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Artrite Psoriasica

L’artrite psoriasica è una malattia infiammatoria cronica immuno-mediata dello spettro delle spondiloartriti che si caratterizza per la coesistenza, simultanea o sequenziale, di psoriasi cutanea e coinvolgimento muscolo-scheletrico, con interessamento variabile di articolazioni periferiche, rachide, sinovio, entesi, tendini, nail unit e strutture peri-articolari. Il quadro clinico è eterogeneo e dinamico: esistono presentazioni oligoarticolari asimmetriche, poliarticolari con simmetria RA-like, forme a predominanza delle interfalangee distali, fenotipi assiali con sacroileite e spondilite, e domini caratteristici come dattilite ed entesite. Un elemento distintivo è la concomitanza di danno osteo-cartilagineo erosivo con una marcata tendenza alla neoapposizione ossea (periostiti, entesofiti, sindesmofiti, anchilosi), che contribuisce a deformità e disabilità quando il riconoscimento e il controllo dell’attività infiammatoria non sono tempestivi.

Epidemiologicamente, la prevalenza nella popolazione generale è variabile a seconda del contesto geografico e del background genetico, generalmente compresa tra lo 0,1 e l’1%, mentre tra i soggetti con psoriasi il rischio cumulativo di sviluppare artrite lungo il corso di vita si colloca in un intervallo ampio (circa 10–30%). L’esordio clinico interessa più spesso la terza-quinta decade, con distribuzione tra i sessi globalmente equilibrata, sebbene i fenotipi assiali tendano a essere più rappresentati nei maschi. Nella maggior parte dei casi l’artrite segue di anni la manifestazione cutanea, ma in una quota non trascurabile può precederla o presentarsi senza lesioni cutanee evidenti, complicando la diagnosi differenziale rispetto ad altre artriti sieronegative e all’artrite reumatoide sieronegativa.

Sul piano clinico-funzionale la malattia si esprime come somma modulabile di domini: sinovite periferica con dolore infiammatorio e rigidità mattutina, entesite alle inserzioni (Achilleo, fascia plantare, epicondilo, rotuleo), dattilite (sinovite + tenosinovite diffusa del dito), artrite delle DIP associata a pitting e onicolisi, e interessamento assiale con limitazione della mobilità del rachide. Ogni dominio ha implicazioni prognostiche e terapeutiche; l’oscillazione della loro attività nel tempo spiega la variabilità del decorso, che può andare da forme paucisintomatiche a evoluzioni rapidamente erosivo-deformanti o a prevalente osteoproliferazione con blocchi articolari.

L’impatto di malattia è sistemico: dolore, rigidità e fatica compromettono funzione, sonno e qualità di vita; la concomitante psoriasi e le alterazioni ungueali aumentano il carico psicologico e sociale; comorbidità metaboliche (obesità, insulino-resistenza, dislipidemia, steatosi epatica) e rischio cardiovascolare risultano incrementati rispetto alla popolazione generale, in relazione sia all’infiammazione cronica sia a fattori condivisi con la psoriasi. In questo contesto, un approccio multidimensionale al paziente, basato sull’identificazione accurata dei domini attivi e sul controllo rigoroso dell’infiammazione, è essenziale per prevenire disabilità e perdita di funzione.

Eziologia, Patogenesi e Fisiopatologia

L’artrite psoriasica nasce dall’intersezione tra predisposizione genetica, esposizioni ambientali e stimoli meccanici ripetuti a carico dell’unità anatomo-funzionale sinovio-entesica, su cui convergono circuiti immunitari dell’innata e dell’adattativa e risposte stromali locali capaci di perpetuare infiammazione e rimodellamento tissutale. La risultante è un continuum patobiologico che collega cute, entesi e sinovia, spiegando la coesistenza di sinovite, entesite, osteite, erosione e osteoproliferazione.

La genetica evidenzia una forte impronta di classe I del complesso maggiore di istocompatibilità. Alleli HLA-B27 si associano a fenotipi assiali e a rischio di uveite; HLA-B08, B38 e B39 ricorrono in forme periferiche e/o entesitiche; HLA-C*06:02, cardine della psoriasi cutanea, modula rischio e caratteristiche dell’interessamento articolare senza definirlo in modo univoco. Sul versante non-HLA, varianti in IL23R, IL12B, TYK2, TRAF3IP2 (ACT1, adattatore del recettore di IL-17) e TNFAIP3 (regolatore di NF-κB) sostengono il peso dell’asse IL-23/IL-17 e del network TNF. Le aminopeptidasi endoplasmatiche ERAP1/ERAP2 interagiscono in epistasi con specifici alleli HLA di classe I, rimodellando il peptidoma presentato e influenzando l’immunogenicità periferica ed entesica.

Oltre il DNA, segnali epigenetici e trascrizionali plasmano i fenotipi: metilazione e modificazioni istoniche in cellule stromali e immunitarie del comparto sinovio-entesico, microRNA pro-infiammatori (per es. miR-21, miR-155, miR-146a) e programmi metabolici che favoriscono glicolisi aerobica e resistenza all’apoptosi in fibroblasti sinoviali e condrociti concorrono a fissare stati cellulari patogeni; nel derma psoriasico e nel sinovio psoriasico si osservano cloni T condivisi, a indicare traffico bidirezionale cute-articolazione e memoria immunitaria tessuto-specifica.

I fattori ambientali e lo stile di vita agiscono da amplificatori su terreno predisposto: disbiosi intestinale e cutanea alterano la tolleranza mucosale; infezioni respiratorie o enteriche fungono da priming per cellule dendritiche e macrofagi; obesità e insulino-resistenza, attraverso adipochine (leptina, resistina, visfatina) e citochine derivate dal tessuto adiposo, innalzano il tono infiammatorio sistemico e favoriscono persistenza di malattia; il fumo e l’inattività fisica peggiorano infiammazione e risposta al trattamento.

