AdBlock rilevato
Abbiamo rilevato un AdBlock attivo!

Per favore disattiva AdBlock o aggiungi il sito alle eccezioni.

La nostra pubblicità non è molesta e non ti arrecherà alcun disturbo
consente al sito di mantenersi, crescere e fornirti nuovi contenuti..

Non potrai accedere ai contenuti finché AdBlock rimane attivo.
Dopo averlo disattivato, questa finestra si chiuderà automaticamente.

Sfondo Header
L'angolo del dottorino
Indice
Cerca nel sito... Ricerca avanzata

Rivascolarizzazione miocardica

La rivascolarizzazione miocardica comprende l’insieme delle procedure dirette a ripristinare un apporto di sangue adeguato a un territorio miocardico compromesso da stenosi o occlusioni coronariche. Nella pratica contemporanea le due strategie fondamentali sono l’intervento coronarico percutaneo, o PCI, e il bypass aortocoronarico, o CABG. Entrambe possono migliorare la perfusione, ma lo fanno con principi anatomici differenti: la PCI tratta direttamente la lesione del vaso nativo mediante dilatazione e, nella grande maggioranza dei casi, impianto di stent; il CABG crea invece un nuovo condotto che porta sangue a valle della malattia coronarica, superando uno o più segmenti patologici.

La scelta della rivascolarizzazione non può essere ridotta alla presenza di una stenosi angiografica. Deve rispondere a un quesito clinico preciso: perché rivascolarizzare questo paziente, questa lesione e in questo momento? Nelle sindromi coronariche acute l’obiettivo principale è interrompere rapidamente l’ischemia da trombosi e limitare la necrosi. Nelle sindromi coronariche croniche la procedura può essere indicata per migliorare sintomi e qualità di vita, ridurre il rischio di eventi in anatomie ad alto rischio o ottenere un beneficio prognostico in sottogruppi specifici. In altre situazioni, una terapia medica ottimale senza procedura iniziale offre una prognosi comparabile e rende appropriato un approccio selettivo.

La rivascolarizzazione è quindi una componente della terapia della cardiopatia ischemica e non una sua alternativa. Anche una PCI tecnicamente perfetta o un bypass con graft pervi non eliminano l’aterosclerosi sistemica, il rischio di progressione delle placche, la trombogenicità, il diabete, l’ipertensione o l’esposizione alle lipoproteine aterogene. Il beneficio procedurale deve essere sempre accompagnato da prevenzione secondaria intensiva, controllo dei fattori di rischio, terapia antitrombotica appropriata e follow-up clinico.
Le linee guida più recenti hanno progressivamente spostato il paradigma dalla semplice “stenosi percentuale” a una valutazione integrata di anatomia, fisiologia, burden di malattia, funzione ventricolare, presentazione clinica, rischio procedurale e preferenze del paziente. Nelle stenosi intermedie la significatività funzionale deve essere definita con FFR, iFR o altri strumenti appropriati prima di procedere a rivascolarizzazione, mentre l’imaging intracoronarico assume un ruolo crescente nella pianificazione e nell’ottimizzazione delle procedure complesse.

Obiettivi, indicazioni e principi decisionali

Gli obiettivi della rivascolarizzazione possono essere distinti in prognostici, sintomatici e di salvataggio miocardico. Il beneficio prognostico consiste nella riduzione di morte spontanea, infarto o altri eventi maggiori in popolazioni nelle quali il rischio naturale della malattia è sufficientemente elevato e la procedura modifica quel rischio. Il beneficio sintomatico riguarda soprattutto la riduzione dell’angina e il miglioramento della capacità funzionale. Il beneficio di salvataggio miocardico è tipico delle sindromi coronariche acute, nelle quali la rapidità della riperfusione condiziona la quantità di miocardio destinata alla necrosi.
Nelle sindromi coronariche croniche, la rivascolarizzazione è particolarmente indicata quando persistono sintomi limitanti nonostante una terapia antianginosa adeguata e una lesione responsabile è dimostrata. È inoltre considerata in presenza di anatomie coronariche associate a rischio elevato, come malattia significativa del tronco comune, coronaropatia multivasale complessa, estesa ischemia in specifici contesti o cardiomiopatia ischemica selezionata. L’indicazione deve essere formulata integrando prognosi attesa con e senza procedura.

Lo studio ISCHEMIA ha modificato in modo sostanziale la percezione della rivascolarizzazione nella malattia coronarica stabile. In pazienti selezionati con ischemia moderata o severa, esclusi sostanzialmente i soggetti con tronco comune significativo, una strategia invasiva iniziale non ha ridotto la mortalità o gli eventi ischemici maggiori rispetto a una strategia inizialmente conservativa durante il follow-up principale, pur migliorando il controllo dell’angina nei pazienti sintomatici; ciò non rende la rivascolarizzazione inutile, ma dimostra che l’ischemia inducibile da sola non equivale automaticamente a indicazione prognostica alla PCI.
Le linee guida ESC 2024 non escludono un beneficio di sopravvivenza in base alla sola assenza di malattia significativa del tronco comune o della LAD prossimale: nei pazienti con sindrome coronarica cronica, LVEF >35% e malattia trivasale funzionalmente significativa, la rivascolarizzazione è raccomandata per migliorare la sopravvivenza a lungo termine. In presenza di cardiomiopatia ischemica con funzione ventricolare ridotta, invece, la rivascolarizzazione chirurgica può offrire un vantaggio di sopravvivenza a lungo termine in pazienti selezionati.

Il processo decisionale deve essere proporzionato al rischio. Una lesione singola, tecnicamente semplice, in un paziente con sintomi refrattari può essere gestita con PCI dopo documentazione della sua rilevanza. Al contrario, una malattia del tronco comune o una coronaropatia trivasale complessa in un paziente diabetico richiede una valutazione multidisciplinare perché la differenza tra PCI e CABG può tradursi in differenze di mortalità, infarto spontaneo, ictus e necessità di nuove procedure.
Il Heart Team rappresenta il modello di riferimento quando la strategia non è evidente. Cardiologo clinico, cardiologo interventista e cardiochirurgo dovrebbero integrare rischio operatorio, anatomia, complessità della PCI, probabilità di rivascolarizzazione completa, funzione ventricolare, fragilità, aspettativa di vita, comorbilità e preferenze informate. Il punteggio SYNTAX può contribuire alla descrizione della complessità anatomica, ma non sostituisce il giudizio clinico e non deve essere utilizzato isolatamente.

Anatomia coronarica e significatività fisiologica delle stenosi

La coronarografia invasiva rimane il riferimento anatomico nelle procedure di rivascolarizzazione, ma è essenzialmente una luminografia bidimensionale. Una riduzione del diametro visuale non descrive direttamente né il burden della placca né la sua rilevanza fisiologica. La relazione tra stenosi e ischemia dipende da lunghezza della lesione, diametro del vaso, pressione aortica, resistenze microvascolari, malattia diffusa, circolo collaterale e quantità di miocardio sottesa.
Le stenosi angiograficamente intermedie sono il contesto nel quale la fisiologia invasiva ha il maggiore valore. La fractional flow reserve misura il rapporto tra pressione distale e aortica durante iperemia massimale; un valore ≤0,80 è la soglia convenzionale utilizzata per identificare una stenosi emodinamicamente significativa. L’iFR e altri indici non iperemici utilizzano intervalli del ciclo cardiaco nei quali la resistenza microvascolare è relativamente stabile; per l’iFR la soglia validata è ≤0,89.

Gli studi FAME hanno dimostrato che la selezione delle lesioni sulla base della fisiologia migliora l’appropriatezza della PCI rispetto alla sola valutazione angiografica. FAME 2 ha inoltre mostrato che nei pazienti con stenosi FFR-positive la PCI riduce soprattutto la necessità di rivascolarizzazioni urgenti e migliora il controllo dell’angina, mentre i pazienti con lesioni FFR-negative hanno una prognosi favorevole con terapia medica.
La fisiologia non deve però essere interpretata come un test di “pericolosità biologica” della placca. Una stenosi FFR-negativa può possedere elevato burden aterosclerotico e conferire rischio a lungo termine, mentre una FFR positiva documenta l’effetto emodinamico della lesione. Anatomia, fisiologia e biologia della placca rispondono a domande differenti.

La malattia coronarica diffusa può produrre una caduta pressoria graduale lungo il vaso senza una singola lesione focale dominante. Il pullback pressorio durante FFR o indici non iperemici può distinguere un pattern focale, più adatto alla correzione con stent, da un pattern diffuso, nel quale una lunga sequenza di stent può non normalizzare la fisiologia e può esporre a una maggiore complessità procedurale.
Nei pazienti con disfunzione microvascolare, la relazione tra stenosi e flusso può risultare ulteriormente complessa. Una FFR apparentemente conservata in presenza di una risposta iperemica attenuata può richiedere interpretazione nel contesto complessivo. Quando il problema clinico è ANOCA/INOCA, la rivascolarizzazione delle arterie epicardiche non rappresenta la soluzione in assenza di stenosi emodinamicamente significative.

Intervento coronarico percutaneo: principi e tecnologia

La PCI moderna comprende accesso vascolare, cateterizzazione selettiva della coronaria, attraversamento della lesione con guida, preparazione della placca, eventuale predilatazione, impianto di stent e ottimizzazione finale. Gli stent medicati di nuova generazione hanno ridotto in modo sostanziale restenosi e trombosi rispetto agli stent metallici non medicati e rappresentano lo standard nella grande maggioranza delle indicazioni.
L’accesso radiale è preferito nella maggior parte delle procedure, soprattutto nelle sindromi coronariche acute, perché riduce sanguinamenti e complicanze vascolari e, in contesti ACS, è associato a migliori outcome rispetto all’accesso femorale routinario. L’accesso femorale mantiene un ruolo in procedure che richiedono grandi introduttori, supporto circolatorio o anatomie specifiche, ma deve essere eseguito con tecnica accurata e strategie di prevenzione delle complicanze.

La preparazione della lesione è determinante nei segmenti calcificati. Palloni non compliant, scoring o cutting balloon, aterectomia rotazionale o orbitale e intravascular lithotripsy consentono di modificare il calcio e favorire un’espansione adeguata dello stent. Un impianto in una lesione non preparata, con stent sottoespanso, aumenta il rischio di restenosi e trombosi tardiva.
Il risultato angiografico non è sufficiente per giudicare sempre la qualità della PCI. Sottoespansione, malapposizione, dissezioni marginali, prolasso di tessuto e mancata copertura di segmenti patologici possono essere sottostimati. L’imaging intracoronarico con IVUS o OCT consente una valutazione più precisa e oggi è raccomandato nelle procedure complesse, con particolare rilevanza in tronco comune, biforcazioni, lesioni lunghe, calcificate e restenosi.

