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Leak paravalvolare

Il leak paravalvolare è un rigurgito che attraversa uno spazio fra la protesi e il tessuto di ancoraggio, anziché passare attraverso il normale orifizio valvolare. Può comparire dopo una sostituzione chirurgica o un impianto transcatetere e presenta uno spettro clinico molto ampio, dal minimo reperto ecografico fino allo scompenso, all’emolisi trasfusione-dipendente o all’instabilità emodinamica. A definirne la natura è quindi soprattutto la sede del getto, non la semplice presenza di rigurgito.

La distinzione dal rigurgito intraprotesico è essenziale, perché le valvole meccaniche presentano fisiologici getti di lavaggio e le bioprotesi possono mostrare un minimo getto centrale. Quando il flusso origina esternamente all’anello, invece, il reperto indica un difetto di tenuta o una deiscenza. Artefatti e shadowing possono rendere particolarmente difficile questa distinzione in sede mitralica, dove è spesso necessario ricorrere all’ecocardiografia transesofagea tridimensionale.

Il significato clinico del leak dipende dal volume rigurgitante, dalla geometria del difetto e dalle conseguenze emodinamiche. Un ampio orifizio determina soprattutto sovraccarico di volume, mentre un canale piccolo e irregolare può generare shear elevato ed emolisi grave pur in presenza di una insufficienza quantitativamente modesta. Per questo la valutazione non può basarsi sulla sola superficie del color Doppler, ma deve integrare emodinamica, rimodellamento delle camere, laboratorio e sintomi.

La terapia viene scelta in funzione del meccanismo e dell’anatomia. Un difetto lieve e stabile può essere semplicemente sorvegliato, mentre endocardite, instabilità dell’anello o deiscenza estesa orientano verso la chirurgia; nei pazienti selezionati, una chiusura percutanea può invece evitare il reintervento. Il vero successo clinico non consiste soltanto nel posizionare un dispositivo, ma nell’abolire il getto responsabile senza compromettere la funzione della protesi.

Eziologia, anatomia e fisiopatologia

Dopo chirurgia, un leak precoce deriva da incompleta apposizione fra anello di sutura e tessuto, distribuzione non uniforme dei punti, calcificazione, friabilità o difficoltà tecnica. Calcificazione anulare mitralica, endocardite pregressa e reintervento aumentano il rischio. Piccoli difetti possono essere riconosciuti intraoperatoriamente; la loro accettabilità dipende da severità, stabilità e possibilità di una correzione sicura.

Un leak tardivo suggerisce allentamento o rottura di suture, progressione della calcificazione, fragilità tissutale oppure endocardite con deiscenza. La comparsa nuova di rigurgito paravalvolare dopo un periodo di stabilità deve essere considerata infettiva fino a una valutazione adeguata, anche in assenza di febbre. Ascesso e pseudoaneurisma possono estendersi oltre l’anello e rendere insufficiente una semplice chiusura.

Dopo TAVI il meccanismo prevalente è la malapposizione del frame alla valvola nativa calcifica: noduli di calcio, anello ellittico, dimensionamento, profondità d’impianto e sottoespansione possono infatti creare canali fra la gonna e il tessuto. Le generazioni più recenti, grazie a sistemi di tenuta più efficaci e a una migliore pianificazione TC, hanno ridotto il rigurgito moderato o severo senza eliminarlo del tutto; un leak minimo può inoltre modificarsi nel tempo con l’espansione del frame e il rimodellamento.

La localizzazione del difetto deve essere descritta rispetto a riferimenti anatomici condivisi. Nella mitrale, per esempio, la vista chirurgica tridimensionale orienta l’aorta superiormente e l’appendice atriale sinistra lateralmente, mentre in sede aortica si utilizzano cuspidi e coronarie; poiché le posizioni “a ore” cambiano con la prospettiva, il referto deve sempre esplicitare l’orientamento adottato. La mappa anatomica serve infatti a pianificare accesso e traiettoria, non soltanto a dare un nome alla sede del leak.

Il canale può essere circolare, semilunare, serpiginoso, calcifico o multiplo e i suoi orifizi atriale e ventricolare possono avere dimensioni differenti. La scelta del dispositivo non può quindi basarsi sulla sola larghezza massima, perché occorre considerare anche lunghezza del tunnel, bordo disponibile e distanza dagli occlusori; nelle protesi meccaniche, pochi millimetri possono essere sufficienti a determinare l’impingement di un disco.

