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Degenerazione strutturale di protesi valvolare

La degenerazione strutturale è il deterioramento intrinseco e permanente di una bioprotesi valvolare. Calcificazione, fibrosi, ispessimento, lacerazione o distacco di un lembo possono alterarne apertura e coaptazione fino a determinare stenosi, rigurgito o una lesione mista. Questa definizione non comprende ogni forma di cattivo funzionamento protesico: trombosi, endocardite, leak paravalvolare, mismatch e malposizionamento riconoscono infatti meccanismi diversi e, in alcuni casi, una potenziale reversibilità.

La distinzione è clinicamente decisiva, perché un incremento del gradiente dovuto a trombo può regredire con anticoagulazione, mentre un lembo calcifico e rigido non viene riparato dai farmaci. Definire “degenerazione” qualsiasi gradiente elevato può quindi condurre a reinterventi non necessari, così come attribuire a trombosi una rottura strutturale rischia di ritardare il trattamento appropriato. Per questo la classificazione richiede la convergenza fra ecocardiografia seriale e imaging anatomico.

La durata di una bioprotesi non coincide con una data di scadenza, ma riflette un processo continuo influenzato da età biologica, sede, modello, emodinamica, funzione renale e metabolismo minerale. I dati medi di popolazione sono utili nella scelta iniziale, ma non consentono di prevedere quando fallirà la valvola del singolo paziente; proprio per questo l’esame basale e la sorveglianza seriale acquistano un valore crescente con il passare del tempo.

Le definizioni internazionali separano il danno morfologico, il deterioramento emodinamico e il fallimento clinico della bioprotesi. Tale linguaggio evita di confrontare studi che chiamavano “durabilità” eventi diversi e permette di intervenire prima che una lesione anatomica produca scompenso irreversibile, senza trasformare ogni cambiamento subclinico in una indicazione procedurale.

Biologia, forme morfologiche e fattori di rischio

Il tessuto bovino o suino viene fissato e trattato per ridurre immunogenicità e degradazione, ma resta biologicamente e meccanicamente vulnerabile. Stress ciclico, turbolenza, danno collagenico e accumulo lipidico favoriscono mineralizzazione. Cellule e mediatori infiammatori partecipano a un processo attivo che condivide alcuni tratti con l’aterosclerosi, senza che la terapia antiaterosclerotica abbia dimostrato di arrestare una bioprotesi già degenerativa.

La degenerazione può esprimersi con un fenotipo prevalentemente stenotico, dovuto soprattutto a ispessimento, fibrosi e calcificazione che riducono escursione e orifizio, oppure con un fenotipo insufficiente, legato a lacerazione, perforazione, retrazione o flail di un lembo e talvolta capace di presentarsi bruscamente. Le due componenti non sono però mutuamente esclusive: un tessuto irrigidito può perdere coaptazione e una rottura può modificare anche i gradienti, motivo per cui la descrizione morfologica deve sempre accompagnare la quantificazione emodinamica.

L’età giovane al momento dell’impianto è il principale predittore di degenerazione accelerata, probabilmente per la combinazione fra metabolismo calcifico più attivo e maggiore durata di esposizione. Insufficienza renale, dialisi, iperparatiroidismo e alterazioni del calcio-fosforo aumentano ulteriormente la mineralizzazione, mentre diabete, sindrome metabolica e fumo sono stati associati al deterioramento in studi osservazionali senza consentire una previsione deterministica nel singolo paziente.

La sede modifica il carico. Una bioprotesi mitralica subisce pressioni di chiusura elevate e tende a degenerare prima di una aortica comparabile; le protesi polmonari nei cardiopatici congeniti hanno geometrie e popolazioni diverse. Taglia piccola, gradiente residuo e mismatch protesi-paziente aumentano stress e possono anticipare deterioramento o renderlo clinicamente manifesto con modificazioni modeste.

Disegno, trattamento anticalcifico, montaggio e tecnica d’impianto differenziano i modelli. Una dimensione nominale non equivale allo stesso diametro interno; per le TAVI, posizione intra o supra-anulare e sottoespansione del frame modificano sollecitazioni. I risultati di una generazione di dispositivo non possono essere trasferiti senza cautela a tutte le bioprotesi né estrapolati oltre la durata effettivamente osservata.