L’IVUS ha maggiore profondità di penetrazione e permette di definire membrana elastica esterna, dimensioni del vaso, burden di placca e calcio. L’OCT offre una risoluzione superiore e visualizza con grande dettaglio stent, dissezioni, trombo e caratteristiche superficiali, ma richiede clearance del sangue mediante contrasto e penetra meno profondamente. La scelta dipende dal quesito e dall’anatomia.
La PCI delle biforcazioni viene generalmente pianificata con una strategia provisional a singolo stent quando possibile. Tecniche a due stent sono riservate a biforcazioni complesse con ramo laterale importante e malattia estesa. Nelle biforcazioni del tronco comune la scelta tra tecniche come DK-crush, culotte o TAP dipende dalla geometria e dall’esperienza dell’operatore; l’imaging intracoronarico è particolarmente utile per ottimizzare espansione e apposizione.

Le occlusioni totali croniche richiedono competenza dedicata. Strategie antegrade wire escalation, antegrade dissection and re-entry e approcci retrogradi possono ottenere elevati tassi di successo in centri esperti, ma con maggiore durata, contrasto, radiazioni e rischio rispetto a una PCI semplice. L’indicazione alla CTO-PCI deve essere soprattutto clinicamente motivata da sintomi o ischemia, non dalla sola presenza angiografica dell’occlusione.

Bypass aortocoronarico: principi chirurgici e graft

Il CABG crea una via alternativa al flusso coronarico mediante condotti arteriosi o venosi anastomizzati distalmente alle stenosi. La sua forza concettuale è che un graft può proteggere un intero segmento coronarico da eventi che si sviluppino nelle placche prossimali al punto di anastomosi, mentre la PCI tratta prevalentemente le singole lesioni selezionate.
L’arteria mammaria interna sinistra utilizzata per la LAD rappresenta il condotto con la migliore pervietà a lungo termine ed è uno dei fondamenti del beneficio del CABG. L’arteria radiale viene impiegata come secondo graft arterioso in pazienti appropriati e offre una pervietà superiore ai graft venosi in molti contesti, purché anastomizzata a vasi con stenosi sufficientemente severe da evitare competizione di flusso.

I graft di vena safena sono tecnicamente versatili ma presentano una maggiore vulnerabilità a degenerazione, trombosi, iperplasia intimale e aterosclerosi nel tempo. Il fallimento del graft venoso non equivale alla restenosi dello stent: la patobiologia include alterazioni della parete venosa sottoposta a pressione arteriosa e sviluppo accelerato di neoaterosclerosi.
La chirurgia può essere eseguita con circolazione extracorporea e arresto cardioplegico oppure off-pump in centri e pazienti selezionati. La superiorità universale di una tecnica sull’altra non è dimostrata; risultati e indicazioni dipendono fortemente dall’esperienza. Tecniche no-touch aortiche possono ridurre embolizzazione in pazienti con aorta pesantemente ateromasica.

Il concetto di rivascolarizzazione completa in chirurgia indica la capacità di bypassare tutti i territori clinicamente rilevanti. La completezza anatomica può essere più facilmente raggiunta con CABG nelle coronaropatie diffuse e complesse, ma non è sempre necessaria o possibile in vasi piccoli, diffusamente malati, territori non vitali o pazienti ad alto rischio. La qualità delle anastomosi e dei condotti è almeno altrettanto importante del numero di graft.

PCI versus CABG nella malattia del tronco comune

La malattia significativa del tronco comune riveste importanza prognostica perché compromette un vasto territorio miocardico. Per decenni il CABG è stato lo standard dominante. L’evoluzione degli stent, della farmacoterapia e dell’imaging ha reso la PCI una possibile alternativa in anatomie selezionate, ma le due strategie non sono equivalenti in ogni paziente.
Le linee guida ESC 2024 confermano il CABG come strategia complessivamente preferita nei pazienti con malattia del tronco comune, basso rischio chirurgico e anatomia adatta, soprattutto per la minore frequenza di infarto spontaneo e rivascolarizzazioni ripetute nel lungo termine. La PCI può essere appropriata quando la complessità anatomica è bassa o intermedia, il rischio chirurgico è elevato, il paziente preferisce una procedura meno invasiva o esistono condizioni che rendono il bypass meno favorevole.

EXCEL e NOBLE hanno fornito risultati non perfettamente sovrapponibili, anche per differenze di endpoint e definizioni. Il messaggio clinico non è che uno dei due trial “annulli” l’altro, ma che nella malattia del tronco comune occorre considerare orizzonte temporale, eventi spontanei, rischio di ictus, necessità di nuove procedure e complessità anatomica. La discussione con il paziente deve includere queste differenze, non limitarsi al rischio immediato.
L’imaging intracoronarico è particolarmente rilevante nella PCI del tronco comune perché l’angiografia può sottostimare diametro e distribuzione della malattia. L’IVUS contribuisce alla valutazione della severità delle lesioni intermedie e all’ottimizzazione dello stent; un impianto sottoespanso nel tronco comune può avere conseguenze catastrofiche.

Malattia multivasale, complessità anatomica e diabete

Nella coronaropatia multivasale la scelta deve considerare numero di vasi, sedi, lunghezza delle lesioni, calcificazione, biforcazioni, CTO, malattia diffusa e possibilità di ottenere una rivascolarizzazione completa. Il SYNTAX score quantifica la complessità anatomica e ha dimostrato valore nella stratificazione dei risultati PCI versus CABG, ma il SYNTAX II e modelli più moderni incorporano caratteristiche cliniche per migliorare la personalizzazione.
Il follow-up a lungo termine dello studio SYNTAX ha mostrato che l’effetto relativo di PCI e CABG dipende dalla complessità e dalla distribuzione della malattia. Nei pazienti con coronaropatia trivasale complessa, soprattutto quando sono possibili graft arteriosi di buona qualità, il bypass tende a ridurre infarto spontaneo e necessità di ulteriori rivascolarizzazioni rispetto alla PCI.

Il diabete mellito modifica fortemente questa scelta perché si associa a malattia più diffusa, vasi più piccoli, progressione accelerata e maggiore rischio di restenosi ed eventi. Nel trial FREEDOM, in pazienti diabetici con malattia multivasale, il CABG ha ridotto morte e infarto rispetto alla PCI con stent medicati, al prezzo di un maggiore rischio di ictus. Il beneficio chirurgico è particolarmente rilevante nella malattia complessa e trivasale.
La presenza di diabete non costituisce però un automatismo assoluto. Fragilità, rischio chirurgico proibitivo, anatomia favorevole alla PCI, aspettativa di vita limitata o preferenza informata possono modificare la decisione. La raccomandazione corretta non è “CABG per ogni diabetico”, ma CABG preferito quando il vantaggio atteso supera il rischio e l’anatomia è appropriata.

Disfunzione ventricolare sinistra e cardiomiopatia ischemica

La cardiomiopatia ischemica rappresenta uno scenario distinto dalla coronaropatia stabile con funzione ventricolare normale. Infarti pregressi, miocardio ibernato, rimodellamento, insufficienza mitralica secondaria e aritmie concorrono alla prognosi. La rivascolarizzazione deve quindi essere valutata insieme alla terapia dello scompenso e alla prevenzione della morte improvvisa.
STICH e il follow-up STICHES hanno dimostrato che in pazienti selezionati con LVEF ≤35% e coronaropatia suscettibile di chirurgia il CABG aggiunto alla terapia medica produce un beneficio di sopravvivenza a lungo termine, nonostante un rischio perioperatorio iniziale. Il vantaggio emerge con il tempo e deve essere interpretato alla luce dell’aspettativa di vita e del rischio chirurgico.

Il trial REVIVED-BCIS2 ha invece mostrato che nei pazienti con severa disfunzione ventricolare ischemica e miocardio vitale, una strategia di PCI non ha ridotto morte o ricovero per scompenso rispetto alla terapia medica ottimale; questo risultato ha ridimensionato l’idea che la sola documentazione di vitalità costituisca un’indicazione sufficiente alla PCI prognostica.
La valutazione della vitalità mantiene valore per comprendere il substrato, la probabilità di recupero funzionale e la pianificazione, ma non deve essere utilizzata come unico gatekeeper. Cicatrice alla CMR, dimensioni ventricolari, ischemia residua, anatomia, sintomi, target chirurgici e comorbilità devono essere integrati.

STEMI: riperfusione primaria e malattia multivasale

Nello STEMI da occlusione coronarica acuta la PCI primaria è la strategia di riperfusione preferita quando può essere eseguita tempestivamente da un team esperto. La priorità è riaprire l’arteria responsabile, ottenere flusso epicardico e microvascolare adeguato e limitare la dimensione dell’infarto. Il tempo totale di ischemia rimane un determinante fondamentale.
La tromboaspirazione manuale routinaria non è raccomandata perché i grandi studi non hanno dimostrato un beneficio clinico e hanno sollevato dubbi di sicurezza. Può essere utilizzata selettivamente in presenza di elevato burden trombotico e specifiche necessità procedurali, ma non come passaggio obbligato.

Nei pazienti emodinamicamente stabili con STEMI e malattia multivasale, il trial COMPLETE ha dimostrato che la rivascolarizzazione completa delle lesioni non colpevoli riduce morte cardiovascolare o nuovo infarto e riduce ulteriormente la necessità di rivascolarizzazione. Le linee guida contemporanee raccomandano quindi una strategia completa, realizzata durante la procedura indice o in modo staged secondo anatomia e condizioni cliniche.
Il timing della PCI non culprit deve essere individualizzato. Una procedura unica può ridurre ricoveri e accessi successivi, ma aumenta immediatamente tempo, contrasto e complessità. Una strategia staged può essere preferibile in anatomie complesse, funzione renale compromessa o necessità di rivalutazione fisiologica.

La fisiologia delle stenosi non colpevoli in fase acuta deve essere interpretata con cautela perché microcircolo e tono vascolare possono essere alterati, ma studi moderni hanno supportato strategie guidate da angiografia o fisiologia. Il criterio deve essere coerente con il quadro clinico e non trasformare ogni irregolarità angiografica in una procedura.

NSTE-ACS e strategia invasiva

Nelle NSTE-ACS la coronarografia invasiva è raccomandata durante il ricovero nei pazienti a rischio ischemico intermedio o elevato, con intento di rivascolarizzazione quando appropriato. Instabilità emodinamica, ischemia persistente, aritmie minacciose e altri criteri di rischio possono rendere necessario un approccio più rapido.
La scelta tra PCI e CABG dipende dalla complessità coronarica e dalle comorbilità. Un culprit chiaramente identificabile e una anatomia favorevole vengono frequentemente trattati per via percutanea; una malattia del tronco comune o multivasale complessa può richiedere stabilizzazione, discussione Heart Team e chirurgia dopo gestione appropriata degli antitrombotici.

Le linee guida ACC/AHA 2025 raccomandano una strategia di rivascolarizzazione completa anche nelle ACS con malattia multivasale, ma la modalità deve essere adattata all’anatomia. La completa rivascolarizzazione non significa necessariamente “stentare tutto” nella stessa seduta: può essere ottenuta con PCI staged, CABG o combinazioni appropriate.