L’emolisi deriva dall’accelerazione del flusso, dalla turbolenza e dalla collisione degli eritrociti all’interno del getto. I frammenti cellulari vengono progressivamente rimossi e l’organismo aumenta la reticolocitosi finché riserve di ferro, folati e capacità midollare riescono a compensare, mentre insufficienza renale e perdita di emoglobina aggravano il quadro. Il grado di emolisi meccanica dipende quindi più dallo shear residuo che dal volume complessivo del rigurgito.

Le conseguenze emodinamiche dipendono dalla sede del difetto. Un leak mitralico riversa volume nell’atrio sinistro, aumenta la pressione polmonare e favorisce la dilatazione ventricolare, mentre un leak aortico determina rigurgito diastolico nel ventricolo sinistro; dopo TAVI, anche un rigurgito moderato può pesare maggiormente su un ventricolo già ipertrofico e poco compliante. Nelle protesi destre prevalgono invece congestione sistemica e riduzione della portata.

Presentazione clinica, emolisi e sospetto infettivo

La manifestazione più comune è la dispnea da sforzo, alla quale possono associarsi edema, ortopnea e progressiva riduzione della capacità funzionale. Poiché il paziente tende spesso a limitare spontaneamente l’attività, la gravità può aumentare lentamente senza essere immediatamente riconosciuta; quando invece la deiscenza provoca un’insufficienza acuta, possono comparire edema polmonare, ipotensione o shock. Anche il soffio può risultare poco evidente, soprattutto in presenza di getti eccentrici o di rapida equalizzazione delle pressioni.

L’emolisi clinica si manifesta con astenia, pallore, ittero, urine scure e dispnea aggravata dall’anemia. Il laboratorio documenta tipicamente riduzione dell’emoglobina, aumento della lattato deidrogenasi, aptoglobina bassa, bilirubina indiretta e reticolocitosi, con schistociti a sostegno del meccanismo meccanico; carenze di ferro o folati possono tuttavia attenuare la risposta reticolocitaria e mascherare l’aumento della produzione eritrocitaria.

Un’emolisi subclinica e compensata non costituisce di per sé un’indicazione procedurale. La correzione diventa invece rilevante quando l’emolisi causa sintomi, deterioramento renale, necessità trasfusionale o persiste nonostante il supporto; allo stesso modo, un difetto ecograficamente piccolo non deve essere banalizzato se continua a sostenere l’anemia. Il vero bersaglio terapeutico è il getto ad alto shear, tanto che anche un residuo minimo può impedire la normalizzazione.

Febbre, brividi, perdita di peso, embolie o un nuovo blocco di conduzione aumentano il sospetto di endocardite e, quando la stabilità clinica lo consente, richiedono emocolture multiple prima dell’avvio degli antibiotici. Anche un leak tardivo nuovo o progressivo costituisce di per sé un segno di possibile deiscenza infettiva; per questo l’assenza di vegetazioni alla prima ecografia non è sufficiente a escludere un’endocardite protesica.

La valutazione deve comprendere scompenso, ritmo, funzione ventricolare, pressione polmonare e stato delle altre valvole, senza dare per scontato che il leak spieghi l’intero quadro clinico. L’anemia, per esempio, può avere cause gastrointestinali, renali o midollari e un’eventuale emolisi autoimmune va distinta con test appropriati. La correzione del difetto è quindi giustificata quando il nesso fisiopatologico fra leak, sintomi e conseguenze risulta convincente.

Dopo TAVI, il rigurgito paravalvolare almeno moderato si associa a una prognosi peggiore, mentre l’impatto delle forme lievi varia con definizione, dispositivo e popolazione. L’imaging deve quindi utilizzare classi aggiornate e sufficientemente granulari senza trasferire automaticamente alle tecnologie correnti i dati delle prime generazioni, e la traiettoria nel tempo deve essere considerata insieme al grado iniziale.

Instabilità emodinamica, edema refrattario, emolisi rapidamente progressiva e deiscenza con movimento della protesi rappresentano condizioni di emergenza e richiedono il trasferimento in un centro dotato di cardiochirurgia e interventistica strutturale. Diuretici, vasodilatatori e supporto trasfusionale possono essere necessari per stabilizzare il paziente, ma non devono ritardare il controllo definitivo del difetto.

