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Angina vasospastica

L’angina vasospastica è una sindrome ischemica episodica nella quale una coronaria epicardica si contrae transitoriamente fino a ridurre in modo critico il flusso coronarico. La crisi può interessare un segmento angiograficamente normale, una sede con aterosclerosi non ostruttiva oppure il margine di una stenosi significativa; la normalità del lume tra gli episodi non esclude la diagnosi. Durata, territorio e risposta collaterale determinano l’intensità dell’ischemia. Una costrizione prolungata può produrre necrosi e aritmie, non soltanto dolore.
Il termine storico angina di Prinzmetal descrive soprattutto la variante con dolore a riposo e sopraslivellamento transitorio del tratto ST; l’attuale definizione di angina vasospastica è più ampia. Comprende episodi con sopraslivellamento, sottoslivellamento o altre modificazioni ischemiche, purché il quadro rispetti criteri clinici e strumentali verificabili. Non ogni angina notturna è vasospastica. Non ogni risposta al nitrato dimostra spasmo coronarico. La diagnosi integra sintomi, ECG e documentazione della vasocostrizione.

Questa condizione deve essere separata dallo spasmo microvascolare, nel quale acetilcolina riproduce sintomi e ischemia ECG senza la costrizione epicardica superiore al 90 per cento richiesta dai criteri internazionali. Deve essere distinta anche dalla disfunzione endoteliale, un fenotipo fisiologico valutato con acetilcolina a basse dosi e infusione lenta che può esistere senza crisi anginose. I meccanismi possono coesistere nello stesso paziente. La sovrapposizione non rende le definizioni intercambiabili. Ogni risultato deve indicare dose, protocollo e compartimento studiato.
Il vasospasmo non è uniformemente benigno. Molti pazienti ottengono un buon controllo con calcio-antagonisti e rimozione dei fattori provocanti, ma episodi prolungati possono causare sindrome coronarica acuta, infarto, sincope, blocco atrioventricolare, tachicardia ventricolare e arresto cardiaco; la stratificazione prognostica considera precedenti aritmie, spasmo multivasale, stenosi organiche e aderenza. Una coronarografia senza ostruzioni non autorizza rassicurazioni assolute. Una terapia efficace va proseguita e rivalutata nel tempo.

Eziologia, fattori di rischio, patogenesi e fisiopatologia

Il meccanismo immediato è l’iperreattività della muscolatura liscia coronarica. Un aumento della sensibilità al calcio e della fosforilazione della catena leggera della miosina consente una contrazione sproporzionata rispetto allo stimolo. L’attivazione della Rho-chinasi inibisce la fosfatasi della miosina e mantiene il tono anche senza un grande incremento del calcio intracellulare; questo asse è documentato soprattutto in studi meccanicistici giapponesi. Non esiste un test clinico routinario della Rho-chinasi. La provocazione misura il fenotipo vasomotorio risultante.
L’endotelio sano rilascia ossido nitrico, prostaciclina e fattori iperpolarizzanti che contrastano la vasocostrizione. Quando questa funzione è alterata, acetilcolina può favorire una risposta costrittiva perché resta prevalente l’azione muscarinica diretta sulla muscolatura liscia. La modulazione endoteliale abbassa quindi la soglia in alcuni pazienti. Non è però necessaria né sufficiente per spiegare ogni spasmo. Una prova ad alte dosi esplora soprattutto la suscettibilità allo spasmo. Non deve essere descritta automaticamente come misura selettiva dell’endotelio.

