Sfondo Header
L'angolo del dottorino
Cerca nel sito... Ricerca avanzata
✖

Endocardite di Loeffler

L’endocardite di Loeffler è una malattia endomiocardica associata al danno prodotto dagli eosinofili, nella quale infiammazione e necrosi possono accompagnarsi a trombosi intracavitaria e successiva organizzazione fibrosa. L’interessamento riguarda soprattutto l’endocardio ventricolare e il miocardio adiacente, con possibile estensione all’apparato atrioventricolare. Il termine storico endocardite non indica una causa infettiva e non presuppone vegetazioni valvolari. Anche la sua relazione con la miocardite eosinofila richiede precisione: quest’ultima può rappresentare il momento iniziale del processo, ma può presentarsi senza il fenotipo trombotico e restrittivo classicamente descritto nella malattia di Loeffler.

Il quadro può svilupparsi nel contesto di una sindrome ipereosinofila, di una neoplasia mieloide con eosinofilia, di una malattia immunomediata o di una reazione a farmaci e altre esposizioni. La denominazione cardiologica non sostituisce pertanto la diagnosi eziologica. La stessa morfologia finale può derivare da processi suscettibili di trattamenti molto diversi, mentre un paziente con eosinofilia può avere una cardiopatia indipendente. Per attribuire il danno agli eosinofili occorre integrare andamento clinico, laboratorio, imaging ed eventualmente tessuto, valutando anche spiegazioni alternative.

La malattia è rara e non dispone di una stima di incidenza robusta e universalmente applicabile. Le casistiche di miocardite eosinofila, quelle ematologiche e le serie di cardiomiopatia restrittiva descrivono popolazioni differenti; inoltre, un trattamento precoce può impedire la comparsa delle lesioni croniche che rendevano riconoscibile il quadro nelle descrizioni storiche. La rilevanza prognostica dipende da tre possibilità: deterioramento acuto della funzione cardiaca, embolizzazione da trombi murali e sviluppo di una restrizione fibrotica permanente. Questi rischi possono presentarsi separatamente o sovrapporsi nello stesso paziente.

Eziologia, patogenesi e fisiopatologia

Gli eosinofili possono aumentare per proliferazione clonale della linea mieloide oppure come risposta a stimoli esterni al compartimento eosinofilo. Nel primo caso, alterazioni molecolari possono attivare segnali proliferativi autonomi; nel secondo, citochine come l’interleuchina 5 sostengono produzione, sopravvivenza e attivazione cellulare. Le cause reattive comprendono alcune infezioni parassitarie, reazioni farmacologiche e malattie immunitarie; una popolazione linfocitaria aberrante può a sua volta produrre citochine eosinofilopoietiche. Il riscontro di eosinofilia deve quindi aprire un percorso di classificazione, non concluderlo con l’etichetta generica di allergia.

Fra le condizioni sistemiche rilevanti vi sono la granulomatosi eosinofila con poliangioite e le reazioni da ipersensibilità farmacologica, compresa la DRESS. Nella prima, il coinvolgimento cardiaco può comparire anche in assenza di positività degli ANCA; nella seconda, la cronologia dell’esposizione, l’eruzione cutanea e l’interessamento di altri organi sono essenziali, ma la manifestazione cardiaca può non coincidere temporalmente con il massimo dell’eosinofilia. Le neoplasie mieloidi con fusioni che coinvolgono PDGFRA o altri geni richiedono invece un inquadramento ematologico specifico. La diagnosi di forma idiopatica è appropriata soltanto dopo un’indagine adeguata e rimane rivalutabile nel tempo.

Il danno dipende soprattutto dall’attivazione e dalla degranulazione eosinofila. Proteina basica maggiore, proteina cationica eosinofila e prodotti della perossidasi possono compromettere membrane cellulari, mitocondri e integrità endoteliale. Alla citotossicità diretta si associano richiamo di altre cellule, stress ossidativo e amplificazione dell’infiammazione. Il numero di eosinofili nel sangue non quantifica questi processi: infiltrazione tissutale, degranulazione e redistribuzione cellulare possono produrre una lesione importante con una conta periferica non particolarmente elevata, soprattutto dopo corticosteroidi. Per lo stesso motivo, una rapida caduta della conta non dimostra l’immediata risoluzione del danno cardiaco.