Ecocardiografia e quantificazione multimodale

L’ecocardiografia transtoracica costituisce il primo esame per identificare il getto, valutarne la severità e misurarne le conseguenze, ma gli artefatti possono limitarne sensibilmente l’accuratezza. In sede mitralica il jet può essere occultato dalla protesi, mentre in sede aortica è necessario interrogare più finestre; la presenza di flusso esterno all’anello, insieme a convergenza e vena contracta, aiuta a definirne l’origine. La quantificazione resta comunque multiparametrica.

Nella valutazione aortica, la percentuale di circonferenza occupata dal jet può contribuire alla graduazione, ma presuppone una geometria relativamente regolare e perde affidabilità in presenza di leak multipli o eccentrici. Anche l’area color dipende da Nyquist, guadagno e pressione, per cui flusso diastolico reverso nell’aorta, densità Doppler, tempi di decelerazione e rimodellamento ventricolare devono essere integrati senza attribuire a un singolo parametro un valore decisivo.

In sede mitralica si integrano vena contracta, convergenza di flusso, segnale continuo, comportamento delle vene polmonari e volume ventricolare, tenendo conto che il PISA è poco affidabile negli orifizi semilunari e sulle superfici non planari. Una stessa protesi può inoltre presentare più leak e un rigurgito intraprotesico concomitante; quando ecografia e quadro clinico non concordano, la quantificazione volumetrica con CMR può offrire un’informazione complementare.

La transesofagea tridimensionale offre una vista en face che permette di definire numero, forma e percorso dei difetti, mentre il color 3D facilita la mappatura e l’imaging biplano guida l’attraversamento durante la chiusura. Poiché risoluzione temporale e blooming possono alterare le dimensioni apparenti, le misure devono essere confermate su più piani. La procedura richiede quindi una vera lingua spaziale condivisa fra ecocardiografista e interventista.

La TC cardiaca definisce calcificazioni, deiscenza, morfologia del canale, rapporti con coronarie e occlusori e può contribuire a individuare ascessi, con particolare utilità della ricostruzione multipianare nei tunnel complessi e nella pianificazione dell’accesso. Artefatti metallici e ritmo rapido possono ridurne la qualità e l’impiego del contrasto deve essere bilanciato con la funzione renale, spesso già compromessa dall’emolisi.

Quando si sospetta un’origine infettiva, PET/TC e TC aggiungono informazioni sull’attività periprotesica e sull’estensione anatomica rispetto alla sola transesofagea. La captazione postoperatoria può tuttavia riflettere infiammazione sterile e deve essere interpretata con protocolli esperti; la diagnosi di endocardite resta infatti il risultato dell’integrazione fra microbiologia, imaging e criteri clinici. Chiudere con un dispositivo un difetto infetto senza aver controllato la fonte espone al rischio di intrappolare l’infezione e di fallire la procedura.

Prima del trattamento il team deve definire con precisione quale leak rappresenti il bersaglio e quale risultato possa essere considerato clinicamente efficace. Ridurre un rigurgito da severo a moderato può migliorare lo scompenso senza risolvere necessariamente l’emolisi, così come la chiusura del difetto maggiore può lasciare un piccolo jet ad alta velocità capace di mantenere il fabbisogno trasfusionale. L’imaging intraprocedurale verifica quindi non solo il residuo, ma anche movimento dei lembi, stabilità del dispositivo ed eventuale versamento.

Terapia medica e chiusura percutanea

La terapia medica ha soprattutto un ruolo di supporto: diuretici e trattamento dello scompenso riducono la congestione, mentre ferro, folati e trasfusioni correggono le conseguenze ematologiche e la funzione renale deve essere protetta. Il beta-blocco può ridurre lo shear in casi selezionati, ma le evidenze sono limitate; nessun farmaco, tuttavia, richiude una deiscenza e il supporto non deve diventare il sostituto indefinito della correzione in un paziente candidabile.

La chiusura percutanea è considerata per rigurgito clinicamente significativo o emolisi in pazienti con rischio chirurgico elevato o favorevole rapporto procedurale. Non tutti i dispositivi sono progettati specificamente per leak e l’uso dipende da anatomia e disponibilità. Canali piccoli e rotondi, difetti semilunari e leak multipli richiedono configurazioni diverse, talvolta più dispositivi.

L’accesso a un leak mitralico può essere transettale, retrogrado o, in circostanze selezionate, transapicale, mentre quello aortico è più spesso retrogrado. La traiettoria deve consentire di attraversare il difetto senza lesionare i tessuti o intrappolare materiale, motivo per cui guide e cateteri vengono controllati contemporaneamente con ecografia e fluoroscopia. In presenza di una protesi meccanica, la libertà dei dischi viene verificata ripetutamente prima del rilascio definitivo.