Il sistema nervoso autonomo contribuisce alla variabilità circadiana. Le crisi si concentrano spesso tra notte e prime ore del mattino, quando oscillano tono vagale, attività simpatica, catecolamine e reattività vascolare. Una brusca transizione autonomica può precedere l’episodio più della frequenza cardiaca assoluta; i risultati sperimentali non sostengono un unico profilo autonomico universale. Stress mentale e iperventilazione possono provocare crisi in soggetti suscettibili. Il sonno non rappresenta di per sé la causa della malattia.
Il fumo di tabacco è il fattore modificabile più costantemente associato al vasospasmo. Stress ossidativo, inattivazione dell’ossido nitrico, infiammazione e aumento della reattività vascolare spiegano una parte del rischio. La cessazione completa è una misura terapeutica, non un consiglio accessorio; anche fumo passivo e ricadute devono essere discussi. Ipertensione, diabete e dislipidemia mantengono rilevanza cardiovascolare generale. La loro associazione specifica con vasospasmo è meno uniforme di quella del fumo.

Alcol in quantità elevate, freddo, iperventilazione, stress intenso e deprivazione di sonno sono fattori scatenanti riportati, ma la sensibilità è individuale. Cocaina e amfetamine aumentano catecolamine e possono determinare vasocostrizione grave, trombosi e danno miocardico. Gli ergot derivati, alcuni triptani e simpaticomimetici nasali meritano cautela in chi ha vasospasmo documentato. Il nesso temporale deve essere ricostruito con precisione. Il paziente non deve sospendere autonomamente terapie indispensabili. Alternative farmacologiche vanno concordate con il prescrittore.
Le fluoropirimidine, soprattutto 5-fluorouracile e capecitabina, possono causare ischemia attraverso vasospasmo e altri meccanismi cardiotossici. Una crisi durante infusione richiede interruzione controllata, valutazione urgente e coordinamento cardio-oncologico; un’eventuale riesposizione è una decisione specialistica. Il vasospasmo iatrogeno non va banalizzato come effetto transitorio innocuo. Farmaco, dose, infusione e alterazioni ECG devono essere documentati. La profilassi con vasodilatatori non elimina ogni rischio. Beneficio oncologico e pericolo cardiaco vengono bilanciati individualmente.

Infiammazione avventiziale, stress ossidativo, magnesio, varianti genetiche e differenze nella segnalazione vascolare sono stati studiati come modificatori. Nessun singolo biomarcatore possiede accuratezza sufficiente per confermare o escludere la malattia. La maggiore prevalenza storica in popolazioni dell’Asia orientale suggerisce una combinazione di suscettibilità biologica, esposizioni e pratica diagnostica. Le stime occidentali aumentano quando la provocazione viene applicata sistematicamente. L’etnia non sostituisce la valutazione clinica. La diagnosi non può basarsi su un profilo genetico commerciale.

Anatomia patologica, classificazione ed evoluzione

Lo spasmo può essere focale, quando coinvolge un segmento circoscritto, oppure diffuso lungo una porzione estesa del vaso. Il consenso COVADIS richiede una costrizione transitoria totale o subtotale superiore al 90 per cento, associata ad angina e ischemia ECG. Le linee guida giapponesi includono anche una costrizione diffusa del 90 per cento in almeno due segmenti contigui con segni ischemici. La percentuale viene confrontata con il diametro dopo nitrato. La sola impressione visiva è meno affidabile della quantificazione. Una riduzione inferiore non soddisfa il criterio epicardico standard.
Un singolo vaso o più coronarie possono reagire durante la stessa procedura o in momenti differenti. Il vasospasmo multivasale espone una maggiore massa miocardica all’ischemia e compare tra i determinanti prognostici sfavorevoli nelle coorti giapponesi. La sede condiziona il tipo di aritmia: coinvolgimento destro può favorire bradicardia e blocco, mentre ampi territori anteriori facilitano instabilità ventricolare; queste associazioni non sono deterministiche. Anatomia collaterale e durata modificano l’esito. Ogni referto deve indicare vaso, segmento, dose e reversibilità.

