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Artrite da Sitosterolemia e Xantomatosi

L’artrite da sitosterolemia e xantomatosi rappresenta una forma rara di interessamento osteoarticolare che si colloca all’interno dello spettro delle malattie da alterato metabolismo dei lipidi, nelle quali l’accumulo patologico di steroli vegetali o di esteri del colesterolo nei tessuti determina la formazione di xantomi tendinei, periarticolari e ossei con conseguente compromissione meccanica e infiammatoria delle articolazioni. Nella sitosterolemia, malattia autosomica recessiva causata da mutazioni bialleliche di ABCG5 o ABCG8, l’aumentato assorbimento intestinale e la ridotta escrezione biliare dei fitosteroli portano a una loro marcata deposizione in cute, tendini, parete vascolare e, in una quota di pazienti, nel compartimento articolare, con comparsa di artralgie e veri e propri quadri artritici che possono rappresentare uno dei motivi principali di consulto reumatologico. In altre forme di xantomatosi lipidica, come l’ipercolesterolemia familiare severa o alcune xantomatosi generalizzate, l’accumulo di colesterolo e trigliceridi nei tendini e nelle strutture periarticolari può generare tumefazioni nodulari e rigidità articolare, mimando artriti infiammatorie croniche di altra natura e ponendo rilevanti problemi di diagnosi differenziale.

Dal punto di vista nosologico, l’artrite da sitosterolemia e xantomatosi si colloca tra le artropatie metaboliche a basso grado di infiammazione, nelle quali la componente principale del danno non è la sinovite erosiva classica delle artriti autoimmuni ma il progressivo ingombro meccanico delle strutture capsulo legamentose e tendinee da parte di tessuto xantomatoso ricco di macrofagi schiumosi e cristalli di colesterolo. A livello clinico questo si traduce in quadri che vanno dalla semplice artralgia con sensazione di rigidità e limitazione funzionale, fino alla comparsa di tumefazioni periarticolari dure o elastiche, spesso visibili e palpabili, che possono deformare il profilo delle mani, dei piedi, delle ginocchia o del tendine di Achille e condurre, nei casi più avanzati, a deformità fisse e deficit importanti dell’escursione articolare. In sitosterolemia l’artrite si associa tipicamente a xantomi cutanei e tendinei estesi e a manifestazioni sistemiche quali macro-trombocitopenia, anemia emolitica e aterosclerosi prematura, mentre nelle forme xantomatose legate a ipercolesterolemia familiare l’interessamento articolare può rimanere per lungo tempo l’unico elemento di allarme, in assenza di sintomi cardiovascolari conclamati.

Sul piano epidemiologico, la sitosterolemia è considerata una malattia ultra rara, con poche centinaia di casi descritti a livello mondiale, spesso diagnosticata in età pediatrica o nell’adolescenza in bambini con xantomi cutanei multipli, ipercolesterolemia atipica e segni precoci di malattia cardiovascolare. In questa popolazione l’artralgia e il dolore articolare vengono riportati con frequenza variabile, e in alcune casistiche rappresentano uno dei sintomi precoci che motivano la valutazione specialistica. Le artropatie xantomatose legate a ipercolesterolemia familiare o ad altre dislipidemie ereditarie sono anch’esse rare, ma la maggiore prevalenza di tali condizioni nella popolazione generale rende plausibile che quadri di “artrite da xantomatosi” siano sottostimati o misconosciuti, soprattutto quando si presentano con tumefazioni tendinee simmetriche alle mani e ai piedi in giovani adulti apparentemente sani. L’impatto funzionale è legato sia alla localizzazione dei xantomi (tendine di Achille, tendini estensori delle mani, ginocchia, gomiti) sia alla possibilità che l’infiltrazione lipidica coinvolga la sinovia e l’osso subcondrale, determinando dolore persistente, instabilità e, nei casi estremi, fratture patologiche o collassi strutturali. Per il reumatologo è quindi essenziale riconoscere questo pattern e inquadrarlo nel contesto di una malattia da accumulo lipidico, per evitare trattamenti impropri come immunosoppressori prolungati e orientare precocemente verso una correzione aggressiva del difetto metabolico sottostante.

Eziologia, patogenesi e fisiopatologia

L’eziologia dell’artrite da sitosterolemia e xantomatosi è intimamente legata ai difetti genetici che alterano l’omeostasi dei lipidi circolanti e, in particolare, al bilancio tra assorbimento, trasporto ed eliminazione di steroli vegetali e colesterolo. Nella sitosterolemia la causa primaria è rappresentata da mutazioni bialleliche dei geni ABCG5 e ABCG8, che codificano per un complesso di trasportatori di membrana espresso sull’orletto a spazzola degli enterociti e sulla superficie canalicolare degli epatociti, deputato a espellere fitosteroli e colesterolo in eccesso nel lume intestinale e nella bile. La perdita di funzione di questo sistema determina un aumento marcato dell’assorbimento intestinale di fitosteroli (come sitosterolo, campesterolo, stigmasterolo) e una riduzione della loro escrezione biliare, con conseguente accumulo progressivo di steroli vegetali e, in misura variabile, di colesterolo nel plasma e nei tessuti. Un quadro patogenetico concettualmente analogo, seppure mediato da meccanismi genetici differenti, si osserva nelle forme di xantomatosi legate a ipercolesterolemia familiare o ad altre dislipidemie ereditarie, in cui la clearance delle lipoproteine ricche di colesterolo è compromessa per difetti del recettore LDL, dell’apolipoproteina B o di altre proteine regolatorie della via di rimozione delle LDL.

L’elemento comune a queste condizioni è la formazione di xantomi, ovvero accumuli focali di macrofagi schiumosi, fibroblasti e lipidi extracellulari, che si sviluppano in sedi preferenziali quali cute, tendini, legamenti, sinovia e osso. La deposizione cronica di steroli e colesterolo nelle pareti dei vasi e nelle strutture periarticolari inizia con l’internalizzazione di lipoproteine ricche di steroli da parte di macrofagi tissutali, che vanno incontro a trasformazione in cellule schiumose per sovraccarico di esteri del colesterolo nei loro vacuoli citoplasmatici. Nel tempo, la morte cellulare e la liberazione di cristalli di colesterolo nello spazio extracellulare favoriscono l’instaurarsi di un microambiente infiammatorio cronico, con richiamo di ulteriori monociti, formazione di cellule giganti multinucleate tipo Touton e deposizione di matrice fibrosa che stabilizza il xantoma ma ne aumenta la massa e la consistenza. A livello istologico, le lesioni xantomatose tendinee e sinoviali mostrano quindi un misto di cellule schiumose, cleft di colesterolo, cellule giganti e stroma fibroso, talora con aree di necrosi lipidica centrale.