Il microtrauma meccanico ripetuto nelle sedi di inserzione tendinea e legamentosa rappresenta un innesco cruciale: l’entesi, organo riccamente innervato e vascolarizzato, integrato con borse e sinovia in un synovio-entheseal complex, traduce lo stress meccanico in segnali di pericolo (DAMPs) che attivano cellule mieloidi residenti, mastociti e fibrocondrociti entesici. Ne deriva un rilascio di IL-23 da cellule dendritiche e macrofagi, con espansione di linfociti Th17 e di popolazioni innate (γδ T, MAIT, ILC3) produttrici di IL-17A/F e IL-22; la vicinanza anatomica tra apparato estensore, letto ungueale e DIP spiega la frequente triade unghia-DIP-entesi tipica della malattia.

Nel sinovio psoriasico l’endotelio esprime molecole di adesione e chemochine che orchestrano il traffico leucocitario; i fibroblasti sinoviali acquisiscono fenotipi pro-infiammatori e pro-invasivi, con iperplasia, angiogenesi tortuosa e riorganizzazione della matrice; la produzione di citochine (TNF-α, IL-6, IL-1β, IL-17) e mediatori chemoattrattanti sostiene il reclutamento e la persistenza dell’infiltrato T e mieloide. Neutrofili e mastociti contribuiscono come sorgenti accessorie di IL-17 e proteasi; i macrofagi M1-like mantengono il circuito IL-23/IL-17 e forniscono RANKL, collegando infiammazione a rimodellamento osseo.

Il danno cartilagineo scaturisce dall’attivazione di condrociti e fibroblasti sinoviali, con rilascio di MMP (MMP-1, MMP-3, MMP-13) e ADAMTS (-4, -5), perdita di aggrecano e collagene II, riduzione dell’anabolismo condrocitario e rimodulazione metabolica in ambiente ipossico-acido. In parallelo, l’asse RANK/RANKL/OPG sbilanciato favorisce l’osteoclastogenesi e le erosioni, soprattutto nelle piccole articolazioni delle mani e nei metatarsi.

La firma osteoproliferativa, peculiare dell’artrite psoriasica, deriva dalla liberazione dei freni fisiologici alla via Wnt (riduzione di DKK-1 e sclerostina) e dall’attivazione di programmi osteoformativi (Wnt/BMP) in un microambiente entesico e periostale infiammato; IL-22 e mediatori stromali pro-osteogenici contribuiscono a entesofiti, sindesmofiti non marginali e anchilosi, spesso in contiguità con le sedi di stress meccanico. La coesistenza, nella stessa articolazione, di erosione e neoapposizione ossea rappresenta un tratto distintivo rispetto ad altre artriti infiammatorie e spiega l’ampio spettro di deformità clinico-radiografiche.

Il crosstalk cute-articolazione è un asse patogenetico centrale: nei tessuti cutanei psoriasici, cheratinociti e cellule dendritiche alimentano un circuito IL-23/IL-17 sistemico che condiziona i comparti osteo-sinoviali; cloni T condivisi tra cute e sinovia e potenziali antigeni comuni (per esempio, complessi cationici epidermici) suggeriscono che la memoria immunitaria generata nella pelle possa “migrare” e mantenere il drive infiammatorio articolare. Questo dialogo è bidirezionale e aiuta a comprendere perché la fluttuazione dell’attività cutanea si accompagni spesso a variazioni dei domini articolari.

Completano il quadro fattori metabolici e vascolari: adipocitochine pro-infiammatorie, stress ossidativo, disfunzione endoteliale e coagulazione di basso grado fungono da amplificatori della cronicità e si associano al maggior rischio cardiovascolare. Tali elementi non solo peggiorano l’outcome articolare, ma influenzano anche la responsività ai trattamenti e la probabilità di persistenza dell’attività di malattia.

In sintesi, nell’artrite psoriasica predisposizione HLA e non-HLA, epigenetica e rimodellamento trascrizionale, trigger ambientali e meccano-infiammazione all’entesi convergono nell’attivazione coordinata delle vie IL-23/IL-17, TNF-α e dei programmi stromali sinovio-entesici. La combinazione di queste forze genera la varietà fenotipica osservata e spiega la coesistenza, nella stessa malattia, di sinovite erosiva e rimodellamento osteoformativo che conduce a entesofiti, sindesmofiti e anchilosi.

Manifestazioni Cliniche

L’esordio può essere subdolo o a poussée, con dolore di tipo infiammatorio che peggiora a riposo e al mattino, spesso accompagnato da rigidità mattutina prolungata e riacutizzazione dopo periodi di immobilità. In fase iniziale la malattia tende a presentarsi come oligoartrite asimmetrica, ma nel tempo può evolvere verso quadri poliarticolari, con fluttuazioni di attività a ondate. Il coinvolgimento delle interfalangee distali delle mani e dei piedi è frequente e rappresenta un indizio clinico distintivo rispetto all’artrite reumatoide, pur non essendo esclusivo.

Alla raccolta anamnestica il paziente riferisce dolore e tumefazione articolare alternati a fasi di benessere, calo della performance e impaccio nella manualità fine (aprire barattoli, abbottonarsi, usare tastiere), spesso in parallelo a riacutizzazioni cutanee. Le attività che sollecitano entesi e tendini (camminata prolungata, scale, sport di impatto) scatenano dolore puntorio a tallone, pianta del piede, epicondili o gran trocantere, suggerendo un interessamento entesitico sottostante. Nei soggetti con malattia assiale compaiono lombalgia infiammatoria con risveglio notturno, rigidità prolungata e miglioramento con il movimento; il dolore gluteo alternante orienta per sacroileite.

All’esame obiettivo delle articolazioni periferiche si documenta sinovite con tumefazione elastica, calore locale e dolore alla digitopressione. L’interessamento delle interfalangee distali si associa spesso a alterazioni ungueali e può coesistere con tumefazione fusiforme dell’intero dito; nelle mani sono frequenti limitazione della presa e riduzione della forza di pinza, nei piedi dolore al carico con metatarsalgia e appoggio doloroso della testa metatarsale. Il quadro può alternare mono-/oligoartrite migrante a fasi poliarticolari, con possibile disallineamento e lassità capsulo-legamentosa nelle forme di lunga durata.