Shock cardiogeno e supporto circolatorio

Lo shock cardiogeno dopo infarto modifica radicalmente il rapporto rischio-beneficio. Il trial CULPRIT-SHOCK ha dimostrato che nei pazienti con shock e malattia multivasale una strategia di PCI immediata di tutte le lesioni è sfavorevole rispetto alla PCI della sola lesione colpevole con possibilità di procedure successive. Le linee guida mantengono quindi la rivascolarizzazione urgente del culprit ed evitano la PCI multivasale routinaria contestuale.
Il supporto meccanico può essere considerato in pazienti selezionati. La pompa microassiale ha ricevuto nuova attenzione dopo trial recenti nello shock da infarto, con segnali di riduzione della mortalità in popolazioni selezionate ma aumento di sanguinamenti, ischemia degli arti e danno renale. La selezione del paziente, il timing, l’accesso vascolare e la gestione in shock team esperti sono determinanti.

ECMO veno-arteriosa, dispositivi di assistenza ventricolare temporanea e contropulsatore intra-aortico hanno profili emodinamici differenti. Nessun dispositivo deve essere utilizzato indiscriminatamente. L’obiettivo è creare una finestra per rivascolarizzazione, recupero o terapia avanzata senza generare complicanze superiori al beneficio.

PCI complessa: calcio, biforcazioni, CTO e graft

Le lesioni calcifiche severe rappresentano una delle principali cause di fallimento meccanico dello stent. L’imaging consente di definire arco, lunghezza e profondità del calcio e selezionare la tecnologia di modificazione. Calcium modification non è un obiettivo in sé, ma uno strumento per ottenere una corretta espansione del dispositivo.
Nelle biforcazioni, la geometria dopo stenting può alterare carena, ostio del ramo laterale e distribuzione delle maglie. Proximal optimization technique, rewiring distale e kissing balloon quando indicati contribuiscono al risultato. Le strategie a due stent devono essere pianificate prima dell’impianto quando la probabilità di perdita di un ramo importante è elevata.

La PCI delle CTO può migliorare angina e qualità di vita nei pazienti appropriati, ma non esiste una dimostrazione generalizzabile di beneficio di sopravvivenza. La selezione deve quindi essere rigorosa e includere sintomi, ischemia, vitalità, probabilità di successo e rischio procedurale.
La PCI dei graft venosi degenerati è associata a elevato rischio di embolizzazione distale e no-reflow. Quando possibile, il trattamento del vaso nativo può essere preferibile, soprattutto se l’esperienza del centro consente CTO-PCI. Se si tratta il graft, la natura friabile dell’ateroma richiede particolare cautela.

Antitrombotici durante e dopo la PCI

La PCI provoca intenzionalmente lesione endoteliale e impianta materiale trombogenico; la terapia antitrombotica è quindi parte integrante della procedura. Aspirina, inibitori P2Y12 e anticoagulanti parenterali vengono selezionati in funzione di presentazione clinica, timing e rischio emorragico.
Nelle ACS sottoposte a PCI, ticagrelor o prasugrel sono generalmente preferiti a clopidogrel nei pazienti appropriati. La DAPT per circa 12 mesi rimane la strategia di default quando il rischio emorragico non è elevato, ma strategie abbreviate e monoterapia P2Y12 possono essere adottate in pazienti selezionati.

Nelle sindromi coronariche croniche dopo PCI, la durata della DAPT è generalmente più breve e può essere modulata in base a rischio ischemico, complessità della procedura e rischio emorragico. Gli stent contemporanei consentono in molti pazienti durate ridotte senza compromettere la sicurezza, ma una PCI complessa può spostare il bilancio verso una maggiore protezione ischemica.
Nei pazienti che necessitano anticoagulazione orale, per esempio per fibrillazione atriale, la triplice terapia aumenta significativamente il sanguinamento. Le strategie moderne riducono al minimo la durata di aspirina e proseguono anticoagulante più clopidogrel per il periodo appropriato, con personalizzazione del rischio.

Complicanze della PCI

Le complicanze acute comprendono dissezione coronarica, perforazione, chiusura del vaso, embolizzazione distale, no-reflow, infarto periprocedurale, aritmie, tamponamento e complicanze dell’accesso. Il rischio varia con anatomia, età, funzione renale, presenza di shock e complessità della lesione.
Il no-reflow è una insufficiente perfusione microvascolare nonostante la riapertura del vaso epicardico. Microembolizzazione, edema, danno da ischemia-riperfusione, vasocostrizione e ostruzione capillare concorrono al fenomeno. È associato a infarti più estesi e prognosi peggiore.

La trombosi dello stent può essere precoce, tardiva o molto tardiva e si manifesta frequentemente come ACS grave. Sottoespansione, malapposizione, dissezione residua, interruzione prematura della terapia antiaggregante e condizioni protrombotiche aumentano il rischio. L’imaging intracoronarico è utile per identificarne il meccanismo.
La restenosi intrastent deriva principalmente da iperplasia neointimale o neoaterosclerosi. Il trattamento dipende dal pattern e dal meccanismo: balloon medicati, nuovo DES, correzione della sottoespansione e tecniche di modificazione del calcio vengono selezionati sulla base dell’imaging.

Complicanze del CABG

Il CABG espone a un rischio perioperatorio maggiore rispetto alla PCI per invasività, anestesia e circolazione extracorporea. Sanguinamento, infezione sternale, fibrillazione atriale, danno renale, ictus e infarto perioperatorio sono le principali complicanze. Età, diabete, obesità, malattia vascolare periferica e fragilità aumentano il rischio.
L’ictus perioperatorio deriva da embolizzazione aortica, fibrillazione atriale e ipoperfusione. Strategie chirurgiche che riducono manipolazione dell’aorta possono essere utili nei pazienti con ateromatosi severa. La valutazione carotidea non deve essere eseguita indiscriminatamente ma indirizzata dal profilo clinico.

La fibrillazione atriale postoperatoria è frequente e aumenta durata del ricovero e rischio tromboembolico. Prevenzione e trattamento dipendono dal contesto; il bisogno di anticoagulazione deve essere individualizzato considerando durata dell’aritmia, rischio embolico ed emorragico.
Il fallimento precoce del graft può derivare da trombosi o problemi tecnici; quello tardivo riflette degenerazione, aterosclerosi e progressione della malattia nativa. La terapia con statine e antiaggreganti è essenziale per preservare il beneficio chirurgico.

Completezza della rivascolarizzazione e concetto di rischio residuo

La rivascolarizzazione completa può essere definita anatomicamente, funzionalmente o clinicamente. Una completezza puramente anatomica può portare al trattamento di lesioni irrilevanti; una completezza funzionale mira a correggere i segmenti che determinano ischemia. Il concetto deve essere adattato alla presentazione e alla tecnologia utilizzata.
Nelle ACS multivasali stabili la completezza riduce eventi rispetto alla strategia culprit-only. Nella malattia cronica, invece, il beneficio dipende dalla qualità dell’indicazione e non giustifica il trattamento indiscriminato di ogni stenosi. Il burden aterosclerotico residuo rimane un forte predittore di eventi anche dopo una rivascolarizzazione completa.

La rivascolarizzazione incompleta può essere accettabile quando alcune lesioni interessano piccoli vasi, territori cicatriziali, vasi non trattabili o quando il rischio di completamento supera il beneficio. La decisione deve essere esplicita e documentata, evitando che l’incompletezza sia semplicemente conseguenza di una pianificazione insufficiente.

Follow-up dopo PCI e CABG

Il follow-up non richiede coronarografie seriali routinarie nel paziente asintomatico. La valutazione si concentra su sintomi, capacità funzionale, aderenza, pressione, profilo lipidico, diabete, fumo e funzione ventricolare. Nuovi sintomi richiedono un percorso diagnostico appropriato e non conducono automaticamente a una nuova angiografia.
Dopo PCI, la persistenza o ricomparsa di angina può dipendere da restenosi, progressione di altre lesioni, vasospasmo, disfunzione microvascolare o cause non cardiache. Dopo CABG devono essere considerate malattia dei graft, progressione della coronaropatia nativa e ischemia di territori non bypassati.

La riabilitazione cardiologica dopo ACS, PCI o CABG migliora capacità funzionale, aderenza e controllo dei fattori di rischio. Non è un intervento accessorio ma parte della strategia di rivascolarizzazione nel senso più ampio, perché consolida il beneficio ottenuto dalla procedura.

Prognosi e scelta personalizzata

La prognosi dopo rivascolarizzazione dipende da presentazione clinica, funzione ventricolare, completezza del trattamento, funzione renale, diabete, burden aterosclerotico, qualità della terapia medica e complicanze. Il successo angiografico immediato non coincide con la prognosi a dieci anni.
La PCI offre un recupero rapido e minore invasività, ma espone a una maggiore probabilità di nuove rivascolarizzazioni in molte anatomie complesse. Il CABG comporta un rischio iniziale più elevato e un recupero più lungo, ma può offrire una protezione più duratura in malattia multivasale complessa, diabete e tronco comune selezionato.

La decisione migliore non è quindi la procedura tecnicamente più semplice, ma quella che massimizza il beneficio clinico netto nel tempo. Un paziente giovane con diabete e malattia trivasale complessa può accettare un rischio chirurgico iniziale per ottenere una maggiore durata del beneficio; un paziente fragile con molte comorbilità può privilegiare una PCI mirata o la terapia medica.
La rivascolarizzazione moderna è infine inseparabile dalla medicina di precisione coronarica: fisiologia per selezionare le lesioni, imaging per ottimizzare la procedura, score per descrivere il rischio, Heart Team per integrare prospettive e prevenzione intensiva per ridurre il rischio residuo; questa integrazione, più della contrapposizione astratta tra “stent” e “bypass”, rappresenta il principio scientifico centrale della gestione contemporanea della coronaropatia.

Pianificazione preprocedurale, CCTA e Heart Team

La qualità della rivascolarizzazione inizia prima dell’ingresso in sala. La valutazione preprocedurale deve chiarire il quesito clinico, identificare il territorio responsabile dei sintomi o del rischio e definire se l’anatomia sia meglio affrontabile con PCI, CABG o terapia medica. Nei pazienti stabili, la CCTA può fornire una mappa non invasiva dell’albero coronarico, mostrare calcificazione e lunghezza delle lesioni e, nei casi appropriati, aiutare a prevedere la complessità della procedura invasiva.
La pianificazione deve includere funzione ventricolare, valvulopatie, funzione renale, emocromo, rischio emorragico, presenza di arteriopatia periferica e accessi vascolari. Nel candidato a CABG devono essere valutati condotti disponibili, aorta ascendente, funzione polmonare e rischio di complicanze chirurgiche; nel candidato a PCI complessa devono essere previsti supporto dei cateteri, tecniche di modificazione della placca, imaging e possibilità di supporto meccanico.