La parete può apparire normale all’angiografia, ma imaging intracoronarico identifica spesso aterosclerosi subclinica, ispessimento intimale o irregolarità nella sede reattiva. Spasmo e placca non si escludono: una stenosi organica può aumentare il rischio e rendere più complessa l’interpretazione della crisi; la rivascolarizzazione tratta una lesione limitante, non la predisposizione vasomotoria diffusa. Uno stent non è terapia standard dello spasmo senza stenosi significativa. Vasodilatatori restano necessari se il fenotipo persiste.
La classificazione si fonda sui criteri COVADIS. Il primo elemento è angina nitrato-responsiva con almeno una caratteristica tra riposo, variazione circadiana della tolleranza, iperventilazione o soppressione con calcio-antagonisti ma non beta-bloccanti. Il secondo è una modificazione ischemica ECG transitoria durante dolore: sopraslivellamento o sottoslivellamento ST di almeno 0,1 mV, oppure nuove onde U negative, in almeno due derivazioni contigue. Il terzo elemento è lo spasmo documentato. La registrazione deve coincidere temporalmente con il sintomo. Alterazioni croniche non soddisfano il criterio episodico.

L’angina vasospastica è definitiva quando è presente angina nitrato-responsiva e almeno uno tra ECG ischemico transitorio e spasmo documentato. È sospetta quando l’angina è compatibile ma ECG non è conclusivo e spasmo non è documentato, oppure quando un singolo elemento resta ambiguo secondo la classificazione. La diagnosi definitiva non richiede obbligatoriamente che tutti e tre i componenti siano presenti. La provocazione acquista valore quando gli episodi spontanei non sono catturati. Un esito positivo richiede la triade del test. La sola risposta al nitrato resta poco specifica.
Lo spasmo microvascolare riproduce dolore abituale e modificazioni ischemiche durante acetilcolina senza costrizione epicardica superiore al 90 per cento. Costituisce un endotipo di angina microvascolare, non una forma angiograficamente invisibile di spasmo epicardico. La distinzione compartimentale cambia interpretazione e forza delle evidenze terapeutiche. Entrambi i fenomeni possono comparire nello stesso paziente. Una sequenza di dosi può rivelare risposte diverse. Il referto non deve etichettare ogni dolore provocato come test positivo.

Il decorso alterna frequentemente periodi di attività, con episodi raggruppati in cluster, e intervalli asintomatici. La scomparsa temporanea del dolore non dimostra guarigione e la sospensione improvvisa dei vasodilatatori può favorire recidive. L’attività vasospastica può cambiare con fumo, farmaci, stress e assetto autonomico. Follow-up e aderenza restano importanti anche dopo mesi stabili. Ripetere routinariamente la provocazione non è necessario. Un cambiamento clinico rilevante impone una nuova valutazione differenziale.

Manifestazioni cliniche

La presentazione tipica è un dolore costrittivo a riposo, spesso tra mezzanotte e primo mattino, che dura alcuni minuti e risponde rapidamente al nitrato. Gli episodi possono ripetersi alla stessa ora per più giorni; questa periodicità circadiana aumenta il sospetto ma non possiede specificità diagnostica assoluta; reflusso, disturbi esofagei e attacchi di panico possono avere andamento notturno. L’anamnesi deve descrivere durata, irradiazione e sintomi associati. La registrazione ECG durante la crisi rimane decisiva.
Il sopraslivellamento transitorio del tratto ST riflette spesso ischemia transmurale da occlusione quasi completa, ma sottoslivellamento ST e onde U negative sono inclusi nei criteri. Alternanza di territorio e modificazioni rapidamente reversibili suggeriscono vasomotricità dinamica. L’ECG intercritico può essere completamente normale. Un tracciato normale al pronto soccorso dopo la risoluzione non esclude l’episodio. Servono tracciati seriali o monitoraggio prolungato quando appropriato. Una persistenza delle alterazioni richiede ricerca di infarto o altra patologia.

