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Miosite a corpi inclusi

La miosite a corpi inclusi (inclusion body myositis, IBM) è una miopatia infiammatoria acquisita dell’adulto caratterizzata da un peculiare intreccio di meccanismi autoimmuni e degenerativi che colpiscono selettivamente alcuni gruppi muscolari, con un decorso lentamente progressivo e una risposta in genere scarsa ai trattamenti immunosoppressivi convenzionali. Dal punto di vista istopatologico, il quadro tipico associa un’infiltrazione endomisiale di linfociti T CD8+ che invadono fibre non necrotiche, la sovraespressione diffusa di molecole di classe I del complesso maggiore di istocompatibilità (MHC I) e la presenza di rimmed vacuoles e inclusioni intracitoplasmatiche contenenti proteine misripiegate e aggregate, alcune delle quali condivise con le malattie neurodegenerative. Questi reperti hanno portato a considerare la IBM come una “miopatia a cavallo” tra patologia autoimmune e patologia da alterata proteostasi.

Clinicamente, la miosite a corpi inclusi si distingue dalle altre miositi idiopatiche infiammatorie per una debolezza muscolare di esordio insidioso, spesso misconosciuta per anni, con un pattern molto caratteristico: interessamento precoce e marcato dei quadricipiti femorali e dei flessori profondi delle dita della mano, in modo spesso asimmetrico, con conseguenti difficoltà a salire o scendere le scale, tendenza alle cadute, incapacità a rialzarsi da terra e perdita progressiva della motricità fine (aprire barattoli, girare chiavi, afferrare piccoli oggetti). La disfagia orofaringea è frequente e può rappresentare, in alcuni casi, una delle prime manifestazioni, con rischio significativo di aspirazione e polmonite ab ingestis. Le mialgie sono meno prominenti rispetto ad altre miopatie infiammatorie, mentre la sensazione di debolezza, cedimento e instabilità agli arti inferiori è spesso il sintomo riferito in modo più marcato.

Dal punto di vista epidemiologico, la miosite a corpi inclusi è considerata la più comune miopatia infiammatoria acquisita dell’età avanzata, pur rimanendo una malattia rara nella popolazione generale. Le stime di prevalenza riportate in diversi registri e studi di popolazione variano, in funzione dei criteri utilizzati e della capacità di riconoscimento, da circa 3–5 fino a oltre 10–15 casi per milione di abitanti, con segnalazioni di prevalenze ancora maggiori in coorti dedicate di pazienti anziani. L’incidenza aumenta nettamente dopo i 50 anni, con un picco tra la sesta e la settima decade, e la malattia presenta un marcato predominio maschile. La IBM sporadica rappresenta la forma di gran lunga più comune, mentre le forme ereditarie di miopatia con corpi inclusi, legate a mutazioni di geni specifici, costituiscono entità distinte con caratteristiche cliniche e genetiche proprie. A causa dell’esordio subdolo, del decorso lentissimo e della somiglianza iniziale con altre condizioni (polimiosite, neuropatie, artrosi delle ginocchia, sarcopenia legata all’età), la diagnosi viene spesso posta con anni di ritardo, quando la disabilità motoria è già significativa.

Il riconoscimento precoce del pattern clinico tipico, l’uso di criteri classificativi moderni e la corretta interpretazione dei reperti istologici e di imaging sono fondamentali per evitare diagnosi errate (in particolare di polimiosite) e trattamenti immunosoppressivi prolungati scarsamente efficaci. Poiché attualmente non esistono terapie in grado di modificare in modo sostanziale la storia naturale della malattia, l’inquadramento accurato della miosite a corpi inclusi è essenziale per impostare un percorso assistenziale centrato su riabilitazione mirata, prevenzione delle complicanze (cadute, fratture, polmoniti ab ingestis, malnutrizione) e supporto multidisciplinare a lungo termine.

Eziologia, Patogenesi e Fisiopatologia

La miosite a corpi inclusi è caratterizzata da una eziologia complessa in cui si intrecciano predisposizione genetica, fattori legati all’invecchiamento, meccanismi immunitari aberranti e alterazioni della proteostasi e del metabolismo cellulare. Non è stata identificata una causa univoca né un singolo agente scatenante, e il modello patogenetico prevalente descrive la IBM come il risultato di una sinergia tra una risposta immunitaria cronica a carico del muscolo e un processo degenerativo intrinseco delle fibre, che condividono caratteristiche con le malattie neurodegenerative proteinopatiche.

Sul versante genetico, la IBM sporadica non si associa a pattern mendeliani, ma studi di associazione hanno evidenziato un ruolo rilevante della regione dell’antigene leucocitario umano. Diversi alleli HLA di classe II, in particolare varianti di HLA-DRB1 e HLA-DQA1, risultano sovra-rappresentati nei pazienti con IBM rispetto alla popolazione generale, suggerendo che la presentazione di peptidi muscolo-specifici ad alto affinità a T linfociti CD4+ possa costituire un prerequisito per l’instaurarsi dell’autoimmunità. Analisi di tipo genome-wide e studi di genetica funzionale hanno inoltre identificato varianti in geni coinvolti nell’elaborazione delle proteine, nell’omeostasi mitocondriale e nella risposta allo stress ossidativo che potrebbero modulare la suscettibilità alla malattia. Pur in assenza di un gene “malattia” identificato, questi dati rafforzano l’idea che il muscolo di soggetti predisposti sia particolarmente vulnerabile a stimoli immunitari e degenerativi cronici.