Nel compartimento articolare, la presenza di tessuto xantomatoso nei tendini, nelle guaine tendinee, nei legamenti capsulari e nella membrana sinoviale rappresenta il substrato principale dell’artrite associata a sitosterolemia e xantomatosi. L’infiltrazione xantomatosa può localizzarsi lungo i tendini estensori e flessori delle mani, nel tendine di Achille, nei tendini rotulei e quadricipitali, o nei legamenti collaterali e crociati del ginocchio, determinando ispessimento nodulare, perdita di elasticità e aumento del volume delle strutture periarticolari. Quando il processo interessa la sinovia, il tessuto xantomatoso si organizza in villosità iperplastiche e noduli che protrudono nel cavo articolare, contribuendo al versamento e alla limitazione dell’escursione articolare. Il continuo attrito di queste masse lipidiche contro la cartilagine articolare durante il movimento favorisce fenomeni di usura meccanica, microfessurazioni e, nel tempo, un rimodellamento degenerativo dell’intera unità cartilagine osso subcondrale.

Il contributo infiammatorio all’artrite da xantomatosi è in genere definibile come un’infiammazione cronica a basso grado, guidata prevalentemente dall’attivazione di macrofagi e cellule giganti in risposta alla presenza di lipidi e cristalli di colesterolo. I macrofagi xantomatosi esprimono e liberano citochine proinfiammatorie come IL 1β, TNF α e IL 6, oltre a chemochine che richiamano ulteriori cellule dell’immunità innata e fibroblasti, generando un circolo vizioso di infiammazione locale e fibrosi. Contestualmente, la produzione di metalloproteinasi della matrice e di altri enzimi proteolitici da parte di sinoviociti e fibroblasti stimolati altera la matrice extracellulare del tessuto periarticolare, con perdita di integrità del collagene tendineo e delle fibre elastiche. A differenza delle artriti autoimmuni classiche, il ruolo dei linfociti T e B autoreattivi è meno centrale, e i markers sierologici di autoimmunità risultano spesso negativi; tuttavia, la persistenza dello stimolo lipidico e la difficoltà di rimozione del carico di steroli e colesterolo dal tessuto mantengono nel tempo l’attività infiammatoria locale.

L’osso subcondrale e le strutture scheletriche possono essere coinvolti in modo diretto attraverso la formazione di xantomi ossei o in modo indiretto per effetto delle alterazioni biomeccaniche indotte dalle masse tendinee e sinoviali. Nelle forme più severe sono state descritte lesioni osteolitiche xantomatose che interessano le epifisi di mani e piedi o la metafisi di ossa lunghe, costituite da cavità osteolitiche riempite da tessuto xantomatoso che indeboliscono la resistenza meccanica dell’osso e possono predisporre a fratture patologiche. L’alterazione della distribuzione dei carichi articolari dovuta a ispessimento del tendine di Achille o dei tendini estensori delle dita determina inoltre un sovraccarico di alcune porzioni di cartilagine e di osso subcondrale, favorendo quadri secondari di osteoartrosi localizzata. A livello del rachide, la deposizione xantomatosa nei legamenti interspinosi e nel legamento giallo è stata occasionalmente associata a stenosi del canale e compressioni radicolari, che possono contribuire al quadro algico e alla limitazione funzionale.

Dal punto di vista fisiopatologico, l’artrite da sitosterolemia e xantomatosi può essere considerata una artropatia da deposito lipidico, in cui il continuum che va dall’iperassorbimento di fitosteroli o dall’ipercolesterolemia genetica al danno articolare si svolge in più tappe: accumulo progressivo di steroli e colesterolo in plasma e tessuti, formazione di xantomi tendinei e sinoviali, induzione di infiammazione cronica a basso grado e fibrosi, alterazione delle proprietà meccaniche di tendini e legamenti, sovraccarico biomeccanico di cartilagine e osso subcondrale, comparsa di dolore, rigidità e limitazione del movimento, fino a deformità e, talvolta, erosioni o lesioni osteolitiche. Questo modello spiega perché il controllo aggressivo del difetto metabolico di base (riduzione dell’assorbimento di fitosteroli, abbassamento dei livelli di LDL colesterolo, eventuale terapia enzimatica o dietetica mirata) rappresenti il cardine non solo della prevenzione cardiovascolare ma anche della stabilizzazione o del miglioramento del quadro articolare, soprattutto quando instaurato precocemente, prima che il tessuto xantomatoso e la fibrosi periarticolare diventino irreversibili.

Manifestazioni Cliniche

L’esordio dell’artrite da sitosterolemia e xantomatosi è spesso subdolo e progressivo, inserito in un contesto clinico dominato da xantomi cutanei e tendinei, ipercolesterolemia o fitosterolemia marcata e, talvolta, segni precoci di malattia cardiovascolare. All’anamnesi, il paziente riferisce in genere dolori articolari meccanico infiammatori, con senso di tensione, rigidità e affaticabilità delle articolazioni maggiormente caricate, in particolare caviglie, ginocchia e piedi, oppure alle mani in presenza di xantomi dei tendini estensori. Le artralgie possono iniziare come disturbi modesti, spesso attribuiti a “stanchezza” o a microtraumi sportivi, ma nel tempo tendono a diventare più persistenti, con comparsa di tumefazioni visibili e palpabili a livello dei tendini e delle regioni periarticolari, che spingono il paziente a consultare il medico. A differenza delle artriti infettive acute, la febbre è generalmente assente, gli indici di flogosi possono essere solo lievemente aumentati o addirittura normali e la storia naturale è caratterizzata da un decorso cronico, con lenta progressione dei sintomi piuttosto che da episodi acuti drammatici.