Sebbene il riposo sia caratteristico, una parte dei pazienti presenta crisi durante esercizio, soprattutto al mattino o in una fase di elevata attività della malattia. La soglia può variare da un giorno all’altro, a differenza dell’angina da stenosi fissa più prevedibile; questa variabilità della soglia appartiene ai criteri clinici COVADIS. Uno sforzo negativo non esclude vasospasmo. Uno sforzo positivo non ne prova il meccanismo. La relazione con orario e nitrato deve essere analizzata insieme.
Palpitazioni, vertigine e sincope durante dolore sono segnali di possibile instabilità elettrica o blocco di conduzione. La perdita di coscienza non va attribuita automaticamente a una reazione vagale. Un evento sincopale richiede correlazione ritmica, valutazione dell’ischemia e ricerca di alternative; monitoraggio ambulatoriale può catturare ST e ritmo durante sintomi. Un loop recorder è selezionato in base alla frequenza degli eventi. L’aritmia documentata modifica prognosi e strategia.

Alcune crisi sono silenti e vengono riconosciute come deviazioni transitorie del tratto ST al monitoraggio, talvolta accompagnate da aritmie. Il carico ischemico non coincide quindi sempre con il numero di episodi percepiti. L’ischemia silente acquista rilievo soprattutto dopo arresto o aritmie inspiegate; lo screening indiscriminato degli asintomatici non è indicato. Il monitoraggio deve rispondere a un quesito clinico definito. Artefatti posturali possono simulare variazioni ST.
Nausea, sudorazione, dispnea e sensazione di morte imminente possono accompagnare una crisi intensa. Nelle donne e negli anziani la descrizione può essere meno classica, ma non esiste un profilo sintomatico capace di sostituire i criteri. La fenotipizzazione clinica deve evitare stereotipi di sesso o età; fattori vasomotori come emicrania e Raynaud possono coesistere. La loro presenza sostiene soltanto il contesto. Non conferma una causa coronarica del dolore.

Un dolore prolungato oltre il pattern abituale, resistente al nitrato o associato a instabilità deve essere trattato come possibile sindrome coronarica acuta. Vasospasmo, trombosi, dissezione e placca instabile possono sovrapporsi. Il cambiamento sintomatico vieta di usare una diagnosi precedente come spiegazione automatica. ECG e troponina devono essere ottenuti tempestivamente. La coronarografia può essere necessaria secondo il rischio. La risposta al nitrato non esclude un infarto in evoluzione.

Indagini e diagnosi

La diagnosi inizia dalla documentazione degli episodi. Un ECG a dodici derivazioni durante dolore è preferibile; monitoraggio Holter con analisi ST può essere utile quando le crisi sono frequenti o notturne. La correlazione temporale fra sintomo, tratto ST e ritmo rende il reperto interpretabile; pressione, frequenza e farmaci assunti devono essere annotati. Un ECG basale valuta cicatrici e disturbi di conduzione. Ecocardiografia ricerca anomalie strutturali o funzione compromessa.
Angio-TC o coronarografia definiscono aterosclerosi, stenosi e diagnosi alternative. Una lesione intermedia richiede fisiologia quando la sua significatività non è chiara, perché spasmo e ostruzione fissa possono coesistere. L’anatomia non ostruttiva non dimostra da sola una malattia vasomotoria; imaging intracoronarico è riservato a dubbi su dissezione, placca o lesione. La provocazione viene pianificata dopo esclusione dei pericoli maggiori. Il consenso informato precisa benefici e rischi.

Nel protocollo giapponese con acetilcolina intracoronarica si somministrano nella coronaria sinistra 20, 50 e 100 microgrammi, e nella destra 20 e 50 microgrammi, generalmente in circa venti secondi con intervalli di almeno cinque minuti. Il pacing temporaneo a 40-50 battiti al minuto riduce il rischio legato a bradicardia e blocco. Angiografia, ECG e sintomi vengono registrati dopo ogni dose. Dosi e sequenza possono variare secondo protocolli validati. Il nitrato intracoronarico finale documenta reversibilità e diametro di riferimento.
Un test con acetilcolina è positivo per spasmo epicardico quando compaiono insieme costrizione superiore al 90 per cento, riproduzione dell’angina abituale e modificazioni ischemiche ECG. Una triade diagnostica incompleta non deve essere chiamata spasmo epicardico definitivo. Sintomi ed ECG senza tale costrizione definiscono spasmo microvascolare se le condizioni tecniche sono adeguate. Costrizione senza sintomo o ECG resta una risposta angiografica non diagnostica. La quantificazione usa il diametro dopo nitrato. Il referto deve distinguere risultati completi, equivoci e negativi.