Trombosi subclinica o clinica può interagire con la degenerazione attraverso processi di organizzazione e fibrosi, ma questa associazione non giustifica un’anticoagulazione preventiva universale. Anche l’endocardite può distruggere i lembi e lasciare un danno strutturale permanente, pur rimanendo classificata separatamente per la diversa patogenesi e per il trattamento infettivologico specifico. Nel corso della vita, dunque, una stessa protesi può accumulare meccanismi differenti che devono essere riconosciuti uno per uno.

Non esiste un farmaco validato per impedire la calcificazione protesica. Controllo di pressione, funzione renale e fattori cardiovascolari tutela ventricoli e prognosi generale, ma non sostituisce la sorveglianza. La scelta iniziale della protesi, l’evitare un gradiente eccessivo e la pianificazione lungo la vita sono le principali misure con cui si riduce l’impatto clinico della futura degenerazione.

Definizioni di deterioramento e fallimento bioprotesico

La degenerazione strutturale morfologica può essere documentata da calcificazione, ispessimento, lacerazione o alterazione del supporto anche prima che compaia una disfunzione severa. Il deterioramento emodinamico, invece, viene definito attraverso una variazione rispetto al basale e non sulla base di un singolo valore assoluto, mentre il fallimento della bioprotesi rappresenta lo stadio clinicamente più avanzato e comprende, secondo la definizione adottata, disfunzione severa, reintervento o morte attribuibile alla valvola.

Per le bioprotesi aortiche, i framework contemporanei classificano il deterioramento moderato quando il gradiente medio cresce di almeno 10 mmHg fino a un valore di almeno 20 mmHg, con riduzione concordante di area effettiva o DVI, oppure quando compare o peggiora un rigurgito intraprotesico almeno moderato. Il deterioramento severo richiede variazioni più ampie e valori finali più elevati, o rigurgito intraprotesico severo.

Le soglie non possono essere trasferite meccanicamente da una sede all’altra. Nella posizione mitralica, per esempio, il gradiente è fortemente influenzato da frequenza e portata, mentre una lacerazione acuta può produrre un rigurgito grave senza alcun incremento pressorio. VARC-3 e i documenti EAPCI sono nati soprattutto per le protesi aortiche e per la ricerca; nella pratica clinica il giudizio deve quindi integrare morfologia, conseguenze emodinamiche, possibili errori di misura e raccomandazioni specifiche di imaging.

Il requisito di una variazione concordante rispetto al basale riduce il rischio di falsi positivi. Un gradiente più elevato durante anemia o tachicardia, se non accompagnato da una riduzione dell’area o del DVI, non dimostra degenerazione; al contrario, un nuovo rigurgito severo può configurare un fallimento anche con gradiente basso. Frequenza, pressione arteriosa, emoglobina e volume sistolico devono pertanto accompagnare ogni confronto seriale.

La nozione di fallimento bioprotesico è più vicina all’impatto sul paziente, ma dipende anche dalla probabilità e dalla decisione di reintervenire. Nelle popolazioni anziane, per esempio, la mortalità competitiva riduce il numero di procedure successive e può far apparire più durevole un dispositivo rispetto alla sua reale durata biologica. Per questo le analisi di durabilità dovrebbero utilizzare metodi che tengano conto dei rischi competitivi e riportare separatamente deterioramento emodinamico ed eventi clinici.

Le protesi meccaniche possono raramente andare incontro a frattura o guasto, ma nei principali consensus il termine SVD viene riservato alle bioprotesi. Pannus, trombosi e rigurgiti paravalvolari appartengono a categorie distinte, una precisione terminologica necessaria per non confondere la durata materiale di una protesi meccanica con la libertà da qualsiasi complicanza valvolare.

Nel referto clinico è quindi utile dichiarare quale definizione sia stata applicata, indicare l’esame basale di riferimento e descrivere separatamente la componente stenotica e quella rigurgitante. La sola espressione “SVD moderata”, priva di misure, morfologia e andamento nel tempo, non consente di verificarne l’accuratezza: il linguaggio standardizzato deve aumentare l’informazione disponibile, non sostituirla con un acronimo.