La presentazione articolare tipica nelle forme sitosterolemiche e xantomatose è quella di un’artrite o artropatia oligo o poliarticolare a carattere asimmetrico, in cui dominano la tumefazione e la rigidità più che il dolore acuto. Sono frequentemente coinvolte le articolazioni delle caviglie e dei ginocchi, spesso in associazione con ispessimento nodulare del tendine di Achille e dei tendini perimalleolari, ma non è raro il coinvolgimento delle piccole articolazioni delle mani e dei piedi, dove i xantomi tendinei degli estensori e dei flessori possono simulare un’artrite reumatoide con tumefazione simmetrica delle articolazioni metacarpo falangee e interfalangee prossimali. In questi casi il dolore è in genere moderato, peggiora con il carico e con i movimenti ripetuti e migliora parzialmente con il riposo, ma la presenza di noduli palpabili lungo i tendini o di ispessimenti fusiformi periarticolari rappresenta un elemento distintivo rispetto ad altre artriti infiammatorie. Il versamento intraarticolare, quando presente, è spesso modesto e la componente algica è inferiore a quanto ci si aspetterebbe rispetto alla marcata deformazione dei profili tendinei e capsulari.

Un tratto peculiare delle artropatie xantomatose è la tendenza a un andamento cronico e poco erosivo, in cui la deformità deriva soprattutto dall’ingombro di tessuto xantomatoso e dalla fibrosi periarticolare piuttosto che da erosioni sinoviali aggressive. Molti pazienti descrivono una progressione lenta dei sintomi nel corso di anni, con fasi di relativa stabilità alternate a periodi di peggioramento, spesso correlati a incrementi del carico lipidico o a riduzione dell’aderenza alla terapia ipolipemizzante. A livello clinico questo si traduce in limitazione dell’escursione articolare (per esempio ridotta dorsiflessione della caviglia per ispessimento del tendine di Achille, o difficoltà a chiudere il pugno per tumefazioni xantomatose dei tendini estensori e flessori delle dita) più che in episodi di sinovite acuta con dolore intenso e segni importanti di flogosi. Nei casi di coinvolgimento del rachide o dei legamenti periarticolari prossimi al canale vertebrale possono comparire lombalgie croniche, rigidità del tronco e, raramente, sintomi radicolari da compressione, che impongono una valutazione neuroradiologica mirata.

All’esame obiettivo, le articolazioni interessate mostrano segni caratteristici di xantomatosi periarticolare: ispessimento nodulare o fusiforme dei tendini, colorito cutaneo sovrastante talora lievemente giallastro, consistenza elastica o duro elastica alla palpazione, scarsa dolorabilità locale a riposo e una dolorabilità più netta ai gradi estremi del movimento o alla compressione profonda. Il tendine di Achille può apparire grossolanamente ispessito, con riduzione della sua elasticità e dolore alla flessione dorsale forzata del piede; le mani possono presentare cordoni xantomatosi lungo i tendini estensori con tumefazione delle dita e difficoltà nell’estensione completa; le ginocchia possono mostrare noduli periarticolari lungo il bordo patellare o i legamenti collaterali. Il versamento articolare è in genere modesto, ma la combinazione di xantomi tendinei e periarticolari può alterare in modo significativo la cinematica dell’articolazione, generando crepitii e sensazioni di “scatto” o di blocco meccanico durante il movimento.

Nel bambino, in particolare nei pazienti con sitosterolemia, le manifestazioni reumatologiche possono esordire precocemente con dolore alle caviglie, alle ginocchia o ai piedi, associato a xantomi cutanei e tendinei spesso molto evidenti in sedi come talloni, gomiti, ginocchia e glutei. I genitori riferiscono frequentemente difficoltà nella corsa e nei giochi che richiedono salti o cambi di direzione rapidi, zoppia intermittente e rifiuto di attività sportive, mentre il bambino può lamentare soprattutto “stanchezza alle gambe” o dolore dopo sforzo piuttosto che dolore a riposo. L’assenza di febbre, la negatività degli autoanticorpi e la relativa povertà di segni sistemici infiammatori possono indurre inizialmente a interpretare il quadro come una banale ipersollecitazione meccanica o una crescita dolorosa, ritardando il sospetto di una malattia metabolica di base. La presenza di xantomi multipli, specie se in sedi insolite o molto estesi rispetto al grado di ipercolesterolemia, rappresenta un segnale d’allarme che deve spingere a indagare la possibilità di sitosterolemia o di altre xantomatosi ereditarie.

Nell’adulto, l’artrite da xantomatosi può assumere due profili principali. In alcuni soggetti con ipercolesterolemia familiare o con sitosterolemia diagnosticata in età pediatrica, l’artropatia si presenta come una progressione lenta di quadri già presenti da anni, con rigidità crescente, riduzione dell’escursione articolare e talora dolore cronico a bassa intensità che limita l’attività lavorativa e sportiva. In altri casi, soprattutto quando la malattia di base non è ancora stata riconosciuta, il paziente può presentarsi all’attenzione del reumatologo con tumefazioni bilaterali delle mani o delle caviglie che mimano un’artrite reumatoide sieronegativa, in assenza però di erosioni radiografiche tipiche, di marcatori autoimmuni e con la presenza di marcata dislipidemia e xantomi tendinei in altre sedi. In queste situazioni, il riconoscimento del pattern xantomatoso e la valutazione lipidica mirata consentono di evitare un inquadramento errato come artrite infiammatoria primaria e orientano verso una diagnosi di artropatia da deposito lipidico.

