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Rizoartrosi
(Artrosi dell’articolazione trapezio-metacarpale)

La rizoartrosi è una forma di artrosi che interessa l’articolazione trapezio-metacarpale alla base del pollice, fondamentale per i movimenti di opposizione, prensione e pinza. Rappresenta una delle più frequenti artropatie della mano ed è responsabile di dolore cronico e riduzione della funzionalità manuale, con impatto significativo sulle attività quotidiane e professionali. La malattia è caratterizzata da progressivo assottigliamento e perdita della cartilagine articolare, alterazioni dell’osso subcondrale, formazione di osteofiti e coinvolgimento delle strutture capsulo-legamentose e muscolotendinee circostanti, con progressiva instabilità e deformità del pollice.

Dal punto di vista epidemiologico, la rizoartrosi è molto diffusa nella popolazione adulta e colpisce prevalentemente le donne sopra i 50 anni, con una marcata associazione con la menopausa. È stimato che oltre il 20% delle donne in età avanzata presenti segni clinici o radiologici della patologia, mentre negli uomini la prevalenza è inferiore. L’elevata frequenza si riflette in un notevole impatto socio-economico, poiché la riduzione della funzionalità manuale limita le attività lavorative, domestiche e ricreative, compromettendo la qualità della vita.

La rizoartrosi evolve in maniera graduale: i sintomi iniziano spesso con dolore intermittente alla base del pollice durante attività che richiedono forza o movimenti di pinza, ma con il tempo diventano persistenti, associati a debolezza, perdita di destrezza e difficoltà in gesti quotidiani come aprire un barattolo o scrivere. Nei casi più avanzati compaiono deformità evidenti e instabilità articolare, che determinano progressiva disabilità e possono rendere necessario un trattamento chirurgico correttivo. Per la sua alta incidenza e l’impatto funzionale, la rizoartrosi costituisce una delle più rilevanti problematiche reumatologiche e ortopediche della mano.

Eziologia, patogenesi e fisiopatologia

La rizoartrosi è il risultato di molteplici fattori che concorrono al progressivo deterioramento dell’articolazione trapezio-metacarpale.
Dal punto di vista eziologico si distinguono forme primitive, in cui la degenerazione insorge senza una causa identificabile, e forme secondarie, meno comuni, legate a esiti traumatici, instabilità congenite o patologie infiammatorie preesistenti. I traumi ripetuti, le microlesioni capsulo-legamentose e la lassità articolare cronica favoriscono un’alterata distribuzione dei carichi sull’articolazione, accelerando il consumo cartilagineo. Nelle forme primitive, più frequenti, il danno è attribuibile all’effetto combinato di predisposizione genetica, invecchiamento fisiologico e sovraccarico meccanico cronico.

I principali fattori di rischio sistemici includono l’età avanzata, che riduce la capacità rigenerativa della cartilagine, e il sesso femminile, con una netta prevalenza dopo la menopausa, probabilmente correlata alla perdita dell’effetto protettivo degli estrogeni sulla matrice cartilaginea e sull’omeostasi articolare. Anche la familiarità ha un ruolo importante, suggerendo un contributo genetico. Fattori professionali e occupazionali che comportano un uso intensivo del pollice, come lavori manuali ripetitivi, artigianato o uso prolungato di strumenti, aumentano ulteriormente il rischio di sviluppare la patologia.

Dal punto di vista patogenetico, la rizoartrosi è caratterizzata da un progressivo squilibrio tra i processi di sintesi e degradazione della matrice cartilaginea. I condrociti, sottoposti a stress biomeccanico e stimolazione infiammatoria, aumentano la produzione di enzimi proteolitici come metalloproteinasi e aggrecanasi, che degradano collagene e proteoglicani. La riduzione della sintesi di nuova matrice rende la cartilagine fragile e meno capace di assorbire i carichi, innescando un circolo vizioso di danno progressivo. A livello molecolare, citochine come IL-1β e TNF-α amplificano il processo catabolico, mantenendo un microambiente pro-infiammatorio all’interno dell’articolazione.

