rappresenta la metodica di riferimento per lo studio delle forme assiali e delle localizzazioni profonde. Nella sacroileite brucellare può mettere in evidenza edema del midollo osseo subcondrale, versamento articolare, ispessimento sinoviale e aree di erosione corticale, spesso in fase più precoce rispetto alla radiografia. Nelle spondilodisciti, la risonanza documenta il coinvolgimento del disco intersomatico, l’edema dei corpi vertebrali interessati, la distruzione delle limitanti somatiche, la presenza di raccolte paravertebrali o epidurali e l’eventuale compressione delle strutture neurologiche, informazioni fondamentali per la programmazione terapeutica e, se necessario, chirurgica. La tomografia computerizzata ha un ruolo complementare, consentendo una definizione più fine delle erosioni corticali, delle geodizzazioni e delle deformità vertebrali, specie quando si pianificano interventi ortopedici o neurochirurgici.

In sintesi, l’inquadramento diagnostico dell’artrite da brucellosi si basa sulla combinazione di indici di infiammazione sistemica, sierologia specifica interpretata alla luce del contesto clinico, microbiologia diretta su sangue, midollo, liquido sinoviale o tessuti osteoarticolari, e un corredo di imaging calibrato sulla sede e sulla fase evolutiva della malattia. Solo l’integrazione di questi livelli permette di attribuire in modo robusto il quadro articolare alla brucellosi, di individuare precocemente le forme con interessamento assiale potenzialmente complicato e di disporre di un adeguato baseline per monitorare la risposta al trattamento e l’eventuale comparsa di sequele strutturali nel follow up.

Trattamento e prognosi

Gli obiettivi del trattamento dell’artrite da brucellosi sono l’eradicazione dell’infezione, la prevenzione delle recidive, il contenimento delle complicanze osteoarticolari (in particolare spondilodiscite, sacroileite destruenti e artrosi secondaria) e il recupero quanto più possibile completo della funzione articolare. Poiché l’interessamento osteoarticolare si configura come forma complicata di brucellosi, il modello terapeutico si basa su schemi combinati di antibioticoterapia prolungata, in grado di penetrare nei compartimenti intracellulari e nelle strutture ossee, integrati da una gestione antinfiammatoria razionale, da programmi riabilitativi mirati e, nei casi selezionati, da interventi chirurgici correttivi o decompressivi.

Il cardine della terapia è rappresentato da regimi combinati che associano un antibiotico batteriostatico intracellulare (in primo luogo doxiciclina) a molecole battericide come rifampicina e, nelle forme più severe, un aminoglicoside (streptomicina o gentamicina). Per la brucellosi non complicata, le linee guida internazionali indicano come schemi di riferimento l’associazione doxiciclina più rifampicina o doxiciclina più streptomicina per almeno 6 settimane; nelle localizzazioni osteoarticolari, tuttavia, la durata complessiva viene in genere prolungata a 3 mesi o più, al fine di ridurre il rischio di recidiva. Nelle artriti periferiche senza spondilodiscite si utilizzano spesso protocolli con doxiciclina orale (100 mg due volte al giorno) associata a rifampicina (600-900 mg al giorno) per 8-12 settimane, eventualmente preceduti da 2-3 settimane di aminoglicoside parenterale nei pazienti con malattia più aggressiva o fattori di rischio per fallimento terapeutico.

Nei quadri assiali, in particolare nelle spondilodisciti e nelle sacroileiti destruenti, la durata del trattamento viene ulteriormente estesa, con corsi complessivi di 3-6 mesi a seconda della risposta clinica, radiologica e laboratoristica. In questi casi è comune associare un aminoglicoside nei primi 14-21 giorni per ottenere una rapida riduzione della batteriemia e della carica tissutale, proseguendo poi con il doppio regime orale per almeno 12 settimane. Nei pazienti con comorbilità renali o otologiche, l’uso di aminoglicosidi viene valutato con maggiore cautela, privilegiando associazioni prolungate di doxiciclina, rifampicina e, in alcune situazioni, trimetoprim-sulfametossazolo o fluorochinoloni come alternative, sulla base dell’evidenza disponibile e dei profili di tollerabilità.