Le manifestazioni sistemiche associate all’artrite da sitosterolemia e xantomatosi riflettono la natura sistemica della malattia di base. Nella sitosterolemia, oltre ai xantomi cutanei e tendinei e all’artrite, sono frequenti macro-trombocitopenia, anemia emolitica, splenomegalia e segni di aterosclerosi precoce, fino a episodi di angina, infarto miocardico e morte improvvisa in età giovane, mentre nelle forme xantomatose legate a ipercolesterolemia familiare dominano le manifestazioni cardiovascolari e l’ipercolesterolemia severa fin dall’infanzia. In alcune xantomatosi metaboliche, come la cerebrotendinosa xantomatosi, si associano inoltre disturbi neurologici, cataratta precoce e osteoporosi, che possono contribuire a una ulteriore limitazione funzionale e a un maggior rischio di fratture. Nel complesso, l’artrite e le artropatie da xantomatosi si inseriscono dunque in un quadro multisistemico in cui la valutazione reumatologica deve sempre essere integrata con un attento inquadramento metabolico, ematologico, cardiovascolare e neurologico, poiché la gestione efficace del difetto lipidico sottostante rappresenta il presupposto per la stabilizzazione o il miglioramento dei sintomi articolari e per la prevenzione delle complicanze a lungo termine.

Accertamenti, sierologia ed imaging

Una volta riconosciuto un quadro articolare compatibile con artropatia xantomatosa in un contesto di sospetta sitosterolemia o altra forma di xantomatosi lipidica ereditaria, l’iter diagnostico deve essere strutturato in modo da documentare la natura da deposito lipidico delle lesioni periarticolari, caratterizzare il profilo metabolico sottostante e valutare l’eventuale danno strutturale articolare e osseo. Il percorso integra esami di laboratorio generali e specifici sul metabolismo lipidico e degli steroli, indagini di biologia molecolare sui geni coinvolti nel trasporto dei fitosteroli e nel metabolismo delle lipoproteine, analisi del liquido sinoviale nei casi con versamento evidente e metodiche di imaging mirate a definire distribuzione, estensione e impatto biomeccanico dei xantomi tendinei, sinoviali e ossei.

Gli esami di I livello comprendono innanzitutto il profilo lipidico tradizionale, con dosaggio di colesterolo totale, LDL, HDL e trigliceridi, che nelle forme di xantomatosi da ipercolesterolemia familiare risultano tipicamente molto elevati, mentre nella sitosterolemia possono essere normali o solo moderatamente aumentati, rendendo indispensabile una valutazione più specifica degli steroli plasmatici. La biochimica di base (funzione epatica e renale, glicemia, assetto tiroideo) serve sia per identificare eventuali cause secondarie di dislipidemia sia per pianificare in sicurezza i trattamenti ipolipemizzanti. Gli indici infiammatori come VES e PCR possono essere normali o modestamente elevati, riflettendo una infiammazione cronica a basso grado piuttosto che una sinovite acuta intensa; valori marcatamente elevati devono sempre indurre a considerare diagnosi alternative o condizioni concomitanti. L’emocromo è in genere normale, ma nelle forme sitosterolemiche può evidenziare anemia emolitica, macro-trombocitopenia o altre anomalie ematologiche che rafforzano il sospetto di malattia di base sistemica.

Per inquadrare in modo specifico la sitosterolemia e le altre forme di xantomatosi è fondamentale il dosaggio plasmatico dei fitosteroli (sitosterolo, campesterolo, stigmasterolo) e, quando indicato, di altri steroli non colesterolo, tramite metodiche di cromatografia liquida ad alta prestazione o gascromatografia accoppiate a spettrometria di massa. Nella sitosterolemia i livelli di fitosteroli risultano marcatamente elevati rispetto ai range di riferimento, mentre nelle xantomatosi colesterolo-correlate prevale l’aumento del colesterolo LDL e delle lipoproteine aterogene classiche. L’assetto lipoproteico esteso (eventuale lipoproteina(a), apolipoproteine, distribuzione dimensionale delle LDL) aiuta a distinguere le diverse forme di dislipidemia ereditaria e a definire il rischio cardiovascolare globale. In questo contesto, i marcatori sierologici di autoimmunità reumatologica (fattore reumatoide, anticorpi anti-CCP, ANA e altri autoanticorpi) sono generalmente negativi o solo debolmente positivi e vengono richiesti soprattutto per escludere artriti infiammatorie primarie che possono coesistere o entrare in diagnosi differenziale.

Un ulteriore pilastro dell’inquadramento diagnostico è rappresentato dagli studi genetici. Nella sitosterolemia l’analisi molecolare mirata dei geni ABCG5 e ABCG8, mediante sequenziamento di nuova generazione o Sanger mirato, consente di identificare varianti patogenetiche bialleliche che confermano la diagnosi e permettono lo screening familiare. Nelle forme di xantomatosi legate a ipercolesterolemia familiare vengono indagati i geni che codificano il recettore LDL, l’apolipoproteina B, la PCSK9 e altri modulatori del metabolismo lipoproteico, con pannelli multigenici dedicati. Il referto genetico, integrato con il profilo biochimico, consente non solo di definire la natura della malattia da accumulo ma anche di orientare la scelta delle strategie ipolipemizzanti e di valutare il rischio cardiovascolare e sistemico del singolo paziente e dei familiari.

L’analisi del liquido sinoviale viene riservata soprattutto ai casi in cui l’artropatia xantomatosa si associa a versamento articolare significativo o in cui il quadro clinico solleva il dubbio di altre cause di sinovite (ad esempio artriti microcristalline o artriti settiche). L’artrocentesi permette di valutare l’aspetto macroscopico del liquido, di solito limpido o leggermente torbido ma non francamente purulento, con conta leucocitaria in genere modesta e prevalenza di mononucleati, a conferma di un’infiammazione cronica di basso grado. L’analisi alla microscopia a luce polarizzata è essenziale per escludere la presenza di cristalli di urato monosodico o di pirofosfato di calcio, mentre le colture batteriche servono a escludere un’artrite settica concomitante. In alcune situazioni, soprattutto quando il sospetto diagnostico è ancora incerto, può essere indicata una biopsia sinoviale o tendinea, che evidenzia istologicamente il tipico tessuto xantomatoso con cellule schiumose, cristalli di colesterolo in cleft e cellule giganti multinucleate, confermando la natura da deposito lipidico.