Diagnosi ecocardiografica e imaging multimodale

L’ecocardiogramma basale post-impianto documenta velocità, gradienti, area, DVI, rigurgito, dimensioni delle camere e funzione ventricolare e diventa il riferimento per i controlli successivi, che dovrebbero utilizzare una tecnica comparabile. Un progressivo aumento del tempo di accelerazione associato a un inviluppo arrotondato sostiene l’ipotesi di stenosi, mentre la comparsa di un getto intraprotesico eccentrico suggerisce un’alterazione di lembo; parallelamente, la risposta dei ventricoli e della pressione polmonare permette di quantificare le conseguenze.

Quando l’ecocardiografia transtoracica è limitata, la transesofagea consente di visualizzare ispessimento, calcificazione, flail, perforazioni e meccanismo del rigurgito, con particolare utilità del tridimensionale in sede mitralica e nella distinzione fra origine intraprotesica e paravalvolare. Poiché artefatti e shadowing possono comunque condizionare l’esame, la severità non dovrebbe mai dipendere da una singola vista o dalla sola dimensione del jet al color Doppler.

La TC cardiaca aggiunge informazioni anatomiche sulla distribuzione del calcio, sulla mobilità dei lembi, sull’espansione del frame e sui rapporti con le strutture circostanti. Un ispessimento ipoattenuante associato a ridotto movimento orienta verso trombosi protesica, mentre calcificazione densa, retrazione o lacerazione sostengono maggiormente la degenerazione; quando la distinzione rimane incerta, una prova terapeutica anticoagulante può essere considerata soltanto se clinicamente sicura.

La TC è indispensabile nella pianificazione della valve-in-valve perché definisce diametro interno reale, altezza e distanza delle coronarie, seni, giunzione sinotubulare e orientamento della vecchia protesi e, nelle procedure mitraliche, consente di simulare il neo-LVOT. Non sostituisce l’ecocardiografia per la quantificazione seriale, ma trasforma la diagnosi di fallimento in una vera mappa procedurale.

La risonanza magnetica può quantificare volumi e frazione rigurgitante quando l’ecografia fornisce dati discordanti, pur con le limitazioni imposte dagli artefatti. Nei pazienti apparentemente asintomatici, un test da sforzo selezionato può invece rendere oggettivi i sintomi e la risposta emodinamica, mentre biomarcatori come i peptidi natriuretici contribuiscono alla valutazione dello scompenso senza essere specifici per la degenerazione protesica.

La diagnosi differenziale comprende alto flusso, mismatch, errori di misura, trombosi, endocardite e disfunzione non strutturale. La degenerazione tende a progredire e modifica il tessuto, il mismatch è invece presente fin dal primo esame con lembi normali e la trombosi può comparire rapidamente e regredire con terapia; febbre, masse, deiscenza o ascessi, infine, impongono un percorso specifico per endocardite.

Quando i reperti non concordano, è opportuno riesaminare le immagini in un Valve Centre, perché una diagnosi errata può modificare non soltanto la terapia immediata ma l’intera sequenza degli interventi futuri. Prima di considerare irreversibilmente fallita una bioprotesi, è quindi ragionevole escludere con metodiche complementari e dati clinici adeguati tutte le cause potenzialmente correggibili.

Sorveglianza, progressione e momento del reintervento

Le bioprotesi richiedono controlli clinici regolari e imaging seriale secondo tipo, sede, tempo dall’impianto e linee guida. Un esame anticipato è indicato per dispnea, riduzione dello sforzo, nuovo soffio, scompenso o embolia. Con l’aumentare degli anni dall’impianto e alla comparsa di cambiamenti morfologici, l’intervallo viene ridotto perché la progressione può accelerare.

La sorveglianza non deve attendere la comparsa di una disfunzione severa. Una SVD moderata va confermata, distinta dalla trombosi e seguita nella sua velocità di progressione, documentando sintomi, funzione ventricolare, pressione polmonare e stato delle altre valvole. Poiché il paziente può ridurre inconsapevolmente l’attività e definirsi asintomatico, il test da sforzo o una valutazione funzionale strutturata possono evitare una falsa impressione di stabilità.

L’indicazione al reintervento si fonda soprattutto sulla presenza di disfunzione severa sintomatica, conseguenze ventricolari o rischio di ulteriore deterioramento, con criteri adattati alla sede valvolare. Un rigurgito acuto da lacerazione richiede una valutazione rapida, mentre una stenosi lentamente progressiva consente una pianificazione più graduale; intervenire prima dello shock preserva le opzioni terapeutiche, ma trattare una modificazione lieve priva di conseguenze espone a rischio senza beneficio dimostrato.