In età pediatrica, la scelta del regime antibiotico tiene conto dei limiti di impiego delle tetracicline nei bambini piccoli. Nei pazienti al di sotto degli 8 anni si ricorre di preferenza a combinazioni di rifampicina e trimetoprim-sulfametossazolo, con eventuale aggiunta di aminoglicoside nelle forme più severe, per durate analoghe o leggermente più lunghe rispetto all’adulto, monitorando con attenzione eventi avversi ematologici ed epatici. Negli adolescenti, la doxiciclina può essere utilizzata secondo gli schemi dell’età adulta. In gravidanza, la terapia viene modulata evitando tetracicline e fluorochinoloni, con impiego prevalente di rifampicina e, quando possibile, di altri antibiotici compatibili con lo stato gestazionale, sempre in stretta collaborazione con lo specialista in malattie infettive.

La prevenzione delle recidive è un obiettivo centrale, poiché l’osteobrucellosi è associata a un tasso di ricomparsa dei sintomi superiore rispetto alle forme non focali. Fattori di rischio per recidiva includono trattamenti troppo brevi, utilizzo di monoterapie, scarsa aderenza, sospensione precoce per eventi avversi, ritardo diagnostico e carica batterica elevata in sede ossea o sinoviale. Per questo motivo è essenziale programmare fin dall’inizio una durata di terapia adeguata alla sede e alla gravità del coinvolgimento, verificare periodicamente l’aderenza, gestire in modo proattivo gli effetti collaterali e programmare controlli clinici e laboratoristici a distanza di mesi dalla sospensione degli antibiotici per intercettare eventuali recidive precoci.

La gestione sintomatica e antinfiammatoria accompagna l’antibioticoterapia per ridurre dolore, rigidità e limitazione funzionale. I FANS rappresentano la prima linea per il controllo del dolore e della flogosi, modulando dosi e molecole in base al profilo di rischio gastrointestinale, renale e cardiovascolare del paziente; quando necessario si ricorre ad analgesici di secondo livello. I corticosteroidi sistemici sono in genere riservati alle forme con intensa sintomatologia sistemica o a interessamento neurologico o cardiaco, e utilizzati solo dopo che l’antibioticoterapia è stata avviata in modo adeguato, per evitare di mascherare un’infezione non controllata. Nelle forme articolari persistenti, dopo documentata riduzione dell’attività infettiva sistemica, è possibile valutare l’impiego di infiltrazioni intra-articolari di corticosteroidi in articolazioni periferiche selezionate, purché sia stata esclusa la presenza di batteri vitali nel liquido sinoviale e si disponga di una copertura antibiotica adeguata.

La riabilitazione riveste un ruolo cruciale nel recupero funzionale, soprattutto nei quadri protratti e nelle localizzazioni vertebrali e sacro-iliache. Dopo una fase iniziale in cui il riposo relativo e il supporto ortesico possono essere necessari per controllare dolore e instabilità, la strategia si sposta verso programmi di mobilizzazione graduale, rinforzo muscolare, rieducazione posturale e training propriocettivo. Nelle spondilodisciti, la fisioterapia viene pianificata in stretta collaborazione con ortopedico e infettivologo, adeguando carico e intensità agli esiti radiologici e all’eventuale stabilizzazione chirurgica. Obiettivi principali sono la prevenzione di rigidità, retrazioni capsulo-legamentose, ipotrofia muscolare e schemi motori compensatori che possono favorire lo sviluppo di dolore cronico e artrosi secondaria.