L’ergonovina stimola recettori serotoninergici e alfa-adrenergici della muscolatura liscia. Le linee guida giapponesi descrivono dosi intracoronarie complessive di 20-60 microgrammi per vaso, somministrate lentamente in due-cinque minuti. Rispetto all’acetilcolina, lo spasmo da ergonovina tende a risolversi meno spontaneamente e richiede nitrato con maggiore prontezza. I protocolli non sono completamente standardizzati tra centri. La somministrazione endovenosa è meno controllabile. Il test deve essere eseguito soltanto in un laboratorio preparato.
Secondo l’aggiornamento JCS/CVIT/JCC, la provocazione è indicata nei pazienti con sintomi sospetti non documentati non invasivamente, classe I con livello B, e può essere considerata quando la terapia empirica è insufficiente o la diagnosi cambia la strategia. Il quesito clinico deve precedere la procedura; non offre beneficio nello screening di persone asintomatiche. È controindicata come procedura provocativa nei quadri acuti ad alto rischio, grave disfunzione cardiaca o scompenso non controllato. La stabilizzazione ha priorità sulla fenotipizzazione.

Complicanze possibili comprendono spasmo prolungato, ipotensione, fibrillazione atriale, bradicardia, blocco atrioventricolare e aritmie ventricolari. Una metanalisi di 12.585 pazienti ha stimato complicanze maggiori intorno allo 0,5 per cento, senza decessi procedurali negli studi inclusi. La sicurezza documentata riguarda centri esperti e pazienti selezionati. Nitrati, atropina, pacing, defibrillazione e rianimazione devono essere immediatamente disponibili. Asma o broncospasmo grave richiedono cautela con acetilcolina. Disturbi severi di automatismo o conduzione richiedono protezione appropriata.
La diagnosi differenziale comprende sindrome coronarica acuta aterotrombotica, dissezione spontanea, embolia, ponte miocardico, pericardite, miocardite, Takotsubo, reflusso e dolore muscoloscheletrico. La risonanza cardiaca è utile quando troponina e quadro suggeriscono danno miocardico non spiegato. La diagnosi alternativa non viene esclusa da una provocazione positiva, perché possono esistere condizioni concomitanti. Un test negativo non invalida automaticamente episodi spontanei ben documentati. Farmaci vasodilatatori possono ridurne la sensibilità. Preparazione e washout devono seguire il protocollo del centro.

Trattamento e prognosi

Durante una crisi, nitroglicerina sublinguale o spray è il trattamento abituale se non esistono controindicazioni. Un dolore persistente richiede assistenza urgente perché infarto e aritmie non possono essere esclusi a domicilio. Il nitrato rapido allevia la costrizione ma non sostituisce la prevenzione; il paziente deve conoscere dose prescritta e quando chiamare i soccorsi. In ospedale, nitrato intracoronarico tratta lo spasmo documentato. Ipotensione e uso recente di inibitori PDE5 condizionano la sicurezza.
I calcio-antagonisti sono il cardine della prevenzione. Le linee guida ESC 2024 raccomandano un calcio-antagonista nell’angina vasospastica isolata con classe I e livello A. Diltiazem, verapamil, amlodipina e diidropiridine a lunga durata vengono scelti secondo frequenza, pressione e tollerabilità. La titolazione terapeutica deve raggiungere una dose efficace senza bradicardia o ipotensione. Le crisi notturne orientano l’orario di somministrazione. Edema e stipsi possono limitare l’aderenza. Forme severe possono richiedere associazione di classi differenti.

