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Artrite Settica Pediatrica e Neonatale

L’artrite settica pediatrica e neonatale rappresenta una delle emergenze infettivologiche più critiche dell’età evolutiva, caratterizzata dalla colonizzazione e proliferazione di microrganismi patogeni all’interno della cavità sinoviale in un organismo in cui la maturità immunologica, la biologia della crescita ossea e la fisiologia articolare presentano caratteristiche profondamente distinte rispetto all’adulto. La rapidità con cui l’infezione progredisce, unita alla peculiare vulnerabilità delle cartilagini di accrescimento e delle epifisi, rende questa forma di infezione articolare particolarmente insidiosa, con un rischio elevato di esiti permanenti se la diagnosi e il trattamento non vengono instaurati tempestivamente.

L’eziologia varia significativamente con l’età: nel neonato prevalgono batteri come Streptococcus agalactiae (GBS), Escherichia coli, altri Gram-negativi enterici e Listeria monocytogenes, spesso correlati a trasmissione verticale o a infezioni perinatali; nei bambini tra i 6 mesi e i 4 anni è centrale il ruolo di Kingella kingae, mentre in età successive emergono Staphylococcus aureus e streptococchi β-emolitici, patogeni caratterizzati da una maggiore virulenza e capacità distruttiva. La presentazione clinica è spesso atipica nei neonati e nei lattanti, nei quali febbre, irritabilità, riduzione dei movimenti spontanei e rifiuto dell’alimentazione possono essere gli unici indizi di una patologia articolare acuta.

Dal punto di vista epidemiologico, l’incidenza dell’artrite settica è massima nei primi anni di vita per la combinazione di fattori quali l’immaturità immunitaria, la particolare ricchezza vascolare delle epifisi, la maggiore permeabilità delle metafisi e la facilità di passaggio dei microrganismi dalle regioni metafisarie alla cavità articolare. Il coinvolgimento dell’anca e della spalla è relativamente più frequente rispetto all’adulto, anche a causa delle caratteristiche anatomiche e vascolari tipiche di queste articolazioni in età evolutiva. Sebbene le moderne tecniche di imaging e la disponibilità di test microbiologici avanzati abbiano migliorato notevolmente la capacità diagnostica, la prognosi dipende ancora in modo cruciale dalla precocità dell’intervento terapeutico, soprattutto nei primi mesi di vita, dove il rischio di danno permanente sulla crescita è particolarmente elevato.

Eziologia, patogenesi e fisiopatologia

L’artrite settica pediatrica e neonatale è il risultato della penetrazione di batteri piogeni nella cavità articolare in un organismo caratterizzato da una complessa immaturità immunologica e da una particolare vulnerabilità delle strutture osteo-articolari in crescita. L’ingresso del patogeno nella sinovia avviene prevalentemente per via ematogena: nel neonato la disseminazione ematica è spesso conseguenza di batteriemie perinatali o di colonizzazione materna del tratto genito-urinario, mentre nel bambino più grande l’invasione può derivare da infezioni delle vie respiratorie superiori o della mucosa orofaringea, con Kingella kingae particolarmente abile nell’attraversamento delle barriere mucosali e nella colonizzazione sistemica. Nelle età successive, Staphylococcus aureus esercita un ruolo dominante grazie alla capacità di aderire alle componenti della matrice extracellulare attraverso MSCRAMMs, produrre tossine citotossiche e modulare la risposta fagocitaria. L’anatomia vascolare tipica dell’età evolutiva, con metafisi riccamente vascolarizzate e capillari privi di barriere anatomiche complete, facilita il passaggio dei microrganismi verso la cavità articolare, soprattutto nelle articolazioni come anca e spalla in cui le metafisi comunicano più direttamente con lo spazio sinoviale.

Una volta raggiunta la cavità articolare, i patogeni attivano rapidamente i recettori dell’immunità innata presenti su sinoviociti, macrofagi e cellule endoteliali, determinando una produzione massiva di citochine quali IL-1β, TNF-α e IL-6 e di chemochine che richiamano una grande quantità di neutrofili. Nei bambini piccoli questa risposta è fortemente amplificata dalla maggiore permeabilità vascolare e dalla scarsa capacità regolatoria dell’immunità adattativa, con un afflusso neutrofilo particolarmente intenso e distruttivo. I neutrofili liberano enzimi proteolitici, radicali dell’ossigeno e NET che, pur svolgendo una funzione battericida, generano un ambiente altamente citotossico per condrociti e sinoviociti. Nei neonati, la produzione di NET può risultare meno efficiente ma comunque sufficiente a determinare un danno strutturale significativo, mentre la minor maturazione della risposta macrofagica riduce la capacità di contenere l’infezione, favorendo la diffusione del processo infiammatorio.

La cartilagine articolare pediatrica possiede caratteristiche biologiche che la rendono particolarmente vulnerabile: la matrice è più idratata, la componente cellulare è più ricca e la dipendenza metabolica dal liquido sinoviale è marcata. L’ambiente purulento determina rapidamente alterazioni del pH, stress ossidativo e aumento della pressione intra-articolare che compromettono la sopravvivenza dei condrociti. Le citochine pro-infiammatorie stimolano l’espressione di metalloproteinasi (MMP) e aggrecanasi che degradano la matrice di collagene di tipo II e di aggrecano, portando alla fissurazione precoce e alla perdita di integrità cartilaginea. Nei neonati, l’infiammazione può estendersi facilmente alla cartilagine di accrescimento, con rischio di danno epifisario e arresto della crescita di estrema rilevanza clinica.

Il coinvolgimento osseo è più precoce e frequente rispetto all’adulto, soprattutto per la stretta contiguità tra metafisi e cavità articolare. L’ipossia locale, indotta dall’aumento della pressione intra-articolare, compromette ulteriormente il microcircolo metafisario, favorendo la necrosi tissutale e la formazione di microascessi. Nei neonati, la diffusione metafiso-epifisaria è facilitata da vasi trans-cartilaginei che scompaiono con la crescita, rendendo questa fascia d’età particolarmente suscettibile alle forme combinate di artrite settica e osteomielite.

