Le sindromi coronariche croniche comprendono le manifestazioni cliniche della malattia coronarica al di fuori di una fase acuta. Il concetto sostituisce l’idea di “coronaropatia stabile” come condizione immobile: aterosclerosi, funzione endoteliale, microcircolo, trombosi e domanda miocardica cambiano nel tempo, anche quando i sintomi rimangono simili. Il paziente può presentare angina da sforzo, dispnea, ischemia senza dolore, disfunzione ventricolare oppure nessun sintomo dopo infarto o rivascolarizzazione. La stabilità descrive il momento clinico, non l’assenza di progressione né di rischio.
Il gruppo include persone con sospetta coronaropatia e sintomi stabili, pazienti con diagnosi anatomica o funzionale già documentata, individui stabilizzati dopo una sindrome coronarica acuta e soggetti con cardiomiopatia ischemica. Include anche forme con arterie non ostruttive, nelle quali disfunzione microvascolare o vasospasmo possono causare ischemia; questa ampiezza impedisce una terapia uniforme. La diagnosi deve specificare fenotipo, anatomia, meccanismo, funzione ventricolare e obiettivi, distinguendo controllo dei sintomi e prevenzione degli eventi.
La pagina sulla sindrome coronarica cronica sviluppa l’inquadramento clinico complessivo, mentre l’angina stabile descrive il dolore riproducibile e i suoi equivalenti. L’ischemia miocardica silente riguarda episodi oggettivi senza sintomi riconosciuti; l’angina refrattaria identifica invece sintomi persistenti nonostante terapia e rivascolarizzazione praticabile. I confini possono sovrapporsi, ma ogni pagina mantiene un fuoco clinico diverso. Un paziente può passare da un fenotipo all’altro durante la storia naturale.
La gestione contemporanea risponde a tre domande: qual è la probabilità che i sintomi siano coronarici, quale meccanismo ischemico li produce e quale rischio di morte o eventi esiste indipendentemente dai sintomi. Angio-TC, imaging funzionale, coronarografia e fisiologia invasiva non sono tappe automatiche, ma strumenti selezionati per rispondere a una domanda. La terapia combina stile di vita, controllo di lipidi, pressione e diabete, strategia antitrombotica, farmaci antianginosi e rivascolarizzazione quando indicata. Il follow-up verifica sia qualità di vita sia protezione prognostica.
L’aterosclerosi epicardica è il substrato più comune. Ritenzione delle lipoproteine contenenti apoB, infiammazione e rimodellamento producono placche che possono restringere il lume oppure crescere verso l’esterno senza stenosi apparente. Il carico aterosclerotico complessivo predice eventi oltre la singola lesione; fumo, LDL, pressione, diabete, malattia renale, familiarità e lipoproteina(a) modulano insorgenza e progressione. Una placca non severa può causare un evento acuto, mentre una stenosi severa e fibrotica può produrre soprattutto ischemia da sforzo.
La stenosi limita il flusso quando la richiesta aumenta, ma la relazione tra diametro e ischemia non è lineare. Lunghezza, geometria, malattia diffusa, pressione aortica, collaterali e microcircolo determinano la riserva effettiva. FFR e iFR misurano l’impatto emodinamico della lesione nel contesto della circolazione; non descrivono vulnerabilità di placca e possono essere influenzati dalla funzione microvascolare. L’anatomia è quindi necessaria ma non sufficiente a spiegare sintomi e prognosi.
La disfunzione microvascolare riduce la riserva di flusso coronarico per alterazioni strutturali, rarefazione, rimodellamento arteriolare o controllo vasomotorio anomalo. Può coesistere con stenosi epicardiche, persistere dopo PCI e spiegare una parte dell’angina residua; il vasospasmo epicardico o microvascolare produce ischemia dinamica, spesso a riposo ma talvolta da sforzo; questi meccanismi sono particolarmente importanti in ANOCA e INOCA e richiedono valutazione funzionale, perché una coronarografia “normale” non li esclude.
La domanda di ossigeno aumenta con frequenza, contrattilità e tensione di parete. Ipertensione, tachicardia, anemia, ipertiroidismo e stenosi aortica possono abbassare la soglia anginosa senza modificare la stenosi. Al contrario, bradicardia e riduzione del postcarico possono migliorare l’equilibrio; il subendocardio è più vulnerabile per maggiore tensione e compressione durante la sistole. Il condizionamento fisico riduce la richiesta per un dato lavoro esterno e migliora funzione endoteliale, spiegando parte del beneficio della riabilitazione.