La dattilite è una manifestazione cardinale: dito “a salsicciotto” per edema diffuso che coinvolge complesso teno-sinoviale, sinovie articolari e piccole entesi digitali. Può essere acuta (calda, dolente, eritematosa) o cronica (tumefazione irreddutibile con dolore meno intenso) e interessare più dita, più spesso dei piedi. La dattilite correla con maggiore attività di malattia e rischio di danno strutturale nelle falangi interessate; clinicamente si evoca dolore lungo le guaine flessorie e agli stress passivi delle piccole articolazioni digitali.

L’entesite è un’altra cifra distintiva: dolore all’inserzione del tendine di Achille, alla fascia plantare (sperone calcaneare associato), ai punti epicondiloidei, ai rotulei prossimale e distale, al gran trocantere e a siti “mini-entesici” della mano (pulley flessori, bande retinacolari estensorie). All’obiettivo si apprezza dolorabilità puntoria, talora edema di tessuti molli e calore; nei quadri più attivi compaiono limitazioni funzionali (zoppia, difficoltà a spinta e salto). L’entesite si associa a peggior patient-reported outcome e più alta attività globale di malattia, costituendo un driver clinico rilevante.

Il coinvolgimento assiale varia da sacroileite isolata a spondilite con sindesmofiti discontinui; la lombalgia infiammatoria si associa a rigidità prolungata, dolore gluteo alternante e miglioramento con il movimento. All’esame obiettivo si rilevano limitazioni in flessione lombare (test di Schober ridotto), ridotta escursione toracica e dolorabilità sacroiliaca; nelle forme con predominanza legamentosa la dolorabilità è evocabile lungo le inserzioni spinali (entesi della colonna).

Nel distretto mano-polso la sinovite delle metacarpo-falangee e delle interfalangee prossimali può coesistere con interessamento delle distali e con tenosinovite flessoria/estensoria, generando scrosci, “dito a scatto” e dolore alla presa. Nelle fasi avanzate compaiono deformità per sbilanciamento tendineo e piegamenti permanenti delle interfalangee; nelle forme aggressive si osservano accorciamenti digitali per osteolisi falangea. Nel piede sono tipici metatarsalgia da sovraccarico, dattiliti dei raggi laterali, alluce con interfalangea dolente e dolore calcaneare da entesite di Achille o fascite plantare; l’appoggio instabile e l’alterazione dell’arco plantare peggiorano la performance al cammino.

Nelle grandi articolazioni, ginocchia e caviglie presentano versamento e dolore ai gradi finali di movimento; all’anca dolore inguinale con riduzione della rotazione interna; alle spalle dolore notturno e limitazione in elevazione per sinovite gleno-omerale e borsite subacromiale. La progressione prolungata, specie nelle varianti erosivo-osteoproduttive, conduce a combinazione di erosioni e nuova formazione ossea con limitazioni marcate di mobilità.

Le unghie forniscono un segnale clinico cruciale: pitting, onicolisi, ipercheratosi subungueale e striature emorragiche sono frequenti e correlano con l’interessamento delle interfalangee distali e delle entesi digitali. L’onicopatia spesso precede o accompagna l’artrite e si associa a maggior probabilità di dolore al dito corrispondente e di dattilite; all’ispezione attenta si ricercano alterazioni di colorito, distacco lamellare e ispessimento subungueale, che guidano l’esame mirato delle articolazioni contigue e delle entesi.

Il cutaneo mostra le classiche placche eritemato-desquamative con distribuzione su superfici estensorie, cuoio capelluto, regione retro-auricolare e pieghe invertite; gli spurghi di malattia cutanea si correlano spesso alle poussée articolari. La coesistenza di psoriasi del cuoio capelluto e onicopatia incrementa la probabilità di interessamento articolare e assiale; la valutazione dermatologica documenta estensione (PASI), sede e fenotipo delle lesioni.

Tra le manifestazioni extra-muscoloscheletriche rientrano l’uveite anteriore (tipicamente acuta, dolorosa, fotofobia, arrossamento, calo visivo) che può associarsi a malattia assiale, e l’associazione con malattie infiammatorie croniche intestinali; meno frequenti, ma clinicamente rilevanti, le forme a coinvolgimento mucoso e i quadri sistemici in fase di alta attività. Nei bambini e nei giovani adulti con fenotipo spondiloartritico la sintomatologia oculare può precedere i sintomi scheletrici e richiede sorveglianza condivisa con l’oculista.

Nelle forme erosivo-osteodistruttive la progressione porta ad accorciamenti segmentari digitali e instabilità (“mani a cannocchiale”), mentre nelle varianti a predominanza osteoproduttiva prevalgono rigidezze e blocchi articolari secondari a neoformazione ossea e anchilosi; sul piano funzionale ne derivano riduzione della velocità di cammino, difficoltà nella presa fine e limitazioni nelle attività di vita quotidiana.

Nel complesso, il decorso clinico dell’artrite psoriasica segue un’evoluzione riconoscibile: dalle prime sinoviti asimmetriche con dolore infiammatorio e rigidità, al progressivo coinvolgimento delle entesi e delle interfalangee distali con dattiliti e onicopatie, fino a quadri con interessamento assiale e limitazioni funzionali; in parallelo, la malattia cutanea e le manifestazioni extra-muscoloscheletriche modulano l’espressività clinica e impongono una valutazione integrata reumatologico-dermatologica per prevenire esiti strutturali e disabilità.