Il risultato fisiopatologico finale è un processo acuto, esplosivo e profondamente distruttivo in cui replicazione batterica, risposta infiammatoria incontrollata e vulnerabilità biologica dei tessuti in accrescimento si combinano determinando un rischio elevato di deformità permanenti, dismetrie, anchilosi e danno funzionale. La traiettoria naturale dell’artrite settica pediatrica e neonatale, in assenza di trattamento immediato, è caratterizzata da una rapida evoluzione verso la distruzione articolare e da un potenziale impatto irreversibile sulla crescita scheletrica.

Manifestazioni Cliniche

L’esordio dell’artrite settica pediatrica e neonatale è in genere acuto, ma la modalità di presentazione varia in modo significativo con l’età e con il livello di maturità neurologica e immunitaria del bambino. Nel lattante e nel bambino più grande il quadro tipico è quello di una monoartrite acuta di grande articolazione, con dolore intenso, gonfiore rapidamente progressivo e marcata riduzione dell’uso dell’arto o del segmento interessato; nel neonato, invece, i segni articolari possono essere molto meno specifici e l’esordio dominato da sintomi sistemici sfumati come irritabilità, scarso appetito, pianto inconsolabile e riduzione spontanea dei movimenti di un arto, configurando la cosiddetta pseudoparalisi. In tutte le fasce d’età, la rapidità di instaurazione del dolore e dell’impotenza funzionale rappresenta un elemento chiave per distinguere l’artrite settica da molte altre forme di artrite non infettiva dell’età pediatrica.

La sede di gran lunga più frequentemente coinvolta, soprattutto nel bambino piccolo, è l’anca, seguita dal ginocchio, dalla caviglia e dalla spalla; meno comuni, ma possibili, sono il coinvolgimento del gomito, delle piccole articolazioni di mani e piedi e dell’articolazione sacroiliaca. La predominanza di anca e ginocchio riflette la particolare architettura vascolare delle metafisi di femore e tibia in età evolutiva, riccamente irrorate e in stretta continuità con la capsula articolare. Nel neonato l’anca è una sede particolarmente a rischio, poiché un versamento purulento ad alta pressione può rapidamente compromettere la vascolarizzazione epifisaria e predisporre a necrosi della testa femorale. All’anamnesi, oltre alla sede del dolore, è importante ricercare episodi recenti di infezioni delle vie respiratorie superiori, gastroenteriti, faringiti o otiti, oltre a eventuali procedure invasive, cateterismi o accessi vascolari, che possono costituire il punto di partenza della batteriemia.

Nel neonato e nel lattante il quadro clinico è spesso subdolo: la febbre può essere assente o modesta, il pianto è frequente ma non sempre chiaramente localizzato, e l’unico segno specifico può essere la riduzione dei movimenti spontanei di un arto o il pianto al tentativo di mobilizzare una articolazione durante il cambio del pannolino o le manovre di accudimento. L’anca sestica neonatale si manifesta tipicamente con arto tenuto in abduzione, flessione ed extrarotazione, atteggiamento antalgico che riduce la tensione capsulare; il lattante può rifiutare la posizione seduta o mostrare un pianto intenso quando viene sollevato per le ascelle. Spesso coesistono segni sistemici come scarsa suzione, sonnolenza e colorito pallido o marezzato, espressione di una possibile sepsi in evoluzione.

Nel bambino in età prescolare e scolare, il sintomo guida è più spesso il dolore localizzato con rifiuto del carico o zoppia. Il genitore riferisce che il bambino ha smesso improvvisamente di camminare, o che appoggia solo la punta del piede, o che evita di correre e giocare come al solito. Il dolore è continuo, esacerbato dal movimento e spesso presente anche a riposo; il bambino può svegliarsi di notte, rifiutare attività che comportano il carico sull’arto interessato e cercare posizioni antalgiche. La febbre è frequente ma non costante, e in alcune forme sostenute da patogeni come Kingella kingae può essere solo modesta o intermittente, rendendo meno evidente il nesso tra sintomi articolari e infezione sistemica.

All’esame obiettivo, il quadro è dominato dai segni cardinali della flogosi articolare acuta: tumefazione tesa, calore locale, dolore vivo alla palpazione e alla mobilizzazione, con marcata riduzione del range di movimento passivo e attivo. Nel ginocchio, il versamento può essere evidente come aumento del volume articolare con segno del ballottamento rotuleo; nella caviglia e nel gomito si osserva spesso una tumefazione a manicotto che rende difficoltosa la distinzione dei reperi anatomici. Nelle articolazioni profonde, in particolare l’anca, i segni locali sono meno appariscenti e prevalgono la zoppia, il rifiuto del carico e il dolore riferito alla regione inguinale, al gluteo o al ginocchio. Nei lattanti e nei bambini piccoli la pseudoparalisi di un arto, con arto che appare flaccido e poco mosso rispetto al controlaterale, è un segno altamente suggestivo di interessamento osteo-articolare acuto.

Le manifestazioni sistemiche dipendono dall’intensità della risposta infiammatoria e dall’eventuale presenza di batteriemia o sepsi. Nei quadri tipici si osservano febbre elevata, irritabilità marcata, tachicardia e riduzione dell’appetito, con un bambino che appare sofferente, poco reattivo al gioco e incline a rimanere in braccio o a letto. Nei neonati, segni come ipotermia, apnea, alterazioni del colorito, scarsa perfusione periferica e addome disteso possono rappresentare gli indici di una sepsi sistemica concomitante. L’associazione di una monoartrite acuta con segni di compromissione generale deve sempre essere considerata un’emergenza, poiché la progressione verso shock settico e insufficienza multiorgano può essere rapida.

In una quota di casi, l’artrite settica pediatrica si accompagna o evolve verso un interessamento concomitante dell’osso, configurando un quadro di osteomielite metafiso-epifisaria: il dolore diventa più diffuso, la palpazione ossea è marcatamente dolorosa e possono comparire tumefazioni più ampie dei tessuti molli. Nel bambino più grande e nell’adolescente possono comparire manifestazioni più sfumate, con dolore articolare attenuato, febbre di basso grado e limitazione funzionale meno drammatica, soprattutto nelle forme sostenute da patogeni a virulenza intermedia o in pazienti con terapie antibiotiche già iniziate per altri motivi.