L’imaging riveste un ruolo cruciale nel documentare la distribuzione e l’impatto delle lesioni xantomatose sulle strutture articolari e periarticolari. La radiografia standard delle articolazioni coinvolte rappresenta il primo passo e, nelle fasi iniziali, può risultare normale o mostrare solo ispessimento dei tessuti molli periarticolari. Con il progredire della malattia possono comparire opacità dei tessuti molli corrispondenti ai xantomi, alterazioni della rima articolare per fenomeni secondari di osteoartrosi localizzata, osteofiti reattivi e, in alcuni casi, aree osteolitiche o geodi subcondrali associate a lesioni xantomatose intraossee. Nelle localizzazioni tendinee, come il tendine di Achille o i tendini estensori delle dita, la radiografia può evidenziare ispessimenti fusiformi dei contorni tendinei e modificazioni delle entesi, ma la sensibilità è limitata rispetto alle metodiche di imaging avanzato.

L’ecografia muscolo-scheletrica è particolarmente utile per l’identificazione e la caratterizzazione dei xantomi tendinei e sinoviali. In mani esperte, i xantomi tendinei appaiono come aree ipoecogene o disomogenee con aumento diffuso dello spessore del tendine, interruzione parziale dell’architettura fibrillare e, talvolta, piccoli spot iperecogeni riferibili a depositi di colesterolo; nelle xantomatosi più estese è possibile osservare noduli ipoecogeni ben delimitati all’interno o intorno alla guaina tendinea. A livello articolare, l’ecografia permette di misurare lo spessore sinoviale, di rilevare l’eventuale versamento, di distinguere noduli xantomatosi da sinovite villosa iperplastica e di valutare il segnale power Doppler, che in genere risulta moderato, coerente con un’infiammazione cronica di basso grado. La possibilità di guidare eventuali biopsie o artrocentesi aumenta l’accuratezza diagnostica limitando l’invasività delle procedure.

La risonanza magnetica offre il dettaglio maggiore per la definizione dell’estensione e della composizione dei xantomi tendinei, sinoviali e ossei. Le lesioni xantomatose tendinee si presentano tipicamente come aree a segnale intermedio o alto in T1, con varia modulazione in T2 e soppressione parziale o completa del segnale nelle sequenze fat-sat, riflettendo la componente lipidica; la somministrazione di mezzo di contrasto può evidenziare un potenziamento periferico in corrispondenza della capsula fibrosa o di aree di infiammazione attiva. A livello osseo, le lesioni xantomatose intraossee appaiono come cavità ben delimitate con segnale di tipo lipidico e talora con margini sclerotici. Nei casi complessi, la risonanza consente di documentare compressioni nervose da masse xantomatose, stenosi del canale vertebrale e altre complicanze strutturali che hanno rilevanza per la pianificazione terapeutica ortopedica o neurochirurgica. La tomografia computerizzata viene utilizzata più selettivamente, soprattutto per definire con precisione l’architettura ossea in presenza di lesioni osteolitiche o di rischio di frattura, mentre le tecniche di medicina nucleare possono essere prese in considerazione in quadri di dolore multifocale di origine incerta, pur senza fornire reperti specifici per la xantomatosi.

Nel complesso, gli accertamenti nell’artrite da sitosterolemia e xantomatosi combinano un approccio metabolico avanzato, che include la quantificazione degli steroli plasmatici e lo studio genetico, con un’imaging articolare e periarticolare mirato alla dimostrazione dei xantomi e della loro influenza sulle strutture meccaniche, integrando quando necessario l’analisi del liquido sinoviale e l’istologia per escludere diagnosi alternative e confermare la natura da deposito lipidico del processo patologico.

Diagnosi e stadiazione

La diagnosi di artrite da sitosterolemia o xantomatosi si fonda sull’integrazione di elementi clinici, laboratoristici, di imaging e, quando possibile, genetico molecolari, con l’obiettivo di attribuire in modo corretto il quadro articolare a una malattia da accumulo lipidico e di differenziarlo dalle artriti infiammatorie autoimmuni e dalle artropatie microcristalline o degenerative. Il punto di partenza è costituito dalla combinazione tra artropatia cronica a basso grado infiammatorio, presenza di xantomi tendinei e periarticolari clinicamente evidenti o radiologicamente documentati e un profilo lipidico o sterolico profondamente alterato per cause ereditarie. In questo contesto, il reumatologo deve mantenere un alto indice di sospetto di fronte a giovani con tumefazioni tendinee simmetriche, in particolare del tendine di Achille e dei tendini estensori delle mani, associate ad artralgie e rigidità, soprattutto se accompagnate da storia personale o familiare di dislipidemia severa o di eventi cardiovascolari precoci.

Nella pratica clinica, la diagnosi di artropatia xantomatosa diventa altamente plausibile quando coesistono alcuni criteri fondamentali: evidenza di xantomi tendinei o cutanei alle sedi tipiche, artropatia oligo o poliarticolare cronica a decorso lento, alterazioni significative del metabolismo degli steroli (elevati fitosteroli plasmatici nella sitosterolemia o marcata ipercolesterolemia LDL nelle forme di ipercolesterolemia familiare) e assenza di marcatori sierologici e radiologici suggestivi per un’artrite autoimmune primaria. La conferma viene dalla documentazione istologica di tessuto xantomatoso in biopsie tendinee o sinoviali e, nelle forme ereditarie, dalla dimostrazione genetica di mutazioni patogenetiche nei geni coinvolti nel trasporto dei fitosteroli o nel metabolismo delle lipoproteine. Al contrario, la sola presenza di dislipidemia lieve o moderata in assenza di xantomi e di un quadro articolare coerente non è sufficiente per porre diagnosi di artropatia xantomatosa.

Per rendere operativo il processo diagnostico è utile identificare un nucleo di elementi che, se presenti in combinazione, sostengono con forza il legame tra artropatia e malattia da accumulo lipidico:


La diagnosi differenziale deve essere condotta con attenzione, poiché i quadri di artropatia xantomatosa possono mimare altre malattie reumatologiche. Le artriti infiammatorie croniche, in particolare l’artrite reumatoide e le spondiloartriti, vanno considerate quando il quadro presenta sinovite clinica evidente, rigidità mattutina prolungata, erosioni marginali precoci o positività del fattore reumatoide e degli anticorpi anti-CCP; in questi casi l’assenza di xantomi significativi, l’andamento clinico più infiammatorio e la risposta favorevole a trattamenti immunosoppressivi possono orientare verso una diagnosi alternativa o verso la coesistenza di due condizioni distinte. Le artropatie microcristalline, come la gotta e la condrocalcinosi, vengono escluse attraverso l’analisi del liquido sinoviale e la dimostrazione diretta dei cristalli, mentre le artrosi primitive o secondarie si distinguono per la distribuzione tipica delle lesioni, il rapporto con il carico meccanico e il pattern radiografico di riduzione della rima, osteofitosi e sclerosi subcondrale in assenza di xantomi periarticolari.

