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Endocardite a emocolture negative

L’endocardite a emocolture negative è una sindrome diagnostica nella quale un’infezione endocardica non viene documentata dalle colture ematiche ordinarie. La definizione descrive un limite del percorso microbiologico, non un singolo agente né una particolare morfologia valvolare. Può riguardare patogeni abitualmente coltivabili soppressi da antibiotici, microrganismi che richiedono metodiche diverse, problemi di campionamento o una carica circolante ridotta. Il primo compito è ricostruire perché le colture siano negative; il secondo è verificare che la lesione sia davvero infettiva, mantenendo una diagnosi differenziale con trombi, tumori e endocarditi non infettive.

Una coltura ancora negativa dopo poche ore non basta a definire la sindrome. Servono campioni adeguati, conoscenza dei tempi di incubazione e interpretazione del sospetto clinico. Il paziente già trattato per febbre può presentare un’endocardite da stafilococco o streptococco senza più crescita ematica; il paziente mai esposto ad antibiotici, con decorso subacuto ed esposizioni specifiche, pone invece una probabilità diversa di patogeni intracellulari o esigenti. Queste due situazioni richiedono strategie diagnostiche ed empiriche differenti e non devono confluire in una combinazione universale di antimicrobici.

Eziologia, patogenesi e fisiopatologia

L’esposizione antibiotica precedente è una causa frequente di negatività. Anche poche dosi possono ridurre la batteriemia senza sterilizzare vegetazioni o materiale protesico, soprattutto se il regime è attivo ma non adeguato per dose, durata o controllo della fonte. La storia deve includere prescrizioni ambulatoriali, terapie ricevute in pronto soccorso e farmaci assunti senza documentazione iniziale. Non basta annotare “antibiotico recente”: molecola, via, dose e rapporto temporale con i prelievi aiutano a stabilire quali agenti possano essere stati soppressi e come interpretare risultati successivi.

Volume ematico insufficiente, numero limitato di set, trasporto inadeguato e campioni raccolti soltanto da un accesso possono ridurre resa o affidabilità. I sistemi automatizzati moderni recuperano molti microrganismi un tempo definiti difficili, compresi abitualmente gli HACEK; non è corretto attribuire a questi ultimi tutte le forme negative o prolungare indiscriminatamente ogni incubazione. Alcuni agenti, fra cui Cutibacterium, possono richiedere attenzione specifica, soprattutto su protesi. Il dialogo con il laboratorio consente di distinguere un limite preanalitico da un’esigenza biologica del patogeno.

Coxiella burnetii può causare un’infezione persistente localizzata alle valvole, spesso su un substrato preesistente. Contatto con animali da allevamento e ambienti contaminati aumenta il sospetto, ma l’assenza di un’esposizione ricordata non esclude la malattia. La fase acuta può essere passata inosservata; l’endocardite successiva può produrre vegetazioni piccole o non evidenti e una sindrome sistemica protratta. La localizzazione vascolare può coesistere o costituire un’altra sede persistente. Un titolo sierologico elevato deve quindi essere collegato a evidenze cliniche e anatomiche, non interpretato come sede valvolare dimostrata per definizione.

Bartonella henselae è associata soprattutto a esposizione a gatti e pulci, mentre Bartonella quintana è collegata ai pidocchi del corpo e a condizioni che ne favoriscono la diffusione. Le associazioni epidemiologiche guidano l’anamnesi senza sostituire il test. Le forme endocarditiche possono provocare distruzione valvolare e una marcata risposta immunologica, con glomerulonefrite e autoanticorpi che simulano vasculite. La negatività delle emocolture e la positività degli ANCA non devono quindi condurre automaticamente a immunosoppressione: l’infezione può generare un quadro apparentemente autoimmune e peggiorare se non riconosciuta.

