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Policondrite ricorrente

La policondrite ricorrente è una rara malattia infiammatoria sistemica caratterizzata da episodi ricorrenti di condrite a carico delle strutture cartilaginee e dei tessuti ricchi di proteoglicani, con progressiva distruzione del tessuto cartilagineo e potenziale interessamento multiorgano. Le sedi più frequentemente coinvolte sono le cartilagini dell’orecchio esterno, del naso e dell’albero tracheo-bronchiale, ma il processo infiammatorio può estendersi alle articolazioni, agli occhi, all’orecchio interno, al cuore, ai grandi vasi e alle strutture valvolari, configurando un quadro clinico estremamente eterogeneo che va dagli episodi di condrite periferica isolata a forme rapidamente progressive con collasso delle vie aeree, insufficienza respiratoria e complicanze cardiovascolari gravi. La malattia può presentarsi come forma primitiva isolata o in associazione ad altre patologie autoimmuni e oncoematologiche, in particolare vasculiti sistemiche, connettiviti, sindromi autoinfiammatorie e disordini mielodisplastici.

Dal punto di vista clinico, il quadro paradigmatico è quello di episodi ricorrenti di condrite auricolare dolorosa, con arrossamento, tumefazione e aumento della temperatura locale del padiglione auricolare, che tipicamente risparmia il lobo e coinvolge la porzione cartilaginea. Manifestazioni analoghe possono interessare il naso, con condrite del setto nasale, dolore e progressiva deformità a “sella” per collasso della struttura cartilaginea. L’interessamento laringo-tracheo-bronchiale rappresenta una delle espressioni più temibili, poiché l’infiammazione e la successiva distruzione della cartilagine dell’albero respiratorio determinano tracheomalacia, stenosi, collasso dinamico delle vie aeree e insufficienza respiratoria. Oltre alle sedi cartilaginee, la malattia può colpire tessuti ricchi di proteoglicani come occhio, orecchio interno, valvole cardiache e parete dei grandi vasi, con episodi di sclerite, uveite, ipoacusia neurosensoriale, vertigini, insufficienza valvolare aortica, aneurismi e dissezioni aortiche.

Sul versante epidemiologico, la policondrite ricorrente è considerata una malattia rara. Studi di coorte hanno stimato una prevalenza intorno a 3–5 casi per milione di abitanti, con un’incidenza annuale nell’ordine di 0,7–3,5 casi per milione, variabile a seconda delle popolazioni e dei metodi di rilevazione. L’esordio avviene più frequentemente tra la quarta e la sesta decade di vita, ma sono descritti casi in età pediatrica e geriatrica; la distribuzione per sesso tende a essere equilibrata o con lieve predominanza femminile nelle coorti storiche, mentre la recente identificazione della sindrome VEXAS, che colpisce quasi esclusivamente il sesso maschile e può manifestarsi con fenotipi di condrite ricorrente associati a disordini mielodisplastici, ha arricchito lo spettro delle forme a insorgenza in età avanzata. In circa un terzo dei pazienti la policondrite ricorrente si associa ad altre condizioni autoimmuni o ematologiche, come vasculiti ANCA-associate, artrite reumatoide, spondiloartriti, lupus eritematoso sistemico, sindrome di Behçet, sindromi autoinfiammatorie, mielodisplasie e neoplasie ematologiche; questa associazione ha implicazioni sia patogenetiche sia prognostiche.

Il riconoscimento tempestivo della policondrite ricorrente è fondamentale per prevenire la progressione verso deformità cartilaginee irreversibili, collasso delle vie aeree, complicanze cardiovascolari e danno d’organo permanente. La variabilità del quadro clinico, la rarità della malattia e la mancanza di biomarcatori sierologici specifici rendono però spesso tardiva la diagnosi. Un approccio strutturato, che parta dal sospetto clinico di condrite recidivante e integri in modo sistematico i dati anamnestici, l’esame obiettivo multidistrettuale, gli esami di laboratorio, l’imaging mirato e l’eventuale conferma istologica, è indispensabile per definire la diagnosi, valutare l’estensione d’organo e impostare una strategia terapeutica aggressiva e personalizzata, in grado di modificare la storia naturale della malattia e migliorare la sopravvivenza.

Eziologia, Patogenesi e Fisiopatologia

La policondrite ricorrente è una malattia infiammatoria immuno-mediata nella quale fattori genetici, immunologici e ambientali convergono nel determinare una perdita di tolleranza verso componenti strutturali della cartilagine e dei tessuti ricchi di proteoglicani. L’eziologia esatta rimane sconosciuta, ma molteplici evidenze supportano un ruolo centrale di meccanismi autoimmuni e, in un sottogruppo di pazienti, di meccanismi autoinfiammatori e clonali, come suggerito dall’associazione con sindromi mielodisplastiche, neoplasie ematologiche e, più recentemente, con la sindrome VEXAS.

Dal punto di vista genetico, studi di associazione hanno evidenziato un incremento della frequenza di alcuni alleli del complesso maggiore di istocompatibilità nei pazienti con policondrite ricorrente rispetto alla popolazione generale, in particolare HLA-DR4 e, in alcune casistiche, altri alleli di classe I e II come HLA-B*67:01, HLA-DRB1*16:02 e HLA-DQB1*15:02. Questi assetti HLA possono facilitare la presentazione di epitopi derivati da collagene di tipo II, IX e XI, o da altre proteine della matrice cartilaginea, ai linfociti T CD4+, promuovendo la selezione e l’espansione di cloni T autoreattivi. Più recentemente, studi di sequenziamento dell’esoma hanno identificato varianti nel gene DCBLD2 in famiglie con più membri affetti e livelli plasmatici aumentati della proteina codificata nei pazienti con policondrite ricorrente rispetto ai controlli, suggerendo un potenziale ruolo di questa molecola nella regolazione delle interazioni vascolari e della risposta immunitaria. Parallelamente, la scoperta di mutazioni somatiche in UBA1 alla base della sindrome VEXAS, caratterizzata da fenotipi infiammatori con condrite ricorrente, neutrofilia e mielodisplasia, evidenzia come processi clonali ematopoietici possano costituire un substrato patogenetico per quadri di condrite sistemica apparentemente idiopatici.