La durabilità viene discussa già al momento della scelta iniziale. In un adulto giovane una bioprotesi ha maggiori probabilità di degenerare durante la vita, ma il bilancio rispetto a una protesi meccanica dipende anche da rischio emorragico, preferenze, gravidanza e possibilità di reintervento. Allo stesso modo, la prospettiva di una futura valve-in-valve non può essere considerata automaticamente favorevole se il primo anello è piccolo o se l’anatomia coronarica rende problematica una procedura successiva.

I confronti fra TAVI e chirurgia devono essere letti alla luce della durata del follow-up, della generazione del dispositivo, della popolazione studiata e della definizione di deterioramento utilizzata. Nei trial a basso rischio i risultati a medio termine sono rassicuranti, ma non equivalgono a una dimostrazione di durabilità per decenni nei pazienti molto giovani; inoltre, una minore incidenza osservata di SVD può riflettere non soltanto una migliore emodinamica, ma anche mortalità competitiva o differenze di classificazione.

Il paziente dovrebbe conservare il nome e la misura della protesi insieme agli esami basali, perché queste informazioni consentono di utilizzare curve attese e di pianificare con precisione un eventuale secondo dispositivo. Al contrario, un follow-up frammentato e privo di immagini confrontabili rischia di riconoscere il fallimento soltanto quando compaiono sintomi, restringendo le possibilità a una procedura urgente.

Redo chirurgico, valve-in-valve e strategia lungo la vita

La chirurgia di redo rimuove la bioprotesi degenerata e offre la possibilità di ampliare l’anello, sostituire la radice, correggere coronarie o altre valvole e trattare tessuto infetto. È più invasiva e tecnicamente complessa della prima operazione, ma può produrre l’emodinamica migliore nei pazienti con anello piccolo e lunga aspettativa. Il rischio viene stimato da un Heart Team esperto, non dalla sola età.

La valve-in-valve consiste nell’impianto di una nuova bioprotesi transcatetere all’interno di una protesi chirurgica o transcatetere fallita. In molti pazienti ad alto rischio riduce il trauma procedurale e accelera il recupero, ma il vecchio anello limita inevitabilmente lo spazio disponibile e, nelle protesi piccole, può lasciare un gradiente residuo importante. Alcuni modelli consentono la frattura controllata dell’anello bioprotesico, tecnica che può migliorare l’espansione ma non è universale e comporta rischi specifici.

L’ostruzione coronarica, pur rara, rappresenta una delle complicanze più temibili della valve-in-valve. Il rischio dipende dall’altezza delle coronarie, dalle dimensioni dei seni, dai lembi della vecchia protesi e dalla giunzione sinotubulare; la TC e la simulazione virtuale permettono quindi di pianificare, nei centri esperti, strategie di protezione coronarica o lacerazione intenzionale del lembo. Anche quando l’occlusione immediata sembra improbabile, deve essere considerata la possibilità di un futuro accesso coronarico.

Nella valve-in-valve mitralica il problema dominante può essere l’ostruzione del tratto di efflusso, perché il nuovo dispositivo può spostare il lembo anteriore verso il setto. La previsione del neo-LVOT, l’angolo aortomitralico e l’anatomia settale guidano la selezione del paziente e le strategie preventive; leak paravalvolari, anelli incompleti e protesi instabili richiedono invece un approccio diverso rispetto a quello riservato a una bioprotesi stentata e circolare.

La scelta finale integra rischio operatorio, anatomia, meccanismo di fallimento, sede, aspettativa di vita e possibilità di procedure successive. Un paziente fragile con una grande bioprotesi aortica può trarre un beneficio netto da una valve-in-valve, mentre un adulto giovane con anello piccolo e coronarie sfavorevoli può ottenere una soluzione più duratura da un redo associato ad allargamento. Non esiste quindi una superiorità indipendente dal contesto anatomico e clinico.

Dopo il reintervento è necessario acquisire un nuovo esame basale, definire la terapia antitrombotica e programmare il follow-up. Documentare immediatamente un eventuale gradiente residuo evita che venga interpretato anni dopo come una nuova degenerazione, mentre la sorveglianza deve proseguire perché anche una seconda bioprotesi rimane esposta a trombosi, infezione e deterioramento.