Tropheryma whipplei può produrre endocardite senza la sindrome intestinale classica della malattia di Whipple. Artralgie di lunga durata, calo ponderale e sintomi costituzionali sono indizi utili, ma febbre e diarrea possono mancare. La documentazione molecolare sul tessuto valvolare ha un ruolo importante; una positività in saliva o feci non dimostra da sola l’infezione cardiaca, perché può riflettere colonizzazione. La variabilità della presentazione spiega perché l’agente venga talvolta identificato soltanto dopo chirurgia per una valvulopatia ritenuta non infettiva.

Brucella va ricercata in presenza di esposizione professionale, contatto con animali o consumo di latticini non pastorizzati in aree pertinenti. I micobatteri non tubercolari, in particolare M. chimaera, assumono significato dopo determinate esposizioni cardiochirurgiche e possono presentarsi a distanza con infezione protesica o disseminata. Si tratta di percorsi che richiedono colture dedicate e comunicazione preventiva al laboratorio. Le indicazioni non vanno estese a ogni paziente con febbre: la probabilità pre-test determina la resa e il rischio di interpretare come causale un risultato ambiguo.

Fra i funghi, Aspergillus è una causa importante di endocardite con colture ematiche ordinarie frequentemente negative, nonostante lesioni invasive e rischio embolico elevato. Candida può invece crescere nelle emocolture, pur con sensibilità incompleta e risultati condizionati dalla terapia. Protesi, cardiochirurgia, immunodepressione, cateteri e infezione fungina invasiva modificano la probabilità. Non tutte le muffe hanno gli stessi biomarcatori o la stessa sensibilità farmacologica: una diagnosi generica di “endocardite fungina” non sostituisce l’identificazione dell’agente quando il tessuto o altri campioni la rendono possibile.

La negatività microbiologica non attenua i meccanismi del danno: proliferazione nelle vegetazioni, distruzione valvolare, estensione perianulare ed embolizzazione possono proseguire. Alcuni agenti producono una risposta immunologica rilevante con depositi di immunocomplessi, consumo del complemento e danno renale; altri invadono soprattutto tessuti e vasi. Il ritardo eziologico prolunga spesso l’esposizione a terapia empirica e può posticipare il controllo della fonte. La gravità dipende dunque da agente, anatomia e tempo alla cura efficace, non dalla semplice assenza di crescita nei flaconi.

Manifestazioni cliniche

La presentazione varia dalla sepsi acuta, spesso dopo antibiotici che hanno sterilizzato il sangue, a un decorso protratto con febbricola, sudorazioni, anemia e perdita di peso. L’endocardite può essere riconosciuta durante lo studio di un nuovo rigurgito, uno scompenso o un’embolia. Una febbre assente non esclude l’infezione, soprattutto nelle forme da T. whipplei, in pazienti immunodepressi o dopo trattamento. È utile ricostruire la sequenza: artralgie precedenti, comparsa del soffio, esposizioni e risposta transitoria ai farmaci possono orientare più di una singola fotografia clinica.

Il danno renale con ematuria, proteinuria e riduzione del complemento può esprimere glomerulonefrite da immunocomplessi, ma anche emboli, sepsi o tossicità. Lesioni cutanee, artralgie e autoanticorpi possono avvicinare il quadro a una malattia reumatologica; l’interpretazione deve restare integrata con ecocardiografia e microbiologia specialistica. Un miglioramento dell’infiammazione sotto corticosteroidi non dimostra l’origine autoimmune e può mascherare la progressione infettiva. Quando servono biopsia renale o immunomodulazione per una complicanza grave, la decisione richiede coordinamento fra nefrologia e infettivologia.

Embolie cerebrali e viscerali, spondilodiscite e ascessi possono dominare il decorso. La loro distribuzione sostiene una disseminazione, ma non identifica l’agente e non distingue sempre vegetazioni infette da sterili. Nell’endocardite fungina possono verificarsi occlusioni di grandi arterie; nelle forme protesiche un nuovo disturbo di conduzione suggerisce invasione locale anche con colture negative. Dispnea progressiva e instabilità richiedono di definire subito il meccanismo valvolare, senza attendere che l’eziologia sia risolta prima di discutere una chirurgia necessaria.