L’evoluzione clinica, in assenza di trattamento, è caratterizzata da un rapido peggioramento dei segni locali e sistemici: il dolore diventa sempre più intenso, la tumefazione aumenta, l’arto viene completamente dismesso, e compaiono segni di compromissione emodinamica e respiratoria. Nel medio termine, anche con trattamento, possono manifestarsi esiti quali rigidità articolare, limitazione del range di movimento, dismetria degli arti, deformità angolari o necrosi avascolare epifisaria, soprattutto quando il coinvolgimento ha interessato strutture critiche come la testa femorale nei primi anni di vita. Il riconoscimento precoce del pattern clinico tipico e atipico dell’artrite settica pediatrica e neonatale è quindi determinante per ridurre il rischio di sequele permanenti e preservare la crescita armonica dello scheletro.

Accertamenti, sierologia ed imaging

La strategia diagnostica nell’artrite settica pediatrica e neonatale si fonda su una sequenza logica che parte dal sospetto clinico di monoartrite acuta o di pseudoparalisi di un arto, prosegue con la conferma laboratoristica dello stato infiammatorio sistemico, integra la documentazione microbiologica del patogeno mediante esami del sangue e del liquido sinoviale e utilizza in modo mirato le metodiche di imaging per evidenziare precocemente il coinvolgimento articolare ed eventuali complicanze osteo-articolari. L’obiettivo non è solo distinguere rapidamente l’artrite settica da altre cause di zoppia o dolore articolare dell’età evolutiva (sinovite transitoria, artrite reattiva, malattie reumatiche, neoplasie, traumi), ma farlo con una tempistica tale da preservare le strutture di crescita e prevenire danni permanenti.

Il percorso diagnostico si avvia con l’inquadramento clinico. Nel lattante e nel bambino più grande, la combinazione di febbre, zoppia o rifiuto del carico e monoartrite dolorosa di anca o ginocchio è altamente suggestiva di infezione articolare; nel neonato, il sospetto deve sorgere di fronte a irritabilità, riduzione dei movimenti spontanei di un arto, pianto al cambio del pannolino, postura antalgica fissa e segni generali di compromissione. La presenza di fattori predisponenti, come prematurità, cateteri venosi centrali, patologie croniche, immunodeficienze o infezioni perinatali note, aumenta ulteriormente la probabilità pre-test. In questo contesto, la regola operativa è considerare l’artrite settica fino a prova contraria in ogni bambino con monoartrite acuta febbrile o con pseudoparalisi di un arto associata a segni di infezione.

Gli esami di laboratorio di I livello includono emocromo, VES, PCR e, quando possibile, procalcitonina. L’emocromo mostra spesso leucocitosi con neutrofilia, anche se nei neonati e nei bambini immunocompromessi la risposta può essere attenuata o atipica, con leucocitosi modesta o addirittura leucopenia. La VES è in genere elevata, ma può richiedere più tempo per aumentare, mentre la PCR si incrementa rapidamente e rappresenta un marcatore sensibile di infiammazione acuta e di risposta al trattamento. La procalcitonina tende a essere più elevata nelle infezioni batteriche sistemiche rispetto alle forme virali o non infettive e può contribuire a rafforzare il sospetto di sepsi. La biochimica di base, la funzione renale ed epatica e l’assetto coagulativo sono indispensabili sia per la valutazione dello stato generale sia per l’impostazione della terapia antibiotica e la gestione delle eventuali complicanze.

Prima di iniziare la terapia antibiotica è fondamentale ottenere emocolture, poiché la batteriemia è frequente nei bambini con artrite settica acuta. Nel neonato e nel lattante con sospetta sepsi si raccomanda il prelievo di più set di emocolture, eventualmente associati a colture da altri siti (urine, liquido cefalorachidiano) in base al quadro clinico. L’identificazione del patogeno ematico non solo conferma la natura batterica della malattia, ma può risultare dirimente quando il liquido sinoviale sia di difficile prelievo o le colture sinoviali risultino negative.

La diagnostica microbiologica articolare rappresenta il fulcro dell’iter diagnostico e si basa sull’artrocentesi con analisi del liquido sinoviale. L’artrocentesi deve essere eseguita il più precocemente possibile, preferibilmente prima della somministrazione degli antibiotici, e spesso richiede sedazione o anestesia generale nei lattanti e nei bambini piccoli. Il liquido prelevato viene sottoposto a valutazione macroscopica (aspetto torbido o francamente purulento), conta cellulare (tipicamente leucocitosi molto elevata, con predominanza di neutrofili), dosaggio di glucosio e proteine, colorazione di Gram e coltura aerobica e anaerobica. Nella pratica pediatrica, l’impiego di tecniche molecolari (PCR specifiche o multiplex) sul liquido sinoviale è particolarmente utile per patogeni difficili da coltivare come Kingella kingae, e può aumentare sensibilmente la resa diagnostica, soprattutto se la terapia antibiotica è già stata avviata.

Nel bambino e nell’adolescente, la valutazione microbiologica può richiedere esami aggiuntivi a seconda del contesto epidemiologico e clinico: nei casi sospetti di artrite gonococcica in adolescenti sessualmente attivi, possono essere indicati tamponi uretrali, cervicali o faringei e test molecolari per Neisseria gonorrhoeae; nelle aree endemiche per malattia di Lyme, la sierologia per Borrelia burgdorferi e, nei casi selezionati, l’analisi del liquido sinoviale contribuiscono alla diagnosi differenziale, pur configurando un quadro patogenetico diverso rispetto all’artrite piogena acuta classica. In tutti i casi, la ricerca di cristalli intra-articolari assume un ruolo essenzialmente di esclusione, poiché le artropatie microcristalline sono rare nell’età pediatrica e praticamente assenti nel neonato.

L’artrocentesi ha anche un ruolo terapeutico, poiché consente di ridurre la pressione intra-articolare e migliorare la perfusione della cartilagine e dell’epifisi, specialmente nell’anca e nella spalla. Nel bambino, la procedura è spesso eco-guidata, sia per minimizzare il rischio di danni iatrogeni a strutture vascolo-nervose, sia per ottimizzare il prelievo in articolazioni profonde o difficili da palpare. In presenza di versamenti importanti o di risposta clinica subottimale al trattamento, può essere necessario ripetere l’aspirazione o procedere a lavaggi articolari seriati o a sinovectomia chirurgica.