Accertamenti, Sierologia ed Imaging

La valutazione dell’artrite psoriasica segue una traiettoria ordinata: dal sospetto clinico (dolore infiammatorio con rigidità mattutina, interessamento delle interfalangee distali, dattilite, entesite, lombalgia infiammatoria con possibile sacroileite) si passa alla conferma oggettiva dell’infiammazione sinoviale/entesitica, alla caratterizzazione laboratoristica (per escludere mimiche e documentare fenotipi) e alla dimostrazione di segni strumentali tipici, tenendo sempre presente che non esiste un autoanticorpo patognomonico. L’obiettivo pratico è riconoscere la malattia in fase precoce, definire l’estensione periferica/assiale e quantificare l’attività per impostare una strategia di trattamento treat-to-target e prevenire danno strutturale.

Il percorso comincia con l’inquadramento clinico. Sono fortemente suggestivi: artrite oligo-asimmetrica delle mani e dei piedi con coinvolgimento delle distali, dattiliti ricorrenti, dolore puntorio ai siti entesici (calcagno, rotulei, epicondilo, gran trocantere), rigidità e lombalgia infiammatoria con miglioramento al movimento, fluttuazioni parallele alle poussée cutanee e/o ungueali. All’esame obiettivo si ricercano tumefazione elastica calda delle piccole articolazioni, dolorabilità alle entesi, segni di tenosinovite (scrosci, “dito a scatto”), alterazioni delle unghie (pitting, onicolisi, ipercheratosi subungueale) e limitazioni funzionali distrettuali; nei quadri assiali si valuta Schober, espansione toracica e dolorabilità sacroiliaca. La diagnosi resta clinica e integrata: le classificazioni (per es. CASPAR) sono d’aiuto per uniformare la selezione dei pazienti ma non sostituiscono il giudizio clinico nella fase iniziale.

Gli esami di I livello includono VES e PCR (marker di attività spesso elevati ma non specifici) ed emocromo (talora anemia dell’infiammazione, piastrinosi reattiva). La sierologia va interpretata per ciò che esclude o stratifica, più che per ciò che “diagnostica”:

La biochimica generale (funzione epatica/renale) e lo screening infettivologico (epatiti, TB) sono indispensabili in previsione di DMARD sintetici/biologici. Quando è presente versamento, l’artrocentesi con analisi del liquido sinoviale chiarisce scenari di monoartrite: quadro infiammatorio con leucocitosi neutrofila, assenza di cristalli patognomonici; il riscontro di urato o pirofosfato orienta verso gotta/condrocalcinosi, mentre un Gram positivo/colture positive impongono il percorso per artrite settica. In sinoviti persistenti non classificate o per escludere cause inusuali, la biopsia sinoviale eco-guidata può essere utile in centri esperti.

La radiografia standard di mani/polsi e piedi è il riferimento per documentare baseline e progressione del danno: nelle fasi precoci può essere normale; successivamente compaiono ispessimento e aumento della radiotrasparenza dei tessuti molli periarticolari, quindi la caratteristica “diade” erosione–neoformazione ossea. Le erosioni marginali si presentano come intaccature a margini irregolari che partono dal bordo dell’osso subcondrale (corticale a ridosso della rima) e “mangiano” la giunzione osteo-cartilaginea con profilo frastagliato, talora con estensione eccentrica verso la diafisi; a differenza dell’AR, l’osteoporosi periarticolare è in genere modesta, per cui l’erosione appare incisa in osso relativamente denso. La periostite a lamelle si osserva come linee sottili e parallele di neo-osso adese alla corticale diafisaria/metadiafisaria vicina a entesi e tenosinovie (aspetto “whiskering”), con stratificazioni concentriche irregolari visibili meglio sulle falangi e sui metatarsi/metacarpi. Il restringimento della rima è non uniformemente concentrico: la riduzione è asimmetrica, con “morsi” focali laddove l’infiammazione sinoviale è più intensa, lasciando controparti di cartilagine relativamente preservate nello stesso spazio articolare. La proliferazione ossea juxta-articolare si manifesta con apposizioni irregolari, a margini “fluffy” e poco netti, che sporgono dalla corticale in sede entesica o periarticolare (diverse dagli osteofiti artrosici, più regolari e appuntiti); nelle falangi distali può coesistere con acro-osteolisi delle falangi terminali (assottigliamento/riassorbimento della tufta).

Nei casi evoluti, il quadro pencil-in-cup mostra la falange prossimale assottigliata e appuntita (aspetto “a matita”) che si articola in una controparte prossimale allargata e scodellata (“a coppa”) per erosione cavitaria concentrica della base; può seguire ankilosi delle piccole articolazioni con scomparsa della rima e fusione dei capi ossei.

Nelle forme osteo-distruttive avanzate compaiono accorciamenti per osteolisi segmentaria con retrazione dei monconi ossei e sovrapposizione dei tessuti molli, responsabili del fenotipo “mani telescopiche”. Ai piedi, oltre a erosioni delle teste metatarsali (con metatarsalgia clinica), si osservano segni di entesopatia calcaneare: erosioni a “morso” sul margine postero-superiore del calcagno (inserzione achillea) con reazione periostale “fluffy” adiacente, e speroni plantari grossolani all’inserzione della fascia plantare; nelle sequenze evolutive l’assetto dell’arco longitudinale può apparire appiattito per alterazioni entesiche e capsulo-legamentose croniche.

Al rachide e alle sacroiliache, la RX può mostrare sacroileite asimmetrica con irregolarità del profilo articolare, erosioni subcondrali e chiazze di sclerosi a distribuzione disomogenea, talora con pseudo-allargamento della rima e, negli stadi tardivi, ponti ossei discontinui; lungo la colonna compaiono sindesmofiti irregolari e non marginali, spesso tozzi e interrotti, talvolta con ossificazioni paravertebrali a ponte che alternano tratti fusi a segmenti indenni (in contrasto con i sindesmofiti sottili, verticali e continui tipici della spondilite anchilosante).