Accertamenti e diagnosi

Il percorso parte dalla verifica delle emocolture: almeno tre set, di norma comprendenti flacone aerobio e anaerobio, con volume adeguato e raccolta periferica prima degli antibiotici quando possibile. Nell’adulto il volume per flacone segue le indicazioni del sistema, comunemente circa 8-10 mL; sottoriempire più flaconi non compensa la perdita di sensibilità. Si verificano farmaci già ricevuti e tempi di incubazione. Nel paziente instabile la terapia non viene sospesa per aumentare la resa. Una sospensione diagnostica in un paziente stabile già trattato può essere considerata soltanto in circostanze selezionate e sotto supervisione specialistica, non come passaggio obbligatorio.

Se dopo circa settantadue ore le colture non hanno identificato l’agente e il sospetto rimane significativo, si amplia il percorso in accordo con il laboratorio; un’esposizione fortemente suggestiva può giustificare test mirati fin dall’inizio. La sierologia per Coxiella e Bartonella rappresenta un nucleo ad alto rendimento in molti contesti. Brucella, funghi e micobatteri vengono ricercati secondo epidemiologia e substrato. Ordinare numerosi test rari senza una domanda clinica aumenta falsi positivi e risultati incidentali; la strategia deve dichiarare quale ipotesi ciascun esame intende verificare e come il risultato cambierebbe il trattamento.

Nei criteri Duke-ISCVID 2023, un titolo IgG anti-Coxiella di fase I superiore a 1:800 costituisce un’evidenza microbiologica maggiore; per B. henselae o B. quintana il riferimento sierologico è un titolo IgG almeno pari a 1:800 mediante immunofluorescenza. Soglia e metodo devono essere rispettati: valori ottenuti con piattaforme diverse non sono automaticamente intercambiabili. Reazioni crociate, persistenza anticorpale e probabilità pre-test richiedono interpretazione esperta, eventualmente con conferma in un laboratorio di riferimento. La soglia di classificazione non rende superflua la dimostrazione della malattia e non misura da sola la sua attività nel follow-up.

La PCR sul sangue per Coxiella, Bartonella o T. whipplei può fornire un criterio maggiore nelle condizioni previste da Duke-ISCVID. Una negatività non esclude però una localizzazione valvolare, soprattutto con bassa carica o terapia già iniziata. La sensibilità dipende da agente, matrice, metodica e momento del prelievo. I test su campioni non sterili richiedono ulteriore cautela: rilevare DNA in saliva o feci non equivale a dimostrare microrganismi nella vegetazione. Il laboratorio deve riportare un risultato interpretabile, evitando di trasformare qualsiasi segnale molecolare in una conclusione clinica autonoma.

Quando disponibile, il tessuto valvolare offre una possibilità diagnostica essenziale. Prima dell’intervento si concordano campioni separati per colture, istologia, colorazioni, immunoistochimica e PCR; una quota deve rimanere idonea agli esami microbiologici, anziché essere tutta fissata in formalina. PCR mirate e amplificazione ad ampio spettro con sequenziamento del 16S batterico o di bersagli fungini possono identificare agenti dopo antibiotici. La resa del tessuto può superare quella del sangue, ma contaminazione e persistenza di DNA dopo cura richiedono confronto con anatomia patologica e quadro clinico. Il ritrovamento non va interpretato come antibiogramma quando la metodica non fornisce sensibilità.

L’istologia può dimostrare infiammazione attiva, necrosi e microrganismi oppure un deposito prevalentemente trombotico organizzato. La sensibilità delle colorazioni varia con agente e trattamento; l’assenza di organismi in una sezione non prova sterilità di tutta la valvola. Reperti granulomatosi e macrofagi con particolari caratteristiche possono orientare verso agenti specifici, ma richiedono conferma quando possibile. Nelle forme pretrattate, la combinazione fra morfologia e test molecolari può essere più informativa della sola coltura. Anche un risultato molecolare inatteso deve essere discusso con il patologo: una sequenza contaminante senza lesione coerente ha un peso diverso da DNA concordante con un’infezione tissutale dimostrata.