Tra i fattori ambientali, sono stati ipotizzati possibili trigger infettivi, tossici o traumatici, sebbene non siano stati identificati agenti causali univoci. Casi sporadici sono stati descritti in seguito a traumi locali del padiglione auricolare o di altre sedi cartilaginee, con la proposta che il danno meccanico possa determinare un rilascio di neoantigeni cartilaginei, favorendo la presentazione antigenica e l’attivazione di risposte immune in un ospite geneticamente predisposto. In altri pazienti, l’esordio della malattia è stato correlato cronologicamente a infezioni o a esposizioni farmacologiche, ma queste associazioni rimangono per lo più aneddotiche. Più robusta è l’osservazione epidemiologica di frequenti associazioni con altre malattie autoimmuni e oncoematologiche, che suggeriscono una predisposizione sistemica a difetti di regolazione dell’immunità piuttosto che un singolo trigger esterno.

Cuore della patogenesi della policondrite ricorrente è la risposta immunitaria diretta contro componenti della matrice cartilaginea. La cartilagine ialina e fibrocartilaginea è ricca di collagene di tipo II, IX e XI e di proteine della matrice come la matrilina-1, particolarmente espressa nel setto nasale e nella trachea. In diversi studi sono stati identificati autoanticorpi circolanti anti-collagene II e anti-matrilina-1 in una quota significativa di pazienti, con associazioni più strette tra anticorpi anti-matrilina-1 e interessamento respiratorio. Modelli sperimentali in cui animali vengono immunizzati con matrilina-1 o con collagene di tipo II riproducono quadri di condrite a carico di naso e trachea, con infiltrati linfocitari e necrosi cartilaginea, supportando un meccanismo immuno-mediato. Oltre agli autoanticorpi, è stata dimostrata una risposta cellulare mediata da linfociti T CD4+ e CD8+ specifici per epitopi cartilaginei, con produzione di citochine pro-infiammatorie e reclutamento di cellule effettrici nella sede della condrite.

A livello istologico, le lesioni attive di policondrite ricorrente mostrano una condrite pericondrale e condrale con infiltrati infiammatori pleiomorfi che comprendono linfociti T CD4+ e CD8+, cellule B, plasmacellule, macrofagi e, nelle fasi acute, granulociti neutrofili. Nella regione pericondrale e lungo l’interfaccia tra cartilagine e tessuti molli si osservano edema, congestione vascolare, infiltrati cellulari e deposizione di immunoglobuline e componente C3 del complemento, indicativi di una componente umorale con formazione di immunocomplessi. La cartilagine presenta perdita di proteoglicani, disorganizzazione della matrice, apoptosis o necrosi condrocitaria e fissurazioni; con il progredire della malattia, il tessuto cartilagineo viene progressivamente sostituito da tessuto fibroso e, talora, da calcificazioni, con perdita irreversibile delle proprietà elastiche e di sostegno.

Sul piano immunologico, il profilo citochinico è dominato da mediatori pro-infiammatori come TNF-alfa, IL-1 beta, IL-6 e citochine di asse Th1 e Th17, che promuovono l’attivazione e la sopravvivenza dei linfociti T autoreattivi, l’espressione di molecole di adesione sull’endotelio e la produzione di enzimi proteolitici da parte di macrofagi e condrociti. L’attivazione della risposta innata attraverso recettori per pattern molecolari (TLR) e vie di segnalazione come NF-kB contribuisce a mantenere un microambiente infiammatorio cronico nella cartilagine, con produzione di metalloproteinasi e altre proteasi in grado di degradare collagene e proteoglicani. Il coinvolgimento di meccanismi autoinfiammatori è suggerito dalla presenza, in alcuni pazienti, di quadri febbrili ricorrenti, neutrofilia e dermatosi neutrofiliche, nonché dalla dimostrazione di mutazioni somatiche in geni regolatori dell’ubiquitinazione e dell’inflammasoma in sindromi correlate come VEXAS.

La fisiopatologia d’organo riflette l’integrazione di questi processi immuni con le peculiarità anatomo-funzionali delle singole strutture colpite. Nel padiglione auricolare e nel naso, la distruzione della cartilagine elastica e ialina, con sostituzione fibrosa, comporta deformità progressiva, collasso strutturale e perdita delle normali caratteristiche morfologiche, come la tipica deformità a “sella” del dorso nasale. Nell’albero laringo-tracheo-bronchiale, la perdita di integrità delle cartilagini anulari e delle strutture di sostegno determina tracheobroncomalacia, stenosi segmentarie o diffuse, collasso dinamico in espirazione e aumento delle resistenze delle vie aeree, con limitazione ventilatoria e quadri di insufficienza respiratoria cronica o acuta. A livello dell’orecchio interno, la flogosi a carico delle strutture ricche di proteoglicani e l’eventuale vasculite dei piccoli vasi del labirinto possono determinare ipoacusia neurosensoriale e vertigini. Nel cuore e nei grandi vasi, il processo infiammatorio può coinvolgere le valvole (in particolare la valvola aortica) e la parete aortica, favorendo la comparsa di insufficienza valvolare, aneurismi, dissezioni e, talora, interessamento coronarico.

Infine, la policondrite ricorrente tende a configurarsi come malattia sistemica, in cui manifestazioni cartilaginee e non cartilaginee coesistono e si influenzano reciprocamente. L’infiammazione cronica sistemica contribuisce all’aumento del rischio cardiovascolare, al catabolismo muscolare e alla fatica, mentre l’associazione con altre malattie autoimmuni e oncoematologiche suggerisce una base comune di disfunzione regolatoria del sistema immunitario e dell’ematopoiesi. La comprensione sempre più dettagliata dei meccanismi immunitari, delle firme genetiche e delle interazioni tra autoimmunità, autoinfiammazione e clonazione ematopoietica sta aprendo la strada a strategie terapeutiche più mirate, basate sull’inibizione selettiva di citochine chiave, sulla modulazione della co-stimolazione linfocitaria e, in prospettiva, sulla correzione di difetti molecolari specifici in sottogruppi di pazienti.