Nitrati a lunga durata possono essere aggiunti quando il calcio-antagonista non controlla i sintomi; ESC attribuisce a questa strategia classe IIa e livello B. Un intervallo quotidiano libero riduce tolleranza, ma deve coprire l’orario di maggiore rischio. Il beneficio sintomatico è più solido di quello sugli eventi maggiori; cefalea e ipotensione sono frequenti. Nicorandil rappresenta un’alternativa dove disponibile, con evidenze meno robuste. Nessuno di questi farmaci autorizza a continuare il fumo.
Cessazione del tabacco, moderazione dell’alcol e rimozione delle sostanze provocanti fanno parte della terapia. JCS attribuisce alla cessazione del fumo classe I e livello A. Cocaina, amfetamine ed ergot vanno evitati; triptani e decongestionanti richiedono revisione. La prevenzione dei trigger deve essere specifica e realistica. Freddo e iperventilazione non impongono isolamento o inattività. Esercizio regolare è appropriato dopo stabilizzazione. Riabilitazione cardiologica migliora aderenza e capacità funzionale.

I beta-bloccanti, soprattutto non selettivi e privi di attività alfa-bloccante, possono lasciare senza opposizione la vasocostrizione alfa-adrenergica e aggravare uno spasmo epicardico puro. Non rappresentano quindi terapia dell’angina vasospastica isolata; questa cautela farmacologica non equivale a un divieto assoluto per ogni molecola e indicazione. Scompenso, aritmie o stenosi associate possono richiedere decisioni diverse. La scelta deve essere specialistica e monitorata. Una sospensione improvvisa può essere pericolosa.
Aspirina non è terapia specifica del vasospasmo e, in assenza di stenosi organica o altra indicazione, JCS la classifica come non utile, classe III con livello B. Dosi elevate possono aumentare vasocostrizione attraverso l’inibizione della prostaciclina. La terapia antiaggregante va prescritta per aterosclerosi, stent o evento appropriato, non per la sola positività al test. Statine seguono rischio e presenza di placca. Piccoli studi suggeriscono effetti vasomotori, ma non provano un’indicazione universale. Pressione, lipidi e diabete restano comunque da trattare.

Nei casi refrattari si verifica anzitutto diagnosi, aderenza, dosi, orari, fumo e farmaci provocanti. Possono essere necessari due calcio-antagonisti e un nitrato o nicorandil, sorvegliando pressione e conduzione. Fasudil intracoronarico, inibitore della Rho-chinasi, riceve nelle linee guida giapponesi classe IIa e livello B per spasmo refrattario durante la procedura, ma disponibilità e uso sono limitati. Non è una terapia cronica standard internazionale. Interventi simpatici sono eccezionali. Stenting senza lesione fissa non risolve una predisposizione diffusa.

Dopo arresto cardiaco extraospedaliero o tachicardia/fibrillazione ventricolare attribuita a spasmo, la terapia vasodilatatrice intensiva resta obbligatoria. JCS considera indicato prendere in considerazione un defibrillatore impiantabile quando la precedente aritmia ventricolare associata allo spasmo è refrattaria alla terapia medica, classe IIa livello B; l’impianto può essere considerato anche quando la terapia medica risulta efficace, classe IIb livello C. Il defibrillatore impiantabile interrompe aritmie, non previene l’ischemia. Decisione, comorbilità e preferenze richiedono un team esperto. La sola angina senza aritmia non è indicazione. Il follow-up controlla recidive e terapie inappropriate.

La prognosi dipende da estensione, stenosi associate, aderenza e precedente arresto. Il punteggio della Japanese Coronary Spasm Association combina sette variabili e ha identificato gruppi con tassi di eventi maggiori intorno a 2,5, 7 e 13 per cento nel follow-up della coorte originaria. La validazione geografica resta limitata e vieta stime individuali rigide. Spasmo multivasale, fumo persistente e arresto precedente peggiorano il profilo. Controllo dei sintomi non equivale a rischio zero. Una buona aderenza migliora nettamente il decorso clinico.