Un elemento cardine della patogenesi è rappresentato dalla risposta immunitaria cellulo-mediata. Le biopsie muscolari nella IBM mostrano un denso infiltrato endomisiale di linfociti T CD8+ e CD4+ attivati, macrofagi e altre cellule dell’immunità innata che circondano e invadono fibre muscolari non necrotiche. Le fibre colpite esprimono in modo diffuso MHC di classe I sulla membrana, trasformandosi in bersagli diretti per i linfociti T citotossici. Analisi fenotipiche e funzionali hanno evidenziato che molti di questi linfociti T presentano un profilo di cellule effettrici di memoria altamente differenziate, spesso CD28-negative e KLRG1-positive, capaci di produrre grandi quantità di perforina, granzimi e citochine proinfiammatorie. Il ruolo degli autoantigeni muscolari resta oggetto di studio: autoanticorpi contro la 5’-nucleotidasi citosolica 1A (cN1A, NT5C1A) sono stati identificati in una quota significativa di pazienti con IBM e, pur non essendo specifici assoluti, suggeriscono l’esistenza di un riconoscimento autoimmune strutturato verso componenti del muscolo e potenzialmente anche una cooperazione tra risposta B e T. Parallelamente, segnali derivati dall’immunità innata, compresi i pattern di interferone e l’attivazione di recettori come TLR, contribuiscono a mantenere un microambiente proinfiammatorio nel muscolo, con produzione continuativa di TNF alfa, IL 1 beta, IL 6 e altre citochine che amplificano il reclutamento e la persistenza di cellule immunitarie.

In parallelo alla componente immunitaria si osserva un complesso processo degenerativo intrinseco delle fibre muscolari. La caratteristica istologica distintiva è la presenza di rimmed vacuoles, vacuoli bordati che rappresentano lacune citoplasmatiche delimitate da materiale basofilo, associate a inclusioni contenenti un ampio spettro di proteine misripiegate e aggregate: proteine correlate all’amiloide (beta amiloide, APP), tau fosforilata, TDP 43, p62, ubiquitina e altre proteine tipicamente coinvolte nei disturbi neurodegenerativi. Studi immunoistochimici ed ultrastrutturali hanno dimostrato la presenza di filamenti tubulo-filamentosi nei vacuoli e depositi congofili, suggerendo un’alterazione profonda dei sistemi di degradazione proteica. I due principali sistemi coinvolti, il proteasoma ubiquitina-dipendente e l’autofagia lisosomiale, appaiono disfunzionanti, con accumulo di proteine danneggiate non adeguatamente eliminate. Questa alterazione della proteostasi, verosimilmente accentuata dai processi di invecchiamento, contribuisce alla progressiva degenerazione delle fibre e sembra collocare la IBM in un continuum con le proteinopatie del sistema nervoso centrale.

Un terzo pilastro della patogenesi è rappresentato dalla disfunzione mitocondriale. Le biopsie mostrano spesso un aumento di fibre “ragged red”, fibre citochrome c ossidasi negative e altre anomalie del reticolo mitocondriale, accompagnate da delezioni multiple del DNA mitocondriale. Queste alterazioni sono interpretabili come il risultato di uno stress cronico subito dalle fibre muscolari, con compromissione della capacità di generare energia e aumento della produzione di specie reattive dell’ossigeno. Lo stress ossidativo, a sua volta, può espandere il danno alle proteine, ai lipidi e agli acidi nucleici, aggravando la disfunzione cellulare e alimentando un circolo vizioso tra degenerazione, infiammazione e alterazione della degradazione proteica.

Il ruolo relativo di queste componenti immunitarie e degenerative nella sequenza causale della malattia resta oggetto di intenso dibattito. Alcuni modelli patogenetici propongono che l’innesco autoimmunitario preceda e inneschi la degenerazione proteica, altri suggeriscono che un difetto primitivo della proteostasi e dell’autofagia determini l’accumulo di neoantigeni e di proteine anomale che scatenano in seguito la risposta immune. È verosimile che in individui geneticamente predisposti l’invecchiamento, con il progressivo calo dell’efficienza dei sistemi di degradazione proteica e del controllo mitocondriale, renda il muscolo vulnerabile a una risposta immune cronica che, a sua volta, amplifica il danno degenerativo.

Dal punto di vista microvascolare, la miosite a corpi inclusi non presenta la marcata microangiopatia complementomediata tipica della dermatomiosite, ma l’infiammazione cronica e lo stress ossidativo possono indurre disfunzione endoteliale, alterazione dell’omeostasi vascolare e microischemia relativa. Questi fenomeni possono contribuire a una riduzione del supporto metabolico alle fibre già compromesse e facilitare l’evoluzione verso atrofia e fibrosi.

La fisiopatologia clinica della IBM deriva dall’integrazione di questi processi. La debolezza selettiva dei quadricipiti femorali riflette la particolare vulnerabilità di questo gruppo muscolare, impegnato in modo continuo nelle attività antigravitarie e soggetto a carichi meccanici ripetuti; l’associazione tra infiammazione endomisiale, degenerazione vacuolare e infiltrati cronici porta progressivamente alla sostituzione delle fibre funzionali con tessuto fibroadiposo, determinando instabilità, cadute, difficoltà a salire le scale e impossibilità a rialzarsi dal pavimento. Analogamente, il coinvolgimento dei flessori profondi delle dita e dei muscoli dell’avambraccio responsabili della presa di forza si traduce in perdita della motricità fine e delle prese di precisione. L’interessamento dei muscoli oro-faringei e cricofaringei, in un contesto di degenerazione e alterazione della coordinazione neuromuscolare, spiega la frequente disfagia con aspirazione. Nei casi più avanzati, la riduzione di massa e forza muscolare globale, associata alla disfunzione mitocondriale e all’eventuale interessamento respiratorio, determina una ridotta capacità di esercizio, affaticamento marcato e vulnerabilità alle complicanze infettive e metaboliche.

Manifestazioni Cliniche

L’esordio clinico della miosite a corpi inclusi è in genere insidioso e lentamente progressivo, con una traiettoria che si sviluppa spesso nell’arco di anni prima che venga posta la diagnosi. All’anamnesi, il paziente colloca l’inizio dei sintomi in un periodo spesso impreciso, descrivendo progressiva difficoltà a salire le scale, instabilità nel camminare in discesa, tendenza a “inciampare” o a non riuscire a rialzarsi da terra dopo una caduta. In molti casi, specie nei soggetti ancora attivi lavorativamente, il primo segno riferito è la perdita di performance in attività che richiedono forza degli arti inferiori, come sollevare carichi, inginocchiarsi e rialzarsi, o salire gradinate ripide. Parallelamente, possono emergere difficoltà nella motricità fine della mano dominante, con incapacità a svitare tappi, aprire barattoli, girare chiavi nella serratura o tenere saldamente utensili piccoli; spesso il paziente riferisce che “le dita non hanno più forza” o che “gli oggetti scivolano di mano”.