Manifestazioni Cliniche

L’esordio clinico della policondrite ricorrente è spesso subacuto, con episodi di condrite dolorosa a carico di una o più sedi cartilaginee che tendono a recidivare nel tempo. All’anamnesi, molti pazienti riferiscono attacchi di dolore acuto, arrossamento e tumefazione del padiglione auricolare, spesso bilaterale ma inizialmente asimmetrico, associati a sensazione di calore locale e talora a febbre, malessere e astenia. Un elemento caratteristico è il risparmio del lobo auricolare, privo di cartilagine, che contribuisce a differenziare la condrite della policondrite ricorrente da altre forme di celluliti dell’orecchio. Gli episodi possono durare giorni o settimane e, con il ripetersi delle recidive, il padiglione perde progressivamente la sua struttura, diventando flaccido, deformato e talora collassato. Analogamente, condriti dolorose del naso con edema, eritema e dolore alla palpazione del dorso possono evolvere verso la distruzione del setto nasale e una tipica deformità a “sella”, con impatto estetico e funzionale rilevante.

L’esame obiettivo durante un episodio acuto di condrite auricolare mostra un padiglione arrossato, edematoso, caldo, molto doloroso alla palpazione e alla pressione, con coinvolgimento prevalente dell’elice, dell’antielice e della conca, mentre il lobo rimane normale. Nelle fasi tardive, la cartilagine può risultare assottigliata, fibrotica, con deformità e collasso strutturale. Nel naso, si osservano eritema e tumefazione del dorso nasale, dolore alla compressione laterale e, in caso di danno avanzato, depressione del dorso con deformità permanente. La condrite può interessare anche le cartilagini costali e sterno-costali, con dolore toracico puntorio o urente, esacerbato dalla respirazione e dalla palpazione, spesso scambiato per sindrome costo-condritica di altra natura.

L’interessamento laringo-tracheo-bronchiale rappresenta una delle manifestazioni più temibili e può comparire precocemente o tardivamente nel decorso della malattia. All’anamnesi, il paziente lamenta raucedine, tosse secca persistente, sensazione di costrizione laringea, dispnea da sforzo progressiva e, nei casi avanzati, stridore inspiratorio e crisi di dispnea acuta. L’esame obiettivo può evidenziare stridore, uso dei muscoli accessori della respirazione, tirage, riduzione dei murmuri vescicolari e sibili espiratori. La laringoscopia e la broncoscopia documentano edema, eritema e deformità delle cartilagini laringee e tracheali, con riduzione del calibro del lume per stenosi o collasso dinamico in espirazione. Nelle forme severe, la tracheomalacia e le stenosi multiple possono condurre a insufficienza respiratoria cronica, necessità di ventilazione non invasiva o invasiva e, talora, a tracheostomia o posizionamento di stent endoluminali.

Le manifestazioni articolari sono frequenti e contribuiscono alla complessità del quadro. Molti pazienti presentano artralgie o artrite non erosiva, oligo- o poliarticolare, con interessamento di grandi e piccole articolazioni, spesso migrante e correlato alle fasi di attività sistemica. L’artrite può mimare un’artrite reumatoide sieronegativa o una spondiloartrite periferica, talora associata a entesiti, lombalgia infiammatoria e sacroileite. La distinzione tra artrite associata a policondrite ricorrente e forme di artrite infiammatoria primarie è cruciale, poiché l’associazione con artrite reumatoide o altre connettiviti è relativamente frequente e modifica la gestione terapeutica e la prognosi.

L’occhio è un bersaglio importante della malattia. All’anamnesi, i pazienti possono riferire arrossamento oculare, dolore, fotofobia, visione offuscata e, talora, calo dell’acuità visiva. L’esame oftalmologico può evidenziare congiuntivite, episclerite o sclerite, che può essere diffusa, nodulare o necrotizzante, con rischio di perforazione; possono inoltre presentarsi uveite anteriore, intermedia o posteriore, cheratite e vasculite retinica. Le manifestazioni oculari spesso si correlano all’attività sistemica e richiedono un trattamento tempestivo per prevenire esiti cicatriziali e deficit visivi permanenti.

L’orecchio interno può essere coinvolto con quadri di ipoacusia neurosensoriale, acufeni e vertigini. In anamnesi, il paziente descrive un calo uditivo rapido o subacuto, talora bilaterale, associato a instabilità, vertigini rotatorie e nausea. Gli esami audiometrici documentano spesso una perdita neurosensoriale, mentre la vestibolometria può evidenziare disfunzione labirintica periferica. L’ipotesi patogenetica comprende vasculite dei piccoli vasi cocleo-vestibolari e danno diretto alle strutture ricche di proteoglicani dell’orecchio interno. In assenza di trattamento rapido ed efficace, la perdita uditiva può diventare irreversibile.

Le manifestazioni cardiovascolari includono interessamento valvolare, miocardico e vascolare. Dal punto di vista clinico, possono emergere soffi cardiaci di nuova insorgenza, segni di insufficienza cardiaca, dolore toracico, sincope o segni di ischemia periferica. L’ecocardiogramma può documentare insufficienza valvolare, soprattutto aortica, ispessimento valvolare e, talora, masse vegetanti o lesioni tipo endocardite sterile; la risonanza magnetica e la TC possono rivelare aneurismi dell’aorta toracica o addominale, dissezioni e ispessimenti infiammatori della parete. Queste complicanze aumentano significativamente la mortalità e richiedono uno stretto follow-up cardiologico e cardiochirurgico.

Sul piano costituzionale e sistemico, molti pazienti con policondrite ricorrente presentano astenia marcata, febbricola o febbre, sudorazioni notturne e calo ponderale. La presenza di febbre elevata, marcata infiammazione sistemica, citopenie e dermatosi neutrofiliche deve far considerare, soprattutto nei maschi in età adulta avanzata, la possibilità di sindrome VEXAS o di altre sindromi autoinfiammatorie o oncoematologiche associate. Possono inoltre instaurarsi sindromi da attivazione macrofagica e complicanze ematologiche in contesti di malattia severa e non controllata.