Nella componente necrotico-infiammatoria, l’infiltrato e il danno dei cardiomiociti possono determinare edema, alterazioni della conduzione, instabilità elettrica e depressione contrattile. Il coinvolgimento può essere focale oppure esteso e, nelle forme fulminanti, compromettere rapidamente entrambi i ventricoli. L’assenza di ispessimento endocardico macroscopico non esclude questa fase. L’infiammazione acuta e la lesione microvascolare possono inoltre produrre dolore toracico e alterazioni elettrocardiografiche simili a quelle ischemiche, rendendo necessario distinguere una sindrome coronarica da una malattia infiammatoria e dalle possibili embolie coronariche.

La trombosi murale si sviluppa quando la superficie endocardica lesa perde le proprie proprietà antitrombotiche. L’attivazione eosinofila favorisce interazioni con piastrine e coagulazione; stasi locale e alterazioni della cinetica contribuiscono, ma non sono indispensabili quanto lo sono in altri contesti di trombosi ventricolare. Possono quindi formarsi trombi apicali o parietali anche senza una grave riduzione della frazione di eiezione. La loro superficie e mobilità condizionano la probabilità di distacco, mentre un’estesa aderenza alla parete può mascherare la natura trombotica e simulare un semplice ispessimento endocardico.

L’organizzazione della lesione comporta proliferazione fibroblastica e deposizione di matrice, con possibile incorporazione del trombo. La fibrosi endomiocardica riduce progressivamente la cavità utile e la distensibilità; l’inglobamento di corde e muscoli papillari provoca retrazione e insufficienza mitralica o tricuspidale. Le fasi necrotica, trombotica e fibrotica sono pertanto un modello patogenetico, non tre stadi che ogni paziente debba attraversare in ordine e in tempi prevedibili. Una cicatrice matura può coesistere con infiammazione residua e trombo recente, circostanza che rende inadeguata una scelta terapeutica basata su una sola categoria temporale.

Il ventricolo fibrotico sviluppa pressioni elevate per incrementi modesti di volume. La restrizione limita il riempimento durante esercizio e rende la portata dipendente da un equilibrio ristretto fra precarico, frequenza e funzione atriale. La frazione di eiezione può restare apparentemente normale nonostante una gittata sistolica ridotta, soprattutto in una cavità parzialmente obliterata. Il rigurgito atrioventricolare aggrava la congestione e riduce la quota di sangue effettivamente diretta alla circolazione. Nelle forme destre, ascite e congestione epatica possono prevalere; nelle forme sinistre, l’aumento delle pressioni polmonari può trasferire il carico al ventricolo destro e produrre un deterioramento biventricolare.

Manifestazioni cliniche

L’esordio acuto può comprendere dolore toracico, dispnea, palpitazioni, sincope e rapido peggioramento della tolleranza allo sforzo. Febbre e astenia possono accompagnare il processo sistemico senza definirne la causa. Nei quadri severi, ipotensione, oliguria, alterazione dello stato mentale e iperlattatemia indicano compromissione della perfusione; aritmie ventricolari o blocchi avanzati possono precedere una marcata dilatazione cardiaca. La combinazione di danno miocardico ed eosinofilia deve rendere tempestiva la valutazione, ma la sua assenza non autorizza a escludere una miocardite eosinofila quando gli altri elementi sono fortemente suggestivi.