La scelta del dispositivo tiene conto di diametro minimo e massimo, lunghezza del tunnel, forma e bordo di appoggio. Un oversizing eccessivo può deformare l’anello, interferire con la protesi o favorire embolizzazione, mentre un dispositivo troppo piccolo lascia uno shunt residuo. Il successo percutaneo viene quindi definito dalla riduzione del leak a lieve o assente senza morte, embolizzazione, interferenza valvolare o chirurgia urgente, ma il beneficio reale deve essere confermato anche nel follow-up clinico.

Fra le complicanze figurano sanguinamento, tamponamento, ictus, embolizzazione, interferenza con la protesi, emolisi nuova o persistente e leak residuo. Un flusso residuo attraverso la maglia del dispositivo può inizialmente produrre shear e successivamente ridursi con la trombizzazione, ma un’anemia in peggioramento richiede una rivalutazione tempestiva; per questo la possibilità di recuperare il dispositivo e di ricorrere al supporto chirurgico deve essere prevista fin dalla pianificazione.

Serie osservazionali e registri documentano un’elevata fattibilità nei centri esperti e un miglioramento di sintomi o necessità trasfusionale quando la chiusura è efficace. Il confronto con la chirurgia resta però condizionato dalla selezione dei pazienti e non equivale a una prova randomizzata generalizzabile; in questo ambito, esperienza dell’operatore e qualità dell’imaging possono influenzare il risultato più del semplice modello di dispositivo utilizzato.

Dopo la chiusura si controllano ecocardiografia, emocromo e marcatori di emolisi, mentre il regime antitrombotico viene definito in base alla protesi preesistente, al ritmo e al dispositivo e una valvola meccanica continua a richiedere VKA. Il follow-up deve ricercare migrazione, residuo e recupero ventricolare, ricordando che il ripristino delle riserve di ferro può richiedere tempo anche dopo l’abolizione del getto.

Chirurgia, scelta dell’intervento e prognosi

La chirurgia è preferita in endocardite attiva, ascesso, deiscenza estesa, instabilità della protesi, anatomia non chiudibile o necessità di altre correzioni. Permette rimozione del dispositivo, debridement e ricostruzione anulare. Può essere tecnicamente impegnativa per calcificazione e precedenti operazioni, ma affronta il meccanismo in modo completo quando una chiusura focale sarebbe insufficiente.

La scelta fra redo chirurgico e trattamento percutaneo deve essere collegiale e integrare rischio operatorio, fragilità, aspettativa di vita, sede, dimensione e numero dei leak, presenza di infezione e necessità di bypass o di interventi su altre valvole. Un rischio chirurgico elevato favorisce l’approccio transcatetere soltanto quando l’anatomia offre una probabilità ragionevole di eliminare il getto, perché una procedura meno invasiva ma destinata a lasciare emolisi non è necessariamente meno gravosa nel risultato complessivo.

Un leak lieve e asintomatico può essere seguito con un esame basale e controlli seriati, ma la comparsa di aumento del rigurgito, nuova dilatazione, anemia o sintomi riapre la decisione terapeutica. Dopo TAVI il grado può variare con pressione e rimodellamento e va quindi confrontato in condizioni emodinamiche simili; dopo chirurgia, invece, un leak tardivo in crescita impone nuovamente di escludere un’endocardite.

La prognosi dipende da severità del rigurgito, grado di scompenso, emolisi, presenza di infezione e successo della correzione. Il rigurgito paravalvolare significativo dopo TAVI e la deiscenza chirurgica sintomatica si associano a esiti sfavorevoli, mentre una chiusura efficace può ridurre ricoveri e trasfusioni; se persiste un residuo importante, il rischio rimane. Va tuttavia ricordato che la mortalità non dipende dal solo leak, poiché questi pazienti presentano spesso comorbilità rilevanti.

La prevenzione comprende salute dentale e profilassi dell’endocardite quando indicata, tecnica accurata, imaging preimpianto e controllo intraoperatorio. La calcificazione anulare deve essere riconosciuta prima della procedura per scegliere la strategia e discutere il rischio, mentre dopo l’impianto febbre e nuova dispnea richiedono una valutazione rapida, perché il tempo trascorso fra deiscenza e diagnosi può modificare la possibilità di riparazione.