La debolezza muscolare presenta un pattern molto caratteristico che, se riconosciuto, orienta fortemente la diagnosi. A differenza di polimiosite e dermatomiosite, la IBM mostra una marcata debolezza dei quadricipiti femorali spesso più pronunciata rispetto ai flessori dell’anca, con conseguente difficoltà a estendere il ginocchio contro gravità e a stabilizzare l’articolazione durante la marcia. Questo si traduce in instabilità, cedevolezza improvvisa del ginocchio e cadute potenzialmente traumatiche. Contestualmente, i flessori profondi delle dita della mano (in particolare il flessore profondo delle dita e i muscoli intrinseci) risultano precocemente compromessi, con debolezza nella presa cilindrica e nella presa di pinza, più evidente nella mano dominante. L’esame obiettivo documenta una riduzione del punteggio nella scala MRC per l’estensione del ginocchio e la flessione delle dita, spesso in modo asimmetrico, con un arto più compromesso dell’altro.

I muscoli della cintura scapolare e della cintura pelvica possono essere coinvolti, ma di solito in misura minore rispetto alle altre miositi infiammatorie; l’abduzione delle spalle e la flessione dell’anca possono essere moderatamente ridotte, ma non rappresentano l’elemento dominante. I muscoli distali delle gambe, in particolare i flessori plantari e dorsiflessori, possono mostrare debolezza nelle fasi avanzate, con cadute per “piede cadente” e difficoltà a camminare sulle punte o sui talloni. Il quadro globale è spesso quello di un paziente con marcata atrofia dei quadricipiti, muscoli anteriori della coscia “svuotati” e avambracci assottigliati, con preservazione relativa di altri distretti e con asimmetrie di forza e trofismo che possono ingenerare il sospetto di una neuropatia o di una radicolopatia anziché di una miopatia.

La disfagia rappresenta un capitolo centrale delle manifestazioni cliniche. Un’alta proporzione di pazienti con IBM sviluppa nel corso della malattia difficoltà a deglutire solidi e liquidi, con tosse durante i pasti, sensazione di ristagno del bolo a livello retrofaringeo o retrosternale, rigurgito nasale e ripetuti episodi di “andare di traverso”. La compromissione dei muscoli faringei e del segmento cricofaringeo, associata a una coordinazione alterata tra le fasi della deglutizione, porta a rischio di aspirazione, spesso silente, che si manifesta clinicamente con polmoniti ricorrenti, episodi di febbre inspiegata e peggioramento della dispnea. Alcuni pazienti sviluppano strategie di compenso spontanee, come mangiare molto lentamente, evitare cibi solidi o filamentosi e bere molta acqua durante i pasti, ma queste manovre non sono sempre sufficienti a prevenire le complicanze respiratorie e la malnutrizione.

Sul fronte respiratorio, la debolezza dei muscoli respiratori può condurre, nelle fasi più avanzate, a un pattern restrittivo con riduzione della capacità vitale e ipoventilazione. Tuttavia, nella maggior parte dei pazienti la compromissione respiratoria severa è meno frequente rispetto ad altre miositi infiammatorie, e le manifestazioni più rilevanti derivano dall’insieme di disfagia, aspirazioni subcliniche, infezioni polmonari ricorrenti e ridotta mobilità, che contribuiscono a un declino globale della funzione respiratoria e della tolleranza allo sforzo.

Dal punto di vista sistemico, la miosite a corpi inclusi si associa in misura variabile a astenia, affaticabilità e perdita di peso, soprattutto quando disfagia e aumentato lavoro muscolare nel compensare la debolezza determinano un bilancio energetico negativo. Le mialgie sono in genere modeste o assenti, e la febbre rappresenta un reperto poco comune, contribuendo a distinguere la IBM da altre miopatie infiammatorie più francamente sistemiche. Non sono tipici rash cutanei, fenomeni di Raynaud o manifestazioni articolari erosive, se non in contesti di rare sovrapposizioni con connettiviti sistemiche.

Le manifestazioni neurologiche percepite dal paziente possono includere parestesie o sensazioni di intorpidimento, ma questi sintomi, quando presenti, sono spesso legati a neuropatie periferiche concomitanti da altre cause (diabete, patologie canalicolari, cervicalgie) piuttosto che alla IBM in sé. La valutazione neurologica deve comunque essere attenta a non confondere la debolezza muscolare miopatica con deficit piramidali o neuropatici, soprattutto nelle fasi iniziali. I riflessi osteotendinei possono essere normali, ridotti o assenti agli arti inferiori in relazione al grado di atrofia e alla presenza di neuropatie associate.

L’evoluzione temporale della miosite a corpi inclusi è caratterizzata da una progressione lenta ma inesorabile. Nel corso di 5–10 anni dall’esordio dei sintomi, molti pazienti perdono la capacità di correre, poi di camminare su terreni irregolari e infine di salire le scale senza supporto. Con l’ulteriore avanzare della malattia, diventa necessaria l’adozione di ausili per la deambulazione (bastone, deambulatore) e, in una proporzione significativa di casi, l’uso della sedia a rotelle per gli spostamenti fuori casa o anche all’interno dell’abitazione. La perdita della forza nella muscolatura delle mani porta a dipendenza per attività quotidiane apparentemente banali, come aprire porte, usare posate, allacciare bottoni, scrivere o digitare. La disfagia, se non affrontata tempestivamente, conduce a restrizioni dietetiche importanti, con perdita di peso e rischio nutrizionale severo.

Sul piano psicosociale, l’accumulo di disabilità motoria e le limitazioni nella comunicazione orale legate alla disfagia possono indurre isolamento, frustrazione e sintomi depressivi. I pazienti spesso riferiscono un senso di “trappola nel proprio corpo”, con mente lucida e funzioni cognitive preservate a fronte di una progressiva perdita di autonomia fisica. Il coinvolgimento della famiglia, il counselling e i programmi di supporto psicologico sono quindi elementi essenziali nella gestione complessiva. Nel complesso, la miosite a corpi inclusi va interpretata come una malattia cronica ad andamento lento ma progressivo, nella quale il riconoscimento precoce del pattern clinico e la pianificazione anticipata degli interventi riabilitativi e assistenziali possono influenzare in modo sostanziale la qualità di vita, pur in assenza di trattamenti risolutivi.