Il Heart Team è particolarmente importante nei casi nei quali la decisione influenza la prognosi: tronco comune, malattia multivasale complessa, diabete, severe comorbilità, funzione ventricolare ridotta, precedenti interventi e pazienti nei quali entrambe le strategie sono tecnicamente possibili. La discussione dovrebbe produrre una raccomandazione comprensibile e confrontare non solo il rischio a trenta giorni, ma anche infarto spontaneo, ictus, nuove rivascolarizzazioni e qualità di vita nel lungo termine.
Gli score di rischio chirurgico come STS o EuroSCORE II stimano la mortalità operatoria e alcune complicanze ma non rappresentano da soli la decisione. Fragilità, cirrosi, aorta “porcellana”, neoplasie, disabilità e aspettativa di vita possono modificare il rischio reale in modo non pienamente catturato dagli score. Analogamente, il SYNTAX score descrive l’anatomia ma non misura la capacità del centro di eseguire PCI complesse o la qualità prevista dei graft.

Imaging intracoronarico: evidenze e criteri di ottimizzazione

L’imaging intracoronarico è passato da strumento prevalentemente diagnostico a componente attiva dell’ottimizzazione procedurale. Il trial RENOVATE-COMPLEX-PCI ha dimostrato una riduzione degli eventi di target vessel con una strategia guidata da IVUS o OCT rispetto alla sola angiografia nelle lesioni complesse. Il beneficio deriva dalla capacità di identificare dimensioni reali del vaso, distribuzione del calcio, landing zones e meccanismi di risultato subottimale.
Il trial OCTOBER ha mostrato che nelle biforcazioni complesse la guida OCT riduce gli eventi rispetto alla guida angiografica. ILUMIEN IV ha invece mostrato una maggiore area minima dello stent con OCT senza una differenza significativa del primary clinical endpoint a due anni, pur con meno trombosi dello stent; questi risultati indicano che l’effetto dell’imaging dipende dal tipo di lesione, dal protocollo di ottimizzazione e dal rischio basale.

Con IVUS, una corretta espansione dello stent viene valutata in rapporto al lume o alla membrana elastica esterna dei segmenti di riferimento. L’OCT consente di identificare sottoespansione, malapposizione, edge dissection e protrusione di tessuto con una risoluzione dell’ordine di decine di micrometri. Non ogni reperto richiede correzione: la decisione deve concentrarsi sulle anomalie associate a rischio clinicamente rilevante.
Nella PCI del tronco comune, l’imaging è particolarmente utile perché il vaso è grande, l’angiografia può essere ingannevole e il fallimento dello stent avrebbe conseguenze severe. La valutazione dell’ostio della circumflex, dell’espansione nei segmenti poligonali e della transizione verso LAD e LCx consente una ottimizzazione più precisa rispetto alla sola impressione angiografica.

Malattia renale cronica e prevenzione del danno renale

La malattia renale cronica aumenta contemporaneamente rischio ischemico, calcificazione, sanguinamento e complicanze procedurali. Il paziente con CKD avanzata deve essere valutato evitando due errori opposti: negare una rivascolarizzazione potenzialmente salvavita per il timore del contrasto oppure eseguire procedure estese senza considerare la vulnerabilità renale.
La prevenzione del danno renale associato a contrasto si basa principalmente su minimizzazione del volume di contrasto, adeguata gestione dello stato volemico, sospensione o revisione dei farmaci nefrotossici quando appropriato e riduzione delle esposizioni ripetute ravvicinate. L’idratazione con soluzione isotona viene adattata al rischio di congestione. Strategie farmacologiche “renoprotettive” universali non hanno sostituito questi principi.

IVUS può consentire PCI a bassissimo contrasto in centri esperti, particolarmente utile nei pazienti con CKD severa. L’OCT richiede generalmente una maggiore quantità di mezzo di contrasto per eliminare il sangue e può essere meno favorevole in questo scenario, salvo tecniche e casi selezionati.
La scelta CABG versus PCI nella CKD deve considerare rischio operatorio, necessità di dialisi, anatomia e sopravvivenza attesa. Nella malattia avanzata, l’evidenza randomizzata è meno robusta e la generalizzazione dei trial condotti in popolazioni con funzione renale migliore può essere inappropriata.

Età avanzata, fragilità e multimorbilità

L’età cronologica non costituisce una controindicazione alla rivascolarizzazione, ma il beneficio assoluto dipende da aspettativa di vita, fragilità, cognizione, autonomia e priorità del paziente. Un ottantenne indipendente con STEMI può trarre un grande beneficio dalla PCI primaria; un paziente con grave fragilità e malattia stabile paucisintomatica può non beneficiare di una procedura complessa.
Il trial FIRE ha dimostrato che nei pazienti di almeno 75 anni con infarto e malattia multivasale, una strategia di rivascolarizzazione completa guidata dalla fisiologia riduceva l’endpoint combinato rispetto alla strategia culprit-only. Il dato è importante perché dimostra che l’età avanzata non elimina il beneficio del trattamento delle lesioni non colpevoli nei pazienti selezionati e stabili.

La fragilità aumenta sanguinamento, delirium, perdita funzionale e mortalità dopo entrambe le procedure. Nel CABG deve essere considerato il rischio di recupero prolungato; nella PCI, procedure multivasali lunghe possono comunque comportare contrasto elevato, radiazioni e accessi complessi. Una strategia “meno invasiva” non è automaticamente meno rischiosa se tecnicamente molto impegnativa.

Sesso, dimensioni vasali e differenze di presentazione

Le donne con coronaropatia arrivano spesso alla rivascolarizzazione a età più avanzata e con maggiore frequenza di diabete, CKD o insufficienza cardiaca. Vasi mediamente più piccoli possono aumentare la complessità tecnica e il rischio di sanguinamento può essere maggiore in relazione a peso corporeo e accesso vascolare.
Queste differenze non giustificano soglie terapeutiche discriminatorie. Le indicazioni devono essere determinate dalla stessa valutazione di rischio, anatomia e sintomi. L’uso sistematico dell’accesso radiale, dosaggi antitrombotici appropriati al peso e imaging quando indicato può ridurre parte delle differenze procedurali.

Paziente con precedente CABG

La recidiva di ischemia dopo CABG può derivare da progressione della malattia nativa, occlusione di graft, degenerazione dei graft venosi o stenosi distali. La nuova rivascolarizzazione è spesso più complessa perché il paziente è più anziano e l’anatomia è stata modificata dalla chirurgia precedente.
Quando possibile, la PCI del vaso nativo è frequentemente preferibile alla PCI di un graft venoso degenerato, perché i graft presentano ateroma friabile e maggiore rischio di embolizzazione. Tuttavia, il vaso nativo può essere una CTO calcificata e richiedere elevata esperienza. La decisione deve confrontare rischio e probabilità di successo delle due vie.

Il redo-CABG comporta un rischio chirurgico più elevato del primo intervento per aderenze, graft esistenti e minore disponibilità di condotti. Viene riservato a pazienti selezionati con anatomia non favorevole alla PCI e beneficio atteso significativo.

Rivascolarizzazione ibrida e strategie combinate

La hybrid coronary revascularization combina un graft mammario sulla LAD, spesso attraverso approccio minimamente invasivo, con PCI delle altre arterie. L’obiettivo è utilizzare il vantaggio di durata della mammaria-LAD evitando una sternotomia completa o graft venosi multipli.
La strategia è tecnicamente attraente ma richiede una selezione anatomica precisa, coordinamento tra cardiochirurgia e interventistica e gestione complessa degli antiaggreganti. L’evidenza di outcome a lungo termine è meno estesa rispetto al CABG convenzionale e alla PCI standard, per cui non rappresenta una soluzione universale.

Farmaci perioperatori nel CABG

La terapia medica non viene sospesa concettualmente quando il paziente entra in cardiochirurgia. Le statine sono mantenute o iniziate secondo indicazione; aspirina viene generalmente proseguita o ripresa precocemente dopo l’intervento salvo controindicazioni. La gestione dei P2Y12 richiede invece un intervallo di sospensione prima della chirurgia elettiva per ridurre il sanguinamento, variabile in base al farmaco.
Dopo CABG per ACS, la necessità di completare un periodo di DAPT può persistere e deve essere bilanciata con il rischio emorragico postoperatorio. Nei graft venosi, l’inibizione piastrinica è particolarmente importante nella fase precoce, quando la trombosi rappresenta una causa significativa di fallimento.

Il controllo glicemico perioperatorio, la prevenzione dell’infezione e la mobilizzazione precoce sono essenziali soprattutto nei diabetici e nei pazienti obesi. Un’eccessiva iperglicemia aumenta infezioni sternali, mentre un controllo troppo aggressivo può provocare ipoglicemia.

Radiazioni, contrasto e sicurezza occupazionale

Le PCI complesse, soprattutto CTO e multivasali, possono comportare elevate dosi di radiazioni. Il principio ALARA richiede collimazione, riduzione del frame rate, ottimizzazione delle proiezioni e monitoraggio della dose. Dosi cutanee elevate possono richiedere follow-up specifico per il rischio di lesioni radiogene.
La protezione dell’operatore e del personale è parte della qualità della procedura. Schermi, distanza, corretta geometria del tubo e dispositivi di protezione riducono l’esposizione cumulativa. L’aumento della complessità della PCI rende questo tema clinicamente rilevante anche per la sostenibilità professionale dei laboratori.

Angina refrattaria e pazienti senza opzioni convenzionali

Alcuni pazienti rimangono gravemente sintomatici nonostante terapia medica massimale e non sono candidabili a ulteriore PCI o CABG per malattia diffusa, piccoli vasi o anatomia sfavorevole. Prima di definire una refractory angina devono essere escluse cause non ischemiche e deve essere verificata l’aderenza e la reale ottimizzazione farmacologica.
In pazienti selezionati possono essere considerate strategie specialistiche come il coronary sinus reducer, che ha ottenuto evidenze sul miglioramento dell’angina in pazienti “no-option”. Il beneficio è sintomatico e non deve essere confuso con una riduzione dimostrata della mortalità o dell’infarto.

Programmi multidisciplinari per angina refrattaria possono integrare ottimizzazione farmacologica, riabilitazione, supporto psicologico e tecniche interventistiche selezionate. La qualità di vita diventa un outcome primario quando il rischio prognostico è già stato affrontato e le opzioni anatomiche sono esaurite.

Prospettive tecnologiche

La tecnologia coronarica continua a evolvere verso stent con strut più sottili, polimeri più biocompatibili, palloni medicati, imaging co-registrato e fisiologia derivata da angiografia. I drug-coated balloons sono consolidati soprattutto nella restenosi e vengono studiati in lesioni de novo selezionate, ma non sostituiscono universalmente gli stent.
I dispositivi completamente riassorbibili hanno un razionale teorico attraente, ma le prime generazioni hanno mostrato un eccesso di eventi e hanno ridimensionato l’entusiasmo. Nuovi scaffold e materiali richiedono prove robuste prima di essere incorporati nella pratica di routine.

Intelligenza artificiale e modellazione computazionale possono migliorare quantificazione dell’anatomia, pianificazione delle biforcazioni e interpretazione della fisiologia. Il loro valore clinico dipenderà dalla capacità di dimostrare che l’informazione aggiuntiva modifica decisioni e outcome, non semplicemente dalla precisione tecnica dell’algoritmo.