L’ischemia altera prima metabolismo e perfusione, poi rilasciamento, contrattilità, ECG e infine produce dolore: la cosiddetta cascata ischemica. Durata, intensità e collaterali modificano l’ordine osservabile; nella disfunzione microvascolare i test regionali possono essere meno sensibili perché l’ipoperfusione è diffusa; episodi ripetuti possono causare stunning o, nella malattia avanzata, miocardio ibernato con funzione ridotta ma vitalità residua. La rivascolarizzazione del miocardio vitale non garantisce automaticamente un beneficio prognostico e viene valutata nel contesto clinico.
La vulnerabilità di placca mantiene il collegamento tra fase cronica e evento acuto. Infiammazione, capsula sottile, core lipidico e stress meccanico favoriscono rottura o erosione; la stenosi precedente può essere modesta; statine e controllo dei fattori riducono eventi attraverso l’intero albero coronarico, non soltanto abbassando il grado di una stenosi. La rivascolarizzazione elimina o aggira un limite focale al flusso, ma non sostituisce la prevenzione sistemica.
Le differenze di sesso e genere influenzano esposizione, presentazione e accesso alle cure. Le donne hanno più spesso ANOCA e INOCA, ma possono presentare malattia ostruttiva severa e ricevono talvolta diagnosi o trattamenti tardivi; gli uomini non sono protetti dai disturbi microvascolari; gravidanza, menopausa, terapie ormonali e malattie autoimmuni vengono considerate nel contesto, senza usarle come spiegazioni automatiche. Un percorso equo applica la stessa precisione diagnostica a sintomi e rischio, evitando stereotipi.
Infiammazione sistemica, malattie reumatologiche, HIV e trattamenti oncologici possono accelerare aterosclerosi o danneggiare il microcircolo. Radioterapia mediastinica produce malattia ostiale, prossimale, valvolare e pericardica con lunga latenza; alcuni farmaci causano vasospasmo, trombosi o disfunzione. L’anamnesi oncologica e immunologica modifica la probabilità e la scelta dell’imaging. La prevenzione viene coordinata con lo specialista per evitare interruzioni non necessarie di terapie essenziali.
Le linee guida descrivono diversi scenari clinici: nuovo sospetto di coronaropatia con sintomi stabili; scompenso o disfunzione ventricolare di possibile origine ischemica; periodo successivo a sindrome acuta o rivascolarizzazione; diagnosi di lunga durata con o senza sintomi; angina o ischemia con coronarie non ostruttive; gli scenari determinano probabilità, esami e obiettivi diversi. Una classificazione basata soltanto sulla presenza di dolore perde pazienti asintomatici ad alto rischio e pazienti molto sintomatici senza ostruzione.
L’angina stabile è prevedibile per soglia e trigger, generalmente regredisce con riposo o nitrato e può essere graduata con la classificazione Canadian Cardiovascular Society. Stabilità non significa dolore lieve: una classe III riproducibile può limitare attività quotidiane senza essere acuta; un cambiamento recente di frequenza, durata, soglia o comparsa a riposo richiede rivalutazione per sindrome acuta. La dispnea può essere un equivalente, ma deve essere distinta da scompenso, polmone, anemia e decondizionamento.
L’ischemia silente è documentata da ECG, imaging o alterazioni metaboliche in assenza di sintomi percepiti durante l’episodio. Può alternarsi ad angina nello stesso paziente e compare più facilmente con diabete, neuropatia autonomica, età o precedente infarto; non coincide con la semplice aterosclerosi asintomatica e non giustifica screening universale con test da stress. La probabilità pre-test e la possibilità che il risultato cambi la gestione determinano se cercarla.
L’angina refrattaria persiste nonostante terapia anti-ischemica massimamente tollerata e rivascolarizzazione indicata e praticabile. Prima di attribuire la refrattarietà occorre verificare diagnosi, aderenza, dosi, stenosi residue, graft o stent, microcircolo, vasospasmo, ponte miocardico e cause non cardiache; la definizione moderna considera anche meccanismi non ostruttivi. Il problema dominante è spesso la qualità di vita, ma il rischio prognostico viene valutato separatamente.