Queste combinazioni di erosione “sfilacciata” e neoapposizione “fluffy”, con restringimento di rima non uniforme e tendenza all’anchilosi, distinguono sul piano radiografico l’artrite psoriasica dall’artrite reumatoide (dove prevalgono erosioni nette, osteopenia periarticolare e restringimento uniforme senza apposizioni “fluffy”) e dall’artrosi (dove dominano osteofiti regolari e sclerosi subcondrale omogenea).

L’ecografia muscolo-scheletrica è l’estensione sensibile dell’esame clinico sia sulle articolazioni sia (soprattutto) sulle entesi e nella dattilite. In grayscale documenta ipertrofia sinoviale, versamento, ispessimento della guaina tendinea e aspetti di entesite (ispessimento dell’entesi, alterazioni della fibrillarità, erosioni corticali focali, calcificazioni) mentre il power Doppler evidenzia segnali di neoangiogenesi come indice di attività. Nella dattilite l’ecografia caratterizza la tenosinovite flessoria, l’entesite delle pulley e l’edema dei tessuti molli digitali; sono applicabili definizioni e scale semiquantitative OMERACT (0–3) per sinovite, tenosinovite ed entesite, utili nel monitoraggio della risposta terapeutica e nell’individuazione di attività subclinica. L’ecoguida è inoltre preziosa per artrocentesi/infiltrazioni mirate in sedi difficili.

La risonanza magnetica aumenta la sensibilità per le lesioni precoci e la malattia assiale. Nel distretto periferico documenta sinovite e tenosinovite (potenziamento T1 FS post-gadolinio), osteite (edema midollare in STIR/T2-FS) e entesite (edema/infiammazione all’inserzione con eventuale erosione subcorticale); i pattern di osteite ed entesite attiva correlano con rischio di danno strutturale. Nelle sacroiliache la RM è il test di riferimento: l’edema midollare subcondrale (bone marrow edema) a distribuzione tipica e le lesioni strutturali (erosioni, back-fill, fat metaplasia, ankilo-apposizioni) soddisfano i criteri di positività secondo i framework condivisi nelle spondiloartriti; ciò consente di diagnosticare sacroileite attiva anche con RX normale nelle fasi iniziali. Nella colonna possono comparire sindesmofiti irregolari, entesiti della parete anteriore e infiammazione delle articolazioni zigoapofisarie.

La TC si riserva a dettagli ossei complessi o quando serva una definizione strutturale fine delle sacroiliache/colonna; la dual-energy CT è utile nel differenziale con la gotta in caso di dubbio per depositi uratici; metodiche come HR-pQCT restano ambito di ricerca per la micro-architettura. In sintesi, l’algoritmo integra RX (struttura/progressione), ecografia (activity mapping e monitoraggio di sinovite/entesite/dattilite) e RM (malattia precoce, coinvolgimento assiale e prognosi), con estensione a TC/DECT quando richiesto dal differenziale.

Diagnosi e Stadiazione

La diagnosi di artrite psoriasica è il risultato di un percorso integrato che parte dal sospetto clinico (artrite infiammatoria con andamento oligo-asimmetrico o poliarticolare, dattilite, entesite, interessamento delle interfalangee distali, lombalgia infiammatoria con possibile sacroileite, psoriasi cutanea/ungueale personale o familiare) e procede con conferme laboratoristiche e strumentali, in parallelo all’esclusione sistematica delle principali diagnosi alternative. L’obiettivo operativo è riconoscere la malattia nelle fasi iniziali, documentare l’infiammazione attiva e definire l’estensione periferica/assiale per impostare una strategia treat-to-target che prevenga il danno strutturale.


Poiché la malattia combina pattern erosivo e osteoproduttivo, la valutazione del danno si affida a sistemi quantitativi piuttosto che a una stadiazione “a stadi” come nella reumatoide. Nella pratica clinica si mantiene un confronto nel tempo delle stesse proiezioni radiografiche per documentare progressione; in ricerca e in registri si impiegano scoring strutturali validati.


Definita la diagnosi e documentato il danno, si passa alla valutazione dell’attività di malattia, fondamentale per guidare le decisioni terapeutiche. A differenza dell’AR, l’artrite psoriasica richiede indici che integrino domini multipli (articolare periferico, entesitico, dattilitico, cutaneo/ungueale e, quando presente, assiale).

Il DAPSA (Disease Activity index for PSoriatic Arthritis) è un indice centrato sull’artrite periferica e sulla percezione del paziente. Si calcola come somma di: articolazioni dolenti 68 + articolazioni tumefatte 66 + VAS dolore (0–10) + VAS attività globale del paziente (0–10) + CRP (mg/dL). La versione clinica cDAPSA esclude la CRP (somma delle quattro componenti cliniche) ed è utile al letto del paziente quando il dato laboratoristico non è disponibile in tempo reale. Le soglie comunemente impiegate sono: remissione ≤4; attività bassa 5–14; moderata 15–28; elevata >28. Il DAPSA risponde rapidamente al cambiamento ed è adatto al monitoraggio individuale.

Il PASDAS (Psoriatic Arthritis Disease Activity Score) è un indice composito a pesi multipli che integra domini articolari, valutazioni globali di paziente/medico, funzione (SF-12) e indici di fase acuta, risultando più rappresentativo della complessità di malattia, soprattutto in coorti di ricerca; le soglie tipiche prevedono remissione near ≤1,9, attività bassa 1,9–3,2, moderata 3,2–5,4, elevata >5,4.

I criteri MDA/VLDA (Minimal/Very Low Disease Activity) declinano l’approccio treat-to-target in modo criteriale e multidominio. Il paziente è in MDA se soddisfa ≥5 dei 7 item: TJC66 ≤1; SJC66 ≤1; entesite ≤1; VAS dolore ≤15/100; VAS attività globale paziente ≤20/100; HAQ-DI ≤0,5; superficie corporea cutanea coinvolta (BSA) ≤3%. La VLDA richiede il soddisfacimento di tutti e 7 gli item e rappresenta un obiettivo di controllo stringente.