L’imaging riveste un ruolo centrale e va adattato alla sede articolare, all’età e alla fase di malattia. La radiografia standard dell’articolazione interessata è il primo esame strutturale: nelle fasi molto precoci può mostrare solo aumento dei tessuti molli, distensione capsulare e, talvolta, posizioni articolari anomale; con il progredire del processo compaiono riduzione della rima articolare per distruzione cartilaginea, osteoporosi iuxta-articolare e, nei casi avanzati o complicati, segni di osteomielite metafiso-epifisaria, erosioni marginali e deformità. Nei neonati, i reperti radiografici possono essere inizialmente normali nonostante un interessamento severo dell’epifisi, motivo per cui la radiografia va considerata uno strumento di baseline e di follow-up più che un mezzo sensibile per la diagnosi precoce.

L’ecografia è lo strumento di riferimento per la documentazione del versamento articolare nell’anca, nel ginocchio e in altre articolazioni superficiali, grazie alla sua innocuità, ripetibilità e assenza di radiazioni ionizzanti. Nell’anca pediatrica, l’ecografia è in grado di evidenziare in modo precoce l’aumento della distanza tra collo femorale e capsula anteriore, segno di distensione capsulare, e di guidare l’artrocentesi in modo sicuro. Inoltre, permette di distinguere la sinovite transitoria, in cui il versamento è generalmente meno teso e associato a quadro sistemico modesto, dalle forme settiche, in cui la distensione è marcata e si associa a iperemia sinoviale al Doppler e a importante compromissione generale. L’ecografia è utile anche per identificare raccolte purulente nei tessuti molli, borsiti settiche e ascessi periarticolari che possono richiedere drenaggio.

La risonanza magnetica rappresenta la metodica più sensibile per individuare precocemente il coinvolgimento osseo e le complicanze, in particolare l’osteomielite metafiso-epifisaria associata e la necrosi avascolare. Nel sospetto di interessamento combinato osso-articolazione, la risonanza consente di visualizzare edema midollare, ascessi subperiostei, raccolte flemmonose, erosioni iniziali e alterazioni della cartilagine di accrescimento, fornendo informazioni fondamentali per la pianificazione terapeutica chirurgica e medica. È particolarmente indicata nei casi in cui la clinica suggerisca un coinvolgimento profondo (anca, spalla, sacroiliaca, colonna) o quando i segni e i sintomi non siano adeguatamente spiegati dai reperti radiografici ed ecografici. Nei neonati e nei lattanti, la risonanza può essere decisiva per documentare l’estensione epifisaria del processo e stimare il rischio di esiti sulla crescita.

La scintigrafia ossea con tecnezio o altre metodiche di medicina nucleare trova indicazione in casi selezionati, soprattutto quando si sospettano focolai infettivi multipli o occulti e quando la localizzazione del dolore è poco chiara, come nelle prime fasi di sepsi neonatale con pseudoparalisi diffusa. Tuttavia, la maggiore disponibilità e risoluzione della risonanza magnetica ha progressivamente ridotto il ricorso routinario a queste tecniche. Nei casi di sospetta infezione protesica in adolescenti portatori di dispositivi articolari o osteosintesi, le metodiche di imaging avanzate possono contribuire a distinguere tra infezione e semplice reazione infiammatoria o meccanica.

In sintesi, l’iter diagnostico dell’artrite settica pediatrica e neonatale si basa su una stretta integrazione tra sospetto clinico precoce, marcatori infiammatori sistemici, microbiologia di sangue e liquido sinoviale e impiego mirato di ecografia, radiografia e risonanza magnetica. La tempestività con cui questi passaggi vengono attuati condiziona in modo diretto l’entità del danno articolare ed epifisario, la probabilità di sequele sulla crescita e, nei quadri più gravi, la stessa sopravvivenza del paziente. Una monoartrite acuta febbrile o una pseudoparalisi in un neonato devono quindi essere sempre considerate un’emergenza diagnostica, fino a quando l’artrite settica non sia stata definitivamente esclusa.

Diagnosi e stadiazione

La diagnosi di artrite settica pediatrica e neonatale si fonda su un’integrazione strettissima di elementi clinici, laboratoristici, microbiologici e di imaging, con un obiettivo prioritario: riconoscere il più precocemente possibile un’infezione articolare acuta che, in un organismo in crescita, può determinare in tempi brevi una distruzione irreversibile della cartilagine, dell’epifisi e delle strutture di accrescimento, con sequele permanenti in termini di deformità e dismetria. Il principio operativo rimane che ogni monoartrite acuta dolorosa o ogni pseudoparalisi di un arto in un neonato o in un bambino con febbre o segni sistemici deve essere considerata artrite settica fino a prova contraria, soprattutto quando siano presenti fattori di rischio quali prematurità, sepsi neonatale, cateteri venosi centrali, immunodeficienze, precedente infezione delle vie respiratorie o storia di batteriemia. L’intero percorso diagnostico è quindi costruito per confermare o escludere rapidamente l’infezione, decidere il timing dell’artrocentesi e del drenaggio e modulare la terapia antibiotica in funzione dell’età e dell’eziologia più probabile.

Il sospetto clinico nasce di fronte a una articolazione acutamente dolente o a un arto bruscamente dismesso. Nel bambino più grande, l’esordio tipico è quello di una monoartrite di anca o ginocchio con dolore intenso, zoppia o rifiuto del carico, tumefazione calda, marcata limitazione del movimento e febbre di grado variabile. Nel neonato e nel lattante, invece, la presentazione è spesso più insidiosa: irritabilità marcata, pianto al cambio del pannolino o alla mobilizzazione, postura antalgica fissa, riduzione dei movimenti spontanei di un arto, scarso appetito e segni generali di compromissione (colorito pallido, ipotermia o febbre, episodi di apnea) possono essere gli unici indizi. L’anamnesi deve indagare con attenzione la presenza di infezioni perinatali, rottura prolungata delle membrane, colonizzazione materna da patogeni tipici del periodo neonatale, recenti infezioni delle vie respiratorie, faringiti, otiti, traumi, punture o procedure invasive, oltre all’eventuale uso di cateteri e dispositivi medici che possano costituire un portale di ingresso batterico.