Il fenotipo post-infarto o post-rivascolarizzazione può essere asintomatico, presentare angina residua, scompenso o aritmie. Restenosi e trombosi di stent, progressione di altre placche, degenerazione dei graft e disfunzione microvascolare hanno tempi e presentazioni differenti; non è indicato ripetere automaticamente imaging a intervalli fissi nel paziente stabile se il risultato non cambierebbe terapia. Nuovi sintomi o peggioramento funzionale riaprono invece la valutazione anatomica e fisiologica.
La cardiomiopatia ischemica combina cicatrice, rimodellamento ventricolare, eventuale miocardio ibernato e insufficienza mitralica funzionale. I sintomi possono essere dominati da dispnea ed edema più che da dolore; la frazione di eiezione influenza prognosi, terapia dello scompenso, indicazione a dispositivi e scelta di rivascolarizzazione. La presenza di vitalità è una parte del quadro e non deve essere usata isolatamente per promettere recupero.
La malattia coronarica cronica può essere classificata anche per obiettivo clinico: conferma diagnostica, controllo dell’angina, stima prognostica, valutazione post-rivascolarizzazione o gestione dello scompenso. La stessa stenosi viene quindi studiata con strumenti diversi a seconda della decisione da prendere; un test anatomico risponde alla presenza di placca; un test funzionale alla conseguenza sul flusso. Separare le domande riduce la cascata di esami e rende interpretabile ogni risultato.
Un paziente può attraversare più fenotipi: angina iniziale, PCI, periodo asintomatico, ischemia residua, scompenso o evento acuto; questa transizione longitudinale richiede aggiornare diagnosi e farmaci senza cancellare la storia precedente; la documentazione di stent, graft, funzione e meccanismi non ostruttivi evita ripetizioni. Il follow-up deve riconoscere quando la probabilità pre-test è cambiata, perché un esame negativo remoto non protegge indefinitamente.
L’angina tipica è un discomfort retrosternale provocato da sforzo o stress e alleviato da riposo o nitrato. Può irradiarsi a braccia, mandibola, collo, dorso o epigastrio; peso, oppressione e bruciore sono descrizioni comuni; la soglia varia con freddo, pasti, salita, vento e attività dopo il risveglio. Durata di pochi minuti e riproducibilità sostengono la diagnosi, ma nessuna caratteristica isolata è sufficiente.
Le manifestazioni equivalenti comprendono dispnea, affaticamento, riduzione della capacità e talvolta nausea o sudorazione. Donne, anziani e diabetici possono riferire sintomi meno stereotipati, ma l’etichetta “atipico” non deve annullare una valutazione strutturata; il dolore puntorio istantaneo, riproducibile alla palpazione o legato ai movimenti riduce la probabilità senza azzerarla. Reflusso, patologia muscoloscheletrica, ansia e malattia polmonare possono coesistere con coronaropatia.
L’anamnesi quantifica frequenza, durata, soglia, risposta ai farmaci e impatto sulla vita. Diario e Seattle Angina Questionnaire rendono misurabile il carico sintomatico e consentono di valutare la risposta; è importante chiedere quale attività il paziente evita: un’apparente assenza di angina può derivare da auto-limitazione. La classe CCS descrive limitazione da angina, ma non sostituisce capacità funzionale, fragilità e obiettivi personali.
L’esame ricerca pressione, polsi, soffi, segni di scompenso, anemia, tiroide e malattia vascolare. Un esame normale è comune nella coronaropatia stabile; terzo tono, rantoli, turgore giugulare o soffio mitralico indicano coinvolgimento strutturale; un soffio aortico modifica la diagnosi differenziale e la scelta dei test. Indice caviglia-braccio ridotto, carotidi e aneurisma aortico segnalano aterosclerosi sistemica e rischio più elevato.
Segnali di instabilizzazione sono dolore nuovo a riposo, rapido crescendo, durata prolungata, ridotta risposta al nitrato, sincope, ipotensione, edema acuto o aritmie. In tali condizioni la valutazione segue gli algoritmi delle sindromi acute con ECG e troponina, senza attendere il controllo ambulatoriale; una soglia che peggiora lentamente può derivare anche da anemia, infezione o mancata aderenza. La distinzione tra cronico e acuto è clinica e temporale, non affidata a una singola parola del paziente.
