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Ipertensione Arteriosa Essenziale

L’ipertensione arteriosa essenziale rappresenta oltre il 90% dei casi di ipertensione. Non ha una causa identificabile e riconosciuta, ed è una condizione cronica che richiede un trattamento antipertensivo continuo per ridurre il rischio di complicanze cardiovascolari. Si tratta di una delle principali sfide sanitarie globali: secondo le stime più recenti, oltre 1,2 miliardi di persone nel mondo convivono con valori pressori elevati, con una prevalenza che supera il 30% degli adulti e arriva a interessare più del 60% degli ultrasessantenni. Nonostante l’ampia diffusione, meno della metà dei soggetti ipertesi riceve una diagnosi o un trattamento adeguato.

Nonostante l'assenza di una causa unica identificabile, l'ipertensione essenziale è influenzata da una predisposizione genetica e da numerosi fattori di rischio ambientali, tra cui il fumo, una dieta ricca di sodio, la sedentarietà e lo stress cronico. La familiarità riveste un ruolo importante: chi ha parenti di primo grado ipertesi presenta un rischio maggiore di sviluppare la malattia, per la presenza di varianti genetiche che alterano i meccanismi di regolazione della pressione, la funzione endoteliale e l’equilibrio idro-salino.

Un fattore di rischio non modificabile è la senescenza; l’ipertensione aumenta di incidenza con l'età a causa delle modificazioni vascolari associate all’invecchiamento. Con il passare degli anni, i vasi sanguigni perdono elasticità e diventano più rigidi, aumentando le resistenze vascolari periferiche e contribuendo allo sviluppo dell'ipertensione arteriosa. L'irrigidimento dell'aorta negli anziani compromette la sua funzione elastica, riducendo la capacità di ammortizzare il flusso sanguigno e aumentando il carico di lavoro del cuore, con conseguente ipertrofia ventricolare sinistra.

Alla base dello sviluppo dell’ipertensione essenziale vi è una complessa interazione di meccanismi patogenetici. L’attivazione cronica del sistema nervoso simpatico determina una vasocostrizione diffusa e un aumento della frequenza cardiaca, mentre il sistema renina-angiotensina-aldosterone, spesso iperattivo, favorisce la ritenzione di sodio e acqua, incrementando il volume plasmatico e la pressione. Si aggiunge una disfunzione endoteliale, caratterizzata da ridotta produzione di ossido nitrico, principale vasodilatatore endogeno, e da un aumento di sostanze vasocostrittrici come l’endotelina. Numerosi studi hanno evidenziato anche una diminuita sensibilità dei barocettori arteriosi, responsabili della regolazione riflessa della pressione, e una maggiore reattività ai mediatori vasoattivi come adrenalina e angiotensina II. In alcuni soggetti, uno stato di infiammazione cronica di basso grado sembra contribuire ulteriormente alla disfunzione endoteliale e all’innalzamento dei valori pressori.

Risulta essere invece protettivo l’esercizio fisico aerobico almeno 2-3 volte alla settimana per almeno 20 minuti. L’attività fisica ottimale è di tipo aerobico e si mantiene sotto la soglia anaerobica, ossia il livello oltre il quale l’organismo inizia a produrre lattato in eccesso. Un metodo pratico per stimare la frequenza cardiaca ottimale per l’attività aerobica è calcolarla come il 75% della frequenza cardiaca massima teorica (220 meno l’età in anni). Ad esempio, per un soggetto di 40 anni: 75% di (220-40) = 135 bpm.

L'ipertensione arteriosa è spesso asintomatica, almeno per valori pressori non troppo elevati, ed è rilevabile solo tramite misurazione con lo sfigmomanometro. Valori superiori a 180 mmHg di sistolica o 110 mmHg di diastolica possono associarsi a sintomi gravi, tra cui cefalea intensa, vertigini, visione offuscata e dispnea. Anche in assenza di manifestazioni evidenti, l’ipertensione rappresenta uno dei principali fattori alla base di complicanze cardiovascolari e renali: il controllo rigoroso dei valori pressori è quindi fondamentale per ridurre il rischio di eventi acuti e prevenire la progressiva compromissione degli organi bersaglio.