Quando è presente un fenotipo assiale, si utilizzano gli indici validati per spondiloartrite assiale: ASDAS-CRP (remissione/inattività <1,3; bassa 1,3–2,1; alta 2,1–3,5; molto alta >3,5) e, in seconda battuta, BASDAI per la sintomatologia soggettiva.

La diagnosi differenziale accompagna ogni passaggio. In urgenza va esclusa l’artrite settica (artrocentesi con esame diretto, Gram e coltura). Le artropatie da cristalli (gota/CPPD) mimano oligo-poussée o poliarticolarità; l’artrocentesi e, quando utile, la dual-energy CT mappano i depositi uratici. L’artrite reumatoide tende a coinvolgere simmetricamente le piccole articolazioni di mani/polsi con restringimento uniforme della rima ed erosioni senza osteofitosi “fluffy”; RF/ACPA a titolo significativo orientano per AR. L’artrosi erosiva presenta erosioni centrali “a gabbiano” e osteofiti; l’artrite reattiva e le spondiloartriti non psoriasiche condividono entesite e sacroileite, ma l’assenza di psoriasi/onicopatia e il contesto epidemiologico guidano la distinzione. In età pediatrica/giovanile, il differenziale con AIG a esordio entesite-correlato si avvale di clinica, HLA-B27 e RM delle sacroiliache.

Completano l’inquadramento sistemico gli accertamenti d’organo e gli screening pre-terapia: valutazione dermatologica con misura dell’estensione cutanea (PASI/BSA), oculistica se sintomi di uveite anteriore, prove di funzionalità respiratoria quando coesistono comorbilità, imaging dedicato per sacroileite o colonna nei fenotipi assiali, densitometria ossea nei soggetti a rischio, e profilassi vaccinale secondo linee guida; prima di DMARD/biologici: TBC latente (IGRA, RX torace), HBV/HCV (± HIV secondo rischio) e valutazione della funzionalità epato-renale. Questi passaggi non concorrono alla diagnosi in senso stretto, ma ne completano sicurezza terapeutica e prognosi.

In sintesi, la diagnosi di artrite psoriasica si basa su un percorso sequenziale che dimostra infiammazione articolare/entesica (ecografia/RM), riconosce i segni clinici chiave (psoriasi/onicopatia, dattilite, entesite, coinvolgimento delle DIP, sacroileite), applica i criteri CASPAR a supporto dell’attribuzione, documenta il danno strutturale con RX e, quando necessario, ne quantifica la progressione con mSvdH o PARS. La stadiazione dell’attività impiega DAPSA/cDAPSA per il dominio periferico, PASDAS e MDA/VLDA per un target multidominio, e ASDAS-CRP per il fenotipo assiale: un impianto metodico e tempestivo massimizza le probabilità di diagnosi precoce e riduce il rischio di disabilità a lungo termine.

Trattamento e Prognosi

Gli obiettivi del trattamento dell’artrite psoriasica sono la rapida soppressione dell’infiammazione articolare ed entesitica, la prevenzione di erosioni e deformità, il mantenimento della funzione locomotoria, la riduzione della morbilità sistemica e il miglioramento della qualità e dell’aspettativa di vita. Il paradigma operativo è quello del treat-to-target, con monitoraggio stretto e definizione di un target (remissione o bassa attività di malattia), valutazioni seriali con indici compositi (DAPSA, PASDAS, MDA/VLDA per i fenotipi periferici, ASDAS per quelli assiali) e aggiustamenti terapeutici sistematici se non si osserva risposta entro 3 mesi o mancato raggiungimento del target entro 6 mesi. La scelta del farmaco si basa sull’attività e sul dominio predominante (artrite, entesite, dattilite, assiale, cutaneo/ungueale), sulle comorbilità e sulle preferenze del paziente, seguendo le raccomandazioni GRAPPA/EULAR.

Il primo passo è rappresentato dai csDMARDs (conventional synthetic), con metotressato (MTX) come farmaco di riferimento nelle forme periferiche: monosomministrazione settimanale (orale o sottocutanea, 15–25 mg) con supplementazione di acido folico e monitoraggio laboratoristico (emocromo, epatici, creatinina). In alternativa o associazione si usano sulfasalazina (2–3 g/die) o leflunomide (20 mg/die), con limiti di efficacia su dattilite ed entesite; l’idrossiclorochina non è raccomandata perché inefficace sulle manifestazioni di malattia. La tripla terapia (MTX + sulfasalazina + leflunomide) è raramente impiegata. I glucocorticoidi sistemici non sono indicati come uso cronico per rischio di flare cutanei; si utilizzano solo a dosi minime e per brevi periodi come bridging, mentre le infiltrazioni intra-articolari o peri-entesiche sono utili come trattamento locale mirato.

In presenza di attività persistente o di fenotipi con scarso controllo ai csDMARDs si ricorre a bDMARDs e tsDMARDs. Tra i bDMARDs gli anti-TNF (adalimumab, etanercept, infliximab, golimumab, certolizumab) hanno dimostrato efficacia su artrite, entesite, dattilite, cute e dominio assiale. Gli inibitori di IL-12/23 (ustekinumab) e inibitori di IL-23p19 (guselkumab, risankizumab) sono efficaci su cute e articolazioni, con profilo di sicurezza favorevole. Gli inibitori di IL-17A (secukinumab, ixekizumab) e di IL-17RA (brodalumab) agiscono rapidamente su manifestazioni cutanee, articolari, entesitiche e assiali. Più recentemente gli inibitori di IL-23p19 hanno ampliato l’armamentario soprattutto nei pazienti con psoriasi cutanea estesa. Abatacept (modulatore CTLA-4) trova indicazione in contesti selezionati. Tra i tsDMARDs, gli inibitori di JAK (tofacitinib, upadacitinib, deucravacitinib per IL-23/IL-12 pathway in studio) hanno dimostrato efficacia in tutti i domini ma richiedono cautela in pazienti con rischio cardiovascolare, tromboembolico o oncologico.