Accertamenti, Sierologia ed Imaging

L’inquadramento diagnostico della miosite a corpi inclusi richiede un approccio sistematico che integri valutazione clinica, esami di laboratorio, sierologia autoanticorpale, elettromiografia, imaging muscolare e biopsia. L’obiettivo non è soltanto dimostrare la presenza di una miopatia, ma identificare il pattern peculiare della IBM, distinguendola da altre miositi infiammatorie e da numerose miopatie e neuropatie che possono presentare quadri clinici apparentemente simili. In molti pazienti la diagnosi viene considerata solo dopo anni di sintomi, spesso in seguito a fallimento di trattamenti impostati per polimiosite o neuropatia; una organizzazione razionale del percorso di accertamento può ridurre questi ritardi.

Il primo passaggio è l’inquadramento clinico accurato. La combinazione di debolezza selettiva dei quadricipiti e dei flessori profondi delle dita, spesso asimmetrica, decorso lentamente progressivo in soggetti di età superiore ai 45–50 anni e assenza di rash cutanei o manifestazioni sistemiche rilevanti deve porre con forza il sospetto di IBM. Una storia di cadute ripetute, difficoltà a rialzarsi da terra, perdita della capacità di correre e marcata difficoltà nella motricità fine manuale, associata o meno a disfagia, costituisce un pattern che differisce dalle miositi classiche, più simmetriche e prossimali. Un’anamnesi farmacologica accurata (statine, corticosteroidi, farmaci chemioterapici, antiretrovirali) e la ricerca di comorbilità endocrine, metaboliche e neurologiche sono indispensabili per escludere cause alternative di debolezza muscolare.

Gli esami di laboratorio di I livello comprendono gli enzimi muscolari. Nella IBM la creatin chinasi (CK) è spesso solo moderatamente aumentata, in genere fino a 3–10 volte il limite superiore di norma, e può risultare normale in una quota non trascurabile di pazienti, soprattutto nelle fasi tardive con marcata atrofia. Aldolasi, LDH, AST e ALT possono essere modestamente elevate e, in assenza di evidenza di epatopatia, suggerire un’origine muscolare. Questa discrepanza tra entità della debolezza e grado di rialzo enzimatico distinguerà spesso la IBM dalle miositi con necrosi più estesa, nelle quali la CK può raggiungere valori molto elevati. Indici di fase acuta come VES e PCR possono essere normali o leggermente aumentati e non costituiscono un marcatore affidabile di attività.

La sierologia autoanticorpale ha assunto un ruolo crescente nel sospetto di IBM, pur con importanti limiti di sensibilità e specificità. Gli anticorpi anti cN1A (NT5C1A) sono stati riconosciuti come relativamente frequenti nei pazienti con miosite a corpi inclusi e sono meno prevalenti in altre miositi infiammatorie, costituendo così un potenziale marcatore di supporto diagnostico. Tuttavia, questi autoanticorpi possono essere presenti anche in altre condizioni autoimmuni e non sono sufficienti da soli a porre diagnosi di IBM. Un pannello di autoanticorpi associati alle miositi (antisintetasi, anti SRP, anti HMGCR, autoanticorpi tipici della dermatomiosite) è utile soprattutto per escludere altre forme di miopatia infiammatoria meglio definita e per identificare eventuali sindromi overlap con connettiviti, che richiederebbero strategie terapeutiche differenti. ANA e autoanticorpi nucleari specifici vengono eseguiti per completare l’inquadramento autoimmunitario, ma raramente risultano decisivi nei casi di IBM sporadica pura.

Lo studio elettromiografico (EMG) costituisce un ulteriore tassello. Nella IBM, l’EMG mostra un pattern prevalentemente miopatico con potenziali di unità motoria di breve durata e bassa ampiezza, talora associati a segni di irritazione (fibrillazioni, onde positive a punta) e, non di rado, elementi neurogeni come potenziali di unità motoria di maggiore durata e composizione variabile, a testimoniare un tentativo di rimodellamento neuronale e di reinervazione. Questa combinazione di caratteristiche miopatiche e pseudo-neurogene può contribuire alla confusione con patologie del motoneurone o neuropatie motorie, soprattutto se il pattern clinico non è chiaramente riconosciuto. Tuttavia, quando l’EMG viene guidato dal sospetto clinico verso i muscoli selettivamente colpiti (quadricipiti, flessori delle dita), è possibile documentare una miopatia attiva nei distretti corrispondenti, utile anche per orientare il sito della biopsia.

L’imaging muscolare mediante risonanza magnetica (RM) ha assunto un ruolo fondamentale nel riconoscimento della IBM e nella distinzione da altre miositi. Sequenze T1 pesate permettono di valutare atrofia e sostituzione fibro-adiposa, mentre le sequenze STIR o T2 con soppressione del grasso evidenziano edema muscolare correlato a infiammazione attiva. Nella miosite a corpi inclusi, la RM mostra un pattern molto caratteristico: nei muscoli della coscia, si osserva una marcata sostituzione fibro-adiposa dei quadricipiti (in particolare del vasto mediale e laterale) con relativa preservazione di altri gruppi, come gli ischiocrurali, almeno nelle fasi iniziali; a livello della gamba, sono spesso coinvolti il gastrocnemio mediale e muscoli anteriori, con relativa risparmiata del soleo; negli arti superiori, l’imaging può evidenziare atrofia dei flessori profondi delle dita e di alcuni muscoli dell’avambraccio con sparing relativo di altri distretti. Questo pattern selettivo è molto utile nel distinguere la IBM da polimiosite e dermatomiosite, nelle quali la distribuzione dell’edema e dell’atrofia è più diffusa e simmetrica. Inoltre, la RM può documentare la presenza di residua attività infiammatoria nei muscoli apparentemente molto atrofici, guidando la scelta del sito più idoneo per la biopsia.