La neurotossicità e il coinvolgimento del sistema nervoso possono manifestarsi attraverso neuropatie periferiche, cranica o sensitivo-motorie, secondarie a vasculite dei vasa nervorum, compressioni meccaniche da deformità e stenosi o tossicità farmacologica da terapie prolungate. Clinicamente, il paziente riferisce parestesie, ipoestesie, deficit motori, dolore neuropatico o neuropatie dei nervi cranici. In alcuni casi, la comparsa di fenomeni trombotici cerebrali o di vasculite del sistema nervoso centrale può ulteriormente complicare il quadro.

Nel complesso, la policondrite ricorrente tende a presentare fenotipi clinici distinti, descritti in alcune coorti come forme predominantemente respiratorie con interessamento tracheo-bronchiale e rischio elevato di insufficienza respiratoria, forme con fenotipo ematologico associato a disordini clonali e maggiore mortalità, e forme a interessamento più “mild” centrato su condriti auricolari e nasali recidivanti con minor coinvolgimento d’organo interno. La conoscenza di questi pattern fenotipici aiuta a stratificare il rischio, pianificare il monitoraggio e modulare l’intensità della terapia.

Accertamenti, Sierologia ed Imaging

L’inquadramento diagnostico della policondrite ricorrente si fonda su una sequenza razionale di passaggi che parte dal sospetto clinico di condrite recidivante, integra gli esami di laboratorio di base e la sierologia, utilizza in modo mirato l’imaging strutturale e funzionale e, quando necessario, ricorre alla conferma istologica. L’obiettivo non è solo documentare l’esistenza di un processo infiammatorio cartilagineo, ma valutarne l’estensione d’organo, escludere diagnosi alternative e identificare eventuali associazioni con altre malattie autoimmuni o oncoematologiche.

Il primo passaggio è l’inquadramento clinico. La presenza di episodi ricorrenti di condrite auricolare con risparmio del lobo, condrite nasale, condrite costocondrale, laringotracheale o di altre sedi cartilaginee, associati a sintomi sistemici o a manifestazioni oculari, audiovestibolari, articolari o cardiovascolari, deve far sorgere un forte sospetto di policondrite ricorrente. Una anamnesi dettagliata valuta la durata e la frequenza degli episodi, la risposta a FANS o corticosteroidi, l’eventuale esposizione a traumi o infezioni, la presenza di sintomi suggestivi di vasculite, connettiviti, malattie infiammatorie croniche intestinali o disordini ematologici. L’esame obiettivo deve essere accuratamente esteso a orecchie, naso, cavo orale, laringe, torace, articolazioni, cute, letti ungueali, apparato cardiovascolare e neurologico, con documentazione fotografica delle deformità cartilaginee quando possibile.

Gli esami di laboratorio di base comprendono emocromo, VES, PCR, profilo biochimico completo con funzione renale ed epatica, elettroliti, creatinchinasi, sieroproteine, esame delle urine e assetto coagulativo. Nella policondrite ricorrente si osservano spesso aumento di VES e PCR, anemia di malattia cronica, leucocitosi o, al contrario, citopenie in caso di sindromi mielodisplastiche associate. Non esistono biomarcatori sierologici specifici per la policondrite ricorrente di uso routinario; autoanticorpi anti-collagene II o anti-matrilina-1 sono stati descritti ma non risultano standardizzati né universalmente disponibili. Per questo motivo, la sierologia viene utilizzata soprattutto per identificare malattie associate: si ricercano ANA, ENA, fattore reumatoide, anticorpi anti-CCP, ANCA, anticorpi anti-fosfolipidi e altri autoanticorpi specifici secondo il sospetto clinico, al fine di documentare eventuali sovrapposizioni con vasculiti, artrite reumatoide, spondiloartriti, lupus o altre connettiviti.

In presenza di marcata infiammazione sistemica, citopenie, macrocytosi o altri indici di coinvolgimento ematologico, è indicata una valutazione ematologica con mielogramma, biopsia osteomidollare e studi citogenetici e molecolari, per identificare disordini mielodisplastici, sindromi mieloproliferative o la sindrome VEXAS. In quest’ultima, la ricerca di varianti somatiche in UBA1 conferma la diagnosi e orienta la gestione terapeutica. Il riconoscimento di una base clonale ematopoietica ha implicazioni prognostiche importanti e può richiedere strategie terapeutiche differenti rispetto alle forme puramente autoimmuni.

L’imaging strutturale riveste un ruolo chiave, soprattutto nella valutazione dell’interessamento laringo-tracheo-bronchiale, costale e cardiovascolare. La tomografia computerizzata ad alta risoluzione del torace è l’esame di riferimento per documentare ispessimenti e calcificazioni delle cartilagini tracheali e bronchiali, stenosi focali o diffuse, collasso dinamico expiratorio, tracheobroncomalacia e complicanze associati come bronchiectasie o consolidamenti parenchimali secondari a infezioni e aspirazioni. L’associazione di TC in inspirazione e espirazione e, quando necessario, la broncoscopia permettono di caratterizzare il grado di compromissione delle vie aeree e di pianificare eventuali interventi di stenting o tracheostomia.

Per le manifestazioni periferiche, l’ecografia può visualizzare ispessimenti ipoecogeni, vascolarizzazione aumentata e alterazioni strutturali delle cartilagini auricolari, nasali e costocondrali, sebbene tali reperti siano meno standardizzati. La risonanza magnetica di orecchio e naso può evidenziare edema e infiammazione delle strutture cartilaginee e pericondrali, ma risulta meno utilizzata rispetto alla TC nella pratica clinica. In presenza di dolore toracico costale, la TC o la RM possono aiutare a distinguere condrite da altre cause muscoloscheletriche.

L’imaging cardiovascolare comprende l’ecocardiografia transtoracica e transesofagea per la valutazione delle valvole cardiache, dell’aorta ascendente e della funzione ventricolare, e, quando indicato, la TC o la RM cardiovascolare per documentare aneurismi, dissezioni e ispessimenti infiammatori della parete aortica. Nei pazienti con dolore toracico, sincope o differenze pressorie tra arti, questi esami sono fondamentali per escludere complicanze aortiche potenzialmente letali. La valutazione periodica è raccomandata nei pazienti con fattori di rischio elevati o con reperti iniziali suggestivi di vasculopatia.