Nei pazienti asintomatici, la prima manifestazione può essere infarto, scompenso, aritmia o reperto occasionale di calcio coronarico. La mancanza di dolore non equivale a bassa probabilità, ma neppure autorizza test funzionali indiscriminati; il rischio viene stimato con fattori, danno d’organo e malattia già nota. Nel diabete, una prevenzione intensiva è necessaria indipendentemente dallo screening sistematico dell’ischemia, che non ha dimostrato beneficio generalizzato sugli esiti.
Nell’anziano, fragilità, sarcopenia e artrosi possono impedire di raggiungere la soglia anginosa e rendere apparentemente silente una malattia importante. Confusione, caduta o perdita di autonomia possono accompagnare eventi acuti, ma hanno numerose alternative; la valutazione funzionale e cognitiva completa l’anamnesi. Gli obiettivi privilegiano indipendenza e tollerabilità, senza negare procedure efficaci soltanto per l’età cronologica.
Atleti e persone fisicamente attive possono percepire una riduzione prestazionale prima del dolore; nei sedentari la capacità limitata da altre cause può occultare l’ischemia. Il carico lavorativo, l’attività sessuale e le responsabilità di cura sono componenti della soglia reale; una prescrizione di esercizio traduce il rischio in attività consentite. Indicazioni generiche come “non si sforzi” aumentano decondizionamento e non sostituiscono una stratificazione.
La valutazione iniziale comprende storia, esame, ECG, emocromo, funzione renale, glicemia o HbA1c e profilo lipidico. Troponina è indicata quando sintomi o tempi fanno sospettare un evento acuto, non come esame routinario di ogni dolore cronico. L’ecocardiogramma misura frazione di eiezione, cinetica, valvole e pressioni. La probabilità clinica di coronaropatia ostruttiva integra età, sesso, sintomi e fattori modificatori; i modelli contemporanei evitano la sovrastima dei vecchi punteggi.
L’angio-TC coronarica è efficace per escludere stenosi e descrivere placche, soprattutto con probabilità bassa o intermedia e buona qualità attesa. Calcio esteso, aritmia, obesità, funzione renale, allergia e capacità di controllare la frequenza influenzano la scelta; un esame negativo di buona qualità riduce fortemente la probabilità di coronaropatia epicardica ostruttiva. Stenosi intermedie possono richiedere FFR-CT, imaging da stress o coronarografia in base a sintomi e rischio.
Ecocardiografia da stress, SPECT, PET e CMR valutano ischemia inducibile, funzione e rischio. PET e CMR quantitativa possono misurare flusso e riserva, utili nella malattia diffusa o microvascolare; stress eco non usa radiazioni ma dipende da finestra e operatore; la scelta considera esperienza locale, controindicazioni e domanda clinica. L’ECG da sforzo conserva valore per sintomi, capacità, pressione e aritmie quando interpretabile, ma ha accuratezza inferiore per diagnosticare stenosi.
La coronarografia invasiva è indicata con probabilità molto alta, sintomi severi refrattari, alto rischio non invasivo, disfunzione significativa o incertezza che richiede una decisione interventistica. Le stenosi intermedie vengono valutate con FFR o iFR prima della PCI, salvo situazioni in cui la fisiologia non è appropriata. OCT e IVUS definiscono placca e ottimizzano stent, non sostituiscono sempre la fisiologia. Nell’assenza di ostruzioni, CFR, resistenza microvascolare e acetilcolina possono identificare endotipo ANOCA/INOCA.
La stratificazione prognostica integra anatomia, ischemia, funzione ventricolare, sintomi e comorbilità. Tronco comune, malattia multivasale complessa, ischemia estesa e frazione ridotta possono modificare la strategia; una piccola area ischemica in funzione normale ha implicazioni diverse; il calcio coronarico quantifica carico aterosclerotico, ma non dimostra da solo una stenosi responsabile dei sintomi. Biomarcatori e imaging vengono richiesti se cambiano decisioni, evitando una catena di test incidentali.
La diagnosi differenziale comprende valvulopatie, scompenso non ischemico, cardiomiopatie, pericardio, aorta, embolia polmonare, reflusso e parete toracica. La presenza di una placca non prova che ogni dolore sia angina; l’assenza di stenosi non prova che il dolore sia non cardiaco; una diagnosi completa esplicita grado di certezza e meccanismo. Quando test e sintomi discordano, si rivalutano qualità, probabilità, microcircolo e diagnosi alternative prima di ripetere esami simili.