L’osso subcondrale reagisce con un rimodellamento reattivo che porta a sclerosi, microfratture e formazione di cisti subcondrali. I margini articolari sviluppano osteofiti che alterano la congruenza articolare e contribuiscono alla deformità. La capsula e i legamenti circostanti vanno incontro a lassità progressiva, riducendo la stabilità articolare e favorendo la sublussazione del primo metacarpo sul trapezio. La sinovia può presentare una flogosi cronica di basso grado che contribuisce alla sintomatologia dolorosa e al mantenimento dello stato degenerativo. Anche le strutture muscolotendinee del pollice, sottoposte a sovraccarico funzionale, perdono progressivamente la loro efficacia stabilizzante.

Dal punto di vista fisiopatologico, il dolore nella rizoartrosi non origina dalla cartilagine, priva di innervazione, ma dalle strutture periarticolari coinvolte: osso subcondrale, sinovia infiammata, legamenti stirati e muscoli contratti. La cronicità del dolore determina fenomeni di sensibilizzazione centrale, che amplificano la percezione dolorosa indipendentemente dall’entità del danno visibile agli esami di imaging. Questo spiega la discrepanza clinico-radiologica osservata in molti pazienti.

In sintesi, la rizoartrosi è una malattia degenerativa complessa che coinvolge l’intero apparato articolare del pollice: cartilagine, osso subcondrale, sinovia, capsula, legamenti e muscolatura periarticolare. L’interazione tra fattori meccanici, biochimici e infiammatori genera una cascata progressiva di danno che porta a dolore, rigidità, deformità e perdita di funzione manuale, con severo impatto sulla vita quotidiana del paziente.

Manifestazioni cliniche

Il quadro clinico della rizoartrosi riflette la progressiva compromissione dell’articolazione trapezio-metacarpale e presenta caratteristiche peculiari che la distinguono dalle altre forme artrosiche della mano. In anamnesi il sintomo cardine è il dolore localizzato alla base del pollice, inizialmente intermittente e legato ad attività che richiedono movimenti di pinza o presa salda, che con il tempo tende a divenire persistente.

Tipicamente il dolore è di natura meccanica: si accentua nell’aprire barattoli, nello scrivere a lungo, nel girare le chiavi o nell’uso prolungato di strumenti manuali, mentre migliora con il riposo. Nelle fasi avanzate compare anche a riposo e di notte, disturbando il sonno. I pazienti riferiscono spesso una sensazione di debolezza o cedimento della presa, legata alla perdita di stabilità articolare e alla riduzione della forza dei muscoli tenari.

Un sintomo rilevante è la rigidità, soprattutto mattutina o dopo periodi di inattività. A differenza delle forme artritiche infiammatorie, la rigidità mattutina nella rizoartrosi è breve, di solito inferiore a 30 minuti, ma tende a ripresentarsi durante la giornata quando il pollice viene mantenuto in posture statiche. Progressivamente questa perdita di elasticità si traduce in difficoltà sempre maggiori nell’eseguire gesti di precisione o movimenti che richiedono ampia opposizione del pollice.

In anamnesi va indagata la comparsa di gonfiore e tumefazione locale, più evidenti nelle fasi di riacutizzazione, correlati a sinovite reattiva. Durante tali episodi il dolore si intensifica, la base del pollice appare arrossata o tumefatta e il paziente percepisce una sensazione di tensione interna. Spesso i soggetti riferiscono rumori articolari come scrosci o crepitii durante i movimenti, fenomeni che possono essere percepiti anche dal clinico all’esame obiettivo.

All’esame obiettivo si rileva dolorabilità alla palpazione della regione trapezio-metacarpale, soprattutto lungo la linea articolare dorsoradiale. Si osservano limitazioni della motilità in opposizione e abduzione del pollice, riduzione della forza di presa e segni di instabilità. Nelle fasi avanzate la sublussazione dorsoradiale del primo metacarpo determina la tipica deformità a “Z” del pollice, con prominenza della base metacarpale e flessione compensatoria dell’articolazione interfalangea.

Nelle fasi iniziali i sintomi possono essere fluttuanti, con periodi di benessere alternati a riacutizzazioni dolorose dopo sforzi manuali intensi. Con il progredire della malattia il dolore diventa costante, la rigidità marcata e la limitazione funzionale severa: il paziente riduce spontaneamente l’uso della mano, sviluppa strategie compensatorie e può arrivare a non riuscire più a svolgere semplici attività quotidiane come abbottonarsi, scrivere o aprire bottiglie. La perdita di funzionalità manuale porta anche a ipotrofia dei muscoli tenari e ulteriore instabilità articolare.