L’esame istologico mediante biopsia muscolare rappresenta tuttora il punto di riferimento per la conferma della miosite a corpi inclusi. La scelta del muscolo da biopsiare è cruciale: un prelievo da un muscolo completamente sostituito da tessuto fibroadiposo può risultare poco informativo, mentre un muscolo normofunzionante può non mostrare ancora le lesioni caratteristiche. Idealmente, la biopsia viene eseguita su un muscolo moderatamente indebolito, guidata dalla RM e dall’EMG. Il quadro istopatologico classico combina: infiltrati endomisiali di linfociti T CD8+ e macrofagi che invadono fibre non necrotiche; sovraespressione di MHC I sulle fibre; rimmed vacuoles contenenti materiale basofilo e inclusioni citoplasmatiche; depositi di proteine misripiegate evidenziabili con colorazioni specifiche (per esempio Congo red) e immunoistochimica per beta amiloide, tau, TDP 43, p62, ubiquitina; alterazioni mitocondriali come fibre COX negative e ragged red fibers. Tuttavia, in una parte dei pazienti alcuni di questi reperti possono essere poco rappresentati o assenti in una singola biopsia, soprattutto nelle fasi precoci o quando la tecnica di preparazione non è ottimale, rendendo necessaria una lettura esperta e, talvolta, una revisione istologica da parte di centri specialistici.

Accertamenti complementari includono la valutazione della disfagia mediante videofluoroscopia o fibroscopia endoscopica della deglutizione, utili per identificare il livello di compromissione (orale, faringea, cricofaringea) e per guidare la riabilitazione logopedica e gli eventuali interventi invasivi (dilatazioni, miotomie, iniezioni di tossina botulinica). La funzione respiratoria viene valutata con spirometria, misurazione della capacità vitale e delle pressioni inspiratorie ed espiratorie massime, per identificare precocemente un pattern restrittivo o una debolezza dei muscoli respiratori. Lo screening per comorbilità metaboliche e cardiovascolari completa il quadro, in vista della pianificazione terapeutica e riabilitativa.

Diagnosi e Stadiazione

La diagnosi di miosite a corpi inclusi si fonda su un processo integrato che combina il riconoscimento del pattern clinico caratteristico, l’evidenza strumentale e istologica di miopatia con tratti peculiari e l’esclusione di condizioni alternative. A differenza di altre miositi infiammatorie, nelle quali la definizione di sottogruppi si basa fortemente sulla sierologia e su pattern di coinvolgimento sistemico, nella IBM il fulcro diagnostico resta l’asse clinico istopatologico.

Storicamente, diversi schemi classificativi hanno cercato di definire criteri operativi per la IBM, spesso ponendo un forte accento sui reperti istologici (rimmed vacuoles, inclusioni congofile). Tuttavia, l’esperienza ha dimostrato che un sottoinsieme non trascurabile di pazienti con quadro clinico altamente suggestivo può presentare biopsie senza vacuoli evidenti, soprattutto nelle fasi iniziali o in campioni non ottimali. Per questo motivo, criteri più recenti hanno cercato di bilanciare i requisiti clinici e istologici, riconoscendo che in alcuni contesti il pattern clinico e la distribuzione della debolezza, in presenza di un’infiammazione endomisiale cronica, possono essere sufficientemente specifici da consentire una diagnosi di IBM anche in assenza di tutte le caratteristiche istopatologiche classiche.

Tra i sistemi più influenti vi sono i criteri elaborati nell’ambito dei workshop della European Neuromuscular Centre (ENMC), che hanno progressivamente definito categorie di miosite a corpi inclusi “clinicopatologicamente definite”, “clinicamente definite” e “probabili”, sulla base di età d’esordio, durata dei sintomi, pattern di debolezza, valori di CK, reperti istologici e presenza di vacuoli o inclusioni. In generale, elementi quali età superiore a 45 anni, durata dei sintomi superiore a 12 mesi, debolezza predominante dei quadricipiti e dei flessori profondi delle dita, CK moderatamente elevata e presenza di infiltrati endomisiali con o senza vacuoli, orientano verso una classificazione di IBM nelle diverse categorie di probabilità.

L’analisi sistematica di grandi coorti di pazienti ha portato anche allo sviluppo di modelli basati su dati reali, volti a costruire criteri diagnostici data driven per la IBM, che confermano l’elevata specificità del pattern clinico tipico. Questi modelli attribuiscono un peso particolare alla debolezza dei quadricipiti con preservazione relativa dei muscoli ischiocrurali, alla debolezza dei flessori profondi delle dita e all’asimmetria della compromissione muscolare, combinati con reperti istologici e dati di laboratorio, per generare una probabilità di diagnosi.


La diagnosi differenziale della IBM è ampia e comprende sia altre miositi infiammatorie sia numerose miopatie e neuropatie dell’età adulta. Polimiosite e miositi necrotizzanti immunomediate possono esordire con debolezza prossimale, ma tendono a essere più simmetriche, con elevazione più marcata della CK e una migliore risposta ai corticosteroidi e agli immunosoppressori; istologicamente, la presenza di necrosi diffusa con infiltrato relativamente scarso o di pattern infiammatori diversi orienta verso queste entità. La dermatomiosite si distingue per manifestazioni cutanee tipiche e microangiopatia capillare complementomediata. La miosite a corpi inclusi va differenziata anche da distrofie muscolari a esordio tardivo, miopatie metaboliche, malattie del motoneurone (in particolare sclerosi laterale amiotrofica), neuropatie motorie multifocali e patologie della giunzione neuromuscolare come miastenia gravis. In queste condizioni, la distribuzione della debolezza, la presenza o meno di segni piramidali, la conduzione nervosa, la risposta ai farmaci colinesterasici e altri indici neurofisiologici aiutano a orientare la diagnosi.