Il fenotipo cronico è dominato da scompenso restrittivo. Dispnea, ortopnea e riduzione della capacità funzionale si accompagnano a distensione giugulare, epatomegalia, ascite o edemi secondo la distribuzione delle lesioni. Un’importante congestione destra può svilupparsi senza una grave riduzione della funzione sistolica sinistra; l’apparente discordanza è spiegata dal difetto di riempimento e dalla perdita di volume ventricolare, non da una scarsa attendibilità dei sintomi. Soffi da rigurgito, ritmo irregolare e segni di ipoperfusione completano la valutazione, ma l’assenza di un soffio evidente non esclude una compromissione endomiocardica importante.

Le manifestazioni emboliche comprendono deficit neurologici focali, amaurosi, ischemia di arto e dolore addominale o al fianco da interessamento viscerale. Eventi in territori diversi possono essere il primo segnale di trombosi intracardiaca. Nel coinvolgimento destro, dispnea improvvisa e dolore toracico richiedono anche la ricerca di embolia polmonare. L’anamnesi deve ricostruire gli eventi prima e dopo l’inizio della terapia, perché una recidiva durante anticoagulazione può dipendere da esposizione insufficiente, persistenza di attività eosinofila o da una sorgente differente.

I segni extracardiaci aiutano a riconoscere la malattia responsabile. Asma, rinosinusite, poliposi, porpora e neuropatia orientano verso un contesto vasculitico; rash, edema facciale, febbre ed epatite dopo un nuovo farmaco suggeriscono una reazione sistemica; splenomegalia, citopenie o altre anomalie della formula richiedono attenzione ematologica. Sintomi cutanei e digestivi possono invece accompagnare diverse sindromi ipereosinofile senza distinguerle. La storia di viaggi e soggiorni deve includere esposizioni remote, poiché alcune infestazioni possono persistere e diventare particolarmente pericolose quando si avvia immunosoppressione.

È utile ricostruire anche la cronologia dei trattamenti: corticosteroidi prescritti per asma o dermatite possono aver modificato conta eosinofila e reperti bioptici; anticoagulanti possono aver ridotto il trombo senza correggere l’attività causale; diuretici possono attenuare la congestione lasciando invariata la restrizione. La valutazione clinica non riguarda quindi soltanto la fotografia del ricovero. Referti precedenti, emocromi storici e variazioni della capacità funzionale possono rivelare un processo già presente e distinguere una nuova aggressione da un esito cicatriziale stabile.

Accertamenti e diagnosi

Gli esami iniziali comprendono ECG, monitoraggio del ritmo nei quadri a rischio, troponina, peptidi natriuretici, emocromo con formula e striscio, funzione renale ed epatica, elettroliti e indici infiammatori. La conta eosinofila deve essere espressa in valore assoluto e interpretata rispetto a trattamenti precedenti. La troponina segnala danno miocardico, ma non ne identifica la causa; un valore normale non esclude fibrosi o trombosi cronica. La valutazione delle alterazioni coronariche segue probabilità clinica e presentazione, poiché eosinofilia e malattia coronarica possono coesistere.

L’ecocardiografia deve ricercare trombi apicali, ispessimento endocardico, obliterazione della cavità, dimensioni atriali, funzione dei due ventricoli e coinvolgimento mitralico o tricuspidale. È importante riconoscere un’apice realmente deformato evitando proiezioni accorciate; il contrasto può migliorare la distinzione fra sangue, parete e massa aderente quando il bordo non è definito. La descrizione del trombo include sede, estensione, mobilità e rapporto con la parete, mentre quella della valvola deve chiarire se il rigurgito derivi da retrazione sottovalvolare o da un meccanismo diverso. Un esame iniziale normale non esclude un danno infiammatorio precoce.

Lo studio del riempimento integra Doppler transmitralico e transtricuspidale, velocità anulari, pressioni polmonari stimate e reperti di congestione. Il significato di un pattern restrittivo dipende da ritmo, frequenza e condizioni di carico; la risposta alla terapia e il confronto con esami precedenti aiutano a distinguere componenti dinamiche da limitazioni strutturali. La misura della gittata anterograda è particolarmente utile quando una frazione di eiezione conservata sembra discordante rispetto a bassa portata e sintomi. Nei casi con rigurgito importante, i parametri di riempimento devono essere letti tenendo conto del volume che ritorna nell’atrio.