Il trattamento chirurgico viene preso in considerazione in sottogruppi selezionati di pazienti. Nelle artriti periferiche estremamente distruttive e deformanti, non responsabili a terapia medica, si può ricorrere a sinovectomia, debridement o, in fasi più avanzate, ad artrodesi o sostituzione protesica, dopo attenta valutazione del rischio di persistenza infettiva. Nelle forme vertebrali complesse con crolli somatici, instabilità significativa, ascessi paravertebrali o epidurali, deficit neurologici o dolore incoercibile, interventi di decompressione, fusione e stabilizzazione risultano spesso indispensabili per prevenire sequele neurologiche permanenti; in tali situazioni, la chirurgia si integra con cicli prolungati di antibioticoterapia e richiede un monitoraggio post operatorio stretto.

La prognosi dell’artrite da brucellosi è generalmente favorevole quando la diagnosi è tempestiva e il trattamento è adeguato per combinazione e durata. Molti pazienti con artrite periferica non complicata ottengono una remissione clinica completa con recupero funzionale soddisfacente e minimi esiti strutturali, soprattutto se la sintomatologia articolare è stata riconosciuta nelle fasi iniziali. Tuttavia, l’interessamento osteoarticolare, in particolare assiale, è associato a un rischio maggiore di recidive, di dolore cronico e di sequele radiografiche, con una quota non trascurabile di pazienti che può presentare limitazioni funzionali persistenti nonostante la cura microbiologica. Fattori prognostici sfavorevoli includono ritardo diagnostico prolungato, trattamento inadeguato o interrotto precocemente, coinvolgimento vertebrale multisegmentario, comorbilità significative e scarsa aderenza alla terapia. Nei bambini e nei giovani adulti, se il trattamento è corretto, il potenziale di recupero strutturale e funzionale è alto, mentre nelle età più avanzate o in presenza di preesistenti artropatie degenerative l’evoluzione verso artrosi secondaria e limitazioni durature è più probabile, rendendo necessario un follow up prolungato, centrato sia sul controllo dell’infezione sia sulla preservazione della funzione articolare e della qualità di vita.

Complicanze

Le complicanze dell’artrite da brucellosi riflettono l’interazione tra persistenza del microrganismo in sedi osteoarticolari difficili da eradicare, risposta infiammatoria cronica dell’ospite, adeguatezza del trattamento e tempi di riconoscimento della malattia. Il rischio di eventi acuti catastrofici è inferiore rispetto alle artriti piogene fulminanti, ma il peso clinico è rappresentato soprattutto dalle sequele strutturali e funzionali a carico delle articolazioni periferiche e dell’asse vertebrale, nonché dalle recidive che possono riattivare periodicamente il quadro infettivo e infiammatorio.

Sul piano articolare periferico, la complicanza più frequente è l’evoluzione verso una sinovite cronica, con ispessimento della membrana sinoviale, pannus infiammatorio e progressiva distruzione cartilaginea. Episodi ripetuti di artrite del ginocchio, dell’anca o della caviglia, in particolare quando non trattati in modo adeguato o riconosciuti tardivamente, possono determinare osteopenia iuxta-articolare, erosioni marginali, riduzione della rima articolare e deformità assiali, con comparsa di varismo o valgismo, accorciamenti relativi e alterazioni della meccanica del carico. Nel tempo si sviluppa un quadro di artrosi secondaria, in cui il dolore assume caratteristiche più meccaniche, la rigidità mattutina si accorcia ma aumenta la sintomatologia dopo sforzo, e la limitazione funzionale diventa più continua, richiedendo strategie tipiche della gestione artrosica, fino alla valutazione di interventi protesici nelle forme più avanzate.

L’interessamento dell’asse vertebrale e delle articolazioni sacro-iliache comporta un profilo di complicanze specifico. Nelle spondilodisciti brucellari, il processo infettivo può portare a erosione delle limitanti somatiche, collasso del corpo vertebrale, deformità cifotiche segmentarie e instabilità meccanica, con rischio di dolore cronico severo e limitazione marcata della mobilità del rachide. La formazione di ascessi paravertebrali o epidurali può determinare compressioni radicolari o midollari, con comparsa di deficit neurologici sensitivo-motori, sindromi da compressione midollare e disturbi sfinterici; tali quadri rappresentano emergenze neurochirurgiche che richiedono decompressione e stabilizzazione, oltre a terapia antibiotica intensiva. Anche in assenza di deficit neurologici, l’evoluzione verso una fusione vertebrale spontanea o post chirurgica può lasciare un importante residuo di rigidità e dolore cronico.