Biologia dello stent, guarigione vascolare e neoaterosclerosi

Lo stent non è un semplice tubo passivo. L’impianto comprime la placca, lacera endotelio e media e avvia una risposta di guarigione caratterizzata da deposizione di fibrina, infiammazione, migrazione e proliferazione di cellule muscolari lisce e progressiva endotelizzazione. Negli stent medicati il rilascio locale di farmaci antiproliferativi riduce la iperplasia neointimale ma può ritardare alcuni aspetti della guarigione, motivo per cui design, spessore delle strut, polimero e cinetica del farmaco influenzano gli outcome.
Gli stent medicati contemporanei utilizzano soprattutto analoghi della famiglia “limus” e piattaforme con strut sottili. La riduzione dello spessore diminuisce disturbo del flusso e quantità di materiale esposto, mentre polimeri più biocompatibili o biodegradabili mirano a ridurre infiammazione cronica. Il miglioramento della tecnologia ha consentito durate di DAPT più brevi in molti pazienti senza riprodurre il rischio di trombosi tardiva osservato con le prime generazioni.

La neoaterosclerosi consiste nella formazione di macrofagi schiumosi, deposito lipidico e talvolta fibroateroma all’interno della neointima di uno stent. Può contribuire a restenosi e trombosi molto tardiva. OCT è particolarmente adatta a identificare caratteristiche compatibili con neoaterosclerosi, ma il trattamento deve essere guidato dal meccanismo complessivo e non dall’immagine isolata.

Restenosi: meccanismi e trattamento

La restenosi intrastent non rappresenta un’unica patologia. Può derivare da sottoespansione meccanica, iperplasia neointimale, neoaterosclerosi, frattura dello stent o proliferazione ai margini. La distinzione è fondamentale perché impiantare semplicemente un altro stent dentro una piattaforma sottoespansa può peggiorare il problema.
IVUS o OCT dovrebbero essere utilizzati quando possibile per identificare il meccanismo. Se prevale sottoespansione da calcio profondo possono essere necessarie pressioni elevate, lithotripsy intravascolare o altre tecniche di modificazione. Se il problema è proliferativo con buona espansione, drug-coated balloon o nuovo DES possono essere appropriati.

La restenosi diffusa, recidivante o multistrato può rendere la PCI progressivamente meno efficace. In pazienti con anatomia adatta e territorio importante, il CABG può diventare l’opzione preferibile. La decisione deve evitare la cosiddetta full metal jacket non pianificata, nella quale strati successivi di stent trasformano un segmento lungo in una struttura rigida e difficile da trattare.

Infarto periprocedurale e danno miocardico

La PCI può essere associata a rilascio di troponina per occlusione di piccoli rami, embolizzazione distale, dissezione o no-reflow. La definizione universale distingue il semplice danno miocardico procedurale dall’infarto miocardico correlato a procedura, definito da criteri clinici e oggettivi di ischemia o complicanza procedurale e non da una soglia multipla fissa dei biomarcatori.
L’importanza prognostica dipende dalla dimensione e dal meccanismo dell’evento. Piccoli aumenti isolati di troponina non sono equivalenti a un grande infarto spontaneo; al contrario, una perdita di ramo importante o un’occlusione acuta può avere conseguenze cliniche severe; questa distinzione è essenziale anche nell’interpretazione dei trial che confrontano PCI e terapia medica.

Dopo CABG, l’infarto correlato alla procedura segue criteri comparabili a quelli applicati alle procedure percutanee, pur nel contesto del frequente danno miocardico postoperatorio. La diagnosi non si basa su una soglia biomarker fissa: richiede danno miocardico acuto con evidenza di ischemia e conferma mediante imaging coronarico e/o cardiaco secondo il momento e il contesto della complicanza. L’uso indiscriminato della troponina senza contesto porterebbe a sovradiagnosi.

Rivascolarizzazione e insufficienza mitralica ischemica

Nell’insufficienza mitralica ischemica secondaria, il problema fondamentale è il rimodellamento del ventricolo che sposta i muscoli papillari e impedisce una corretta coaptazione. La rivascolarizzazione può migliorare la funzione regionale e ridurre il rigurgito in alcuni pazienti, ma non garantisce la correzione quando il rimodellamento è avanzato.
Nel paziente candidato a CABG con insufficienza mitralica severa, la strategia valvolare deve essere pianificata con Heart Team. Riparazione o sostituzione dipendono da geometria, rischio di recidiva e funzione ventricolare. Nelle forme moderate il beneficio di una correzione chirurgica aggiuntiva al CABG è meno uniforme e deve essere individualizzato.

Nei pazienti che rimangono sintomatici dopo rivascolarizzazione e terapia dello scompenso, la riparazione transcatetere edge-to-edge può essere considerata quando il fenotipo corrisponde ai criteri di efficacia dimostrati nei trial. La sequenza terapeutica deve quindi trattare coronarie, ventricolo e valvola come parti di un unico sistema.

Rivascolarizzazione del miocardio vitale e del territorio cicatriziale

Un territorio completamente cicatriziale non può recuperare contrattilità dopo rivascolarizzazione. CMR con late gadolinium enhancement, PET e altre metodiche possono stimare vitalità e cicatrice, ma la decisione non deve basarsi su una soglia semplicistica. Anche un territorio non recuperabile può appartenere a un vaso la cui rivascolarizzazione protegge miocardio vitale più distale o collaterali.
Il concetto di hibernating myocardium descrive una riduzione cronica della funzione associata a flusso o riserva inadeguati ma con potenziale recupero. In passato è stato utilizzato come razionale forte per la rivascolarizzazione. STICH e REVIVED hanno mostrato che la vitalità non identifica da sola i pazienti che ottengono un beneficio prognostico da CABG o PCI.

La valutazione deve quindi integrare cicatrice, sintomi, ischemia, anatomia e modalità di rivascolarizzazione. La presenza di una grande cicatrice transmurale riduce la probabilità di recupero funzionale, ma la decisione clinica rimane multidimensionale.

Rivascolarizzazione e aritmie ventricolari

L’ischemia acuta può provocare tachicardia o fibrillazione ventricolare e la rivascolarizzazione urgente del vaso responsabile è parte della terapia causale. Nelle aritmie che compaiono durante una ACS, correggere ischemia, elettroliti e instabilità emodinamica è prioritario rispetto a una strategia antiaritmica cronica.
Nella cardiomiopatia ischemica cronica, invece, la tachicardia ventricolare monomorfa deriva spesso da circuiti di rientro nella cicatrice. La rivascolarizzazione di stenosi stabili non elimina necessariamente il substrato cicatriziale e non sostituisce ICD o ablazione quando indicati.

Prima di ablazione di VT è comunque opportuno definire la presenza di ischemia attiva in pazienti appropriati, perché un trigger ischemico può aumentare l’instabilità elettrica. La gestione ottimale integra elettrofisiologia e coronaropatia senza confondere trigger e substrato.

Timing della chirurgia dopo terapia P2Y12

Quando una coronarografia per ACS identifica anatomia da CABG, la recente somministrazione di P2Y12 influenza il timing chirurgico. Prasugrel, ticagrelor e clopidogrel hanno durate differenti dell’effetto piastrinico; la chirurgia elettiva viene generalmente ritardata per consentire recupero dell’emostasi, salvo necessità urgente.
Questo è uno dei motivi per cui il pretrattamento indiscriminato con P2Y12 prima di conoscere l’anatomia non è appropriato in tutti i pazienti NSTE-ACS candidati a coronarografia precoce. Un farmaco somministrato prima dell’angiogramma può ritardare una chirurgia necessaria o aumentare il sanguinamento.

Nelle emergenze non differibili, il rischio ischemico può superare quello emorragico e il CABG viene eseguito nonostante l’effetto antiaggregante residuo, con preparazione emostatica e trasfusionale adeguata. La decisione è individuale e dipende dalla stabilità clinica.

Pianificazione pre-procedurale, rischio e strategia di rivascolarizzazione

La pianificazione della rivascolarizzazione deve precedere la scelta del dispositivo o della tecnica. Il primo passaggio consiste nel definire se la procedura è indicata per un beneficio prognostico, per il controllo dei sintomi, per il salvataggio miocardico in fase acuta o per una combinazione di questi obiettivi. La stessa anatomia può quindi condurre a decisioni differenti in un paziente con STEMI in evoluzione, in un soggetto con angina stabile refrattaria o in una persona asintomatica con stenosi intermedia scoperta incidentalmente. La valutazione deve integrare estensione e distribuzione della coronaropatia, funzione ventricolare, frazione di miocardio a rischio, comorbilità, fragilità, rischio emorragico, funzione renale, aspettativa di vita e probabilità che la procedura produca una rivascolarizzazione realmente completa e durevole.

Il rischio operatorio del CABG viene stimato con strumenti validati, tra cui gli score della Society of Thoracic Surgeons e, in Europa, EuroSCORE II, ma nessun punteggio sostituisce la valutazione clinica. Fragilità, cirrosi, neoplasie, malattie polmonari avanzate, calcificazione aortica, precedenti sternotomie, qualità dei condotti, anatomia del torace e capacità riabilitativa possono modificare il rischio in modo non pienamente catturato dai modelli. Allo stesso modo, la fattibilità della PCI dipende da caratteristiche non riducibili alla percentuale di stenosi: tortuosità, calcio, biforcazioni, occlusioni croniche, accessibilità del vaso, lunghezza delle lesioni, diametro, malattia diffusa e qualità del letto distale.

La complessità anatomica può essere descritta con il SYNTAX score, originariamente sviluppato per quantificare la complessità della coronaropatia del tronco comune e multivasale. Il punteggio ha valore descrittivo e prognostico e può contribuire alla scelta tra PCI e CABG, ma presenta variabilità interosservatore e non incorpora numerosi determinanti clinici; per questo le linee guida contemporanee ne raccomandano un uso integrato e non automatico. Nei pazienti con malattia complessa, soprattutto quando diabete, disfunzione ventricolare, tronco comune o coronaropatia trivasale rendono plausibili strategie differenti, la discussione multidisciplinare mediante Heart Team rimane il metodo più appropriato.

La valutazione pre-procedurale comprende inoltre emocromo, funzione renale, elettroliti, assetto coagulativo quando indicato, gruppo sanguigno nei casi chirurgici o ad alto rischio, ecocardiografia per funzione ventricolare e valvolare e revisione della terapia antitrombotica. La presenza di anemia, trombocitopenia, insufficienza renale, sanguinamento recente o necessità di anticoagulazione cronica può modificare sia la scelta della strategia sia la durata della terapia antitrombotica successiva. In chirurgia, la presenza di stenosi carotidea sintomatica, malattia aortica, arteriopatia periferica o insufficienza respiratoria può richiedere un percorso di valutazione dedicato.

Nel paziente con insufficienza renale cronica il contrasto iodato e la possibilità di danno renale associato alla procedura assumono particolare importanza. L’approccio deve includere una stima realistica del rapporto beneficio-rischio, minimizzazione del volume di contrasto, correzione della deplezione di volume quando presente, evitamento di farmaci nefrotossici non necessari e monitoraggio successivo della funzione renale. L’insufficienza renale non rappresenta tuttavia una controindicazione assoluta alla coronarografia o alla rivascolarizzazione quando il beneficio atteso è elevato, per esempio nell’infarto con ischemia persistente o instabilità emodinamica.