La risonanza cardiaca caratterizza la distribuzione del danno e la composizione delle lesioni intracavitarie. Edema e alterazioni dei parametri T1 e T2 sostengono un processo infiammatorio nel contesto appropriato; l’enhancement tardivo può mostrare interessamento subendocardico esteso oltre i territori coronarici. Il trombo è generalmente avascolare e può apparire come uno strato distinto dalla fibrosi adiacente. L’interpretazione combina sequenze e tempi di acquisizione, perché un trombo organizzato non ha necessariamente lo stesso segnale di uno recente. Il referto deve descrivere anche quanto della perdita cavitaria dipenda da materiale trombotico e quanto da tessuto organizzato: la regressione del primo può restituire volume, mentre il secondo può mantenere la restrizione. Un trombo laminare poco mobile non è equivalente a una componente protrudente o mobile, e il confronto fra acquisizioni deve mantenere riconoscibili questi rapporti. Sede e distribuzione sono reperti direttamente documentabili; l’attribuzione eosinofila resta invece il risultato dell’integrazione con clinica, laboratorio e, quando disponibile, istologia.

I criteri CMR per miocardite aumentano la solidità della diagnosi di infiammazione quando sono presenti indicatori concordanti basati su T1 e T2, ma non sostituiscono la tipizzazione istologica nelle situazioni in cui questa cambia il trattamento. Anche l’assenza di edema va interpretata rispetto al momento dell’esame e ai farmaci già ricevuti. Una cicatrice con enhancement tardivo persistente può rappresentare danno residuo; intensificare immunosoppressione soltanto perché l’enhancement non scompare rischia di confondere attività e conseguenza anatomica. La valutazione seriale deve pertanto integrare sintomi, biomarcatori, funzione e reperti tissutali.

La biopsia endomiocardica acquista particolare importanza nelle presentazioni fulminanti, nel deterioramento rapido, nelle aritmie ventricolari o nei disturbi avanzati di conduzione, quando distinguere miocardite eosinofila, a cellule giganti e altre forme modifica una decisione urgente. L’esame può mostrare infiltrato eosinofilo, degranulazione, necrosi e fibrosi, ma il campionamento è limitato e una distribuzione focale può produrre falsi negativi. Imaging e contesto clinico contribuiscono alla scelta della sede; trombi e anatomia modificano il rischio. Non è necessario esporre ogni paziente con una lesione cronica tipica a una procedura invasiva se il risultato non cambia la gestione.

In parallelo si ricerca la causa dell’eosinofilia. Anamnesi farmacologica, studio delle esposizioni, valutazione immunologica e indagini ematologiche vengono selezionati secondo probabilità clinica. Il riscontro di FIP1L1::PDGFRA è particolarmente rilevante per la scelta terapeutica; l’alterazione può essere criptica e non essere riconosciuta dal solo cariotipo convenzionale. Altre fusioni e anomalie richiedono metodiche dedicate e una valutazione specialistica. Vitamina B12, triptasi, morfologia dello striscio, splenomegalia e anomalie delle altre linee possono orientare verso una causa mieloide, ma nessuno di questi indizi sostituisce la dimostrazione diagnostica.

La ricerca di cause secondarie deve precedere l’etichetta idiopatica. Nel sospetto di granulomatosi eosinofila con poliangioite, la negatività degli ANCA non esclude la malattia e va letta insieme al fenotipo clinico. Lo studio parassitologico dipende da esposizione e microrganismo sospettato; un esame fecale negativo isolato non risolve ogni possibilità. La valutazione di Strongyloides è particolarmente importante prima di corticosteroidi nei soggetti esposti, con una strategia che tenga conto dell’urgenza cardiaca. Se la diagnosi sistemica rimane incerta, è più corretto descrivere il grado di probabilità dell’attribuzione eosinofila che trasformare l’associazione temporale in una prova definitiva.