La scelta della molecola si orienta in base al dominio clinico predominante: per entesite/dattilite refrattarie si preferiscono anti-TNF o anti-IL-17; per psoriasi cutanea estesa anti-IL-17 o anti-IL-23; per fenotipo assiale anti-TNF o anti-IL-17; nelle forme periferiche anti-TNF, anti-IL-17, anti-IL-23 o JAK inibitori. La sequenza terapeutica prevede switch intra-classe o cambio di meccanismo d’azione in caso di risposta subottimale. Nei casi con comorbilità rilevanti (cardiovascolare, epatica, infettiva, neoplastica) la scelta si adatta al profilo di sicurezza di ciascuna molecola.

Il monitoraggio è essenziale: con csDMARDs si controllano emocromo e funzionalità epatica/renale; con biologici e JAK inibitori si valutano lipidi, emocromo, transaminasi, infezioni (HBV, HCV, TBC latente, HIV quando indicato) e si aggiornano le vaccinazioni (influenza, pneumococco, herpes zoster ricombinante). Si evitano vaccini vivi attenuati durante la terapia. Prima di chirurgia elettiva, i bDMARDs si sospendono per almeno un ciclo terapeutico e i JAK inibitori alcuni giorni prima; il MTX può in genere essere continuato per ridurre flare senza aumentare complicanze. In caso di infezioni acute gravi, i biologici/JAK sono sospesi e ripresi dopo risoluzione.

La gestione sintomatica include FANS (con attenzione a rischio gastro-cardiovascolare), analgesici, infiltrazioni locali, fisioterapia e riabilitazione (rinforzo muscolare, training propriocettivo, ortesi, plantari). La cessazione del fumo, il controllo del peso e l’attività fisica regolare migliorano outcome clinici e riducono comorbilità cardiometaboliche. L’osteoporosi indotta da infiammazione cronica e steroidi va prevenuta e trattata secondo linee guida (vitamina D, calcio, antifratturativi se indicati).

Nei pazienti in età fertile la gestione deve considerare gravidanza e allattamento: il metotressato e la leflunomide sono controindicati (quest’ultima richiede wash-out con colestiramina); sulfasalazina è generalmente sicura; tra gli anti-TNF, certolizumab pegol ha minimo trasferimento placentare; gli altri si modulano in base a epoca gestazionale. Nella popolazione anziana si adottano strategie di de-intensificazione del rischio (cautela con JAK inibitori, attenzione a interazioni e fragilità).

La riduzione terapeutica (de-escalation) può essere valutata dopo remissione o bassa attività sostenuta: è possibile allungare intervalli di somministrazione dei biologici o ridurre i dosaggi, mantenendo però almeno un csDMARD di base. La sospensione completa aumenta la probabilità di flare e richiede monitoraggio stretto e pronto re-trattamento. L’uso cronico di glucocorticoidi va evitato e, se presente, ridotto progressivamente.

La prognosi dell’artrite psoriasica è migliorata radicalmente con i DMARDs moderni e l’approccio treat-to-target. Una quota crescente di pazienti raggiunge remissione clinica o bassa attività stabile, con prevenzione o marcata riduzione del danno articolare e recupero funzionale. I principali fattori prognostici negativi sono l’attività infiammatoria persistente, la diagnosi tardiva, la presenza di dattilite e entesite refrattarie, l’interessamento assiale, l’estensione della psoriasi cutanea, le comorbilità cardiovascolari, il fumo e la mancata aderenza terapeutica. Il controllo efficace dell’infiammazione riduce la morbilità sistemica, il rischio cardiovascolare e la disabilità, permettendo oggi a molti pazienti una qualità di vita sovrapponibile a quella della popolazione generale.

Complicanze e Comorbilità

Nel contesto dell’artrite psoriasica le complicanze sono eventi sovrapposti al decorso infiammatorio che amplificano morbilità, disabilità e rischio sistemico. A livello loco-regionale, la sinovite e la tenosinovite croniche all’interno di canali osteo-fibrosi determinano conflitti meccanici con scrosci, impaccio funzionale e talora “dito a scatto”; la persistenza dell’attrito e dell’attività proteolitica può evolvere in rotture tendinee (più spesso dei flessori/estensori delle dita, dei peronei e del tendine d’Achille), evenienza favorita dall’entesite cronica e dalla micro-erosività a carico delle pulegge e delle inserzioni tendinee. Parallelamente, l’ipertrofia sinoviale nei tunnel osteo-fibrosi facilita neuropatie da intrappolamento, con tunnel carpale (parestesie notturne, ipoestesie digitali, positività dei test provocativi) e compressioni ulnari o peroneali in relazione a sinoviti di polso, gomito e ginocchio; il riconoscimento tempestivo limita esiti sensitivo-motori persistenti.

Al ginocchio è frequente il riscontro di cisti di Baker che può rompersi con stravaso in polpaccio, simulando trombosi venosa profonda e richiedendo differenziazione ecografica; le bursiti recidivanti (olecranica, prepatellare, trocanterica, subacromiale) coesistono spesso con entesite e talora si sovrainfettano in pazienti immunodepressi, imponendo drenaggio e antibiotico mirato. Nelle forme aggressive periferiche la combinazione di erosione e neoformazione ossea conduce a deformità con sublussazioni, ankilosi di piccole articolazioni e, nelle varianti osteo-distruttive, artrite mutilante con accorciamenti segmentari (“mani telescopiche”) e grave perdita funzionale.

Nel dominio assiale, la sacroileite e la spondilite con sindesmofiti irregolari comportano rigidità, riduzione dell’escursione toracica e dolore meccanico-infiammatorio cronico; le complicanze includono anchilosi segmentarie e fratture su rachide rigido in seguito a traumi minori, con rischio neurologico. Il coinvolgimento dell’anca determina limitazione severa della deambulazione e ricorso a chirurgia protesica più precoce nei fenotipi a elevata attività e dattilite persistente.