Il sequenziamento metagenomico, compresa l’analisi di DNA microbico libero nel plasma, può essere utile in casi selezionati non risolti. Vantaggi potenziali sono l’ampiezza dei bersagli e la possibilità di identificare patogeni non sospettati; limiti sono sensibilità variabile, contaminazione, risultati non causali, costi e disponibilità. Il test non sostituisce raccolta corretta delle colture, sierologie appropriate o esame dei tessuti. Il suo valore clinico dipende dalla concordanza fra agente rilevato, sede plausibile e storia del paziente, e dalla possibilità di conferma con una metodica indipendente.

L’ecocardiografia deve definire vegetazioni, nuovo rigurgito, perforazioni e complicanze, con esame transesofageo quando indicato e ripetizione se il sospetto persiste. TC cardiaca e PET/TC hanno particolare utilità nella protesica e nell’estensione perivalvolare; la loro positività non identifica da sola il patogeno. L’imaging extracardiaco cerca emboli, ascessi, spondilodiscite e possibili porte d’ingresso. Una PET negativa non esclude una forma nativa, mentre una captazione protesica dopo intervento richiede distinzione dall’infiammazione sterile. Microbiologia e anatomia rispondono a domande complementari.

Combinazioni cliniche Duke-ISCVID 2023:

La serie prospettica di Fournier ha sostenuto un percorso integrato nel quale sierologie, microbiologia e analisi delle valvole si completano. Il rendimento di un test dipende tuttavia dalla popolazione inviata al centro di riferimento e dalla disponibilità di tessuto: non può essere trasferito direttamente a tutti i pazienti con febbre ed ecografia dubbia. È utile distinguere un risultato che identifica un agente plausibile da quello che fornisce effettivamente una prova sufficiente dell’endocardite. Lo stesso principio si applica alla validazione dei criteri: maggiore sensibilità può accompagnarsi a più casi classificati come possibili, senza che tutti richiedano identico trattamento.

La diagnosi differenziale comprende NBTE neoplastica, endocardite di Libman-Sacks, trombi, fibroelastomi, escrescenze di Lambl e degenerazione. Neoplasia o lupus non rendono automaticamente sterile una massa, e il mancato raggiungimento della categoria definita non dimostra NBTE. Conta la convergenza fra andamento, distruzione tissutale, evidenze microbiologiche e contesto sistemico. Se l’ipotesi infettiva perde consistenza dopo un percorso adeguato, si riconsiderano farmaci e accertamenti; proseguire antibiotici per settimane soltanto perché la diagnosi resta incerta può esporre a danno senza affrontare la causa reale.

Trattamento e prognosi

La terapia empirica viene costruita distinguendo forme pretrattate e forme negative senza antibiotici precedenti. Nelle prime rimangono centrali stafilococchi, streptococchi ed enterococchi, con adattamenti per protesi precoce, acquisizione sanitaria e resistenze locali. Nelle seconde esposizioni e fenotipo possono giustificare copertura mirata di patogeni esigenti mentre si completano i test. Le raccomandazioni non propongono uno schema unico applicabile a ogni scenario. Un’antibioticoterapia ampia può essere necessaria nella sepsi, ma deve essere riesaminata non appena emergono identificazione, diagnosi alternativa o un limite concreto della copertura.

L’endocardite da Coxiella burnetii viene trattata con doxiciclina e idrossiclorochina: quest’ultima modifica l’ambiente intracellulare e potenzia l’attività della combinazione. Regimi adulti usuali prevedono doxiciclina 100 mg ogni dodici ore e idrossiclorochina 200 mg ogni otto ore, con adattamenti e monitoraggio specialistico. La durata è prolungata, generalmente almeno diciotto mesi sulla valvola nativa e ventiquattro sulla protesi. Si sorvegliano risposta clinica, titoli di fase I, tolleranza, rischio retinico e interazioni; il mantenimento di anticorpi elevati non dimostra da solo persistenza, e una singola soglia non deve sostituire l’andamento complessivo.