Per quanto riguarda la stadiazione, non esiste un sistema di stadiazione strutturale univocamente adottato analogo a quelli radiologici per le artropatie. La valutazione di severità e progressione si basa piuttosto su scale funzionali, misure quantitative di forza e valutazioni obiettive della deglutizione e della mobilità. La Inclusion Body Myositis Functional Rating Scale (IBMFRS) è uno strumento ampiamente impiegato che valuta diversi domini funzionali, tra cui alimentazione, igiene personale, mobilità, deambulazione e funzioni motorie fini, attribuendo un punteggio a ciascun item; la sua ripetizione nel tempo consente di quantificare il declino funzionale e di valutare l’efficacia di interventi terapeutici o riabilitativi. Misure come il six minute walk test, il tempo necessario per alzarsi da una sedia o per salire alcuni gradini e la forza muscolare misurata con dinamometria o altre tecniche quantitative completano la valutazione di attività e danno.

La valutazione della disfagia e della funzione respiratoria rappresenta un ulteriore asse di stadiazione. Scale cliniche della deglutizione, questionari dedicati e referti di videofluoroscopia o fibroscopia consentono di graduare la severità del disturbo deglutitorio e di pianificare gli interventi. La spirometria seriale e le misure di forza dei muscoli respiratori, insieme alla documentazione di eventi come polmoniti ab ingestis o necessità di ventilazione non invasiva, contribuiscono a definire il peso del coinvolgimento respiratorio sullo stato globale di malattia.

In sintesi, la diagnosi di miosite a corpi inclusi richiede una stretta integrazione tra pattern clinico, imaging e istopatologia, con un’attenzione particolare al rischio di sovradiagnosticare polimiosite in pazienti con IBM non riconosciuta. La stadiazione si basa su scale funzionali e misure oggettive di forza e funzione, con l’obiettivo non solo di documentare il decorso, ma anche di fornire parametri condivisi per valutare interventi terapeutici e studi clinici.

Trattamento e Prognosi

Gli obiettivi del trattamento nella miosite a corpi inclusi differiscono in modo sostanziale da quelli delle altre miositi infiammatorie e sono, per molti aspetti, più vicini alla gestione di malattie neurodegenerative croniche che non a quella di patologie autoimmuni classicamente immunosensibili. Poiché le evidenze disponibili indicano che i classici regimi immunosoppressivi producono benefici limitati e talora assenti sulla forza muscolare e sulla progressione funzionale, la strategia terapeutica si concentra sulla preservazione dell’autonomia il più a lungo possibile, sulla prevenzione delle complicanze (cadute, fratture, polmoniti ab ingestis, malnutrizione) e sul supporto multidisciplinare. In parallelo, proseguono numerosi studi su terapie mirate che agiscono sulla componente infiammatoria, sulla proteostasi e sulla rigenerazione muscolare, ma nessun farmaco ha ancora dimostrato un impatto decisivo sulla storia naturale della malattia.

A differenza della polimiosite, in cui i glucocorticoidi sistemici costituiscono la terapia di induzione di prima linea, nella IBM l’uso di steroidi ad alte dosi si associa raramente a miglioramenti clinici significativi e può, al contrario, esporre il paziente a un rischio non trascurabile di complicanze, inclusa la miopatia steroidea sovrapposta. In molti studi osservazionali, pazienti trattati con corticosteroidi non hanno mostrato una stabilizzazione di lungo periodo della forza o della funzionalità rispetto alla storia naturale della malattia e alcuni hanno presentato peggioramenti attribuibili almeno in parte agli effetti catabolici degli steroidi. Di conseguenza, la maggior parte delle raccomandazioni scoraggia l’uso prolungato di glucocorticoidi sistemici nella IBM sporadica, riservando eventuali brevi cicli a situazioni di incertezza diagnostica iniziale o a contesti di overlap con altre miositi potenzialmente steroido-sensibili.

Anche l’efficacia dei farmaci immunosoppressori convenzionali (metotressato, azatioprina, micofenolato mofetile, ciclosporina, tacrolimus) risulta in generale deludente nella IBM, con miglioramenti modesti e non costanti e nessuna evidenza convincente di rallentamento della progressione a lungo termine. La loro prescrizione viene per lo più limitata a casi selezionati, per esempio pazienti con concomitanti manifestazioni di altra malattia autoimmune, o situazioni in cui il quadro diagnostico non è completamente definito e la possibilità di una miosite immunosensibile non può essere esclusa. Anche in questi casi, è fondamentale una rivalutazione critica della risposta al trattamento dopo un periodo ragionevole, per evitare esposizioni prolungate a farmaci potenzialmente tossici senza un beneficio clinico documentabile.

Le immunoglobuline endovenose (IVIG) sono state esplorate in studi controllati e in serie di casi. Alcuni lavori hanno suggerito un beneficio, soprattutto sulla disfagia, con miglioramenti nella deglutizione e nella sicurezza alimentare in una parte dei pazienti dopo cicli ad alte dosi, ma l’effetto sulla forza globale e sulla progressione della malattia appare modesto e spesso transitorio. Di conseguenza, le IVIG possono essere considerate in contesti selezionati, in particolare in presenza di disfagia severa con alto rischio di aspirazione e fallimento di altre opzioni, sempre in un’ottica di terapia di supporto e non di reale modificazione del decorso a lungo termine.

Negli ultimi anni, diversi farmaci mirati sono stati oggetto di studi clinici dedicati nella miosite a corpi inclusi. Antagonisti del recettore dell’activina di tipo II (come bimagrumab), concepiti per aumentare la massa muscolare attraverso la modulazione delle vie di segnalazione della myostatin e di altri ligandi della famiglia TGF beta, hanno dimostrato di aumentare la massa magra in alcuni studi, ma non hanno tradotto tale effetto in miglioramenti clinicamente significativi della forza o della funzione; gli endpoint primari relativi al cammino o ad altre misure di performance non sono stati raggiunti. Farmaci che modulano l’autofagia o la proteostasi, come arimoclomol, non hanno prodotto risultati decisivi negli studi di fase avanzata. Inibitori di mTOR come sirolimus sono stati valutati per il loro potenziale di modulare sia la componente infiammatoria sia i processi di degradazione proteica, con alcuni segnali di stabilizzazione in sottogruppi di pazienti ma senza un cambiamento sostanziale e universalmente riconosciuto della storia naturale. Altri approcci, inclusi anticorpi o molecole dirette contro sottopopolazioni T specifiche o vie citochiniche chiave, sono in corso di studio e potrebbero offrire in futuro opzioni più mirate, ma al momento non esistono terapie approvate che abbiano dimostrato un beneficio robusto e riproducibile sulla progressione della IBM.