Per quanto riguarda la stadiazione, non esiste un sistema universalmente codificato specifico per l’artropatia da sitosterolemia o xantomatosi, ma dal punto di vista clinico e funzionale è utile distinguere alcuni profili evolutivi che hanno implicazioni prognostiche e terapeutiche. Un primo gruppo comprende le forme iniziali, in cui sono presenti xantomi tendinei o cutanei di piccole dimensioni, artralgie intercorrenti e scarsa limitazione funzionale, con imaging articolare privo di danno strutturale significativo: in questi pazienti un controllo aggressivo del difetto lipidico può stabilizzare o far regredire parte delle lesioni xantomatose e prevenire la progressione articolare. Un secondo gruppo è rappresentato dalle forme intermedie, caratterizzate da xantomi tendinei voluminosi, artropatia cronica con limitazione dell’escursione articolare e segni radiografici o di risonanza magnetica di osteoartrosi secondaria localizzata o di lesioni xantomatose intraossee; in questa fase la sintomatologia funzionale diventa più importante e può rendersi necessario affiancare alla terapia metabolica interventi fisioterapici o, in selezionati casi, procedure chirurgiche di debulking o correzione.

Infine, si possono individuare forme avanzate, in cui l’estesa infiltrazione xantomatosa dei tendini, dei legamenti, della sinovia e dell’osso subcondrale determina deformità marcate, grave limitazione funzionale e complicanze strutturali come fratture patologiche, stenosi del canale vertebrale o compressioni nervose. In questi pazienti la gestione reumatologica si intreccia strettamente con quella ortopedica, neurologica e cardiologica, e il controllo del difetto lipidico di base, pur rimanendo essenziale per prevenire ulteriori danni, può non essere sufficiente a invertire il quadro articolare stabilizzato. Dal punto di vista operativo, la stadiazione dell’artropatia da xantomatosi è quindi principalmente clinico funzionale e strutturale, basata sulla combinazione di sintomi, grado di limitazione dell’attività, reperti di imaging e presenza di complicanze, e viene utilizzata per definire l’intensità della terapia metabolica, la necessità di interventi riabilitativi o chirurgici e la frequenza del follow up multidisciplinare.

Trattamento e prognosi

Gli obiettivi del trattamento dell’artrite da sitosterolemia e xantomatosi sono la riduzione del carico di steroli e colesterolo nei tessuti, la regressione o almeno la stabilizzazione dei xantomi tendinei e periarticolari, il controllo del dolore e della rigidità, la prevenzione della progressione verso danno strutturale irreversibile delle articolazioni e, sul piano sistemico, la riduzione del rischio cardiovascolare e di altre complicanze d’organo correlate alla malattia da accumulo lipidico. A differenza delle artriti infettive, in cui il trattamento mira all’eradicazione di un patogeno, nelle artropatie xantomatose il modello terapeutico si fonda su un’aggressiva correzione del difetto metabolico di base, associata a una gestione mirata delle manifestazioni articolari e a un attento inquadramento multidisciplinare, con particolare attenzione al timing dell’intervento: quanto più precocemente vengono corretti i livelli di fitosteroli e lipidi plasmatici, tanto maggiori sono le probabilità di arrestare o invertire il processo xantomatoso e di preservare la funzione articolare.

Il cardine del trattamento nelle forme legate a sitosterolemia è rappresentato dalla combinazione tra restrizione dietetica di steroli vegetali e terapia farmacologica che riduce l’assorbimento intestinale e la circolazione sistemica dei fitosteroli. La dieta prevede la drastica riduzione di alimenti ricchi di fitosteroli (oli vegetali, frutta secca, semi, alcuni prodotti integrali) e l’evitamento di alimenti fortificati con steroli vegetali, con il supporto di un nutrizionista esperto in malattie metaboliche ereditarie. Sul versante farmacologico, il ruolo centrale è svolto da ezetimibe, che inibisce il trasportatore NPC1L1 sulla mucosa intestinale e riduce in modo significativo l’assorbimento di fitosteroli e colesterolo, determinando un calo dei loro livelli plasmatici e, nel tempo, una possibile regressione dei xantomi. A questo possono essere associati, in base al profilo lipidico del singolo paziente, resine sequestranti gli acidi biliari e statine, che riducono ulteriormente il colesterolo LDL; nelle forme di ipercolesterolemia familiare con xantomatosi tendinea trovano impiego statine ad alta intensità, ezetimibe, inibitori di PCSK9, e, nei casi più severi, procedure come l’LDL aferesi periodica o farmaci specifici per le forme omozigoti. L’obiettivo metabolico è portare i livelli di fitosteroli e colesterolo il più vicino possibile al normale, non solo per prevenire eventi cardiovascolari ma anche per favorire la stabilizzazione o la regressione delle lesioni xantomatose articolari.

Nell’ambito specifico dell’artropatia, la gestione si articola su più livelli. Nelle fasi iniziali, in cui prevalgono dolore e rigidità senza ancora deformità strutturali marcate, la terapia si concentra sul controllo sintomatico e sulla preservazione della mobilità. I FANS vengono utilizzati per ridurre il dolore meccanico infiammatorio legato all’ingombro xantomatoso e all’infiammazione cronica di basso grado, con attenzione a comorbilità gastrointestinali, renali e cardiovascolari. In alcuni pazienti selezionati, brevi cicli di corticosteroidi sistemici a basso dosaggio possono essere considerati in presenza di riacutizzazioni flogistiche periarticolari, ma non rappresentano una strategia di lungo periodo, poiché il processo patogenetico di fondo è da deposito lipidico più che autoimmunitario. I corticosteroidi intra-articolari hanno un ruolo limitato, da riservare a articolazioni con sinovite reattiva e versamento significativo, dopo aver escluso altre cause e valutato il rapporto rischio benefici.