La PET/TC con 18F-FDG ha acquisito un ruolo crescente nella valutazione delle malattie infiammatorie sistemiche e può essere particolarmente utile nella policondrite ricorrente per identificare sedi di infiammazione cartilaginea attiva, vasculite di grandi vasi e foci ematologici anomali. L’accumulo di FDG a livello delle cartilagini tracheali, auricolari, costali e nasali, così come lungo l’aorta e i suoi rami, può documentare la distribuzione e l’intensità dell’infiammazione e guidare la scelta del sito bioptico più rappresentativo, oltre a contribuire alla valutazione della risposta terapeutica.

L’esame istologico è indicato in caso di incertezza diagnostica o quando sia necessario escludere altre patologie che mimano la policondrite ricorrente. La biopsia del padiglione auricolare, del setto nasale o di altre sedi accessibili può mostrare nelle fasi precoci infiltrati pericondrali densi con linfociti, plasmacellule e neutrofili, edema e congestione vascolare, perdita di basofilia della matrice cartilaginea e degenerazione condrocitaria. Nelle fasi tardive, la cartilagine appare sostituita da tessuto fibroso e talora calcificata, con riduzione o assenza dell’infiltrato infiammatorio. Sebbene l’istologia non sia patognomonica e reperti simili possano osservare in altre forme di condrite, la combinazione di caratteristiche istologiche e quadro clinico tipico supporta la diagnosi. In contesti di sospette vasculiti sistemiche o sindromi autoinfiammatorie, biopsie cutanee, renali o di altri organi possono essere indicate per chiarire la natura del processo infiammatorio.

Per le manifestazioni oculari, la valutazione oftalmologica con lampada a fessura permette di documentare episclerite, sclerite, cheratite e uveite, mentre gli esami audiometrici e vestibolari quantificano il deficit uditivo e la disfunzione labirintica. La fibroscopia laringea documenta l’eventuale coinvolgimento delle cartilagini laringee e la presenza di collasso dinamico o stenosi del lume.

Infine, è opportuno eseguire una valutazione sistematica delle comorbilità e delle malattie associate, che comprenda screening per neoplasie solide ed ematologiche secondo l’età e il profilo di rischio, ricerca di criteri classificativi per connettiviti e vasculiti associate e valutazione dello stato vaccinale in previsione di terapie immunosoppressive. Un approccio integrato che combini clinica, laboratorio, imaging e istologia permette di definire non solo la diagnosi di policondrite ricorrente, ma anche lo spettro completo delle manifestazioni d’organo e delle condizioni concomitanti che ne modulano l’evoluzione.

Diagnosi e Stadiazione

La diagnosi di policondrite ricorrente si basa su una combinazione di criteri clinici e, quando necessario, istologici, in assenza di un singolo test sierologico specifico. Nel corso degli anni sono stati proposti diversi insiemi di criteri classificativi, tra cui quelli di McAdam, Damiani e Levine e Michet, che, pur derivando da casistiche limitate e non essendo stati formalmente approvati da società scientifiche internazionali come criteri di classificazione moderni, vengono ancora ampiamente utilizzati nella pratica clinica come riferimento strutturato per la diagnosi.

I criteri di McAdam, elaborati a partire da uno studio prospettico su 23 pazienti, identificano sei caratteristiche cliniche principali: condrite bilaterale del padiglione auricolare, condrite nasale, condrite laringo-tracheale, condrite costocondrale, infiammazione oculare (congiuntivite, sclerite, uveite) e coinvolgimento audiovestibolare (ipoacusia neurosensoriale, vertigini). La diagnosi viene considerata probabile in presenza di almeno tre di queste sei manifestazioni, di almeno una manifestazione associata a conferma istologica di condrite o di due manifestazioni con risposta favorevole ai corticosteroidi o ai FANS. I criteri di Damiani e Levine hanno successivamente integrato quelli di McAdam includendo l’evidenza istologica di condrite nel definire i livelli di certezza diagnostica, mentre i criteri di Michet hanno enfatizzato il ruolo delle condriti auricolari, nasali e laringo-tracheali, richiedendo la presenza di condrite auricolare associata a condrite in altre sedi o a due altre manifestazioni tipiche.


Nella pratica clinica contemporanea, l’approccio alla diagnosi di policondrite ricorrente si articola in più fasi. In primo luogo, è essenziale documentare la ricorrenza di episodi di condrite clinicamente tipica in una o più sedi, con l’ausilio di fotografie, referti specialistici otorinolaringoiatrici, pneumologici e oftalmologici e, quando possibile, di imaging e biopsie. La condrite auricolare con risparmio del lobo, la condrite nasale che evolve verso la deformità a sella, la condrite costocondrale dolorosa e laringo-tracheale con stenosi delle vie aeree rappresentano elementi fortemente suggestivi. La presenza di infiammazione oculare, ipoacusia neurosensoriale e vertigini, in associazione alle condriti cartilaginee, rafforza il sospetto.

In secondo luogo, occorre escludere diagnosi alternative che possono mimare la policondrite ricorrente. Tra queste rientrano vasculiti sistemiche come la granulomatosi con poliangioite, che può presentare condrite nasale, sinusite cronica, deformità a sella e coinvolgimento tracheo-bronchiale; infezioni batteriche o micotiche del padiglione auricolare e delle cartilagini respiratorie; condriti traumatiche o iatrogene; condrite associata a malattie infiammatorie croniche intestinali o spondiloartriti; sindromi autoinfiammatorie e paraneoplastiche. La ricerca di ANCA, la TC dei seni paranasali e del torace, biopsie mirate e la valutazione di eventuali granulomi necrotizzanti o vasculite necrotizzante all’istologia sono fondamentali per distinguere la policondrite ricorrente da vasculiti ANCA-associate.

Un’attenzione particolare deve essere rivolta alla diagnosi differenziale con la sindrome VEXAS e con i disordini mielodisplastici, soprattutto in uomini di età superiore ai 50 anni con quadri di condrite ricorrente, neutrofilia, macrocytosi, citopenie, febbre ricorrente e dermatosi neutrofiliche. In questi casi, la dimostrazione di vacuoli citoplasmatici nei precursori mieloidi e la identificazione di mutazioni somatiche in UBA1 consentono di inquadrare il paziente in un contesto patogenetico differente, con implicazioni gestionali e prognostiche proprie.