La diagnosi differenziale comprende trombosi apicale postinfartuale, cardiomiopatie dilatative con stasi, ipertrofia apicale, fibrosi endomiocardica delle aree endemiche e altre miocarditi. La distribuzione della cicatrice e la storia coronarica aiutano a distinguere ischemia e lesione eosinofila; una massa valvolare con febbre o batteriemia richiede invece lo studio dell’endocardite infettiva. Non esiste un insieme universale di soli reperti ecografici che certifichi la malattia di Loeffler. La conclusione diagnostica deve indicare fenotipo cardiaco, attività presunta, causa documentata o sospetta e presenza di trombosi, perché sono questi elementi a guidare il trattamento.

Trattamento e prognosi

Nella malattia acuta con compromissione emodinamica, il primo obiettivo è interrompere il danno e sostenere la circolazione. Monitoraggio intensivo, trattamento delle aritmie e gestione dello shock possono richiedere un centro capace di eseguire biopsia e supporto meccanico. Campioni diagnostici utili devono essere ottenuti rapidamente, ma il completamento dell’intero percorso eziologico non deve ritardare una terapia salvavita. Il sostegno temporaneo ha senso come ponte alla risposta del trattamento causale o a una decisione successiva, poiché una parte della disfunzione infiammatoria può essere reversibile.

I glucocorticoidi sono un trattamento centrale in molte forme di danno eosinofilo attivo, con intensità commisurata alla gravità e successiva riduzione guidata dalla risposta. Non costituiscono però una soluzione eziologica universale: occorre sospendere il farmaco responsabile nelle reazioni da ipersensibilità, trattare una causa infettiva pertinente e impostare il regime specifico nelle vasculiti. Nei pazienti con possibile esposizione a Strongyloides, prevenzione o trattamento dell’iperinfestazione devono essere coordinati con l’avvio urgente dell’immunosoppressione. La risposta viene valutata sul cuore e sugli altri organi, non soltanto sulla conta eosinofila.

Quando è documentata una fusione sensibile, l’imatinib può controllare il processo clonale con efficacia molto diversa da quella di una terapia aspecifica. La scelta e il monitoraggio spettano al percorso ematologico e tengono conto del bersaglio molecolare; non tutte le neoplasie con eosinofilia condividono la stessa sensibilità. Nei pazienti con interessamento cardiaco, l’inizio del trattamento richiede sorveglianza ravvicinata e può essere accompagnato da corticosteroidi secondo il contesto specialistico. Una risposta ematologica rapida non elimina la necessità di seguire trombi, valvole e riempimento, che possono migliorare più lentamente o restare compromessi.

Nelle sindromi ipereosinofile appropriate, il mepolizumab può ridurre riacutizzazioni e necessità di corticosteroidi come parte di una strategia di controllo sistemico. Le prove ottenute in pazienti selezionati con malattia cronica non dimostrano che il farmaco sostituisca il trattamento urgente di una miocardite fulminante, né che faccia regredire una cicatrice endocardica matura. Altre terapie immunomodulanti o citoriduttive vengono scelte secondo sottotipo, risposta e tossicità. La decisione deve quindi partire dalla diagnosi causale, evitando di prescrivere lo stesso schema a ogni paziente con il fenotipo cardiaco di Loeffler.

Un trombo intracardiaco documentato richiede una valutazione per anticoagulazione terapeutica, integrata con il controllo dell’attività eosinofila. Sede, mobilità, precedenti embolie, funzione renale, rischio emorragico e procedure previste orientano farmaco e modalità iniziale. Nel paziente instabile o prossimo a una procedura, la possibilità di modulare e interrompere rapidamente l’effetto può favorire inizialmente l’eparina non frazionata; nella prosecuzione si considera anche la possibilità di un monitoraggio affidabile e la presenza di altre indicazioni, come una protesi meccanica. Le evidenze comparative specifiche per questa malattia sono limitate: l’esperienza favorevole con un anticoagulante in altre forme di trombosi ventricolare non dimostra la stessa efficacia in un endocardio ancora esposto a danno eosinofilo.
La durata viene rivalutata in base a risoluzione del trombo, persistenza della superficie patologica e attività della causa; la sola normalizzazione dell’emocromo non è un criterio sufficiente per interrompere la protezione.