Le manifestazioni oculari rappresentano una quota rilevante di complicanze: l’uveite anteriore acuta, spesso mono-oculare e recidivante, è più frequente nei pazienti con fenotipo assiale e/o positività HLA-B27; si presenta con dolore, fotofobia e calo visivo e può evolvere in sinechie posteriori, ipertensione oculare e recidive se non trattata con rapidità. Episclerite ed, eccezionalmente, sclerite possono comparire ma sono meno tipiche rispetto all’artrite reumatoide; la co-gestione oculistica riduce sequele visive e recidive.

Sul piano cardiometabolico, l’artrite psoriasica si associa ad un marcato incremento di rischio cardiovascolare indipendente, con prevalenza elevata di sindrome metabolica, obesità, dislipidemia e insulino-resistenza; la flogosi sistemica e l’attivazione immunitaria favoriscono aterosclerosi accelerata e aumentano l’incidenza di eventi coronarici e cerebrovascolari. Nei grandi registri è descritto anche un aumento del rischio tromboembolico venoso, specie in presenza di malattia cutanea estesa, immobilità e fattori di rischio acquisiti. Il controllo stretto dell’attività riduce marker infiammatori, migliora profili lipidici/infiammatori e attenua il rischio di MACE, pur richiedendo una gestione proattiva dei fattori tradizionali (pressorio, glicemico, fumo).

Tra le comorbilità immuno-mediate, la malattia infiammatoria cronica intestinale (MICI) è più frequente rispetto alla popolazione generale: l’entesite/artropatia periferica può precedere o seguire il quadro intestinale; in questo contesto, alcune terapie (per esempio gli inibitori di IL-17) possono riacutizzare una MICI sottostante e vanno selezionate con cautela. Viceversa, gli inibitori di TNF e di IL-12/23 risultano particolarmente utili nei pazienti con coesistenza di psoriasi, artrite e MICI. La NAFLD è più prevalente e si associa a maggiore carico infiammatorio; la valutazione epato-metabolica (transaminasi, ecografia, score non invasivi di fibrosi) guida strategie dietetico-comportamentali e scelte farmacologiche meno epatotossiche.

Il profilo infettivo è cruciale in presenza di immunomodulazione: gli anti-TNF aumentano il rischio di riattivazione tubercolare e infezioni intracellulari (Listeria, Salmonella); gli inibitori di JAK incrementano la reattivazione di Herpes zoster; gli inibitori di IL-17 si associano a candidiasi mucocutanee dose-dipendenti; la terapia combinata con corticosteroidi amplifica globalmente il rischio. La prevenzione richiede screening per TBC latente e virus epatitici, aggiornamento vaccinale (influenza, pneumococco, zoster ricombinante non vivo), educazione al riconoscimento precoce dei segni d’infezione e sospensione temporanea dei farmaci in caso di infezioni severe.

Sul versante oncologico, l’eccesso di rischio globale di tumori è in gran parte spiegato da fumo, UV e infiammazione cronica della psoriasi; è costante la segnalazione di un lieve aumento dei tumori cutanei non-melanoma (NMSC), specialmente in soggetti con pregressa fototerapia o esposizione UV e in trattamento prolungato con alcune classi biologiche; la sorveglianza dermatologica periodica è raccomandata. Le evidenze su linfomi sono meno univoche rispetto all’AR ma impongono vigilanza clinica nei pazienti con malattia altamente attiva e prolungata.

Nel comparto osseo-muscolare, l’infiammazione sistemica, la ridotta attività fisica e l’uso di corticosteroidi determinano perdita di massa ossea e aumento del rischio di fratture da fragilità; la sarcopenia infiammatoria contribuisce a disabilità e cadute. Programmi di prevenzione (vitamina D, calcio, esercizio di forza, valutazione DXA/FRAX e terapia anti-fratturativa quando indicata) rientrano nella gestione standard. Nelle mani e nei piedi l’entesopatia cronica altera la biomeccanica con metatarsalgia, instabilità dell’avampiede e necessità di ortesi/plantari; nei quadri avanzati la chirurgia ricostruttiva o protesica diventa indicata per recuperare funzione e dolore.

Nell’ambito neuro-psichiatrico, depressione e ansia sono significativamente più prevalenti e impattano su aderenza, percezione del dolore e qualità di vita; fibromialgia in comorbilità può amplificare i punteggi di attività percepita e richiede approcci dedicati. Eventi demielinizzanti sono rari ma descritti con anti-TNF, imponendo sospensione e valutazione neurologica in caso di segni compatibili.

Le complicanze iatrogene meritano attenzione: metotressato e leflunomide possono indurre epatotossicità (da citolisi a fibrosi in presenza di NAFLD, alcol, sindrome metabolica), i FANS aumentano il rischio di ulcera peptica e sanguinamento (necessaria gastro-protezione nei profili a rischio), gli inibitori di IL-17 possono peggiorare MICI, gli inibitori di JAK richiedono cautela in pazienti con fattori di rischio cardio-trombotico. Prima di chirurgia elettiva, i biologici si sospendono per un intervallo pari almeno a una dose (o secondo emivita) e i JAK alcuni giorni prima, con ripresa a guarigione adeguata; le infiltrazioni locali rimangono utili per focolaio articolare o entesico selezionato.

L’impatto prognostico delle complicanze è modificabile: un controllo precoce e sostenuto della malattia con strategie treat-to-target riduce eventi cardiovascolari, previene danno strutturale e disabilità, limita l’esposizione a corticosteroidi e abbassa il rischio infettivo. La personalizzazione della terapia rispetto al dominio clinico e alle comorbilità (per esempio preferenza per anti-TNF o anti-IL-12/23 in presenza di MICI; cautela con anti-IL-17; valutazione epato-metabolica in NAFLD; prudenza con JAK in profili a rischio cardio-trombotico), insieme a programmi di prevenzione (bone health, vaccinazioni, stop al fumo, controllo del peso, esercizio), rappresenta la chiave per contenere la morbilità a lungo termine e preservare qualità e aspettativa di vita.

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