Un ulteriore ambito di complicanze è rappresentato dalle recidive e dal passaggio a un quadro di brucellosi cronica. Le recidive si manifestano con il ritorno di febbre ondulante, sudorazioni, astenia e riacutizzazione del dolore articolare dopo un periodo di apparente remissione, e sono spesso correlate a trattamenti troppo brevi, regimi in monoterapia, aderenza inadeguata o carica batterica iniziale elevata. Ogni episodio recidivante comporta un rischio cumulativo di nuovo danno osteoarticolare, soprattutto nelle sedi già colpite, e può favorire la comparsa di ulteriori localizzazioni focali (come coinvolgimento epatico, genitourinario o del sistema nervoso centrale) che aggravano il quadro generale di malattia. In alcuni pazienti si configura un decorso di brucellosi cronica, in cui il dolore articolare persistente, la stanchezza marcata e i disturbi del sonno mantengono una limitazione significativa delle attività quotidiane anche dopo l’apparente eradicazione microbiologica.

Le complicanze funzionali derivano dalla combinazione di dolore, rigidità, limitazione del movimento e periodi prolungati di ridotta attività fisica. Nei pazienti con artrite periferica ricorrente, l’ipotrofia dei muscoli periarticolari, l’alterazione della propriocezione e i pattern motori di compenso possono condurre a instabilità, cadute, sovraccarico di articolazioni adiacenti e dolore diffuso di tipo miofasciale. Nei soggetti con interessamento assiale, la perdita di mobilità del rachide e la necessità di proteggere segmenti dolorosi favoriscono atteggiamenti posturali viziati e sindromi da sovraccarico su altri distretti. Nei bambini e negli adolescenti, questi fenomeni si intrecciano con le fasi di crescita, con potenziali ripercussioni sull’allineamento degli arti inferiori, sull’acquisizione delle competenze motorie e sulla partecipazione ad attività scolastiche e sportive, oltre a un impatto psicologico legato alla percezione di fragilità fisica e di diversità rispetto ai coetanei.

Un capitolo specifico è costituito dalle complicanze iatrogene della terapia. L’uso prolungato di rifampicina può associarsi a epatotossicità, interazioni farmacologiche significative e, più raramente, reazioni immunoallergiche sistemiche. Gli aminoglicosidi espongono al rischio di nefrotossicità e ototossicità, che impongono un monitoraggio attento della funzione renale, dell’udito e dell’equilibrio, soprattutto negli anziani, nei pazienti con insufficienza renale preesistente o nei soggetti già in terapia con altri farmaci potenzialmente nefrotossici. La doxiciclina può causare fotosensibilità, disturbi gastrointestinali ed esofagiti, richiedendo misure preventive come l’assunzione con abbondante acqua e l’evitamento dell’esposizione solare intensa. Il trimetoprim-sulfametossazolo può determinare citopenie, reazioni cutanee severe e nefropatie interstiziali, che obbligano a sorveglianza ematologica e renale. Le procedure invasive, come biopsie vertebrali, drenaggi di ascessi, artrocentesi ripetute o interventi chirurgici di stabilizzazione, comportano a loro volta rischi di sanguinamento, infezione nosocomiale, danni neurologici e complicanze anestesiologiche, che vanno bilanciati con i potenziali benefici.