Il problema principale dell’ipertensione arteriosa è che livelli elevati di pressione prolungati nel tempo determinano alterazioni croniche soprattutto cardiache, vascolari e renali e possono provocare danni d’organo acuti. Tra le modificazioni associate all’elevata pressione arteriosa si osservano adattamenti cardiovascolari di tipo ipertrofico.

Il cuore, per compensare l’aumento delle resistenze vascolari, sviluppa ipertrofia ventricolare sinistra, un adattamento inizialmente compensatorio che può evolvere in insufficienza cardiaca. A livello vasale anche i vasi, sottoposti a una maggiore pressione, vanno incontro a ispessimento e aumento della rigidità.

A livello renale, la pressione elevata provoca danno glomerulare, con conseguente microalbuminuria, un marker precoce di danno renale ipertensivo. Particolarmente importanti sono i danni renali: fintanto che si riscontra solo microalbuminuria, siamo ancora in una condizione reversibile, ma se il danno renale diventa più consistente si instaura un circolo vizioso: l’ipertensione causa danno renale, che a sua volta aumenta l’ipertensione, aggravando ulteriormente il danno renale. È importante sottolineare che le alterazioni iniziali — come la microalbuminuria e l’ipertrofia ventricolare sinistra incipiente — sono in buona parte reversibili se i valori pressori vengono riportati e mantenuti nella norma. Il trattamento tempestivo può quindi prevenire la progressione verso danni d’organo irreversibili.

L’ipertensione arteriosa rappresenta un fattore di rischio cardiovascolare molto importante, che unitamente ad altri fattori di rischio comuni come diabete, dislipidemie (sindrome metabolica) e aterosclerosi, può determinare eventi cardiovascolari avversi anche gravi. Anche per questo la gestione dell’ipertensione si basa su un approccio progressivo che comprende modifiche dello stile di vita — riduzione del sale, aumento dell’attività fisica, controllo del peso — e, quando necessario, terapia farmacologica mirata.

Poiché spesso l’ipertensione è silente, si raccomanda un controllo periodico della pressione arteriosa, facilmente eseguibile dal medico di base o anche gratuitamente in farmacia. L’automisurazione domiciliare e il monitoraggio pressorio delle 24 ore sono strumenti sempre più raccomandati per una diagnosi accurata e per valutare la reale esposizione al rischio, superando le limitazioni delle rilevazioni isolate in ambulatorio.

Si definisce ipertensione arteriosa la presenza di valori pressori persistentemente elevati sopra i 140 mmHg di sistolica e/o 90 mmHg di diastolica in misurazioni ripetute. Va tenuto presente, tuttavia, che la pressione arteriosa può variare significativamente nello stesso individuo ed innalzarsi temporaneamente senza che si tratti di un’ipertensione patologica. Ad esempio, l’ingestione di liquirizia, caffè o fumo di sigaretta può temporaneamente aumentare i valori pressori. La pressione arteriosa è influenzata anche da fattori emotivi e psicologici, come lo stress.
Un esempio particolare è la sindrome da camice bianco, una condizione in cui il paziente manifesta un aumento della pressione arteriosa durante la visita medica, mentre a casa i valori sono normali. Per distinguere tra ipertensione arteriosa e un aumento pressorio occasionale, è consigliabile effettuare un monitoraggio pressorio delle 24 ore per valutare la persistenza dell’ipertensione durante l’arco della giornata.

Sulla base dell’entità dei valori pressori si distinguono differenti gradi di ipertensione, connessi a un maggior rischio cardiovascolare. Ovviamente, più è alta la pressione, maggiore è il rischio di complicanze a lungo termine. Valori pressori molto elevati sono pericolosi anche nell'immediato, con il rischio di danni d'organo acuti.

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