Per quanto riguarda la stadiazione e la valutazione dell’attività di malattia, la policondrite ricorrente non dispone di un sistema di stadiazione strutturale paragonabile a quelli utilizzati in altre malattie reumatologiche. Tuttavia, sono stati sviluppati strumenti specifici per quantificare l’attività e il danno nel tempo. Il Relapsing Polychondritis Disease Activity Index (RPDAI) attribuisce punteggi ponderati alle diverse manifestazioni di organo attive in un determinato intervallo temporale, includendo condriti cartilaginee, manifestazioni oculari, audiovestibolari, respiratorie, cardiovascolari, neurologiche, cutanee, sistemiche ed ematologiche. La somma dei punteggi genera un indice che riflette l’attività globale di malattia, utile per monitorare la risposta ai trattamenti e per confrontare l’andamento clinico nel tempo.

In parallelo, strumenti di valutazione del danno cumulativo, come il Relapsing Polychondritis Damage Index, permettono di registrare le sequele irreversibili della malattia, come deformità auricolari e nasali permanenti, collasso irreversibile delle vie aeree, insufficienza valvolare aortica cronica, aneurismi aortici, perdita uditiva permanente, deficit visivi irreversibili e disabilità funzionale. La distinzione tra attività e danno è cruciale per modulare l’intensità della terapia immunosoppressiva, evitando trattamenti inutilmente aggressivi in pazienti con malattia ormai “spenta” sul piano infiammatorio ma con esiti strutturali consolidati.

In sintesi, la diagnosi di policondrite ricorrente richiede un approccio integrato che combini i criteri clinici classici con una valutazione moderna delle manifestazioni d’organo, l’esclusione di mimickers vasculitici, infettivi, neoplastici e autoinfiammatori e l’uso di indici di attività e danno. L’adozione di questi strumenti consente di standardizzare l’inquadramento dei pazienti, facilitare la comunicazione tra centri e orientare in modo più preciso le decisioni terapeutiche e la stratificazione prognostica.

Trattamento e Prognosi

Gli obiettivi del trattamento della policondrite ricorrente sono controllare l’infiammazione cartilaginea e sistemica, prevenire la progressione verso distruzione strutturale e deformità, proteggere le vie aeree e l’apparato cardiovascolare da complicanze potenzialmente letali, preservare la funzione uditiva e visiva e ridurre l’impatto della malattia sulla qualità di vita. La strategia terapeutica si basa su una combinazione di glucocorticoidi, immunosoppressori convenzionali, terapie biologiche o mirate nei casi refrattari e interventi di supporto respiratorio, chirurgico e riabilitativo, con un approccio concettualmente vicino al paradigma “treat-to-target”: definizione di obiettivi di controllo clinico e di attività di malattia, monitoraggio regolare e adeguamento precoce della terapia in caso di risposta insufficiente.

Nelle forme lievi o moderate, caratterizzate da condriti auricolari e nasali recidivanti senza interessamento d’organo maggiore, la terapia può iniziare con FANS e dosi basse o moderate di glucocorticoidi sistemici, per esempio prednisone 0,5 mg/kg/die, associando eventualmente farmaci come colchicina o dapsone in pazienti selezionati. Tuttavia, la maggior parte dei pazienti con policondrite ricorrente clinicamente significativa richiede dosi iniziali più elevate di corticosteroidi per ottenere un controllo rapido dell’infiammazione. Nei quadri con condrite severa, interessamento oculare, audiovestibolare o articolare importante, si utilizzano comunemente dosi di prednisone nell’ordine di 0,75–1 mg/kg/die, con riduzione graduale dopo il miglioramento clinico, modulata sulla base della frequenza delle recidive e del profilo di rischio del paziente.

Nelle forme gravi o potenzialmente life-threatening, come l’interessamento laringo-tracheo-bronchiale con stenosi delle vie aeree, la miocardite, l’insufficienza valvolare aortica rapidamente progressiva, l’aortite complicata da aneurismi o dissezioni, le scleriti necrotizzanti e le uveiti severe, si ricorre spesso a boli endovenosi di metilprednisolone ad alto dosaggio (per esempio 500–1000 mg al giorno per 3 giorni), seguiti da terapia orale ad alte dosi. In questi contesti, è fondamentale associare precocemente un immunosoppressore convenzionale come terapia di risparmio steroideo e di mantenimento. Il metotressato, somministrato una volta a settimana per via orale o sottocutanea, l’azatioprina a dosi titolate in base al peso e all’attività della tiopurina-metiltransferasi, il micofenolato mofetile e la ciclofosfamide per via endovenosa rappresentano scelte frequenti, adattate alla gravità della malattia, alle comorbilità, al rischio infettivo e al coinvolgimento d’organo.

In particolare, la ciclofosfamide endovenosa trova impiego nei pazienti con vasculite associata, severa aortite, interessamento delle vie aeree di alto grado e altre manifestazioni d’organo a rischio di vita, spesso nell’ambito di regimi di induzione seguiti da farmaci meno tossici per la fase di mantenimento. Il metotressato e l’azatioprina sono ampiamente utilizzati come terapie di fondo nelle forme con condrite ricorrente e coinvolgimento d’organo non immediatamente minaccioso, mentre il micofenolato mofetile può essere preferito in pazienti con rischio aumentato di tossicità epatica o ematologica o con interessamento concomitante di altri organi tipicamente trattati con questo farmaco.

Nei casi refrattari o con controindicazioni o intolleranza agli immunosoppressori convenzionali, le terapie biologiche e gli agenti mirati hanno assunto un ruolo crescente, sebbene l’evidenza derivi per lo più da studi osservazionali, serie di casi e revisioni sistematiche della letteratura. Gli inibitori del TNF-alfa (come infliximab, etanercept e adalimumab) sono stati utilizzati con successo in molti pazienti, in particolare in quelli con interessamento delle vie aeree, condriti recidivanti e artrite associata, anche se non tutti rispondono e sono stati descritti fallimenti terapeutici e perdite di risposta nel tempo. L’inibizione dell’asse IL-6 con tocilizumab ha mostrato risultati promettenti in diverse casistiche, con miglioramento dell’attività di malattia, riduzione dei marcatori di fase acuta, stabilizzazione o miglioramento delle vie aeree e riduzione delle dosi di glucocorticoidi.

