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Sindrome di Nijmegen (NBS)

La sindrome di Nijmegen (NBS) è una rara immunodeficienza combinata autosomica recessiva, caratterizzata da microcefalia congenita progressiva, dismorfismi craniofacciali peculiari, difetti della risposta immunitaria cellulare e umorale, marcata instabilità cromosomica e predisposizione a neoplasie, in particolare linfomi a cellule B. È causata da mutazioni bialleliche del gene NBN (precedentemente noto come NBS1), localizzato sul cromosoma 8q21, che codifica per la proteina nibrina, componente essenziale del complesso MRN (MRE11-RAD50-NBN), fondamentale nel riconoscimento e nel segnale di riparazione delle rotture a doppio filamento del DNA (DSB).

Clinicamente, i pazienti presentano microcefalia progressiva evidente fin dalla prima infanzia, facies tipica con fronte sfuggente, rima palpebrale inclinata verso l’alto, naso prominente e mandibola ipoplasica. Le anomalie dello sviluppo si associano a ritardo della crescita staturo-ponderale, variabile compromissione cognitiva e difetto immunitario combinato, che si traduce in infezioni respiratorie ricorrenti e ridotta risposta anticorpale a vaccini e antigeni polisaccaridici.

Il quadro immunologico mostra frequentemente ipogammaglobulinemia selettiva o globale, difetto di switch isotipico, linfopenia T con repertorio ridotto e alterazioni della funzione NK. La predisposizione a linfomi deriva dal fallimento dei meccanismi di sorveglianza genomica e dall’accumulo di aberrazioni cromosomiche, in particolare traslocazioni che coinvolgono i loci delle immunoglobuline.

La sindrome è più frequente nell’Europa centrale e orientale per effetto fondatore della mutazione 657del5 del gene NBN, responsabile della maggior parte dei casi descritti in Polonia, Repubblica Ceca e paesi limitrofi. L’incidenza è stimata intorno a 1:100.000–200.000 nati vivi in queste popolazioni, mentre è eccezionale altrove.

La prognosi rimane severa per l’elevata incidenza di linfomi e complicanze infettive, ma il riconoscimento precoce e la gestione integrata con immunoglobuline sostitutive, monitoraggio oncologico e, in casi selezionati, trapianto allogenico di cellule staminali ematopoietiche, possono migliorare la sopravvivenza.

Eziologia, patogenesi e fisiopatologia

La sindrome di Nijmegen è causata da mutazioni bialleliche del gene NBN, che codifica per la proteina nibrina, parte integrante del complesso trimerico MRN insieme a MRE11 e RAD50. Questo complesso ha un ruolo cruciale nel riconoscimento precoce delle rotture a doppio filamento del DNA (DSB), nel reclutamento delle chinasi ATM e ATR e nell’attivazione dei checkpoint del ciclo cellulare. La mutazione più comune, 657del5, determina una proteina tronca instabile ma con parziale attività residua, compatibile con la sopravvivenza, sebbene gravemente patologica.

Il complesso MRN è necessario per l’attivazione di ATM, la chinasi centrale della risposta al danno da DSB. In condizioni fisiologiche, ATM fosforila substrati chiave (p53, CHK2, BRCA1, H2AX) coordinando arresto del ciclo cellulare, riparo mediante ricombinazione omologa o non-omologa e, se necessario, induzione di apoptosi. Nella NBS, la carenza di nibrina riduce la capacità di reclutare ATM e di stabilizzare i foci di riparo, con conseguente instabilità genomica, traslocazioni ricorrenti e predisposizione a neoplasie.

Dal punto di vista immunologico, i difetti del complesso MRN hanno un impatto diretto sui processi fisiologici che generano DSB nei linfociti, ossia la ricombinazione V(D)J durante la maturazione dei recettori T e B e la commutazione di classe (CSR) nelle cellule B attivate. La compromissione di questi meccanismi determina un repertorio linfocitario ristretto, ridotta produzione di IgA e IgG (con IgM relativamente conservate) e risposta anticorpale subottimale agli antigeni polisaccaridici. Parallelamente, l’attivazione linfocitaria è inefficace per la persistente attivazione di checkpoint di danno e la maggiore suscettibilità all’apoptosi.