Nelle procedure elettive la decisione deve essere condivisa con il paziente in termini comprensibili. La comunicazione dovrebbe distinguere chiaramente la probabilità di migliorare i sintomi dal possibile beneficio prognostico, descrivere il rischio di infarto procedurale, ictus, sanguinamento, insufficienza renale, restenosi, trombosi dello stent o complicanze chirurgiche e chiarire la possibilità di successive rivascolarizzazioni. Un consenso realmente informato è particolarmente importante quando PCI e CABG sono entrambe tecnicamente possibili ma differiscono per invasività immediata, durata del recupero e durabilità a lungo termine.

Preparazione della lesione, calcio coronarico e ottimizzazione dello stent

Il successo della PCI dipende in larga misura dalla preparazione della lesione. L’obiettivo non è semplicemente attraversare la stenosi, ma ottenere un lume sufficiente e una geometria che consenta allo stent di espandersi in modo simmetrico e di aderire alla parete. Una preparazione inadeguata, soprattutto nelle lesioni calcifiche, aumenta il rischio di sottoespansione, malapposizione, dissezione, restenosi e trombosi. La scelta tra palloni non compliant, cutting o scoring balloon, aterectomia rotazionale, aterectomia orbitale e litotrissia intravascolare dipende dalla distribuzione e profondità del calcio, dal diametro del vaso, dalla possibilità di attraversare la lesione e dall’esperienza dell’operatore.

L’aterectomia rotazionale utilizza una fresa diamantata ad alta velocità per modificare principalmente il calcio superficiale e facilitare l’espansione della lesione. Non deve essere interpretata come una tecnica per asportare completamente la placca: l’obiettivo è modificare la compliance del segmento e creare un percorso che permetta una successiva dilatazione. L’aterectomia orbitale sfrutta un principio differente, con un’orbita eccentrica del dispositivo che produce modificazione progressiva del calcio. Entrambe richiedono selezione accurata del caso, gestione specifica dell’anticoagulazione e attenzione a slow-flow, perforazione, dissezione e danno termico o meccanico.

La litotrissia intravascolare utilizza impulsi di pressione acustica generati da emettitori montati su un pallone per creare fratture nel calcio superficiale e profondo, migliorando la compliance vascolare. È particolarmente utile quando l’imaging mostra calcio circonferenziale o profondo che rende improbabile un’adeguata espansione con il solo pallone. Il vantaggio concettuale rispetto alle tecniche ablative è la possibilità di modificare il calcio senza richiedere un’ablazione direzionale della superficie luminale; i limiti comprendono attraversabilità della lesione, necessità di un profilo compatibile e costo.
L’IVUS e l’OCT permettono di quantificare arco, lunghezza e spessore del calcio e di riconoscere condizioni associate a sottoespansione. L’OCT, grazie alla maggiore risoluzione, consente una visualizzazione particolarmente dettagliata delle fratture calcifiche dopo preparazione della placca, mentre l’IVUS offre maggiore penetrazione e può essere preferito quando è necessario valutare l’intera architettura del vaso. La scelta della tecnica di modificazione dovrebbe essere guidata non soltanto dall’angiografia ma, nelle lesioni complesse, da una comprensione tridimensionale del substrato.

Dopo l’impianto dello stent, l’ottimizzazione comprende verifica dell’espansione, apposizione, copertura completa della lesione e assenza di dissezioni significative ai margini. Una sottoespansione marcata rappresenta uno dei più importanti determinanti meccanici di trombosi e restenosi. La post-dilatazione con pallone non compliant di diametro adeguato può correggere parte del problema, ma una sottoespansione resistente in presenza di calcio non modificato può richiedere strategie avanzate. La prevenzione è quindi preferibile alla correzione tardiva.
Gli studi randomizzati contemporanei hanno rafforzato il ruolo dell’imaging intracoronarico nella PCI complessa. RENOVATE-COMPLEX-PCI ha mostrato che la guida con IVUS o OCT nelle lesioni complesse riduce il rischio di fallimento del vaso bersaglio rispetto alla sola angiografia. ULTIMATE aveva già dimostrato un beneficio dell’IVUS in una popolazione più ampia sottoposta a DES. L’effetto deriva dalla capacità di selezionare correttamente le dimensioni dello stent, riconoscere calcio e dissezioni, ottenere un’espansione maggiore e correggere problemi non evidenti alla sola angiografia.

Tronco comune, biforcazioni e anatomie complesse

La malattia del tronco comune merita una valutazione distinta perché compromette un territorio miocardico esteso e perché la percentuale angiografica della stenosi può essere difficile da stimare, soprattutto in presenza di lesioni ostiali, diffuse o calcifiche. Nelle stenosi intermedie, IVUS e fisiologia possono evitare sia rivascolarizzazioni non necessarie sia il differimento di lesioni realmente significative. L’area luminale minima all’IVUS può contribuire alla decisione, ma le soglie devono essere interpretate nel contesto delle dimensioni corporee, della popolazione di riferimento e della concordanza con la fisiologia.

Quando il tronco comune richiede rivascolarizzazione, il CABG conserva un ruolo di riferimento, soprattutto in presenza di anatomia complessa o malattia multivasale associata. La PCI può essere un’alternativa ragionevole in pazienti selezionati con complessità anatomica bassa o intermedia e possibilità di ottenere un risultato percutaneo equivalente. EXCEL e NOBLE hanno fornito risultati non completamente sovrapponibili per differenze di endpoint e definizioni, ma nel complesso confermano che la scelta non può basarsi su un singolo trial: complessità anatomica, diabete, età, rischio chirurgico e preferenze devono essere integrate.
Le biforcazioni rappresentano una delle principali cause di complessità procedurale. La strategia di default per molte biforcazioni non complesse è il provisional stenting del ramo principale con trattamento del ramo laterale soltanto se necessario; questa impostazione riduce metallo, sovrapposizioni e complessità rispetto a una strategia sistematica a due stent. Tuttavia, lesioni vere complesse, grandi rami laterali, lunga malattia ostiale del ramo secondario o anatomie del tronco comune distale possono richiedere una tecnica a due stent pianificata.

Tra le tecniche a due stent, DK-crush, culotte e TAP rispondono a geometrie differenti. Il DK-crush possiede evidenze particolarmente robuste nel tronco comune distale complesso quando eseguito da operatori esperti, ma richiede una sequenza rigorosa di passaggi, rewiring e kissing balloon. L’imaging intracoronarico è particolarmente utile per verificare espansione e apposizione nei segmenti prossimali e nelle zone di sovrapposizione, dove una geometria subottimale può favorire restenosi o trombosi.
La proximal optimization technique, o POT, corregge la discrepanza tra diametro prossimale e distale del vaso principale nelle biforcazioni. Una corretta espansione prossimale facilita il rewiring del ramo laterale e riduce la malapposizione. La sequenza POT, eventuale apertura del ramo laterale, kissing e re-POT viene adattata alla tecnica utilizzata; questi dettagli procedurali sono importanti perché il fallimento di una PCI di biforcazione deriva spesso più dalla geometria finale dello stent che dalla lesione iniziale.

La malattia dei graft richiede strategie specifiche. I graft venosi degenerati contengono frequentemente ateroma friabile e trombotico, con elevato rischio di embolizzazione distale e no-reflow. Quando tecnicamente possibile, il trattamento del vaso nativo può essere preferibile rispetto all’intervento sul graft venoso degenerato. L’intervento su una mammaria interna richiede invece particolare cautela per il rischio di dissezione o spasm e per l’importanza prognostica del condotto.

Occlusioni coronariche croniche e rivascolarizzazione della malattia diffusa

Una chronic total occlusion, o CTO, è un’occlusione coronarica completa di durata presumibilmente almeno trimestrale, caratterizzata da flusso anterogrado TIMI 0 e da trasformazioni fibrotiche e calcifiche progressive. La decisione di trattarla deve partire dai sintomi, dalla quantità di miocardio vitale e ischemico, dalla funzione ventricolare, dalla qualità dei collaterali, dalla probabilità di successo tecnico e dal rischio della procedura. La presenza della CTO da sola non costituisce un’indicazione automatica alla PCI.
La PCI delle CTO è una disciplina altamente specialistica. Le strategie comprendono approccio anterogrado con escalation di fili, anterograde dissection and re-entry e approcci retrogradi attraverso collaterali settali o epicardici. La scelta dipende dalla morfologia del moncone prossimale, lunghezza e composizione dell’occlusione, qualità della landing zone distale, presenza di collaterali utilizzabili e precedente fallimento. Algoritmi dedicati, tra cui l’hybrid algorithm, favoriscono un passaggio precoce da una strategia inefficace a un’altra più adatta.

Le procedure CTO comportano maggiore esposizione a radiazioni e contrasto, rischio di perforazione, tamponamento, ischemia dei collaterali e complicanze vascolari rispetto alla PCI standard. Il beneficio più consistente dimostrato riguarda il miglioramento di angina e qualità di vita nei pazienti sintomatici correttamente selezionati; un beneficio prognostico universale non è stato dimostrato; per questo la soglia procedurale deve essere più elevata e la procedura dovrebbe essere eseguita in centri con esperienza e capacità di gestione delle complicanze.
La malattia diffusa costituisce un problema diverso dalla CTO. Quando il vaso presenta una riduzione di calibro lunga e progressiva, la caduta pressoria può essere distribuita senza un singolo punto focale. Il pullback di FFR o indici non iperemici può distinguere la fisiologia diffusa da quella focale. In un pattern diffuso, l’impianto di stent lunghi o multipli può ottenere un risultato angiografico apparente senza normalizzare il flusso e può aumentare il rischio di restenosi, trombosi e necessità di DAPT prolungata.

Il CABG possiede un vantaggio concettuale nella malattia diffusa perché un graft anastomizzato distalmente può superare più lesioni prossimali e fornire una forma di protezione contro la progressione di segmenti a monte, soprattutto quando il condotto arterioso mantiene una buona pervietà; questo principio contribuisce a spiegare la maggiore durabilità chirurgica osservata in alcune popolazioni con malattia multivasale complessa e diabete, nelle quali l’intero albero coronarico presenta frequentemente malattia diffusa e non soltanto stenosi focali.

Rivascolarizzazione chirurgica: tecnica, condotti e durabilità

Nel CABG il condotto con la migliore evidenza di durabilità è l’arteria mammaria interna sinistra anastomizzata alla LAD. La sua elevata pervietà a lungo termine dipende da proprietà biologiche della parete, produzione endoteliale di mediatori vasoprotettivi e minore suscettibilità all’aterosclerosi rispetto ai graft venosi. Quando possibile, la LIMA-LAD costituisce il pilastro della rivascolarizzazione chirurgica e contribuisce in modo sostanziale al beneficio di lungo periodo del bypass.
La radiale rappresenta un secondo condotto arterioso di grande interesse. I dati randomizzati e meta-analitici mostrano una migliore pervietà e minori eventi del graft rispetto alla vena safena in pazienti selezionati. La scelta richiede una valutazione della circolazione dell’arto, della storia di accessi radiali, dell’eventuale necessità futura di fistola per emodialisi e della severità della stenosi coronarica bersaglio, perché il flusso competitivo può favorire la chiusura del graft arterioso.