Altri farmaci biologici utilizzati includono rituximab, anticorpo monoclonale anti-CD20 che depleta i linfociti B, impiegato con beneficio in pazienti con fenotipi associati a vasculite o con ponte verso sindromi autoimmuni B-cell dipendenti; abatacept, modulatore della co-stimolazione T, con rapporti di efficacia in forme refrattarie; e antagonisti dell’IL-1 come anakinra e canakinumab in pazienti con fenotipi autoinfiammatori. Più recentemente, sono stati riportati casi di risposta a inibitori di JAK in pazienti con sindrome VEXAS e condrite ricorrente, aprendo prospettive terapeutiche in sottogruppi caratterizzati da firme interferoniche e difetti dell’ubiquitinazione. La scelta del biologico o dell’agente mirato deve essere personalizzata, tenendo conto delle manifestazioni predominanti, delle comorbilità, del rischio infettivo e delle evidenze disponibili.

La gestione delle vie aeree richiede un approccio multidisciplinare che coinvolga pneumologi, otorinolaringoiatri, anestesisti e chirurghi toracici. Oltre al controllo immunosoppressivo della malattia, possono essere necessari interventi locali come dilatazioni endoscopiche, posizionamento di stent tracheo-bronchiali, tracheostomia e, raramente, resezioni segmentarie delle vie aeree. Tali procedure devono essere pianificate tenendo conto del rischio di infezioni, granulazioni, migrazione o rottura degli stent e peggioramento della tracheomalacia. La fisioterapia respiratoria, le tecniche di clearance delle secrezioni e la ventilazione non invasiva giocano un ruolo importante nel mantenimento della funzione respiratoria.

Per le complicanze cardiovascolari, il trattamento deve seguire i principi della gestione delle vasculiti di grandi vasi e dell’aortite non infettiva. Oltre all’immunosoppressione aggressiva nei casi di aortite attiva, possono essere richiesti interventi cardiochirurgici di sostituzione valvolare, riparazione aneurismatica o bypass. Il timing chirurgico deve essere attentamente valutato in relazione allo stato di attività della malattia, poiché l’intervento in fase di intensa infiammazione comporta un rischio aumentato di complicanze e di deiscenza protesica.

Il monitoraggio della risposta terapeutica e dell’evoluzione della malattia si basa su una valutazione regolare delle manifestazioni cliniche, dell’attività di malattia mediante RPDAI o altri indici, dei marcatori di fase acuta e dell’imaging mirato per le vie aeree, il cuore e i grandi vasi. La documentazione fotografica delle condriti auricolari e nasali, le valutazioni oftalmologiche e audiometriche seriali, le spirometrie con misurazione dei flussi espiratori e le TC periodiche del torace permettono di rilevare precocemente progressioni subcliniche e di adeguare la terapia.

La prognosi della policondrite ricorrente è estremamente variabile e dipende in larga misura dal pattern fenotipico e dal tempo di diagnosi e trattamento. Nelle coorti storiche, la sopravvivenza a 10 anni era significativamente ridotta rispetto alla popolazione generale, con cause di morte principali rappresentate da complicanze respiratorie, cardiovascolari e infettive. Con il miglioramento delle strategie diagnostiche, l’introduzione di immunosoppressori più efficaci e l’uso crescente di biologici, gli esiti sono migliorati, sebbene una quota di pazienti continui a sviluppare disabilità significativa e mortalità prematura. Fattori prognostici sfavorevoli includono l’interessamento laringo-tracheo-bronchiale con stenosi o collasso delle vie aeree, l’aortite e l’insufficienza valvolare aortica, le forme associate a disordini mielodisplastici o sindrome VEXAS, l’elevata attività di malattia persistente nonostante terapia, la diagnosi tardiva e la presenza di gravi comorbilità.

In sintesi, una strategia terapeutica precoce, intensiva e personalizzata, basata su glucocorticoidi in adeguato dosaggio, immunosoppressori convenzionali ottimizzati, ricorso tempestivo a terapie biologiche o mirate nelle forme refrattarie, monitoraggio strutturato dell’attività e del danno e gestione multidisciplinare delle complicanze respiratorie, cardiovascolari, oculari e uditive, rappresenta oggi la chiave per migliorare la storia naturale della policondrite ricorrente, ridurre la mortalità e preservare l’autonomia funzionale del paziente.

Complicanze

Nel contesto della policondrite ricorrente, le complicanze rappresentano l’esito della combinazione tra infiammazione cartilaginea cronica, coinvolgimento d’organo interno e tossicità dei trattamenti prolungati. Esse determinano in larga misura la morbilità e la mortalità della malattia, in particolare attraverso il danno respiratorio e cardiovascolare, le sequele sensoriali e le infezioni gravi. Una loro conoscenza approfondita è essenziale per impostare strategie di prevenzione, sorveglianza e intervento precoce.

Sul piano respiratorio, la complicanza più rilevante è il danno strutturale delle vie aeree secondario alla condrite laringo-tracheo-bronchiale cronica. La distruzione progressiva della cartilagine e la sostituzione fibrosa determinano tracheo-broncomalacia, stenosi focali o diffuse, collasso dinamico in espirazione e riduzione irreversibile del calibro delle vie aeree. Clinicamente, ciò si traduce in dispnea persistente, stridore, tosse inefficace, infezioni respiratorie ricorrenti, ritenzione di secrezioni e, nei casi avanzati, insufficienza respiratoria cronica con necessità di ossigenoterapia, ventilazione non invasiva o ventilazione invasiva a lungo termine. Le manovre endoscopiche ripetute, il posizionamento di stent e le tracheostomie possono a loro volta complicarsi con granulazioni, occlusioni, infezioni localizzate e difficoltà nel mantenimento a lungo termine della pervietà.

Le polmoniti ab ingestis rappresentano una complicanza frequente nei pazienti con compromissione delle vie aeree e della protezione delle vie respiratorie, soprattutto in presenza di alterazioni della deglutizione, tosse inefficace e sedazione farmacologica. Le aspirazioni ricorrenti favoriscono la comparsa di bronchiectasie, colonizzazione batterica cronica e, nel tempo, deterioramento ulteriore della funzione respiratoria. La combinazione di danno strutturale delle vie aeree e infezioni ricorrenti è una delle principali cause di ospedalizzazione e di mortalità nelle fasi avanzate della malattia.