Gli esami di laboratorio sistemici (emocromo, VES, PCR, e quando disponibile procalcitonina) sono strumenti di supporto importanti ma non definitivi. Nel bambino più grande, leucocitosi con neutrofilia associata a marcato incremento di PCR e VES aumenta la probabilità di un’infezione batterica, anche se valori normali non consentono di escluderla, in particolare nelle fasi molto precoci o in presenza di patogeni a virulenza intermedia. Nel neonato, la risposta ematologica può essere più sfumata o paradossa, con leucocitosi modesta o addirittura leucopenia e piastrinopenia in corso di sepsi; in questa fascia di età la combinazione tra indici di fase acuta, alterazioni del quadro ematico e segni clinici generali assume un peso ancora maggiore. La procalcitonina tende a essere più elevata nelle infezioni batteriche gravi e può contribuire alla distinzione da cause virali o non infettive di zoppia o pseudoparalisi. Emocolture eseguite prima dell’avvio della terapia antibiotica sono fondamentali in tutti i bambini con sospetta artrite settica febbrile o segni di sepsi, poiché la batteriemia è frequente e l’identificazione del patogeno circolante orienta in modo decisivo l’impostazione terapeutica.

L’artrocentesi rappresenta il passaggio cruciale e non differibile di fronte a un quadro di monoartrite acuta o di versamento articolare sospetto, salvo controindicazioni assolute o condizioni di estrema instabilità emodinamica. Nel bambino e nel lattante è spesso necessario ricorrere a sedazione o anestesia generale e a guida ecografica per garantire la sicurezza della procedura, in particolare per articolazioni profonde come l’anca. Il liquido sinoviale deve essere prelevato in condizioni sterili e inviato con la massima priorità per analisi macroscopica (colore, viscosità, presenza di pus), conta cellulare e formula leucocitaria, dosaggio di glucosio e proteine, esame diretto, colorazione di Gram e colture aerobiche e anaerobiche, oltre a eventuali test molecolari specifici. Nelle forme tipiche, il liquido appare torbido o purulento, con conta leucocitaria molto elevata e netta predominanza di neutrofili; tuttavia, nei bambini già trattati con antibiotici o nelle infezioni da patogeni meno virulenti i valori possono essere inferiori. Le tecniche di PCR su liquido sinoviale sono particolarmente utili per patogeni come Kingella kingae, che possono dare colture negative nonostante un quadro clinico e citochimico compatibile con infezione.

La diagnosi differenziale include sinovite transitoria dell’anca, artriti reattive post-infettive, esordio di malattie reumatiche infiammatorie, emartrosi traumatiche, leucemie o tumori ossei con irritazione articolare e, nel neonato, condizioni congenite o metaboliche che si presentano con ipomobilità di un arto. In questa prospettiva, la natura del liquido sinoviale assume un ruolo centrale: un liquido chiaro a moderata cellularità con colture negative e rapido miglioramento clinico orienta verso forme non batteriche, mentre un essudato densamente neutrofilo, purulento o con colture positive è altamente suggestivo di artrite settica. Anche in età pediatrica la presenza di cristalli intra-articolari è possibile ma rara, e l’eventuale identificazione non esclude una coesistenza di infezione nei contesti più complessi, motivo per cui la coltura del liquido sinoviale rimane imprescindibile.

Per facilitare l’inquadramento del rischio, alcune regole decisionali cliniche sono state sviluppate e validate soprattutto per l’anca pediatrica, con lo scopo di distinguere l’artrite settica dalla sinovite transitoria e di stimare la probabilità pre-test di infezione. Tra queste, gli score che combinano la presenza di febbre, l’incapacità completa di carico, l’elevazione degli indici di fase acuta (VES, PCR) e la leucocitosi ematica sono quelli più utilizzati nella pratica. L’aumento progressivo del numero di criteri presenti correla con un incremento della probabilità di artrite settica; tuttavia, la loro performance varia in funzione del contesto epidemiologico, del patogeno prevalente e dell’età, e nessuna di queste regole può sostituirsi all’artrocentesi quando il sospetto clinico è alto.

In assenza di un sistema di classificazione formale universalmente accettato per l’artrite settica pediatrica, le linee guida e la pratica specialistica hanno individuato alcuni elementi chiave che costituiscono i “pilastri” del processo diagnostico integrato:


L’imaging contribuisce in modo decisivo sia alla conferma diagnostica sia alla valutazione della gravità e dell’estensione del processo. La radiografia standard rappresenta il primo livello per documentare lo stato osseo di base e per identificare, nelle fasi successive, segni di osteomielite, erosioni subcondrali, deformità epifisarie e alterazioni della rima articolare. L’ecografia è lo strumento di scelta per documentare il versamento articolare, soprattutto a carico dell’anca e del ginocchio, e per guidare artrocentesi e drenaggi; consente inoltre di distinguere versamenti modesti da raccolte tensive che richiedono decompressione urgente per prevenire il danno vascolare della testa femorale o di altre epifisi. La risonanza magnetica, infine, permette di valutare precocemente il coinvolgimento osseo contiguo, la presenza di ascessi, flemmoni e l’interessamento della cartilagine di accrescimento, fornendo elementi essenziali per la pianificazione chirurgica e la previsione delle sequele.

La stadiazione dell’artrite settica in età pediatrica ha un duplice significato: da un lato descrivere l’estensione e la severità del processo infettivo acuto a livello sinoviale e cartilagineo, dall’altro caratterizzare le sequele a medio e lungo termine sull’articolazione e sulla crescita. Sul versante acuto, sistemi di classificazione artroscopica e radiografica nati per l’adulto, come la stadiazione di Gächter, sono stati applicati anche ai bambini per articolazioni come ginocchio e spalla, adattandoli alle peculiarità anatomiche in crescita. In tali schemi, l’evoluzione va da un semplice versamento con sinovite iperemica a quadri di pannus organizzato, erosioni cartilaginee profonde, esposizione dell’osso subcondrale e instaurarsi di osteomielite e deformità, con impatto crescente sulla prognosi funzionale.


Accanto a questa prospettiva anatomo-patologica, nei bambini, in particolare per l’anca, sono stati proposti sistemi di classificazione dedicati alle sequele che descrivono la morfologia della testa femorale, la congruenza articolare e l’eventuale dismetria, con implicazioni importanti per la prognosi a lungo termine e per la scelta tra trattamento conservativo, osteotomie correttive o ricostruzioni più complesse. Queste classificazioni non intervengono nella fase della diagnosi iniziale, ma sono fondamentali nel follow-up per documentare l’evoluzione radiografica e programmare eventuali interventi ortopedici.