Nella febbre Q persistente, il follow-up sierologico deve utilizzare possibilmente lo stesso laboratorio e lo stesso metodo. Un andamento decrescente sostiene la risposta, ma possono rimanere titoli elevati dopo miglioramento clinico; al contrario, un titolo che aumenta insieme a sintomi nuovi impone di cercare un focolaio persistente o vascolare. La sostituzione della valvola non elimina da sola la necessità del regime specifico. Durante doxiciclina si affrontano tolleranza gastroesofagea, fotosensibilità e aderenza; durante idrossiclorochina si sorvegliano retina, rischio elettrico e interazioni. L’obiettivo non è raggiungere un numero isolato, ma mantenere controllo clinico e microbiologico con un’esposizione sostenibile.

Per Bartonella, documenti autorevoli differiscono nella strategia proposta. ESC 2023 descrive doxiciclina per quattro settimane associata a gentamicina nelle prime due; lo statement AHA 2025 riporta doxiciclina, preferita, o azitromicina per dodici settimane insieme a rifampicina per sei settimane. La scelta richiede un regime coerente e considera il rischio renale, particolarmente rilevante se coesiste glomerulonefrite. Non è corretto comporre un protocollo prendendo la durata più breve da un documento e i farmaci da un altro. Distruzione valvolare, embolie e risposta microbiologica possono richiedere chirurgia indipendentemente dallo schema scelto.

L’endocardite da Tropheryma whipplei richiede trattamento lungo e valutazione dell’eventuale interessamento neurologico. Le raccomandazioni non sono uniformi: AHA 2025 descrive una fase endovenosa di quattro settimane con penicillina G o ceftriaxone seguita da mantenimento orale con cotrimossazolo per almeno undici mesi, mentre ESC contempla doxiciclina con idrossiclorochina per almeno diciotto mesi. La scelta tiene conto di penetrazione nelle sedi coinvolte, tossicità e rischio di recidiva. Gli studi sulla malattia di Whipple sistemica non sono automaticamente prove equivalenti per l’endocardite isolata; la gestione richiede esperienza specifica e sorveglianza dopo apparente risoluzione.

Per Brucella si impiegano associazioni prolungate che includono doxiciclina e rifampicina con ulteriori componenti secondo raccomandazioni e caso, spesso integrate dalla chirurgia quando esiste danno valvolare importante. I micobatteri non tubercolari richiedono identificazione di specie, sensibilità e combinazioni dedicate per durate molto lunghe, insieme alla valutazione del materiale infetto. Questi regimi non vanno ridotti a un’estensione generica dell’antibiotico empirico. Il sospetto deve essere comunicato al laboratorio anche per le necessità di lavorazione dei campioni e protezione degli operatori.

Le forme da Aspergillus e altri funghi richiedono antifungini specifici e controllo della fonte, come descritto nella pagina sull’endocardite fungina. Vancomicina, cefalosporine e carbapenemi non diventano attivi contro un fungo prolungandone la somministrazione. Biomarcatori positivi o evidenze tissutali devono quindi portare a una rivalutazione eziologica tempestiva. Specie, suscettibilità e sedi di disseminazione condizionano la molecola; un agente attivo nella fungemia può avere penetrazione insufficiente nell’occhio o nel sistema nervoso centrale.

Le indicazioni alla chirurgia rimangono insufficienza cardiaca, infezione non controllata e prevenzione embolica in condizioni appropriate. Colture negative non sono un motivo per attendere la certezza eziologica davanti a rigurgito acuto con shock, ascesso o fistola. L’intervento può contemporaneamente correggere il danno e fornire tessuto diagnostico, ma non va eseguito soltanto per ottenere un campione quando manca un’indicazione clinica proporzionata. Il team deve pianificare la raccolta prima dell’operazione, evitando che un’occasione diagnostica irripetibile venga persa per conservazione inadeguata.