Il leak paravalvolare richiede in definitiva una lettura tridimensionale del problema: l’anatomia determina il getto, il getto spiega emolisi o sovraccarico di volume e le conseguenze cliniche definiscono l’indicazione al trattamento. Seguire questa catena evita sia di intervenire su un’immagine innocua sia di sottovalutare un piccolo canale responsabile di una malattia sistemica. La gestione ottimale nasce quindi dall’integrazione fra imaging, ematologia clinica, interventistica e chirurgia.

La graduazione dopo TAVI usa classi più dettagliate rispetto al tradizionale lieve, moderato e severo, perché il confine fra difetti piccoli è frequente e le geometrie sono multiple. Il giudizio considera numero dei jet, estensione circonferenziale, larghezza della vena contracta, flusso diastolico aortico e volume. Una classe intermedia non deve però creare falsa precisione: qualità dell’immagine e concordanza dei parametri vengono dichiarate, soprattutto quando la decisione è una nuova procedura.

Durante la chiusura mitralica, la sede del difetto condiziona direttamente la scelta della puntura transettale. Un leak mediale e uno laterale richiedono infatti altezza e orientamento differenti e una traiettoria sfavorevole può rendere difficile sia l’attraversamento del tunnel sia la stabilizzazione del dispositivo; in alcuni casi i loop arterovenosi offrono maggiore supporto, al prezzo di una maggiore complessità e di un rischio aggiuntivo. La pianificazione tridimensionale riduce le manipolazioni in prossimità di dischi, aorta e parete atriale.

Nei leak aortici chirurgici, la vicinanza alle coronarie e al sistema di conduzione condiziona dimensione e modalità di rilascio del dispositivo. Dopo TAVI, invece, una post-dilatazione può migliorare la tenuta quando il frame è sottoespanso, mentre un plug è più adatto a canali focali persistenti e accessibili; in casi selezionati una seconda valvola può correggere il malposizionamento, ma aggiunge un ulteriore frame e può compromettere le coronarie. La soluzione deve quindi derivare dal meccanismo, non dal solo grado di rigurgito.

La gestione trasfusionale deve evitare sia sottotrattamento sia dipendenza cronica. Ferro endovenoso può essere necessario quando la perdita funzionale supera l’assorbimento; folati sostengono l’eritropoiesi; la trasfusione è adattata a sintomi, ischemia e instabilità, non a una soglia universale. Il consumo continuo di riserve e il danno renale rappresentano conseguenze cliniche anche prima di una anemia estrema e possono rafforzare l’indicazione alla correzione.

Se dopo il primo tentativo persiste un leak, occorre anzitutto stabilire se il residuo passi accanto al dispositivo, attraverso la sua maglia oppure attraverso un secondo canale non trattato. Il momento di un’eventuale nuova procedura dipende dalla possibile trombizzazione, dall’andamento dell’emolisi e dalla stabilità del quadro; aggiungere dispositivi senza ricostruire la nuova anatomia può infatti aumentare l’interferenza senza chiudere il vero bersaglio. Una nuova valutazione con TEE tridimensionale e TC deve quindi precedere la decisione.

Le protesi meccaniche aggiungono una complessità antitrombotica specifica, perché il VKA non può essere sospeso senza una strategia mentre accessi vascolari, puntura transettale e dispositivi aumentano il rischio emorragico. Target terapeutico, eventuale bridging e ripresa dell’anticoagulazione vengono concordati in base alla sede e al rischio; durante il rilascio, fluoroscopia ed ecografia devono inoltre confermare che nessun disco entri in contatto con il plug. Sicurezza emostatica e libertà dell’occlusore costituiscono quindi due obiettivi simultanei, e una variazione del click o del gradiente dopo la procedura richiede un’immediata verifica.

Qualità di vita e dipendenza dalle cure completano gli endpoint tradizionali, perché ridurre le trasfusioni, recuperare capacità di esercizio e diminuire i ricoveri può rappresentare un beneficio sostanziale anche in presenza di un rigurgito lieve residuo. Al contrario, un risultato ecografico apparentemente ottimo senza miglioramento funzionale impone di ricercare anemia persistente, disfunzione ventricolare o patologia polmonare. La valutazione a distanza permette quindi di distinguere il successo anatomico dal beneficio realmente percepito dal paziente.

Un controllo clinico programmato verifica inoltre aderenza, tolleranza antitrombotica e necessità di riabilitazione, completando la misurazione strumentale del risultato.

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