Nel contesto pediatrico e neonatale, il monitoraggio dinamico riveste un ruolo centrale più della definizione di uno “stadio” statico. Dopo l’avvio del trattamento, la valutazione seriata della temperatura, del dolore, dell’uso dell’arto, della capacità di carico, della PCR e della VES, insieme al controllo ecografico del versamento e, quando necessario, al follow-up radiografico o mediante risonanza magnetica, consente di verificare l’efficacia dell’antibioticoterapia e del drenaggio e di individuare precocemente eventuali complicanze. L’andamento clinico e laboratoristico, più che un singolo punteggio, guida la durata della terapia, l’eventuale necessità di nuovi lavaggi o revisioni chirurgiche e la tempistica della mobilizzazione e del recupero funzionale.

In conclusione, la diagnosi e la stadiazione dell’artrite settica pediatrica e neonatale non si limitano alla dimostrazione dell’infezione articolare, ma mirano a definire precocemente l’estensione del danno su epifisi e cartilagini di accrescimento, a identificare le forme più a rischio di sequele e a impostare un follow-up strutturato. Ogni ritardo nel percorso diagnostico aumenta in modo esponenziale la probabilità di deformità permanenti e di compromissione della crescita, rendendo indispensabile un approccio aggressivo e sistematico a qualsiasi quadro di monoartrite acuta o pseudoparalisi nell’età evolutiva.

Trattamento e prognosi

Gli obiettivi del trattamento dell’artrite settica pediatrica e neonatale sono l’eradicazione completa dell’infezione articolare, la rapida riduzione della pressione intra-articolare e della flogosi, la protezione della cartilagine e delle strutture di accrescimento epifisarie, la prevenzione delle complicanze locali (osteomielite, necrosi della testa femorale, deformità e dismetrie) e sistemiche (batteriemia, sepsi, shock) e il recupero quanto più possibile completo della funzione articolare e della crescita armonica dell’arto. Il modello operativo è quello dell’intervento precoce e integrato, in cui drenaggio articolare e terapia antibiotica mirata vengono avviati senza ritardi non necessari e modulati dinamicamente in base alla risposta clinica, laboratoristica e radiologica. Tutta la strategia terapeutica è condizionata dall’età del paziente, dal patogeno più probabile per la fascia di età, dalla sede articolare coinvolta e dall’eventuale presenza di osteomielite contigua o di sepsi sistemica.

Il cardine iniziale della gestione è l’associazione di drenaggio articolare e antibioticoterapia empirica endovenosa. Nel bambino e nel lattante, la rimozione del materiale purulento può essere ottenuta attraverso artrocentesi evacuative ripetute e lavaggi articolari ecoguidati nelle sedi più superficiali, oppure mediante lavaggio artroscopico o artrotomia a cielo aperto nelle articolazioni profonde o difficilmente accessibili, in particolare l’anca e la spalla. Nel neonato e nel lattante con anca settica, la decompressione chirurgica tempestiva è cruciale per preservare la vascolarizzazione del nucleo epifisario e ridurre il rischio di necrosi avascolare e deformità future. In fase acuta è spesso indicata una breve immobilizzazione dell’articolazione in posizione funzionale per controllare dolore e spasmo muscolare, ma la mobilizzazione passiva e poi attiva deve essere avviata il prima possibile, non appena il quadro infiammatorio lo consente, per prevenire rigidità, retrazioni capsulo-legamentose e ritardo nel recupero motorio.

La terapia antibiotica empirica deve essere iniziata rapidamente dopo il prelievo di liquido sinoviale ed emocolture, senza attendere i risultati colturali quando il sospetto clinico è elevato. La scelta del regime iniziale viene guidata dall’età, dal contesto (comunitario o nosocomiale), dalla presenza di fattori di rischio specifici e dai patogeni prevalenti. Nel neonato, in cui sono frequenti agenti legati alla sepsi perinatale, si impiegano schemi che coprano stafilococchi, streptococchi di gruppo B e bacilli Gram-negativi enterici, associando di norma un beta-lattamico attivo sui Gram-positivi e Gram-negativi a un aminoglicoside o a un’altra molecola sinergica, con successivo aggiustamento in base ai risultati colturali e all’andamento clinico. Nel lattante e nel bambino più grande, il bersaglio principale è rappresentato da Staphylococcus aureus sensibile o resistente alla meticillina, da streptococchi e, nelle fasce di età tipiche, da Kingella kingae; l’approccio empirico prevede l’uso di beta-lattamici anti-stafilococcici e cefalosporine di seconda o terza generazione, con aggiunta di un glicopeptide o di altre molecole attive su ceppi meticillino-resistenti quando il rischio di MRSA è elevato per contesto o anamnesi. Una volta ottenuti Gram, colture e antibiogramma, la terapia viene de-escalata verso il regime più stretto e tollerabile che garantisca un’adeguata penetrazione sinoviale e ossea, tenendo conto di funzione renale, epatica, peso corporeo e potenziali interazioni.

La durata complessiva del trattamento antibiotico in età pediatrica dipende dal patogeno, dalla sede, dalla presenza o meno di osteomielite associata e dalla rapidità di risposta clinica. In assenza di osteomielite e in presenza di un’evoluzione favorevole, si adotta solitamente uno schema con una prima fase endovenosa di 1–2 settimane, seguita da una fase orale per completare un totale di circa 3–4 settimane di terapia; nei casi sostenuti da patogeni particolarmente virulenti, in presenza di osteomielite contigua, di batteriemia prolungata o di risposta clinica lenta, la durata può essere estesa a 4–6 settimane o oltre. Il passaggio dalla via parenterale a quella orale si basa su criteri clinici e laboratoristici: defervescenza stabile, riduzione significativa del dolore e del versamento, ripresa dell’uso dell’arto o della deambulazione, miglioramento della mobilità e calo consistente di PCR e VES. Nel neonato, data la maggiore fragilità e la diversa farmacocinetica, i regimi sono generalmente più prudenti e prolungati, con monitoraggio stretto di efficacia e tossicità.