In questo scenario, la riabilitazione neuromuscolare e la gestione funzionale assumono un ruolo centrale. Contrariamente al timore, in passato diffuso, che l’esercizio potesse peggiorare la debolezza muscolare, studi specifici hanno dimostrato che programmi di esercizio aerobico e di rinforzo muscolare, opportunamente calibrati e supervisionati, sono sicuri nei pazienti con IBM e possono migliorare resistenza, equilibrio e capacità funzionale senza danneggiare il muscolo. L’allenamento di resistenza a bassa o moderata intensità, associato a esercizi di equilibrio e stretching, contribuisce a mantenere la funzione residua, ridurre il rischio di cadute e preservare l’autonomia nelle attività quotidiane. L’approccio riabilitativo deve essere individualizzato in base al grado di debolezza, alla presenza di comorbilità cardiovascolari e ortopediche e alle preferenze del paziente, con rivalutazioni periodiche per adattare l’intensità e la tipologia degli esercizi.

La gestione della disfagia richiede la collaborazione stretta tra reumatologo o neurologo, logopedista e nutrizionista. L’educazione del paziente a strategie di deglutizione più sicure (modifica della postura, frazionamento del bolo, scelta di consistenze più adatte), l’uso di addensanti per i liquidi e la personalizzazione della dieta sono interventi di base. Nei casi più gravi, possono essere considerate procedure interventistiche sul segmento cricofaringeo, come dilatazioni, miotomie o iniezioni di tossina botulinica, dopo un’attenta valutazione videofluoroscopica. Quando la disfagia compromette seriamente l’introito calorico o il rischio di aspirazione diventa elevato nonostante tutte le misure conservative, la nutrizione enterale tramite sondino o gastrostomia endoscopica percutanea rappresenta una opzione da discutere con il paziente e la famiglia, inquadrandone pro e contro in una prospettiva di mantenimento della qualità di vita.

L’adattamento ambientale e l’uso di ausili sono componenti fondamentali della strategia terapeutica. Deambulatori, bastoni, sedie a rotelle leggere, scooter elettrici, rialzi per sedie e WC, maniglioni nei bagni e ausili per la presa manuale consentono di ridurre il rischio di cadute, mantenere l’indipendenza nelle attività quotidiane e limitare il dispendio energetico. La terapia occupazionale aiuta il paziente a identificare e implementare modifiche dell’ambiente domestico e lavorativo che facilitino i movimenti e riducano la necessità di sollevare pesi o compiere movimenti potenzialmente pericolosi. Il supporto psicologico e sociale, l’accesso a gruppi di auto aiuto e l’informazione sul decorso della malattia sono altrettanto importanti per favorire l’adattamento a una condizione cronica progressiva.

La prognosi della miosite a corpi inclusi è quella di una malattia lentamente ma inevitabilmente progressiva. Molti pazienti, nel giro di 10–15 anni dall’esordio, perdono la capacità di deambulare senza ausili e una proporzione significativa necessita di sedia a rotelle per la maggior parte degli spostamenti. La sopravvivenza globale può essere solo moderatamente ridotta rispetto alla popolazione di pari età, ma la qualità di vita è spesso marcatamente compromessa dalla disabilità motoria e dalla disfagia. Le principali cause di mortalità sono rappresentate da complicanze respiratorie (polmoniti ab ingestis, insufficienza respiratoria), eventi cardiovascolari e, in alcuni casi, complicanze legate a comorbilità non direttamente correlate alla IBM.

Fattori associati a una prognosi più sfavorevole includono esordio relativamente precoce con progressione rapida, disfagia severa con episodi ripetuti di aspirazione, debolezza marcata dei muscoli respiratori, cadute frequenti con fratture e un contesto di comorbilità cardiovascolari o metaboliche rilevanti. Al contrario, un riconoscimento precoce del pattern di malattia, l’adozione tempestiva di programmi riabilitativi strutturati, la prevenzione attiva delle cadute e delle complicanze nutrizionali e respiratorie e il supporto multidisciplinare possono migliorare significativamente la traiettoria funzionale, pur in assenza di una terapia capace di arrestare la patologia. Nella prospettiva futura, l’identificazione di bersagli molecolari specifici e la comprensione più approfondita dell’interazione tra componente immunitaria e degenerativa rappresentano le chiavi per lo sviluppo di trattamenti modificanti la malattia.

Complicanze

Nel contesto della miosite a corpi inclusi, le complicanze rappresentano la principale determinante di morbilità e, in larga parte, di mortalità. Derivano dalla progressione stessa della debolezza muscolare, dal coinvolgimento della deglutizione e, in misura minore, della funzione respiratoria, nonché dalle conseguenze dell’immobilità e della disabilità cronica. Sebbene i trattamenti immunosoppressivi abbiano un ruolo più limitato che in altre miositi, le loro potenziali tossicità, quando impiegati, e le complicanze associate a interventi di supporto intensivo (nutrizione enterale, ausili respiratori) vanno comunque considerate nella gestione globale.

Sul piano muscolare e funzionale, la complicanza più evidente è la progressione verso una disabilità motoria grave. L’atrofia e la sostituzione fibro-adiposa dei quadricipiti e dei flessori delle dita determinano, nel tempo, la perdita della capacità di camminare senza ausili, la difficoltà a mantenere l’equilibrio anche su superfici piane e l’impossibilità a rialzarsi da terra senza aiuto. In molti pazienti ciò si traduce in una dipendenza progressiva da deambulatori e poi da sedia a rotelle, con riduzione marcata della partecipazione alla vita sociale e lavorativa. La debolezza delle mani porta a perdita di autonomia in attività come vestirsi, lavarsi, preparare il cibo, scrivere, usare dispositivi elettronici e gestire le terapie, obbligando spesso al ricorso a caregiver formali o informali.