La riabilitazione e la gestione biomeccanica sono componenti essenziali del percorso terapeutico. Programmi fisioterapici personalizzati mirano a mantenere l’ampiezza di movimento, a rinforzare i gruppi muscolari periarticolari e a correggere eventuali schemi motori compensatori che possono aggravare il sovraccarico meccanico su articolazioni già compromesse da xantomi. Nelle localizzazioni a carico del tendine di Achille, delle caviglie e dei piedi, l’utilizzo di plantari, calzature ortopediche e ortesi funzionali può ridurre il dolore e migliorare la stabilità, mentre nelle mani esercizi di mobilizzazione attiva e dispositivi di supporto per l’impugnatura aiutano a preservare la destrezza fine. Il controllo del peso corporeo e la modulazione del carico articolare (ad esempio preferendo attività a basso impatto come il nuoto o la cyclette) contribuiscono a rallentare la progressione del danno meccanico.

Nelle forme più avanzate, in cui i xantomi tendinei e periarticolari raggiungono dimensioni tali da determinare grave limitazione funzionale, deformità evidenti o compressione di strutture nervose, può rendersi necessario il ricorso a interventi chirurgici mirati. Le opzioni comprendono l’escissione o il debulking dei xantomi tendinei, con eventuale plastica o ricostruzione del tendine, la correzione di deformità assiali mediante osteotomie e, nei casi di artrosi secondaria severa o distruzione articolare, procedure di artrodesi o artroprotesi. Questi interventi devono essere programmati in centri con esperienza sia in chirurgia ortopedica complessa sia nella gestione di malattie metaboliche rare, poiché l’esito funzionale dipende in larga misura dalla stabilizzazione preoperatoria del quadro lipidico e dalla capacità di mantenere nel tempo un controllo adeguato dei fitosteroli e delle lipoproteine. In assenza di correzione metabolica, infatti, persiste il rischio di recidiva dei xantomi nella sede operata o in altre sedi tendinee e periarticolari.

Il monitoraggio della risposta terapeutica si basa su più dimensioni: andamento clinico (dolore, rigidità, capacità funzionale, autonomia nelle attività quotidiane), evoluzione dei reperti di imaging (dimensioni dei xantomi, segni di artrosi secondaria, presenza di lesioni intraossee) e miglioramento del profilo metabolico (riduzione dei livelli di fitosteroli e di colesterolo LDL). In molti pazienti, soprattutto se trattati precocemente, si osserva nel corso dei mesi una progressiva riduzione delle dimensioni dei xantomi, un miglioramento della sintomatologia articolare e una maggiore tolleranza allo sforzo, in parallelo con il miglioramento dei parametri biochimici. Il follow up regolare consente di adeguare nel tempo la terapia ipolipemizzante e di individuare precocemente eventuali segni di progressione strutturale che potrebbero beneficiare di un intervento riabilitativo o chirurgico più intensivo.

La prognosi dell’artrite da sitosterolemia e xantomatosi è fortemente dipendente dal momento in cui la diagnosi viene posta e dal grado di controllo ottenuto sui livelli di steroli e lipidi plasmatici. Nei pazienti in cui la malattia viene riconosciuta in età pediatrica o giovanile e la terapia metabolica viene avviata precocemente, è possibile ottenere una regressione significativa dei xantomi, un miglioramento del quadro articolare e la prevenzione di danni strutturali maggiori, con conservazione di una buona qualità di vita e di un livello di attività fisica soddisfacente. Quando, al contrario, la diagnosi è tardiva e le articolazioni sono già interessate da deformità, artrosi secondaria o lesioni xantomatose intraossee estese, l’obiettivo realistico diventa la stabilizzazione della malattia e la prevenzione di ulteriori peggioramenti, sapendo che alcune alterazioni strutturali saranno permanenti e richiederanno strategie di compenso e, talvolta, chirurgia ricostruttiva.

In termini di outcome globale, il peso prognostico maggiore nelle malattie da accumulo lipidico è spesso legato alle complicanze cardiovascolari e neurologiche piuttosto che al solo coinvolgimento articolare; tuttavia, l’artropatia xantomatosa può rappresentare una fonte rilevante di disabilità e di limitazione della partecipazione sociale. Fattori prognostici sfavorevoli per l’esito articolare comprendono un carico xantomatoso molto elevato e da lungo tempo, la presenza di lesioni intraossee con rischio di frattura, la necessità di interventi chirurgici ripetuti su articolazioni di carico e la coesistenza di osteoporosi, sarcopenia o altre condizioni che compromettono la capacità di compenso biomeccanico. Nonostante ciò, in molti casi un approccio combinato che integri terapia metabolica mirata, presa in carico reumatologica, riabilitazione strutturata e, quando necessario, chirurgia ortopedica consente di ottenere un controllo soddisfacente dei sintomi, di mantenere una discreta autonomia funzionale e di ridurre il rischio di evoluzione verso disabilità articolare grave.

Complicanze

Le complicanze dell’artrite da sitosterolemia e xantomatosi derivano dall’interazione tra la durata e l’intensità del processo da deposito lipidico, il grado di infiltrazione xantomatosa di tendini, sinovia e osso, il controllo ottenuto sui livelli di fitosteroli e lipidi plasmatici e l’eventuale presenza di comorbilità sistemiche correlate alla malattia di base. A differenza delle artriti infettive acute, nelle quali dominano le complicanze settiche sistemiche, nelle artropatie xantomatose il peso principale è rappresentato dalle sequele strutturali e funzionali a carico dell’apparato locomotore e dalle complicanze cardiovascolari e neurologiche che, pur non essendo direttamente articolari, influenzano in modo sostanziale la prognosi e la qualità di vita del paziente.