La microcefalia progressiva tipica della NBS riflette un deficit intrinseco dei progenitori neuronali, incapaci di sostenere divisioni cellulari ripetute in presenza di danno genomico accumulato. Ciò porta a una riduzione del volume cerebrale, pur in presenza di sviluppo cognitivo relativamente preservato nei primi anni di vita, che può successivamente declinare.

La radiosensibilità clinicamente rilevante, condivisa con l’atassia teleangiectasia, deriva dal mancato reclutamento e attivazione di ATM da parte del complesso MRN. Di conseguenza, i pazienti sviluppano tossicità severe in seguito a esposizioni radianti o a farmaci che inducono DSB, richiedendo particolare cautela terapeutica.

Dal punto di vista oncologico, la cooperazione tra instabilità genomica, immunodeficienza e alterata sorveglianza immunitaria spiega l’elevata frequenza di linfomi aggressivi (diffusi a grandi cellule B, Burkitt) già nell’infanzia o adolescenza. Questo rischio è ulteriormente amplificato da infezioni virali oncogene, in particolare EBV.

Nel complesso, la fisiopatologia della NBS integra un difetto primario di riparo del DNA e di segnalazione del danno con ricadute su sviluppo neurologico, immunità adattativa e sorveglianza oncologica, dando origine a un fenotipo multisistemico dominato da microcefalia, immunodeficienza, infezioni ricorrenti e predisposizione tumorale.

Manifestazioni cliniche

La sindrome di Nijmegen è un disordine da instabilità cromosomica caratterizzato da microcefalia progressiva, dismorfismi facciali tipici, immunodeficienza combinata e predisposizione oncologica. L’esordio clinico si manifesta già nei primi mesi di vita con microcefalia congenita, che tende ad accentuarsi con la crescita, accompagnata da ritardo della crescita staturo-ponderale e deficit variabili dello sviluppo psicomotorio e cognitivo.

L’anamnesi rileva frequenti infezioni respiratorie ricorrenti (otiti, sinusiti, bronchiti e polmoniti batteriche), che possono complicarsi con bronchiectasie e danno polmonare cronico. Sono comuni infezioni virali gravi o persistenti da Herpesviridae e papillomavirus, riflesso della compromissione della risposta immunitaria cellulare e anticorpale. Alcuni pazienti presentano diarrea cronica e malassorbimento correlati a deficit immunitari intestinali. L’anamnesi familiare può rivelare consanguineità e casi simili, dato che la sindrome è più frequente in popolazioni slave dell’Europa orientale.

All’esame obiettivo emergono caratteristiche cranio-facciali tipiche: fronte sfuggente, radice nasale prominente, telecantismo, blefarofimosi, mandibola piccola e padiglioni auricolari grandi e dismorfici. La microcefalia è evidente e progressiva, con circonferenza cranica marcatamente ridotta rispetto all’età. Sono frequenti bassa statura, ridotto peso corporeo e ipotrofia muscolare. Possono coesistere anomalie cutanee (macchie caffelatte, teleangectasie), segni di eczema o lesioni secondarie a infezioni cutanee croniche.

Le manifestazioni immunologiche comprendono linfopenia T variabile, riduzione marcata dei linfociti B e ipogammaglobulinemia (soprattutto deficit di IgG2 e IgA), con conseguente suscettibilità ad infezioni sinopolmonari e virali. Alcuni pazienti sviluppano autoimmunità, come citopenie autoimmuni o malattie autoimmuni organo-specifiche. L’associazione di microcefalia, dismorfismi caratteristici, infezioni ricorrenti e ipogammaglobulinemia rappresenta un segnale clinico di forte sospetto.

Un aspetto critico è la marcata predisposizione oncologica: fino al 40% dei pazienti sviluppa neoplasie, soprattutto linfomi non-Hodgkin a cellule B (diffusi a grandi cellule, linfomi di Burkitt) e leucemie linfoblastiche. Possono comparire anche tumori solidi, sebbene meno frequentemente. Il rischio è ulteriormente aggravato dall’ipersensibilità alle radiazioni ionizzanti, che comporta tossicità severa da esposizioni radiologiche e oncologiche convenzionali.