Nel bambino, le complicanze assumono alcune peculiarità: oltre al rischio di danno strutturale sulle articolazioni in accrescimento, il dolore cronico e le limitazioni funzionali possono interferire con il normale sviluppo motorio e con la partecipazione alle attività ludiche e sportive, con possibili ripercussioni sul benessere emotivo e sulle relazioni sociali. La necessità di terapie antibiotiche prolungate, con controlli ripetuti e talvolta ricoveri ospedalieri, può generare ansia, scarsa aderenza e conflitti familiari, richiedendo un approccio multidisciplinare che includa il supporto psicologico e un’adeguata educazione sanitaria di pazienti e genitori.

Dal punto di vista prognostico, molte delle complicanze dell’artrite da brucellosi sono prevenibili o mitigabili attraverso un approccio integrato che comprenda diagnosi precoce, scelta di regimi antibiotici adeguati per combinazione e durata, monitoraggio ravvicinato di efficacia e tollerabilità, intervento tempestivo su eventuali recidive e attivazione precoce di programmi riabilitativi strutturati. L’identificazione dei pazienti a maggiore rischio di decorso complicato, in particolare quelli con spondilodiscite, sacroileite destruenti, ritardo diagnostico marcato o comorbilità rilevanti, consente di organizzare percorsi di cura più intensivi e di coinvolgere precocemente ortopedici, neurochirurghi, fisiatri e fisioterapisti. In questo modo è possibile ridurre il rischio di disabilità articolare cronica, preservare la funzione motoria e migliorare, nel lungo termine, la qualità di vita dei pazienti affetti da artrite brucellare.

    Bibliografia
  1. Pappas G. et al. Brucellosis. N Engl J Med. 352(22):2325-2336, 2005.
  2. Franco MP. et al. Human brucellosis. Lancet Infect Dis. 7(12):775-786, 2007.
  3. Corbel MJ. et al. Brucellosis in humans and animals. World Health Organization. WHO Press, Geneva, 2006.
  4. Mantur BG. et al. Brucellosis in India – a review. J Biosci. 33(4):539-547, 2008.
  5. Dean AS. et al. Clinical manifestations of human brucellosis: a systematic review and meta-analysis. PLoS Negl Trop Dis. 6(12):e1929, 2012.
  6. Esmaeilnejad-Ganji SM. et al. Osteoarticular manifestations of human brucellosis: a review. World J Orthop. 10(2):54-62, 2019.
  7. Colmenero JD. et al. Osteoarticular complications of brucellosis. Ann Rheum Dis. 50(1):23-26, 1991.
  8. Giambartolomei GH. et al. Brucella and osteoarticular cell activation: partners in crime. Front Microbiol. 8:256, 2017.
  9. Tali ET. et al. Spinal brucellosis. Eur J Radiol. 71(2):256-263, 2009.
  10. Di Bonaventura G. et al. Microbiological laboratory diagnosis of human brucellosis: an overview. Pathogens. 10(12):1623, 2021.
  11. Yagupsky P. et al. Laboratory diagnosis of human brucellosis. Clin Microbiol Rev. 32(4):e00073-18, 2019.
  12. Mantur BG. et al. Review of clinical and laboratory features of human brucellosis. Indian J Med Microbiol. 25(3):188-202, 2007.
  13. Skalsky K. et al. Treatment of human brucellosis: systematic review and meta-analysis of randomised controlled trials. Clin Infect Dis. 47(6):861-868, 2008.
  14. Solis García del Pozo J. et al. Systematic review and meta-analysis of randomized clinical trials in the treatment of human brucellosis. PLoS One. 7(2):e32090, 2012.
  15. Alavi SM. et al. Treatment of brucellosis: a systematic review of studies in recent twenty years. Caspian J Intern Med. 4(4):636-641, 2013.
  16. Unuvar GK. et al. Current therapeutic strategy in osteoarticular brucellosis. North Clin Istanb. 6(4):415-420, 2019.
  17. Tuon FF. et al. Guidelines for the management of human brucellosis in the State of Paraná, Brazil. Rev Soc Bras Med Trop. 50(4):458-464, 2017.
  18. Liu B. et al. Brucellosis: an overview of epidemiology, pathogenesis, diagnosis, and treatment. Front Microbiol. 12:720725, 2021.