Complicanze

Uno spasmo completo e sufficientemente lungo può produrre infarto miocardico anche in assenza di placca ostruttiva. Troponina, ECG e imaging definiscono l’entità del danno; se la coronarografia non mostra ostruzioni, il caso può presentarsi come MINOCA finché non viene identificata la causa. L’infarto vasospastico richiede trattamento dell’evento acuto e prevenzione delle recidive. Non ogni troponina positiva durante dolore deriva dallo spasmo. Miocardite e Takotsubo devono essere escluse quando pertinenti. La risonanza cardiaca chiarisce tessuto e distribuzione.
Ischemia transmurale crea dispersione della refrattarietà e rallentamento di conduzione, predisponendo a tachicardia ventricolare polimorfa e fibrillazione ventricolare; queste aritmie possono precedere il ricovero e costituire la prima manifestazione. La morte improvvisa è rara rispetto alle crisi non complicate ma rappresenta il rischio più grave. Defibrillazione precoce determina la sopravvivenza immediata. Successivamente occorre dimostrare il legame con vasospasmo. Cause ereditarie o cicatriziali concomitanti non vanno ignorate.

Lo spasmo della coronaria destra può ischemizzare nodo senoatriale o atrioventricolare, causando bradicardia marcata, pause o blocco completo. Anche un riflesso vagale può contribuire. La complicanza bradiaritmica spiega alcune sincopi e richiede documentazione prima di decidere un pacemaker permanente; il controllo dello spasmo può eliminare il disturbo transitorio. Una malattia di conduzione indipendente modifica la scelta. Monitoraggio e studio elettrofisiologico sono individualizzati.
Spasmo multivasale o prolungato può ridurre bruscamente la funzione ventricolare e determinare edema polmonare, shock cardiogeno o arresto elettromeccanico; questa instabilità emodinamica richiede nitrati quando tollerati, supporto avanzato e rapida esclusione di occlusione trombotica o complicanza meccanica; la pressione può limitare i vasodilatatori. Supporto circolatorio è riservato ai quadri estremi. La ripresa della funzione non esclude danno residuo.

Episodi ripetuti possono causare piccole necrosi, cicatrice e substrato aritmico, sebbene il decorso più comune non sia una cardiomiopatia progressiva. Quando compare disfunzione ventricolare persistente, occorre cercare infarti, tachicardia, miocardite o altra causa. Il rimodellamento post-ischemico non va attribuito per esclusione a crisi mai documentate. Ecocardiografia e risonanza quantificano funzione e cicatrice. La prevenzione secondaria segue il danno effettivo. Un recupero completo migliora ma non annulla il rischio di recidiva.
Angina ricorrente, paura del sonno, accessi urgenti e limitazione dell’attività possono compromettere profondamente la qualità di vita. Un quadro clinico intermittente viene talvolta minimizzato quando gli esami tra le crisi sono normali. La disabilità vasospastica richiede un piano scritto e obiettivi misurabili; monitoraggio eccessivo può invece aumentare ansia e falsi allarmi. Educazione riconosce sintomi pericolosi senza medicalizzare ogni sensazione. Supporto psicologico integra, ma non sostituisce, la terapia vascolare.

Calcio-antagonisti e nitrati possono provocare ipotensione, edema, cefalea, stipsi e bradicardia. Associazioni ad alte dosi aumentano il rischio di sincope o disturbi di conduzione, specialmente con verapamil o diltiazem. La tossicità terapeutica può imitare debolezza o instabilità della malattia; pressione, frequenza ed ECG guidano gli aggiustamenti. Interazioni con inibitori PDE5 rendono pericolosi i nitrati. L’aderenza migliora quando gli effetti avversi vengono affrontati apertamente.
La provocazione invasiva può causare spasmo resistente, aritmia o complicanze vascolari; per questo non viene eseguita senza un risultato clinicamente utile. Un falso negativo dovuto a preparazione o farmaci può ritardare la diagnosi, mentre un falso positivo interpretato senza triade può portare a terapia non necessaria. La qualità diagnostica è quindi parte della prevenzione delle complicanze. Protocolli, dosi e criteri devono essere espliciti. Esperienza del centro modifica sicurezza e attendibilità. Revisione dei tracciati risolve molti casi equivoci.

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