Dal punto di vista neurologico, nonostante la microcefalia, lo sviluppo motorio può essere relativamente preservato; sono frequenti però deficit cognitivi da lievi a moderati, difficoltà di apprendimento e disturbi comportamentali. L’ipofertilità è descritta in entrambi i sessi, correlata a disfunzioni gonadiche e alterazioni endocrine.

In sintesi, la sindrome di Nijmegen presenta un quadro clinico caratteristico in cui microcefalia e fenotipo dismorfico si associano a immunodeficienza e ad alto rischio oncologico. Il riconoscimento precoce consente di indirizzare gli accertamenti diagnostici e pianificare un follow-up preventivo multidisciplinare.

Accertamenti e diagnosi

Il sospetto di sindrome di Nijmegen nasce di fronte a un bambino con microcefalia congenita progressiva, dismorfismi facciali peculiari e infezioni ricorrenti in presenza di immunodeficienza umorale e cellulare. Gli accertamenti di primo livello includono emocromo con formula (linfopenia variabile), dosaggio delle immunoglobuline (riduzione di IgG2 e IgA, IgM normali o lievemente ridotte) e studio della risposta anticorpale ai vaccini. Lo striscio periferico non mostra anomalie specifiche, ma può evidenziare linfociti ridotti e segni di citopenia.

Gli approfondimenti successivi prevedono immunofenotipo linfocitario (riduzione marcata delle cellule B CD19+ e alterazioni quantitative/funzionali dei linfociti T), valutazione della funzione linfocitaria (test di proliferazione a mitogeni e antigeni) e analisi della funzione NK. Il profilo immunologico consente di distinguere la NBS da altre immunodeficienze combinate e di pianificare la terapia sostitutiva con immunoglobuline.

Il test dirimente è l’analisi molecolare del gene NBN, localizzato su 8q21, che codifica la proteina nibrina, fondamentale per il complesso MRN (MRE11-RAD50-NBN) nel riparo del DNA a doppio filamento. La mutazione fondatrice più frequente è la delezione c.657_661del5, tipica delle popolazioni slave. La conferma genetica è indispensabile per porre diagnosi definitiva, consentire la consulenza genetica e avviare protocolli di sorveglianza oncologica.

In centri esperti, saggi di radiosensibilità cellulare (aumento di riarrangiamenti cromosomici dopo esposizione a radiazioni ionizzanti) e test di instabilità cromosomica costituiscono un supporto diagnostico importante e confermano la natura di sindrome da difetto di riparo del DNA. La AFP sierica è normale (al contrario dell’atassia teleangiectasia) e rappresenta un elemento di distinzione.

La diagnosi differenziale include altre sindromi da instabilità cromosomica (atassia teleangiectasia, sindrome di Bloom, sindrome di Seckel), difetti di riparo del DNA e immunodeficienze combinate con microcefalia (p.es. mutazioni in LIG4, XRCC4). La distinzione si fonda sulla combinazione di fenotipo clinico, immunodeficienza e test genetico specifico.


Una volta confermata la diagnosi, è fondamentale definire l’estensione della malattia mediante imaging toracico (preferibilmente RM o TC a bassa dose), valutazione respiratoria funzionale, screening oncologico precoce e periodico, monitoraggio della crescita e dello sviluppo neurocognitivo. La minimizzazione dell’esposizione a radiazioni ionizzanti è cruciale per la gestione clinica, sia diagnostica che terapeutica.

Trattamento e prognosi

La gestione della sindrome di Nijmegen richiede un approccio multidisciplinare che tenga conto della combinazione di immunodeficienza, instabilità genomica e predisposizione oncologica. La terapia di supporto comprende la sostituzione con immunoglobuline nei pazienti con ipogammaglobulinemia clinicamente significativa o con infezioni ricorrenti, insieme a profilassi antibiotica mirata nei casi con deficit cellulari severi. È raccomandata la vaccinazione con vaccini inattivati, mentre i vaccini vivi attenuati devono essere evitati. La fisioterapia respiratoria e il monitoraggio delle complicanze polmonari croniche (bronchiectasie, insufficienza respiratoria) costituiscono parte integrante della presa in carico.