Sul versante cardiovascolare, la policondrite ricorrente può determinare complicanze di grande rilievo. L’interessamento valvolare, in particolare della valvola aortica, può evolvere verso una insufficienza valvolare aortica cronica, con dilatazione ventricolare sinistra, riduzione della frazione di eiezione e scompenso cardiaco. L’aortite può portare a aneurismi e dissezioni aortiche, con rischio di rottura e morte improvvisa. Altre complicanze includono coronaropatie su base vasculitica, aritmie, disturbi della conduzione e pericarditi. La diagnosi tardiva di queste lesioni, la difficoltà nel bilanciare immunosoppressione e rischio infettivo, la complessità degli interventi cardiochirurgici in pazienti immunodepressi e con tessuti infiammati contribuiscono alla gravità del quadro prognostico.

Le sequele sensoriali rappresentano un importante determinante di disabilità e di impatto sulla qualità di vita. La condrite ricorrente a carico del setto nasale può determinare deformità a sella marcate, con alterazione permanente dell’estetica del volto e ripercussioni psicologiche significative. L’interessamento ocular e può portare a esiti cicatriziali di sclerite o uveite, con astigmatismi irregolari, opacità corneali, glaucoma secondario e riduzione permanente dell’acuità visiva fino alla cecità in casi estremi. L’ipoacusia neurosensoriale può diventare irreversibile se non trattata tempestivamente, rendendo necessari apparecchi acustici o impianti cocleari e compromettendo la comunicazione e la partecipazione sociale.

Sul piano muscoloscheletrico e funzionale, artriti ricorrenti e condriti costocondrali possono condurre, nel tempo, a dolore cronico, rigidità e riduzione della mobilità, con limitazioni nelle attività quotidiane e nello svolgimento del lavoro. La deformità toracica dovuta a condrite costale e sternale, se presente, può contribuire a limitare l’escursione respiratoria. L’associazione con altre malattie reumatiche, come artrite reumatoide e spondiloartriti, può amplificare il danno articolare strutturale e la disabilità.

Le complicanze iatrogene legate ai glucocorticoidi e agli immunosoppressori sono particolarmente rilevanti, dato che molti pazienti richiedono trattamenti prolungati e spesso ad alte dosi. I glucocorticoidi espongono a osteoporosi e fratture da fragilità, diabete mellito, ipertensione, dislipidemia, cataratta, glaucoma, miopatia steroidea e aumentato rischio di infezioni. Gli immunosoppressori convenzionali possono determinare mielosoppressione, epatotossicità, nefrotossicità, cistite emorragica, infertilità e aumento del rischio neoplastico nel lungo termine. I biologici e le terapie mirate sono associati a infezioni opportunistiche, riattivazione di infezioni latenti come tubercolosi ed epatiti virali, ipogammaglobulinemia e rare complicanze neurologiche. La gestione di questi rischi richiede uno screening pre-trattamento accurato, profilassi mirate (per esempio per Pneumocystis jirovecii in regimi ad alto rischio), aggiornamento vaccinale e monitoraggio laboratoristico e clinico regolare.

Il rischio infettivo complessivo è aumentato sia per effetto dell’immunosoppressione sia per la presenza di dispositivi invasivi come stent delle vie aeree, tracheostomie, cateteri venosi centrali e protesi valvolari. Polmoniti batteriche, sepsi, infezioni delle vie urinarie complicate, infezioni cutanee profonde, opportunisti fungini e virali contribuiscono in modo significativo alla mortalità, soprattutto nei pazienti con malattia avanzata o con comorbilità importanti. Il riconoscimento precoce di segni di infezione e l’avvio tempestivo di una terapia antimicrobica appropriata sono essenziali per ridurre gli esiti sfavorevoli.

Dal punto di vista ematologico e neoplastico, la policondrite ricorrente si associa in una percentuale non trascurabile di casi a disordini mielodisplastici, sindromi mieloproliferative, mieloma multiplo e altre neoplasie ematologiche. La sindrome VEXAS rappresenta un paradigma di associazione tra fenotipo infiammatorio e mutazioni somatiche clonali. Queste condizioni comportano un rischio aumentato di evoluzione leucemica, infezioni severe e complicanze trombotiche, e richiedono strategie terapeutiche specifiche, comprese valutazioni per trapianto di cellule staminali emopoietiche in pazienti selezionati. L’esposizione cronica a immunosoppressori e biologici può inoltre contribuire a un incremento del rischio di neoplasie cutanee e linfomi.

Le complicanze psico-sociali non vanno sottovalutate. Le deformità del volto, in particolare la deformità a sella del naso e le alterazioni del padiglione auricolare, possono avere un impatto profondo sull’immagine corporea e sulla vita relazionale. La perdita uditiva e visiva, la dispnea cronica, le limitazioni funzionali e la dipendenza da presidi respiratori o da caregiver contribuiscono a depressione, ansia, isolamento sociale e riduzione della qualità di vita. Il carico psicologico associato a una malattia rara, potenzialmente grave e poco conosciuta può accentuare la sensazione di incertezza e vulnerabilità.

La riduzione dell’impatto complessivo di queste complicanze richiede un approccio proattivo che integri il controllo precoce e sostenuto dell’attività infiammatoria con programmi strutturati di prevenzione delle complicanze iatrogene (gestione dell’osteoporosi, prevenzione cardiovascolare, profilassi infettiva), sorveglianza oncologica adeguata, riabilitazione respiratoria e funzionale, riabilitazione uditiva e visiva e supporto psicologico. La gestione multidisciplinare, che coinvolga reumatologi, pneumologi, otorinolaringoiatri, cardiologi, cardiochirurghi, ematologi, oftalmologi, audiologi, fisiatri, fisioterapisti, psicologi e medici di medicina generale, rappresenta la chiave per contenere la morbilità a lungo termine e migliorare la sopravvivenza e la qualità di vita dei pazienti con policondrite ricorrente.

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