Ogni metodica comporta possibilità di risultati falsi o indeterminati. Bassa probabilità aumenta falsi positivi; calcio e movimento riducono qualità della CT; attenuazione e ischemia bilanciata limitano SPECT; finestra scarsa limita eco; artefatti e controindicazioni influenzano CMR; il referto deve indicare qualità e limiti, non soltanto una conclusione binaria. Quando il risultato non concorda con il quadro, la scelta successiva deve colmare il limite specifico.
La funzione renale condiziona contrasto iodato e gadolinio, ma non giustifica una rinuncia automatica. Idratazione appropriata, riduzione del contrasto e scelta di metodiche senza contrasto limitano rischio; nello stadio avanzato si valuta il tipo di gadolinio; il rischio radiologico è cumulativo e particolarmente rilevante nei giovani, pur restando inferiore al rischio di non diagnosticare una condizione grave quando l’esame è indicato. Beneficio e danno vengono comparati in modo individuale.
La terapia ha due obiettivi separati: ridurre eventi cardiovascolari e migliorare sintomi e funzione. Cessazione del fumo, attività fisica prescritta, alimentazione di tipo mediterraneo, peso, sonno e riabilitazione agiscono su rischio e qualità di vita; il supporto deve essere concreto: farmacoterapia per il tabagismo, programma di esercizio e misure ripetute dei target. Stress, depressione e vulnerabilità sociale influenzano aderenza e vengono affrontati senza attribuire loro automaticamente l’origine del dolore.
La riduzione delle lipoproteine aterogene usa statina ad alta intensità e, se il target non è raggiunto o il rischio lo richiede, ezetimibe, inibitore PCSK9 o altre terapie secondo linee guida. Pressione e diabete vengono trattati con farmaci che offrano beneficio cardiovascolare quando indicati. ACE-inibitori o sartani sono particolarmente utili con ipertensione, diabete, rene, disfunzione o scompenso. Influenza, aderenza, interazioni e tolleranza vengono rivalutate, evitando di definire “intollerante” un paziente senza verifica sistematica.
L’antiaggregazione a lungo termine è generalmente indicata nella coronaropatia aterosclerotica nota, bilanciando rischio emorragico; dopo PCI durata e combinazioni dipendono da presentazione, stent e necessità di anticoagulante. DAPT indefinita non è routinaria; nei pazienti con fibrillazione atriale, l’anticoagulante sostituisce o si combina temporaneamente con antiaggreganti secondo tempi precisi. Gastroprotezione, funzione renale, anemia e precedenti emorragie fanno parte della prescrizione.
Per l’angina si scelgono beta-bloccanti, calcio-antagonisti, nitrati a lunga durata, ranolazina, ivabradina o altri farmaci in base a frequenza, pressione, funzione ventricolare, ritmo e meccanismo. Non esiste una gerarchia rigida valida per ogni paziente; il nitrato sublinguale tratta l’episodio e può essere usato prima di uno sforzo prevedibile, con istruzioni su seduta e richiesta di soccorso se il dolore persiste. La terapia viene titolata su sintomi ed effetti, evitando bradicardia o ipotensione iatrogene.
La rivascolarizzazione è raccomandata per sintomi limitanti nonostante terapia oppure per specifiche condizioni anatomiche o funzionali con possibile beneficio prognostico. PCI e bypass vengono confrontati per complessità, diabete, funzione, rischio chirurgico e preferenze in un Heart Team quando necessario; nella malattia stabile, la PCI non è una sostituzione della terapia preventiva e il suo beneficio più costante è sintomatico. La dimostrazione fisiologica evita procedure su stenosi che non limitano il flusso.
Il follow-up controlla sintomi, capacità, pressione, lipidi, glicemia, funzione renale, aderenza e nuovi eventi. Non richiede imaging annuale automatico nel paziente stabile; nuovi sintomi, scompenso, aritmie o cambiamento di rischio guidano gli accertamenti; la prognosi dipende da frazione di eiezione, anatomia, carico di placca, comorbilità e successo della prevenzione più che dalla sola frequenza dell’angina. Obiettivi condivisi e un piano scritto riducono frammentazione tra medico, cardiologo e riabilitazione.