La gestione del dolore e dell’infiammazione prevede l’uso di analgesici adattati all’età e al profilo di rischio, con farmaci non oppioidi e, se necessario, oppioidi a breve termine nelle fasi iniziali più dolorose. L’impiego di antinfiammatori non steroidei va ponderato in base allo stato emodinamico, alla funzione renale e al rischio di mascherare segni di peggioramento infettivo; l’obiettivo è consentire mobilizzazione e fisioterapia senza compromettere il monitoraggio clinico. Una volta superata la fase acuta, la riabilitazione assume un ruolo centrale: programmi individualizzati mirati a recupero del range articolare, forza muscolare, coordinazione e schemi motori adeguati all’età riducono il rischio di rigidità, deformità secondarie e perdita di tappe motorie, soprattutto nei bambini più piccoli per i quali l’immobilizzazione prolungata può avere ripercussioni significative sullo sviluppo motorio globale.

Il monitoraggio della risposta è continuo e multidimensionale. Sul piano clinico, la riduzione del dolore, la scomparsa della febbre, la ripresa dell’appoggio e della deambulazione, la normalizzazione del comportamento (riduzione dell’irritabilità, miglioramento del sonno e dell’appetito) sono indicatori cruciali. Sul piano laboratoristico, si osserva un calo progressivo di PCR e, più lentamente, di VES; eventuali risalite dopo una fase di miglioramento devono far sospettare persistenza di focolai purulenti, insufficiente drenaggio, antibiotico inadeguato o complicanze come osteomielite e ascessi profondi. L’ecografia viene utilizzata per documentare la regressione del versamento e per guidare eventuali drenaggi ripetuti, mentre la risonanza magnetica è riservata ai casi in cui si sospetti un coinvolgimento osseo non adeguatamente controllato o si voglia valutare l’estensione delle lesioni epifisarie e metafisarie. In parallelo, vengono monitorate funzione renale, epatica ed ematologica per prevenire e riconoscere precocemente tossicità da antibiotici o complicanze sistemiche.

La prognosi dell’artrite settica pediatrica e neonatale è fortemente dipendente dalla precocità della diagnosi e dell’intervento terapeutico, dalla sede articolare interessata, dall’età e dal patogeno. Nei bambini più grandi, con articolazioni native trattate tempestivamente e in assenza di osteomielite o di compromissione epifisaria estesa, la guarigione clinica è la regola e la funzione articolare può risultare completamente preservata o con minime sequele. Nel neonato e nel lattante, in particolare quando è coinvolta l’anca o un’articolazione a stretto contatto con la cartilagine di accrescimento, anche brevi ritardi possono tradursi in necrosi avascolare, deformità della testa femorale, incongruenza articolare e dismetria dell’arto, con necessità di interventi ortopedici correttivi nel corso della crescita. Fattori prognostici sfavorevoli includono età molto giovane, comorbilità (prematurità, immunodeficienze, malattie croniche), infezione da Staphylococcus aureus particolarmente virulenti o resistenti, coinvolgimento poliarticolare, sepsi o shock settico all’esordio e ritardo nel drenaggio. Un follow-up prolungato, con controlli clinici e radiografici programmati, è quindi indispensabile per intercettare precocemente eventuali asimmetrie di crescita, deformità o artrosi secondaria e per intervenire in modo tempestivo con misure ortopediche e riabilitative adeguate.

Nel complesso, l’artrite settica in età pediatrica e neonatale è una vera emergenza infettivologica e ortopedica: quando il percorso diagnostico-terapeutico è rapido e coordinato, la maggior parte dei bambini può ottenere un recupero funzionale soddisfacente; al contrario, ogni ritardo diagnostico o terapeutico si traduce in un incremento sostanziale del rischio di sequele articolari e scheletriche permanenti, rendendo essenziale l’esistenza di protocolli condivisi e di una stretta collaborazione tra pediatra, ortopedico, infettivologo, anestesista-rianimatore e fisiatra.

Complicanze

Nel contesto dell’artrite settica pediatrica e neonatale le complicanze riflettono la particolare vulnerabilità di un apparato scheletrico in crescita, la rapidità con cui il processo infettivo può danneggiare epifisi e cartilagini di accrescimento e, nei casi più gravi, la tendenza alla disseminazione sistemica con sepsi e insufficienza multiorgano. Anche quando il trattamento viene instaurato in modo corretto, una parte dei pazienti sviluppa sequele strutturali e funzionali, mentre nei quadri con diagnosi tardiva, patogeni molto virulenti o comorbilità rilevanti aumenta significativamente il rischio di complicanze sistemiche e di mortalità. È utile distinguere, in termini concettuali, le complicanze loco-regionali (a carico dell’articolazione e delle strutture contigue), quelle sistemiche e quelle iatrogene, tenendo conto delle specificità del neonato e del bambino rispetto all’adulto.

A livello articolare e osseo, la conseguenza più temuta è la distruzione osteo-cartilaginea irreversibile con interessamento delle strutture di accrescimento. La combinazione di elevata carica batterica, enzimi litici rilasciati dai neutrofili e mediatori infiammatori crea in breve tempo un ambiente intra-articolare in grado di danneggiare la cartilagine ialina e il tessuto epifisario; nelle articolazioni portanti, come l’anca e il ginocchio, ciò può condurre a riduzione precoce dello spazio articolare, erosioni subcondrali, deformità della testa femorale o dei condili, perdita di congruenza e instabilità. Nei neonati e nei lattanti, l’estensione dell’infezione alla cartilagine di accrescimento e alla metafisi provoca danni alla fisi con arresto o rallentamento di crescita segmentaria, dismetria degli arti e deformità angolari che possono richiedere nel tempo osteotomie correttive, epifisiodesi controllate o, nei casi estremi, procedure più complesse di ricostruzione. Anche in assenza di danni epifisari macroscopici, l’organizzazione fibrosa e le aderenze intra-articolari possono determinare rigidità, limitazioni del range di movimento e retrazioni capsulo-legamentose, con impatto sullo sviluppo motorio e sulla partecipazione alle attività ludiche e sportive.