La gestione dello scompenso cardiaco dipende dal fenotipo. Nella disfunzione sistolica si considerano i trattamenti appropriati e tollerati, mentre nella restrizione fibrotica la decongestione richiede particolare attenzione alla riduzione del precarico. Pressione arteriosa, perfusione, funzione renale ed elettroliti aiutano a distinguere una diuresi utile da un’eccessiva sottrazione di volume. Il controllo della frequenza e del ritmo deve preservare il riempimento senza deprimere una portata già limitata; nuovi disturbi di conduzione o aritmie ventricolari richiedono inoltre di rivalutare l’attività miocardica e la necessità di protezione specifica.

La chirurgia endomiocardica viene discussa quando obliterazione cavitaria e rigurgito severo producono sintomi importanti nonostante una gestione medica adeguata. Endocardiectomia e riparazione o sostituzione valvolare devono essere pianificate insieme, considerando estensione della fibrosi, quota di miocardio residuo, coinvolgimento biventricolare e danno d’organo. Operare un substrato ancora attivo può lasciare un rischio di recidiva e trombosi; d’altra parte, attendere una regressione farmacologica di una deformazione ormai fissa può far perdere una possibilità di correzione. Nei casi terminali, il trapianto richiede anche una valutazione della controllabilità della malattia sistemica.

Il follow-up distingue remissione biologica e recupero cardiaco. Conta eosinofila e marcatori molecolari seguono il processo sistemico; troponina e imaging contribuiscono a valutare il cuore; sintomi, gittata, rigurgito e congestione descrivono il risultato funzionale. Una cicatrice persistente può restare clinicamente rilevante nonostante il controllo della causa. Viceversa, un peggioramento dopo un periodo di stabilità può dipendere da recidiva infiammatoria, nuovo trombo, aritmia o progressione meccanica, con implicazioni terapeutiche differenti. La prognosi è migliore quando il processo viene riconosciuto prima che trombosi organizzata e fibrosi abbiano modificato irreversibilmente l’anatomia.

Complicanze

Le embolie sistemiche possono produrre ictus, ischemia mesenterica, infarti renali o splenici e ischemia acuta di arto. La gravità dipende da territorio, durata dell’occlusione e possibilità di riperfusione, non soltanto dalle dimensioni del trombo residuo osservato nel cuore. Dopo un ictus, estensione dell’infarto e componente emorragica influenzano tempistica dell’anticoagulazione e delle procedure cardiache. La valutazione deve anche distinguere un’embolia dalla trombosi locale, perché le sindromi eosinofile possono alterare la coagulazione al di fuori delle cavità cardiache.

La progressione verso restrizione irreversibile comporta congestione persistente e ridotta riserva di portata. Insufficienza mitralica o tricuspidale, ipertensione polmonare e disfunzione del ventricolo opposto possono creare un circuito di peggioramento emodinamico, cui si aggiungono insufficienza renale, epatopatia congestizia e malnutrizione. Questi esiti non sono necessariamente segno di attività eosinofila persistente: possono derivare dal danno già consolidato e richiedere una strategia meccanica o di supporto avanzato, anziché un semplice aumento dell’immunosoppressione.

Le aritmie ventricolari e i blocchi possono complicare il danno acuto; nel lungo termine la cicatrice può mantenere un substrato aritmogeno anche dopo il controllo dell’infiammazione. La fibrillazione atriale aggiunge perdita del contributo atriale, possibile instabilità emodinamica e rischio tromboembolico. La valutazione del rischio deve essere aggiornata dopo la fase acuta, poiché recupero funzionale e persistenza di eventi elettrici non seguono necessariamente lo stesso andamento.