L’aderenza migliora quando il paziente comprende la funzione di ogni farmaco. Un piano terapeutico distingue farmaci prognostici, antianginosi e temporanei, indica durata della DAPT e gestione del nitrato. Pillole combinate e sincronizzazione delle assunzioni possono ridurre l’onere; effetti avversi vengono cercati prima che portino alla sospensione autonoma. Decisione condivisa non significa trasferire al paziente una scelta non spiegata, ma confrontare benefici, rischi e preferenze con numeri comprensibili.
Il ritorno a lavoro, guida, viaggio e attività sessuale viene basato su stabilità clinica, capacità funzionale e normativa applicabile. La riabilitazione può fornire una verifica controllata e affrontare paura o barriere professionali; le indicazioni cambiano dopo infarto, PCI, bypass e scompenso e vengono aggiornate. Un follow-up efficace non si limita ai valori di laboratorio, ma verifica se il paziente ha recuperato la vita che considera significativa.
La complicanza più temuta è la trasformazione in sindrome coronarica acuta per rottura o erosione di placca. Il rischio non è confinato alla stenosi che causa angina e può emergere dopo lunghi periodi stabili; dolore a riposo o in crescendo, troponina e modificazioni ECG richiedono un nuovo inquadramento. Prevenzione lipidica, cessazione del fumo e controllo pressorio riducono il rischio residuo, mentre una PCI elettiva non “immunizza” dagli eventi di altre placche.
Infarti ripetuti e ischemia possono produrre cardiomiopatia ischemica, scompenso, insufficienza mitralica e rimodellamento. La terapia dello scompenso si aggiunge alla gestione coronarica; rivascolarizzazione viene selezionata sulla base di anatomia, sintomi, funzione e rischio; congestione e rene formano un circuito che complica dosi e prognosi. Rivalutare la frazione dopo ottimizzazione consente decisioni corrette su defibrillatore e resincronizzazione.
Aritmie atriali e ventricolari derivano da ischemia, cicatrice, disfunzione e comorbilità. La fibrillazione atriale aumenta rischio embolico e modifica l’antitrombosi; tachicardia ventricolare e sincope richiedono valutazione della cicatrice e dell’ischemia correggibile; bradicardia può essere spontanea o farmacologica e limitare beta-bloccante, ivabradina e alcuni calcio-antagonisti. Monitoraggio prolungato è guidato da sintomi e reperti, non usato come screening indefinito.
Il sanguinamento è una complicanza della prevenzione antitrombotica e può annullarne il beneficio. Età, rene, anemia, precedenti emorragie e necessità di anticoagulante richiedono scelta e durata individuali; interrompere autonomamente la terapia dopo stent può causare trombosi; proseguirla senza rivalutazione può causare emorragia. Il piano deve indicare durata, gestione perioperatoria e chi contattare prima di sospendere farmaci.
L’angina persistente può evolvere in disabilità, decondizionamento, depressione e perdita lavorativa. La ripetizione di angiografie senza identificare microcircolo, vasospasmo o cause non cardiache espone a procedure senza beneficio; un servizio multidisciplinare può integrare terapia ischemica, riabilitazione, dolore e supporto psicologico. La qualità di vita è un esito clinico legittimo e deve essere misurata, senza confonderla con il rischio di morte.
La malattia aterosclerotica è sistemica: ictus, arteriopatia periferica, aneurisma aortico e malattia renale condividono fattori e influenzano la prognosi. La comparsa di claudicatio, TIA o declino renale richiede una strategia coordinata; la politerapia aumenta interazioni, ipotensione e cadute, soprattutto nell’anziano fragile. Deprescrivere farmaci inutili e preservare quelli prognostici richiede revisione periodica, non semplice riduzione numerica.
Il danno renale acuto può seguire shock, congestione, contrasto o farmaci e aumenta il rischio di eventi. La prevenzione corregge volume, limita nefrotossici e adatta dosi; attribuire ogni aumento di creatinina al contrasto può ritardare esami necessari; la malattia renale cronica modifica antitrombosi e scelta di rivascolarizzazione. Cardiologo e nefrologo coordinano le decisioni nei casi avanzati.
Comorbilità e fragilità possono condurre a politerapia, ipotensione ortostatica e cadute. Deprescrizione significa eliminare trattamenti senza indicazione, non togliere indiscriminatamente farmaci prognostici. Le dosi vengono adattate a rene, fegato, peso e obiettivi; un episodio di caduta richiede revisione di pressione e ritmo oltre a cause neurologiche o ambientali. La sicurezza terapeutica è una componente della prognosi a lungo termine.
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