Il trapianto allogenico di cellule staminali emopoietiche è stato sperimentato in una quota limitata di pazienti con immunodeficienza severa o neoplasie, ma i risultati sono condizionati dall’elevata radiosensibilità e dalla predisposizione al danno da condizionamento, rendendo la procedura gravata da alto rischio di tossicità e complicanze a lungo termine. Per questo motivo l’HSCT non è considerato una strategia standard, ma viene valutato caso per caso in contesti selezionati.

L’oncoprevenzione riveste un ruolo centrale: i pazienti necessitano di sorveglianza clinico-strumentale continua per la diagnosi precoce di linfomi, leucemie e tumori solidi, privilegiando metodiche di imaging non ionizzanti. I protocolli terapeutici oncologici devono essere adattati alla sensibilità al danno del DNA, con riduzione delle dosi chemioterapiche, uso di farmaci meno genotossici e rigorosa limitazione dell’esposizione radioterapica. Nei linfomi B, che costituiscono la complicanza oncologica più frequente, vengono adottati schemi che integrano immunochemioterapia e supporto intensivo.

Sono in fase di studio approcci innovativi volti a modulare le vie di riparazione del DNA o a correggere il difetto di NBN, ma restano a livello sperimentale. Attualmente la gestione rimane centrata sul supporto clinico, la prevenzione delle infezioni e la sorveglianza oncologica.

La prognosi è severa e dipende dall’età di insorgenza e dal tipo di complicanze. La sopravvivenza media è di circa 20–25 anni, con mortalità prevalentemente legata a infezioni ricorrenti e neoplasie ematologiche. Nei pazienti seguiti in centri specializzati e sottoposti a monitoraggio intensivo, l’aspettativa di vita può essere prolungata, ma resta significativamente ridotta rispetto alla popolazione generale.

Complicanze

Le complicanze della sindrome di Nijmegen riflettono la natura stessa del difetto molecolare che compromette i meccanismi di riparazione del DNA e la funzionalità del sistema immunitario. Fin dalla prima infanzia, le infezioni respiratorie ricorrenti determinano danni cumulativi all’albero bronchiale, con progressiva comparsa di bronchiectasie e insufficienza respiratoria cronica, che rappresentano una delle principali cause di morbilità. L’instabilità genomica si traduce in un rischio oncologico elevatissimo: linfomi non-Hodgkin a cellule B insorgono spesso già in età pediatrica, frequentemente associati a infezione da EBV, e la risposta ai protocolli chemioterapici convenzionali è ostacolata sia dalla tossicità eccessiva sia dall’inefficacia dovuta alla necessità di ridurre le dosi. Oltre ai linfomi, non sono rari casi di leucemia linfoblastica acuta e, con l’aumentare dell’età, tumori solidi, in particolare mammari, ovarici e gastrointestinali.

Le complicanze autoimmuni, pur meno frequenti rispetto ad altre immunodeficienze, possono manifestarsi con citopenie croniche, endocrinopatie e tiroiditi, contribuendo a peggiorare il quadro clinico. A queste si aggiungono i problemi legati alla radiosensibilità estrema: l’esposizione a radiazioni ionizzanti, anche a basse dosi, non solo accelera il danno tissutale ma può indurre neoplasie secondarie, motivo per cui la radioterapia è considerata controindicata e persino gli esami radiologici vanno ridotti al minimo indispensabile.

Le strategie terapeutiche stesse comportano rischi iatrogeni rilevanti. La somministrazione prolungata di antibiotici favorisce tossicità cumulative ed emergenza di resistenze, mentre le immunoglobuline sostitutive possono dare reazioni infusionali sistemiche. Nei rari casi in cui si è tentato il trapianto allogenico di cellule staminali, le complicanze da condizionamento sono risultate particolarmente gravi a causa dell’instabilità genomica intrinseca, con beneficio limitato sul lungo termine.

Nel complesso, il decorso clinico è dominato da una continua interazione fra infezioni croniche, autoimmunità, complicanze respiratorie e neoplastiche, e tossicità terapeutiche, in un equilibrio estremamente fragile. Solo un monitoraggio strettissimo, con presa in carico multidisciplinare e personalizzazione delle strategie di prevenzione e trattamento, consente oggi di migliorare qualità e durata di vita, pur in un contesto prognostico che resta severo e che impone la ricerca costante di approcci innovativi.

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