Quando l’agente non viene identificato nonostante un percorso adeguato, il trattamento resta empirico ragionato, con durata e spettro basati su substrato, andamento e documenti di riferimento. Si deve registrare quali patogeni siano coperti, quali siano stati ragionevolmente esclusi e quali rimangano possibili. Una risposta clinica a un’associazione ampia non identifica retrospettivamente il germe, perché più agenti possono essere sensibili e alcuni sintomi possono migliorare per altre cure. Se la risposta manca, la rivalutazione comprende diagnosi alternativa, esposizione farmacologica, raccolte, resistenze e danno meccanico; aggiungere progressivamente medicinali senza rivedere queste ipotesi può aumentare tossicità e rendere ancora più difficile la diagnosi.

Il monitoraggio varia con l’agente. Quando le colture sono sempre state negative, non si può utilizzare la loro negatività persistente come prova principale di efficacia: servono andamento clinico, infiammazione, funzione valvolare, controllo dei focolai e test specifici interpretabili. La sierologia può scendere lentamente; il DNA può persistere; una vegetazione può organizzarsi senza scomparire. Nessuno di questi risultati isolati autorizza automaticamente a interrompere o prolungare indefinitamente la terapia. Il piano deve specificare obiettivi, tempi di rivalutazione e motivi per cambiare strategia.

La prognosi dipende soprattutto da ritardo diagnostico, agente, distruzione, embolie e possibilità di controllo della fonte. Un’etichetta di endocardite a colture negative riunisce malattie molto differenti e non permette una stima unica del rischio. Dopo la fase acuta possono servire mesi di terapia e anni di sorveglianza, con attenzione a aderenza, interazioni e tossicità cumulative. Il paziente deve avere un riferimento assistenziale chiaro per febbre ricorrente, nuovi sintomi neurologici o dispnea, evitando cicli empirici non documentati che rendano nuovamente indecifrabile la microbiologia.

Complicanze

La distruzione valvolare può progredire durante una terapia che controlla soltanto parte dello spettro possibile. Nuovo rigurgito, edema polmonare o disturbo di conduzione richiedono una rivalutazione urgente per perforazione, ascesso e invasione perianulare. La riduzione della febbre sotto antibiotici non esclude queste lesioni e non ripristina la continenza. La capacità di collegare evoluzione anatomica e probabilità eziologica è particolarmente importante quando manca una coltura che segnali immediatamente l’inadeguatezza del regime.

Le complicanze emboliche comprendono ictus, emorragie, aneurismi infettivi e infarti o ascessi viscerali. L’eventuale materiale embolico recuperato durante una procedura può offrire una sede aggiuntiva per istologia e test microbiologici. La ricerca dell’agente non deve ritardare il trattamento dell’ischemia o dell’emorragia; contemporaneamente, una diagnosi di tromboembolia ordinaria non deve far ignorare l’origine settica quando il contesto la suggerisce. La gestione antitrombotica e la tempistica cardiochirurgica richiedono quindi un bilancio multidisciplinare.

La glomerulonefrite associata all’infezione può essere confusa con vasculite primaria e portare a un trattamento immunosoppressivo rischioso. Il problema è particolarmente rilevante nelle forme da Bartonella, ma si inserisce in un più ampio spettro di manifestazioni immunologiche dell’endocardite. Biopsia, complemento, autoanticorpi e test eziologici devono essere letti insieme. Al danno renale possono aggiungersi aminoglicosidi, sepsi e contrasto: individuare le componenti reversibili evita sia di sospendere una cura necessaria senza alternativa sia di continuare una molecola diventata sproporzionatamente tossica.

Le ricadute tardive possono derivare da terapia troppo breve, focolaio residuo o scarsa esposizione al farmaco. La loro prevenzione richiede anche controllo di tossicità retinica, epatica, ematologica e delle interazioni, secondo il regime utilizzato. Un evento avverso che interrompe un trattamento di molti mesi può compromettere l’eradicazione quanto una scelta iniziale errata. Il follow-up deve perciò mantenere insieme sorveglianza della malattia e sostenibilità farmacologica, distinguendo una nuova esposizione da persistenza dell’episodio precedente.

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