I graft venosi safeni rimangono ampiamente utilizzati perché disponibili, versatili e adatti a raggiungere numerosi territori. La loro biologia è tuttavia meno favorevole: dopo l’impianto nel circolo arterioso sviluppano adattamento, iperplasia intimale e successivamente aterosclerosi accelerata, con un rischio di degenerazione e occlusione crescente nel tempo. La prevenzione secondaria con statine, antiaggreganti, controllo pressorio e cessazione del fumo è quindi essenziale anche per la durata dei graft.
La rivascolarizzazione può essere eseguita con circolazione extracorporea e arresto cardioplegico oppure, in casi selezionati, a cuore battente mediante tecnica off-pump. L’off-pump può ridurre alcune complicanze legate alla manipolazione aortica o alla circolazione extracorporea in pazienti selezionati, ma è tecnicamente più impegnativa e non ha dimostrato un vantaggio universale. La qualità delle anastomosi e la completezza della rivascolarizzazione sono più importanti della preferenza ideologica per una tecnica.

La manipolazione dell’aorta ascendente è una fonte potenziale di embolizzazione cerebrale nei pazienti con ateroma aortico. Strategie anaortic o no-touch, quando tecnicamente praticabili, possono ridurre questo rischio in pazienti selezionati. L’ecografia epiaortica può identificare placche non adeguatamente riconosciute alla palpazione e orientare sede di cannulazione e clampaggio; queste strategie sono particolarmente rilevanti nell’anziano con aterosclerosi aortica avanzata.
La completezza chirurgica dipende dalla possibilità di identificare vasi bersaglio di calibro adeguato e con letto distale vitale. Una coronaria diffusamente malata o molto piccola può non offrire un target efficace. L’endarectomia coronarica viene utilizzata raramente e in centri esperti quando una malattia diffusa severa impedisce una normale anastomosi, ma aumenta complessità e richiede una gestione antitrombotica specifica.

Infarto periprocedurale, danno miocardico e complicanze sistemiche

Un incremento della troponina dopo PCI o CABG è frequente e non equivale automaticamente a un infarto miocardico periprocedurale. La Fifth Universal Definition non usa soglie biomarker fisse per l’infarto correlato a procedura: in presenza di danno miocardico acuto e di sintomi o alterazioni ECG compatibili, la conferma richiede imaging coronarico e/o cardiaco secondo il momento e il contesto della complicanza. Distinguere il semplice danno miocardico procedurale dall’infarto è importante perché il significato prognostico aumenta con l’entità del danno e con la presenza di una complicanza ischemica documentata.
Durante PCI, occlusione di rami laterali, dissezione, trombosi, embolizzazione distale, slow-flow e no-reflow possono determinare necrosi. Nella chirurgia, ischemia da cross-clamping, protezione miocardica inadeguata, embolizzazione, problemi del graft o mismatch tra domanda e offerta possono contribuire al danno. La prevenzione comprende tecnica accurata, adeguata anticoagulazione, controllo emodinamico e trattamento precoce delle complicanze meccaniche.

Il sanguinamento è una delle principali complicanze prognostiche della rivascolarizzazione. Dopo PCI il rischio deriva dall’accesso vascolare e dalla terapia antitrombotica; dopo CABG si aggiungono emostasi chirurgica, coagulopatia, ipotermia e disfunzione piastrinica. L’adozione dell’accesso radiale, la corretta selezione delle dosi antitrombotiche e strategie abbreviate di DAPT nei pazienti ad alto rischio hanno ridotto il burden emorragico senza rinunciare alla protezione ischemica quando applicate in modo appropriato.
La fibrillazione atriale postoperatoria è frequente dopo CABG e deriva da infiammazione, stress adrenergico, alterazioni elettrolitiche e vulnerabilità atriale. Può prolungare il ricovero e aumentare il rischio tromboembolico. La gestione comprende controllo della frequenza o del ritmo secondo stabilità e sintomi e una valutazione individualizzata dell’anticoagulazione, tenendo conto del rischio emorragico precoce e della durata dell’aritmia.

Le complicanze neurologiche comprendono ictus ischemico, emorragia e delirium. Nel CABG l’ictus può derivare da embolizzazione aortica, fibrillazione atriale, ipoperfusione o malattia cerebrovascolare preesistente. Nella PCI il rischio è inferiore in valore assoluto ma non nullo, soprattutto durante procedure complesse del tronco comune, manipolazioni aortiche o in pazienti con ateroma avanzato. Il rischio neurologico costituisce uno degli elementi centrali nel confronto PCI-CABG, poiché il bypass tende ad avere un rischio procedurale di ictus maggiore ma può ridurre alcuni eventi spontanei a lungo termine in specifici sottogruppi.
Il danno renale acuto può seguire entrambe le strategie. Nella PCI contribuiscono contrasto, instabilità emodinamica e comorbilità; nel CABG si aggiungono circolazione extracorporea, infiammazione sistemica e variazioni della perfusione. La prevenzione richiede identificazione dei pazienti ad alto rischio, ottimizzazione volemica, minimizzazione dell’esposizione nefrotossica e un attento controllo emodinamico. Nei pazienti con malattia renale avanzata, il rischio renale deve essere bilanciato con il rischio di non trattare un’anatomia coronarica prognosticamente critica.

Rivascolarizzazione completa, eventi futuri e prevenzione secondaria

Il concetto di rivascolarizzazione completa può essere anatomico o funzionale. La completezza anatomica implica il trattamento di tutte le stenosi considerate significative in vasi di adeguato calibro; quella funzionale mira a correggere soltanto lesioni che producono ischemia o alterazioni fisiologiche. Nella pratica contemporanea la completezza funzionale può evitare procedure non necessarie, mentre in anatomie complesse la capacità di ottenere una rivascolarizzazione completa influenza il confronto tra PCI e CABG.
Nello STEMI con malattia multivasale e paziente emodinamicamente stabile, COMPLETE ha dimostrato che il trattamento delle lesioni non colpevoli significative, eseguito durante il ricovero o in una procedura programmata, riduce eventi cardiovascolari rispetto alla sola PCI del vaso colpevole. Le linee guida contemporanee hanno quindi incorporato una strategia di rivascolarizzazione completa nei pazienti appropriati. Il principio cambia radicalmente nello shock cardiogeno, dove CULPRIT-SHOCK ha dimostrato un danno da PCI multivasale immediata routinaria e sostiene il trattamento iniziale del solo vaso colpevole, riservando eventuali procedure successive dopo stabilizzazione.

Nelle NSTE-ACS la strategia completa deve essere individualizzata. Il significato delle lesioni non colpevoli può essere più difficile da interpretare durante l’evento acuto per alterazioni del tono vascolare, microcircolo e fisiologia. Anatomia, stabilità, funzione renale, volume di contrasto e complessità determinano se completare la rivascolarizzazione nello stesso tempo, in una procedura staged o dopo una valutazione funzionale.
Dopo rivascolarizzazione il rischio residuo deriva da tre categorie: rischio della procedura, rischio del segmento trattato e rischio dell’aterosclerosi non trattata. Trombosi dello stent, restenosi e fallimento del graft appartengono alle prime due; nuove rotture di placca, progressione di segmenti nativi, diabete, infiammazione, Lp(a) e lipoproteine aterogene appartengono alla terza. Nessuna procedura elimina quest’ultima componente, che richiede terapia sistemica permanente.

La prevenzione secondaria dopo PCI e CABG deve comprendere riduzione intensiva dell’LDL-C, cessazione del fumo, controllo pressorio, gestione del diabete, attività fisica, alimentazione cardioprotettiva e riabilitazione cardiologica. L’aderenza alla terapia è determinante per la durabilità del risultato. L’interruzione prematura della DAPT dopo stenting aumenta il rischio di trombosi, mentre l’interruzione delle statine accelera la progressione dell’aterosclerosi nativa e dei graft venosi.
Il follow-up non richiede coronarografia o test da stress routinari in ogni paziente asintomatico. Gli accertamenti devono essere guidati da nuovi sintomi, variazioni funzionali, alto rischio anatomico o quesiti clinici in grado di modificare la gestione. Il controllo sistematico con imaging invasivo in assenza di indicazioni può generare una cascata di procedure non necessarie senza migliorare gli outcome.

La rivascolarizzazione contemporanea deve quindi essere concepita come una strategia longitudinalmente integrata: selezione appropriata del paziente, definizione fisiologica della lesione, esecuzione tecnica ottimale, terapia antitrombotica proporzionata, prevenzione secondaria intensiva e rivalutazione nel tempo. La qualità del risultato non dipende soltanto dall’assenza di stenosi residua alla fine della procedura, ma dalla capacità di ridurre in modo durevole ischemia, sintomi, eventi e necessità di nuove procedure mantenendo un rischio procedurale accettabile.

Diabete, insufficienza renale, età avanzata e precedenti rivascolarizzazioni

Il diabete mellito modifica profondamente il problema della rivascolarizzazione perché si associa a coronaropatia più diffusa, maggiore burden aterosclerotico, vasi di calibro minore, malattia microvascolare, maggiore rischio di restenosi e progressione accelerata delle lesioni non trattate. Nel paziente diabetico con coronaropatia multivasale complessa, soprattutto quando è coinvolta la LAD e il rischio chirurgico è accettabile, il CABG offre frequentemente una maggiore protezione da morte, infarto spontaneo e necessità di nuove rivascolarizzazioni rispetto alla PCI, a fronte di un rischio procedurale di ictus e di una invasività iniziale superiori. FREEDOM rappresenta uno dei trial fondamentali che sostengono questa differenza.

La superiorità chirurgica non implica che ogni paziente diabetico debba essere operato. Una malattia monovasale o poco complessa, un rischio chirurgico elevato, fragilità, comorbilità importanti o anatomia favorevole alla PCI possono rendere l’approccio percutaneo appropriato. La decisione deve essere individualizzata e spiegata in termini di trade-off tra rischio procedurale, recupero iniziale, probabilità di reintervento e protezione a lungo termine. La qualità del controllo glicemico e dei fattori di rischio rimane determinante qualunque sia la procedura.
Nella malattia renale cronica la scelta è complessa perché entrambe le strategie presentano rischi specifici. La PCI espone a contrasto e può richiedere ripetute procedure; il CABG comporta maggiore stress emodinamico, infiammatorio e rischio di danno renale acuto. I pazienti con CKD sono inoltre ad alto rischio di sanguinamento e calcificazione vascolare. La presenza di malattia renale non elimina il beneficio potenziale della rivascolarizzazione quando esiste un’indicazione prognostica o sintomatica forte, ma richiede una pianificazione multidisciplinare e misure di protezione renale.