Sul piano articolare, la complicanza più frequente è l’evoluzione verso quadri di rigidità cronica e limitazione dell’escursione articolare dovute all’ingombro del tessuto xantomatoso e alla fibrosi periarticolare. Xantomi di grandi dimensioni nei tendini di Achille, nelle caviglie, nelle ginocchia o nelle mani possono ridurre in modo significativo la mobilità, alterare la biomeccanica del passo, compromettere la funzione di presa e di pinza fine e rendere difficoltose le attività quotidiane come salire le scale, mantenere la stazione eretta prolungata o svolgere lavori manuali di precisione. Nel tempo, la persistenza di alterazioni meccaniche e di un’infiammazione cronica a basso grado può favorire lo sviluppo di artrosi secondaria nelle articolazioni coinvolte, con assottigliamento della cartilagine, osteofiti reattivi, sclerosi subcondrale e dolore meccanico che si somma al disagio legato all’ingombro xantomatoso.

Un’altra complicanza rilevante è rappresentata dalle deformità strutturali e dalle alterazioni dell’asse articolare e degli allineamenti segmentari. Xantomi voluminosi in sedi strategiche possono determinare deviazioni assiali (per esempio varismo o valgismo del ginocchio), retrazioni tendinee, dita a martello o altre deformità del piede e della mano che non solo compromettono la funzione ma rendono più difficile la correzione ortesica. Nelle forme in cui la malattia interessa anche il rachide, la deposizione xantomatosa nei legamenti e nelle strutture posteriori può contribuire a riduzione della mobilità segmentaria e, in casi selezionati, a quadri di stenosi del canale vertebrale con claudicatio neurogena o sintomi radicolari. In presenza di xantomi intraossei, soprattutto nelle epifisi e metafisi delle ossa lunghe o nelle ossa del piede, l’indebolimento della struttura trabecolare può predisporre a fratture patologiche o a collassi subcondrali, con ulteriore peggioramento dell’assetto articolare.

Dal punto di vista funzionale, la combinazione di dolore, rigidità, deformità e paura del movimento può condurre a un progressivo decondizionamento muscolare, con atrofia dei gruppi muscolari periarticolari, perdita di forza, alterazioni della propriocezione e riduzione della resistenza allo sforzo. Nei bambini e negli adolescenti, la limitazione alla partecipazione ad attività sportive e ricreative può avere ripercussioni significative sullo sviluppo motorio, sulla socializzazione e sulla percezione di sé, con rischio di isolamento, demoralizzazione o abbandono precoce di attività fisiche protettive per l’osso e la muscolatura. Negli adulti, soprattutto in presenza di attività lavorative fisicamente impegnative, l’artropatia xantomatosa può tradursi in riduzione della produttività, assenze prolungate dal lavoro o necessità di riconversione professionale.

Le complicanze iatrogene sono legate principalmente alla terapia ipolipemizzante intensiva e agli interventi chirurgici orthopedici. L’uso prolungato di statine ad alta intensità, di ezetimibe, di resine sequestranti gli acidi biliari o di altri farmaci ipolipemizzanti di nuova generazione può associarsi a effetti avversi muscolari (mialgie, miopatia, raramente rabdomiolisi), epatotossicità, disturbi gastrointestinali e, nelle forme più complesse, interferenze con l’assorbimento di vitamine liposolubili, con possibile comparsa di deficit di vitamina D, E o K che incidono sulla salute ossea e sulla coagulazione. L’LDL aferesi periodica, pur essendo una procedura sicura nei centri esperti, richiede accessi vascolari ripetuti e può associarsi a ipotensione, alterazioni elettrolitiche e affaticamento post-seduta. Sul piano chirurgico, l’escissione di xantomi e gli interventi di ricostruzione tendinea o artroprotesica comportano i rischi tipici della chirurgia ortopedica maggiore, inclusi infezioni, problemi di cicatrizzazione, fallimento dell’impianto e recidiva dei xantomi nella sede operata se il controllo metabolico non è adeguato.

Nel contesto più ampio della malattia da accumulo, le complicanze sistemiche cardiovascolari e neurologiche influenzano indirettamente anche la gestione e l’esito dell’artropatia. L’elevato rischio di aterosclerosi precoce, angina, infarto miocardico e malattia cerebrovascolare nella sitosterolemia e nelle forme di ipercolesterolemia familiare grave può limitare la possibilità di attività fisica intensa, aumentare la necessità di polifarmacoterapia e rendere più complesso il percorso riabilitativo. In alcune xantomatosi, come quelle con coinvolgimento del sistema nervoso centrale, le atassie, le neuropatie periferiche o i disturbi cognitivi possono sommarsi alla limitazione articolare, amplificando la disabilità globale. In questo scenario, la valutazione reumatologica deve integrarsi con quella cardiologica, neurologica e metabolologica per definire un piano di cura realistico e sostenibile.

Nei bambini l’artropatia xantomatosa, se non riconosciuta e trattata precocemente, può interferire con lo sviluppo scheletrico e con l’allineamento degli arti inferiori, determinando dismetrie, ginocchia vare o valghe e altre alterazioni posturali che, una volta stabilizzate, richiedono interventi ortopedici correttivi complessi. Anche in assenza di lesioni strutturali gravi, il timore di dolore o di traumi può portare a una riduzione marcata della partecipazione alle attività fisiche scolastiche ed extrascolastiche, con ripercussioni sulla massa muscolare, sull’autostima e sulle relazioni con i pari. Un adeguato supporto fisioterapico e psicologico è spesso necessario per evitare che l’esperienza di malattia si cristallizzi in un modello di evitamento del movimento difficilmente reversibile in età adulta.

Dal punto di vista prognostico globale, molte delle complicanze dell’artrite da sitosterolemia e xantomatosi sono potenzialmente prevenibili o mitigabili attraverso una diagnosi precoce, un controllo aggressivo e duraturo dei livelli di fitosteroli e lipidi plasmatici, un monitoraggio strutturato delle articolazioni e dei xantomi, una riabilitazione personalizzata e una pianificazione attenta degli interventi chirurgici quando necessari. La valutazione regolare dei fattori di rischio per decorso complicato (carico xantomatoso elevato, coinvolgimento intraosseo, presenza di deformità in crescita, comorbilità cardiovascolari e neurologiche) consente di identificare i pazienti che possono beneficiare di strategie più intensive e di un follow up multidisciplinare stretto, con l’obiettivo di minimizzare il rischio di disabilità articolare cronica e di preservare, per quanto possibile, una buona qualità di vita lungo l’intero arco della malattia.

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