Una gestione ben organizzata trasforma la degenerazione da evento apparentemente improvviso a fase prevedibile della vita valvolare. La terminologia corretta identifica il processo, il confronto seriale ne misura la velocità, la TC anticipa i vincoli anatomici e la decisione condivisa permette di scegliere momento e via del reintervento. In questa prospettiva, la durabilità non indica soltanto quanto a lungo resista un lembo, ma anche quante opzioni sicure rimangano disponibili quando quel lembo non funzionerà più.

L’interpretazione della durabilità richiede attenzione metodologica. La libertà da reintervento sovrastima la durata biologica quando molti pazienti muoiono prima che la protesi fallisca o non vengono trattati a causa del rischio. Viceversa, un programma di sorveglianza sensibile identifica deterioramenti subclinici che non avrebbero prodotto un evento. Studi comparativi devono pertanto riportare mortalità competitiva, completezza ecocardiografica, esame basale, numero di pazienti ancora a rischio e definizione applicata a ciascun endpoint.

Le differenze fra posizioni valvolari impediscono una semplice trasposizione dei dati aortici. In mitrale, le pressioni di chiusura, la frequenza cardiaca e la compliance atrioventricolare modificano gradienti e stress; in polmonare, molti pazienti sono giovani con cardiopatia congenita, condotti o anatomie operate. La scelta del momento e del tipo di reintervento deve seguire la fisiologia della sede, pur mantenendo la separazione generale fra degenerazione, trombosi, infezione e difetti non strutturali.

Una lesione rigurgitante acuta richiede particolare attenzione, perché la lacerazione di un lembo può generare un getto eccentrico severo che l’ecocardiografia transtoracica sottostima per shadowing o per rapida equalizzazione delle pressioni. Il ventricolo può inoltre mantenere dimensioni normali, senza i segni tipici del rigurgito cronico. La comparsa di nuova dispnea, un segnale Doppler denso e l’evidenza di flail impongono pertanto una transesofagea tempestiva e una valutazione procedurale, anche quando il gradiente medio appare rassicurante.

All’estremo opposto, una stenosi degenerativa può progredire lentamente e associarsi a una progressiva riduzione della portata. Quando il ventricolo perde forza, il gradiente può smettere di aumentare nonostante l’orifizio continui a ridursi; la stabilizzazione apparente del valore non corrisponde quindi necessariamente a una stabilità biologica. Area, DVI, volume sistolico e morfologia permettono di ricostruire la reale traiettoria ed evitano di attendere un gradiente elevato in un paziente che non è più in grado di generarlo.

Nel pianificare una seconda bioprotesi è opportuno considerare fin dall’inizio anche la possibilità di una terza procedura. Una sequenza composta da chirurgia, valve-in-valve e ulteriore TAVI può sovrapporre più frame, ridurre progressivamente l’area e rendere difficoltoso l’accesso alle coronarie. In alcuni pazienti giovani la rimozione chirurgica della prima protesi, eseguita quando il rischio è ancora accettabile, conserva più opzioni future; in altri, una procedura transcatetere offre il miglior equilibrio. La strategia deve quindi essere individualizzata sulla base della simulazione anatomica, non di una sequenza predefinita.

La comunicazione con il paziente deve distinguere con chiarezza il concetto di cambiamento da quello di fallimento. Dire che una bioprotesi mostra un deterioramento moderato non significa che sia prossima alla rottura, ma indica la necessità di controlli più ravvicinati e di iniziare a preparare le alternative. Spiegare sintomi da segnalare, probabilità di progressione e margini di incertezza riduce sia l’allarme ingiustificato sia i ritardi, perché il paziente comprende perché un intervento non sia ancora indicato ma anche perché non debba attendere la visita successiva se compaiono dispnea, sincope o rapido calo funzionale.

Nel referto finale è utile separare i reperti certi dalle interpretazioni probabili. La calcificazione visibile, per esempio, è un dato anatomico, mentre attribuire ad essa l’intero gradiente rappresenta una conclusione che richiede coerenza con il Doppler. Dichiarare il livello di certezza facilita la scelta fra TC, prova anticoagulante e reintervento e impedisce che una semplice ipotesi venga tramandata nei controlli successivi come una diagnosi ormai dimostrata.

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