Le cadute costituiscono una complicanza ricorrente e potenzialmente grave. L’instabilità del ginocchio per debolezza dei quadricipiti, la difficoltà nel controllare la discesa dalle scale e i disallineamenti posturali espongono il paziente a cadute anche in ambito domestico. La conseguente incidenza di fratture da trauma, in particolare di femore, polso e vertebre, è elevata, soprattutto nei soggetti anziani con osteoporosi concomitante. Le fratture aggravano ulteriormente la perdita di mobilità, aumentano il rischio di tromboembolia venosa e di complicanze da immobilizzazione prolungata e possono precipitare un passaggio rapido verso una dipendenza quasi completa dagli ausili e dai caregiver.

La disfagia severa è una fonte di complicanze respiratorie e nutrizionali di primaria importanza. Le aspirazioni ripetute di cibo e liquidi possono causare polmoniti ab ingestis, spesso subacute e ricorrenti, che richiedono ricoveri ospedalieri ripetuti, cicli antibiotici multipli e, talvolta, assistenza ventilatoria. La cronicizzazione di questi eventi porta a danno strutturale del parenchima polmonare, con bronciectasie, riduzione della capacità vitale e aumento del rischio di insufficienza respiratoria cronica. Dal punto di vista nutrizionale, la disfagia induce un apporto calorico e proteico insufficiente, con perdita di peso, sarcopenia accentuata, ipoalbuminemia e compromissione della guarigione delle ferite e delle capacità di recupero muscolare. Nei casi in cui si ricorre alla nutrizione enterale tramite sondino o gastrostomia, possono insorgere complicanze specifiche come infezioni del sito di inserzione, dislocazioni della sonda, reflusso gastroesofageo e aspirazione di contenuto gastrico.

Le complicanze respiratorie non legate solo alla disfagia includono la riduzione della forza dei muscoli respiratori, che può condurre a insufficienza respiratoria cronica in una quota di pazienti, specie quando coesistono altre patologie polmonari o cardiache. In questi casi è possibile che si renda necessaria la ventilazione non invasiva notturna per gestire l’ipoventilazione, con impatto significativo sull’organizzazione della vita quotidiana. Le infezioni delle vie respiratorie, favorite dall’immobilità, dall’aspirazione e da eventuali esposizioni a farmaci immunosoppressori, costituiscono una causa frequente di ricoveri e di decesso.

Sul piano metabolico e muscolo tendineo, la riduzione prolungata della mobilità e l’eventuale uso di corticosteroidi (quando impiegati) possono determinare osteoporosi e aumento del rischio di fratture da fragilità. Le contratture articolari, specie alle anche, alle ginocchia e alle caviglie, e la rigidità muscolo tendinea aggravano la limitazione del range di movimento e possono rendere più difficili le attività di trasferimento e di posizionamento in sedia a rotelle o a letto. Le ulcere da pressione, se il paziente trascorre molte ore seduto o allettato senza adeguate misure di prevenzione, rappresentano un’ulteriore fonte di morbilità e possono complicarsi con infezioni cutanee profonde e sepsi.

Quando vengono utilizzati, i trattamenti immunosoppressivi possono introdurre un proprio profilo di complicanze. L’esposizione a glucocorticoidi ad alte dosi per periodi prolungati, talvolta conseguenza di diagnosi iniziali di polimiosite, si associa a rischio aumentato di infezioni, osteoporosi, diabete mellito, ipertensione, cataratta, glaucoma e miopatia steroidea sovrapposta. Metotressato, azatioprina, micofenolato e altri immunosoppressori possono causare mielotossicità, epatotossicità, nefrotossicità e aumentare il rischio di infezioni opportunistiche, senza un chiaro beneficio sulla progressione della IBM. In questo contesto, la valutazione critica dell’indicazione e la sospensione di tali terapie quando l’assenza di efficacia è evidente sono passi importanti per limitare le complicanze iatrogene.

Le complicanze cardiovascolari e tromboemboliche sono influenzate dal combinarsi di immobilità, sarcopenia, stato proinfiammatorio cronico e presenza di fattori di rischio tradizionali (ipertensione, dislipidemia, diabete, fumo). La ridotta mobilità e gli episodi di allettamento per infezioni o fratture aumentano il rischio di trombosi venosa profonda ed embolia polmonare; la prevenzione tromboembolica in situazioni di rischio elevato (ricoveri, interventi, immobilizzazione prolungata) è quindi essenziale. L’accumulo di fattori di rischio cardiovascolare, eventualmente aggravato da terapie cortisoniche pregresse, può tradursi in una maggiore incidenza di eventi coronarici o cerebrovascolari, che si sommano al carico di disabilità muscolare.

Sul versante psicologico e sociale, la progressione della debolezza, la perdita di autonomia e la dipendenza crescente dagli altri per le attività quotidiane costituiscono un terreno fertile per depressione, ansia e isolamento. I pazienti possono sperimentare un senso di perdita di identità, in particolare quando attività lavorative e hobby che richiedevano forza fisica o destrezza manuale diventano impossibili. Le relazioni familiari possono essere messe alla prova dall’aumento del carico assistenziale, con rischio di burn out per i caregiver. Questi aspetti, se trascurati, possono ridurre l’aderenza alle terapie di supporto e ai programmi riabilitativi, peggiorando ulteriormente gli esiti funzionali.

Infine, a livello globale, la miosite a corpi inclusi comporta un impatto prognostico fortemente condizionato dalla gestione delle complicanze. Pur essendo una malattia a decorso lento, l’accumulo di cadute, fratture, polmoniti ab ingestis, malnutrizione, insufficienza respiratoria e complicanze cardiovascolari può condurre a un significativo aumento della mortalità rispetto ai coetanei, in particolare nei pazienti con diagnosi tardiva e accesso limitato a percorsi riabilitativi e di supporto strutturati. La riduzione di questo impatto passa attraverso il riconoscimento precoce della malattia, l’educazione del paziente e della famiglia sui rischi e sulle misure preventive (adattamento ambientale, esercizio mirato, prevenzione delle cadute, sorveglianza nutrizionale e respiratoria), la minimizzazione dell’esposizione a trattamenti immunosoppressivi inefficaci e la costruzione di percorsi assistenziali multidisciplinari che integrino competenze neurologiche, reumatologiche, fisiatriche, logopediche, nutrizionali, psicologiche e sociali.

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