Nel paziente in dialisi i dati randomizzati sono limitati e la prognosi complessiva è fortemente influenzata da comorbilità e calcificazione. I graft arteriosi possono offrire vantaggi di pervietà, ma la disponibilità dell’arteria radiale deve essere valutata con cautela se l’arto può essere necessario per un accesso vascolare da emodialisi. Nella PCI, la presenza di calcio severo può richiedere litotrissia o aterectomia e aumenta il rischio di sottoespansione dello stent.
L’età avanzata non costituisce di per sé una controindicazione né a PCI né a CABG. Fragilità, cognizione, autonomia, aspettativa di vita e preferenze assumono però un peso maggiore. La PCI offre generalmente un recupero più rapido e può essere preferita quando l’obiettivo prioritario è ridurre sintomi in un paziente con rischio chirurgico elevato; il CABG può rimanere appropriato in anziani selezionati robusti con anatomia complessa e aspettativa di vita sufficiente a beneficiare della maggiore durabilità.

Nei pazienti con precedente CABG, la recidiva ischemica può derivare da progressione del vaso nativo o fallimento del graft. Una seconda sternotomia comporta un rischio superiore rispetto al primo intervento; per questo la PCI è frequentemente preferita quando tecnicamente fattibile. Il trattamento del vaso nativo è generalmente preferibile al graft venoso degenerato quando esiste una strategia praticabile, perché la PCI del graft si associa a maggiore embolizzazione distale, no-reflow e recidiva.
Nel paziente con precedente PCI, la nuova rivascolarizzazione può riguardare restenosi, trombosi dello stent o progressione di altre lesioni. L’imaging intracoronarico è essenziale quando si sospetta un fallimento meccanico dello stent, perché consente di distinguere sottoespansione, frattura, malapposizione, neoaterosclerosi e proliferazione neointimale. Trattare la restenosi senza definirne il meccanismo aumenta il rischio di una seconda recidiva.

Restenosi, trombosi dello stent e fallimento dei graft

La restenosi intrastent è una nuova riduzione del lume nel segmento stentato, dovuta a meccanismi biologici come iperplasia neointimale o neoaterosclerosi oppure a cause meccaniche, soprattutto sottoespansione dello stent. Con i DES di nuova generazione l’incidenza è inferiore rispetto alle tecnologie precedenti, ma rimane clinicamente importante nelle lesioni lunghe, nei piccoli vasi, nel diabete, nelle biforcazioni, nelle CTO e soprattutto quando lo stent è sottoespanso. La diagnosi angiografica deve essere integrata, quando possibile, con IVUS o OCT per identificare il meccanismo.
La restenosi da sottoespansione richiede una correzione meccanica dell’espansione prima di aggiungere ulteriore farmaco antiproliferativo. Palloni ad alta pressione, litotrissia intravascolare in specifiche restenosi calcifiche o altre tecniche possono essere necessarie. Quando il problema è prevalentemente proliferativo, un nuovo DES o un drug-coated balloon possono essere utilizzati in base alla geometria, al numero di strati metallici e alle evidenze disponibili.

La neoaterosclerosi consiste nello sviluppo di caratteristiche aterosclerotiche all’interno della neointima dello stent, inclusi accumulo lipidico, calcificazione e, talvolta, rottura con trombosi. Può comparire più precocemente nei DES rispetto agli stent metallici storici. La sua presenza sottolinea che il segmento trattato rimane biologicamente vulnerabile e che la prevenzione sistemica continua a essere necessaria anche anni dopo la PCI.
La trombosi dello stent viene classificata temporalmente come acuta, subacuta, tardiva o molto tardiva e rappresenta un evento potenzialmente catastrofico, spesso manifestato come STEMI o morte improvvisa. I determinanti comprendono interruzione prematura degli antiaggreganti, sottoespansione, malapposizione, dissezioni residue, elevato burden trombotico, piccoli vasi, biforcazioni, insufficienza renale e stato protrombotico. La gestione richiede coronarografia urgente, ripristino del flusso e identificazione del meccanismo con imaging quando possibile.

Il fallimento dei graft venosi segue una storia naturale distinta. Nelle prime settimane può prevalere la trombosi tecnica o da basso flusso; nei mesi successivi l’iperplasia intimale; negli anni l’aterosclerosi accelerata. I graft venosi degenerati possono contenere grandi quantità di materiale friabile e trombotico, rendendo la PCI ad alto rischio di embolizzazione. La selezione del vaso nativo come target, quando fattibile, può offrire un risultato più durevole.
I graft arteriosi, soprattutto la mammaria interna, hanno una pervietà nettamente migliore ma possono fallire per problemi tecnici, flusso competitivo, stenosi anastomotica o progressione distale. Una stenosi angiografica del graft deve essere interpretata nel contesto del flusso competitivo e della fisiologia del vaso nativo, evitando interventi su reperti che non spiegano l’ischemia.

La gestione del fallimento tardivo richiede spesso un nuovo Heart Team. Re-PCI del vaso nativo, trattamento del graft, redo-CABG e terapia medica possono avere profili di rischio molto differenti. La decisione deve considerare estensione della malattia residua, disponibilità di condotti, qualità del letto distale, funzione ventricolare e aspettativa di vita. Il semplice fatto che una precedente strategia abbia fallito non implica automaticamente che debba essere ripetuta.

Bibliografia
  1. Bonow RO et al. Braunwald's Heart Disease: A Textbook of Cardiovascular Medicine. 13th ed. Elsevier, 2026.
  2. Vrints C et al. 2024 ESC Guidelines for the management of chronic coronary syndromes. European Heart Journal. 45(36), 2024, 3415-3537.
  3. Rao SV et al. 2025 ACC/AHA/ACEP/NAEMSP/SCAI Guideline for the Management of Patients With Acute Coronary Syndromes. Journal of the American College of Cardiology. 85(22), 2025, 2135-2237.
  4. Byrne RA et al. 2023 ESC Guidelines for the management of acute coronary syndromes. European Heart Journal. 44(38), 2023, 3720-3826.
  5. Lawton JS et al. 2021 ACC/AHA/SCAI Guideline for Coronary Artery Revascularization. Journal of the American College of Cardiology. 79(2), 2022, e21-e129.
  6. Maron DJ et al. Initial Invasive or Conservative Strategy for Stable Coronary Disease. New England Journal of Medicine. 382(15), 2020, 1395-1407.
  7. Spertus JA et al. Health-Status Outcomes with Invasive or Conservative Care in Coronary Disease. New England Journal of Medicine. 382(15), 2020, 1408-1419.
  8. Xaplanteris P et al. Five-Year Outcomes with PCI Guided by Fractional Flow Reserve. New England Journal of Medicine. 379(3), 2018, 250-259.
  9. De Bruyne B et al. Fractional Flow Reserve-Guided PCI for Stable Coronary Artery Disease. New England Journal of Medicine. 371(13), 2014, 1208-1217.
  10. Farkouh ME et al. Strategies for Multivessel Revascularization in Patients with Diabetes. New England Journal of Medicine. 367(25), 2012, 2375-2384.
  11. Thuijs DJFM et al. Percutaneous coronary intervention versus coronary artery bypass grafting in patients with three-vessel or left main coronary artery disease: 10-year follow-up of the multicentre randomised controlled SYNTAX trial. Lancet. 394, 2019, 1325-1334.
  12. Stone GW et al. Five-Year Outcomes after PCI or CABG for Left Main Coronary Disease. New England Journal of Medicine. 381(19), 2019, 1820-1830.
  13. Holm NR et al. Percutaneous coronary angioplasty versus coronary artery bypass grafting in the treatment of unprotected left main stenosis: updated 5-year outcomes from the randomised NOBLE trial. Lancet. 395, 2020, 191-199.
  14. Mehta SR et al. Complete Revascularization with Multivessel PCI for Myocardial Infarction. New England Journal of Medicine. 381(15), 2019, 1411-1421.
  15. Biscaglia S et al. Complete or Culprit-Only PCI in Older Patients with Myocardial Infarction. New England Journal of Medicine. 389(10), 2023, 889-898.
  16. Thiele H et al. PCI Strategies in Patients with Acute Myocardial Infarction and Cardiogenic Shock. New England Journal of Medicine. 377(25), 2017, 2419-2432.
  17. Velazquez EJ et al. Coronary-Artery Bypass Surgery in Patients with Ischemic Cardiomyopathy. New England Journal of Medicine. 364(17), 2011, 1607-1616.
  18. Velazquez EJ et al. Coronary-Artery Bypass Surgery in Patients with Ischemic Cardiomyopathy: Ten-Year Follow-Up. New England Journal of Medicine. 374(16), 2016, 1511-1520.
  19. Perera D et al. Percutaneous Revascularization for Ischemic Left Ventricular Dysfunction. New England Journal of Medicine. 387(15), 2022, 1351-1360.
  20. Neumann FJ et al. 2018 ESC/EACTS Guidelines on myocardial revascularization. European Heart Journal. 40(2), 2019, 87-165.
  21. Gaudino M et al. Radial-Artery or Saphenous-Vein Grafts in Coronary-Artery Bypass Surgery. New England Journal of Medicine. 378, 2018, 2069-2077.
  22. Bangalore S et al. Everolimus-Eluting Stents or Bypass Surgery for Multivessel Coronary Disease. New England Journal of Medicine. 372, 2015, 1213-1222.
  23. Lee JM et al. Intravascular Imaging-Guided or Angiography-Guided Complex PCI. New England Journal of Medicine. 388(18), 2023, 1668-1679.
  24. Räber L et al. Clinical use of intracoronary imaging. Part 1: guidance and optimization of coronary interventions. European Heart Journal. 39, 2018, 3281-3300.
  25. Burzotta F et al. Percutaneous coronary intervention for bifurcation coronary lesions: the 15th consensus document from the European Bifurcation Club. EuroIntervention. 16, 2021, 1307-1317.
  26. Brilakis ES et al. Guiding Principles for Chronic Total Occlusion Percutaneous Coronary Intervention. Circulation. 140, 2019, 420-433.
  27. Urban P et al. Defining high bleeding risk in patients undergoing percutaneous coronary intervention. Circulation. 140, 2019, 240-261.
  28. Visseren FLJ et al. 2021 ESC Guidelines on cardiovascular disease prevention in clinical practice. European Heart Journal. 42, 2021, 3227-3337.
  29. Holm NR et al. OCT or Angiography Guidance for PCI in Complex Bifurcation Lesions. New England Journal of Medicine. 389(16), 2023, 1477-1487.
  30. Ali ZA et al. Optical Coherence Tomography-Guided versus Angiography-Guided PCI. New England Journal of Medicine. 389, 2023, 1466-1476.

Nota informativa: le informazioni contenute in questa pagina hanno esclusivamente finalità informative e divulgative e non sostituiscono il parere, la diagnosi o il trattamento di un medico. In caso di necessità, rivolgersi sempre a un professionista sanitario qualificato.

Trasparenza sull'intelligenza artificiale: questa pagina è stata realizzata con il supporto di strumenti di intelligenza artificiale, utilizzati come ausilio nella produzione e nell'elaborazione dei contenuti.