La terapia espone a sanguinamento, infezioni, tossicità metabolica e danni specifici dei farmaci impiegati. Una recidiva durante la riduzione dei corticosteroidi va distinta da infezione intercorrente e da scompenso su cicatrice; analogamente, un’emorragia non elimina automaticamente la necessità di prevenzione embolica, ma impone una nuova valutazione del bilancio clinico. Dopo chirurgia possono persistere trombogenicità, disfunzione valvolare o restrizione residua. La continuità fra cardiologia, ematologia e specialità responsabile della causa è quindi parte della gestione delle complicanze, soprattutto nelle transizioni fra ricovero, trattamento causale e sorveglianza a lungo termine.

Bibliografia
  1. Mankad R et al. Hypereosinophilic syndrome: cardiac diagnosis and management. Heart. 2016;102(2):100-106.
  2. Groh M et al. French guidelines for the etiological workup of eosinophilia and the management of hypereosinophilic syndromes. Orphanet Journal of Rare Diseases. 2023;18(1):100.
  3. Brambatti M et al. Eosinophilic Myocarditis: Characteristics, Treatment, and Outcomes. Journal of the American College of Cardiology. 2017;70(19):2363-2375.
  4. Ogbogu PU et al. Hypereosinophilic syndrome: a multicenter, retrospective analysis of clinical characteristics and response to therapy. Journal of Allergy and Clinical Immunology. 2009;124(6):1319-1325.e3.
  5. Shomali W et al. World Health Organization and International Consensus Classification of eosinophilic disorders: 2024 update on diagnosis, risk stratification, and management. American Journal of Hematology. 2024;99(5):946-968.
  6. Cools J et al. A tyrosine kinase created by fusion of the PDGFRA and FIP1L1 genes as a therapeutic target of imatinib in idiopathic hypereosinophilic syndrome. New England Journal of Medicine. 2003;348(13):1201-1214.
  7. Valent P et al. Proposed refined diagnostic criteria and classification of eosinophil disorders and related syndromes. Allergy. 2023;78(1):47-59.
  8. Mocumbi AO et al. Neglected tropical cardiomyopathies: II. Endomyocardial fibrosis: myocardial disease. Heart. 2008;94(3):384-390.
  9. Schulz-Menger J et al. 2025 ESC Guidelines for the management of myocarditis and pericarditis. European Heart Journal. 2025;46(40):3952-4041.
  10. Ferreira VM et al. Cardiovascular Magnetic Resonance in Nonischemic Myocardial Inflammation: Expert Recommendations. Journal of the American College of Cardiology. 2018;72(24):3158-3176.
  11. Cooper LT et al. The role of endomyocardial biopsy in the management of cardiovascular disease: a scientific statement from the American Heart Association, the American College of Cardiology, and the European Society of Cardiology. Circulation. 2007;116(19):2216-2233.
  12. Galea N et al. Cardiovascular magnetic resonance (CMR) in restrictive cardiomyopathies. La Radiologia Medica. 2020;125(11):1072-1086.
  13. Roufosse F et al. Efficacy and safety of mepolizumab in hypereosinophilic syndrome: A phase III, randomized, placebo-controlled trial. Journal of Allergy and Clinical Immunology. 2020;146(6):1397-1405.
  14. Arbelo E et al. 2023 ESC Guidelines for the management of cardiomyopathies. European Heart Journal. 2023;44(37):3503-3626.

Nota informativa: le informazioni contenute in questa pagina hanno esclusivamente finalità informative e divulgative e non sostituiscono il parere, la diagnosi o il trattamento di un medico. In caso di necessità, rivolgersi sempre a un professionista sanitario qualificato.

Trasparenza sull'intelligenza artificiale: questa pagina è stata realizzata con il supporto di strumenti di intelligenza artificiale, utilizzati come ausilio nella produzione e nell'elaborazione dei contenuti.