L’estensione dell’infezione alle strutture periarticolari può causare osteomielite metafiso-epifisaria, ascessi dei tessuti molli e fistole cutanee. L’osteomielite associata si manifesta con persistenza di dolore, tumefazione e alterazioni radiologiche caratterizzate da rarefazione ossea, sequestri e reazione periostale; nel tempo può predisporre a fratture patologiche su osso indebolito, a sinus tracts cronici e a deformità scheletriche complesse, soprattutto quando coinvolge segmenti di accrescimento. In sedi come l’anca, la spalla o il bacino, l’infezione può diffondersi a piani muscolari profondi con formazione di ascessi (psoas, glutei, loggia pelvica) che richiedono drenaggi aggiuntivi e prolungamento della terapia antibiotica. In alcune sedi, la vicinanza di strutture neurovascolari (per esempio il fascio femorale nell’anca o il popliteo nel ginocchio) espone al rischio di compressione ischemica, con possibile danno neurologico o vascolare permanente se la decompressione non è immediata.

Le complicanze sistemiche infettive sono legate alla batteriemia e alla risposta infiammatoria generalizzata. L’artrite settica nel neonato e nel lattante si inserisce spesso in un quadro di sepsi o di infezione invasiva più ampia: endocardite, meningite, ascessi viscerali (epatici, splenici, renali), osteomieliti multiple, polmoniti da emboli settici e ascessi polmonari possono coesistere o svilupparsi nel corso della malattia. Nei casi più severi, la risposta infiammatoria sistemica può sfociare in sepsi e shock settico con ipotensione, ipoperfusione periferica, alterazioni della coscienza e compromissione multiorgano, includendo insufficienza respiratoria (fino alla sindrome da distress respiratorio acuto), insufficienza renale acuta, disfunzione epatica e coagulazione intravascolare disseminata. In queste situazioni l’artrite rappresenta uno dei focolai di un processo settico generalizzato che richiede gestione in terapia intensiva pediatrica e si associa a una mortalità non trascurabile, soprattutto nei neonati con prematurità o comorbilità rilevanti.

Le complicanze funzionali e ortopediche a lungo termine costituiscono una parte importante del burden di malattia. L’artrite settica dell’anca nella prima infanzia è classicamente associata a rischi di necrosi avascolare della testa femorale, sublussazione, deformità acetabolari, incongruenza articolare e artrosi precoce, con alterazioni della deambulazione, zoppia persistente e sovraccarico secondario di colonna e arto controlaterale. Il coinvolgimento del ginocchio può determinare deformità in varo o valgo, recurvatum, limitazioni dell’estensione o della flessione che interferiscono con la corsa, il salto e la pratica sportiva. Deformità di caviglia, spalla o gomito possono compromettere attività di base come camminare, vestirsi, giocare, scrivere, con ricadute sulla qualità di vita e sullo sviluppo psicomotorio e sociale. Tutto ciò rende indispensabile un follow-up ortopedico e riabilitativo prolungato, con eventuale ricorso a tutori, correzioni chirurgiche e programmi intensivi di fisioterapia.

Non vanno trascurate le complicanze tromboemboliche e da immobilizzazione. L’immobilizzazione prolungata di un arto doloroso in un bambino ospedalizzato, unita allo stato pro-coagulante proprio dell’infezione sistemica, può aumentare il rischio di trombosi venosa profonda, soprattutto negli adolescenti o nei bambini con fattori di rischio aggiuntivi quali obesità, cateteri venosi centrali e interventi chirurgici ripetuti. La perdita di massa e forza muscolare, la ridotta tolleranza allo sforzo e la paura del movimento possono persistere anche dopo la risoluzione dell’infezione, determinando una condizione di decondizionamento che richiede percorsi riabilitativi strutturati per prevenire esiti in termini di debolezza cronica, asimmetria posturale e alterazioni della coordinazione motoria.

Le complicanze iatrogene sono correlate sia alle procedure invasive sia all’uso prolungato di antibiotici. Accessi venosi centrali e periferici necessari per la terapia endovenosa possono infettarsi, dando luogo a flebiti settiche o a nuove batteriemie che si sovrappongono al quadro iniziale; artrotomie, artroscopie e drenaggi multipli comportano il rischio di sanguinamento, ematomi, lesioni neurovascolari, rigidità post-operatoria e formazione di aderenze. Sul versante farmacologico, antibioticoterapia prolungata e combinata può determinare nefrotossicità, epatotossicità, citopenie, reazioni allergiche e dismicrobismi intestinali fino alla colite da Clostridioides difficile, oltre a selezionare ceppi batterici multiresistenti che rendono più complessa la gestione di eventuali recidive o nuove infezioni. Una prescrizione non adeguatamente modulata su peso, età e funzione d’organo può aumentare ulteriormente il rischio di tali eventi.

Dal punto di vista psicologico e dello sviluppo, episodi di artrite settica grave con ricoveri prolungati, procedure invasive ripetute e dolore significativo possono lasciare nel bambino tracce in termini di ansia, paura delle procedure mediche, disturbi del sonno o difficoltà nella ripresa delle attività scolastiche e sociali. Nei più piccoli, la temporanea perdita di tappe motorie, la limitazione della partecipazione al gioco e la dipendenza da ausili possono condizionare l’autostima e le relazioni con i pari; nei genitori, l’esperienza di una malattia acuta potenzialmente grave può indurre ansia persistente per la salute del figlio e iperprotezione, con ricadute sulla gestione dell’autonomia. Un supporto psicologico, quando necessario, e un’adeguata informazione sulle prospettive di recupero contribuiscono a ridurre queste ricadute.

Nel complesso, le complicanze dell’artrite settica pediatrica e neonatale contribuiscono in modo sostanziale al carico globale della malattia, ma molte di esse sono almeno in parte prevenibili. Il riconoscimento precoce dei quadri di monoartrite acuta o pseudoparalisi, l’avvio tempestivo di drenaggio e antibioticoterapia, il monitoraggio ravvicinato di risposta e tossicità, la profilassi delle complicanze tromboemboliche e da immobilizzazione, insieme a un programma riabilitativo e ortopedico strutturato e a un supporto psicologico adeguato, permettono di ridurre significativamente la frequenza e la gravità degli esiti sfavorevoli. La gestione multidisciplinare, che coinvolge pediatra, ortopedico, infettivologo, fisiatra, anestesista-rianimatore e, quando opportuno, psicologo, rappresenta la chiave per ottimizzare la prognosi funzionale e la qualità di vita dei bambini colpiti da artrite settica.

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