Le manifestazioni della rizoartrosi hanno un impatto significativo sulla qualità di vita. La difficoltà nell’eseguire compiti manuali limita l’autonomia domestica, riduce la capacità lavorativa e comporta una frustrazione crescente, soprattutto nei pazienti ancora in età attiva. Nei quadri avanzati il dolore cronico e la disabilità manuale possono indurre ansia e depressione, aggravando la percezione dei sintomi e riducendo ulteriormente la partecipazione sociale.

La rizoartrosi, pertanto, si caratterizza per un insieme di segni e sintomi che evolvono lentamente ma progressivamente: dal dolore meccanico intermittente e dalla debolezza della presa, fino alle deformità strutturali con grave limitazione funzionale. Un’anamnesi accurata e un esame obiettivo dettagliato consentono di riconoscere precocemente i segni tipici, permettendo di impostare un percorso diagnostico-terapeutico adeguato e di ridurre le complicanze legate alla perdita di autonomia manuale.

Accertamenti

La diagnosi di rizoartrosi richiede una valutazione che combini anamnesi, esame clinico, indagini radiografiche e, nei casi selezionati, esami di laboratorio o tecniche di imaging avanzato. Il sospetto nasce già dal racconto del paziente, che riferisce dolore alla base del pollice accentuato dai movimenti di pinza e presa, rigidità mattutina di breve durata e difficoltà in gesti quotidiani quali aprire contenitori, girare una chiave o scrivere. Con il progredire della malattia si osserva riduzione della forza, perdita della motilità fine e comparsa di deformità visibili. All’esame obiettivo, oltre alla dolorabilità locale, il medico può riscontrare crepitii, limitazione funzionale e instabilità articolare. Questi dati, pur indicativi, devono essere confermati dalle indagini strumentali.

La metodica di primo livello è la radiografia standard della mano, con proiezioni dedicate alla regione trapezio-metacarpale. Le proiezioni consigliate includono antero-posteriore e laterale, integrate da oblique e da immagini mirate dell’articolazione del pollice. I reperti tipici comprendono il restringimento dello spazio articolare, la comparsa di osteofiti marginali, la sclerosi dell’osso subcondrale e la presenza di geodi. La progressione della malattia viene generalmente classificata secondo la scala di Eaton-Littler, che suddivide la patologia in quattro stadi progressivi, dalla lassità iniziale fino alla distruzione articolare con coinvolgimento delle articolazioni limitrofe. La radiografia resta lo strumento cardine, sebbene nelle fasi precoci le alterazioni possano essere poco evidenti.

Radiografia pollice con rizoartrosi La radiografia in carico rappresenta l’esame di prima scelta nello studio della rizartrosi e deve essere eseguita con grande attenzione tecnica, poiché anche minime rotazioni del pollice o variazioni di inclinazione possono falsare la stima dello spazio articolare. Le proiezioni standard includono l’antero-posteriore e la laterale della mano in carico, integrate da proiezioni oblique specifiche per l’articolazione trapezio-metacarpale, come la proiezione di Robert o di Bett, che permettono una migliore visualizzazione della superficie articolare e delle alterazioni iniziali. Nei casi sospetti o nelle fasi precoci può essere utile la proiezione stressata sotto carico assiale o in adduzione forzata del pollice, particolarmente sensibile nell’evidenziare il restringimento dello spazio trapezio-metacarpale.

Gli osteofiti sono reperti tipici e compaiono come proliferazioni ossee a margine articolare, in continuità con la corticale. Nelle radiografie standard si riscontrano spesso lungo i margini del trapezio e alla base del primo metacarpo, dove possono assumere aspetto appuntito o “a becco”. Nelle fasi iniziali hanno dimensioni ridotte e forma sottile, mentre nei gradi avanzati diventano voluminosi e multipli, contribuendo a deformità articolari e limitazione funzionale. La loro presenza è un segno radiologico cardinale e concorre alla definizione della severità della malattia.

La sclerosi subcondrale si manifesta come una linea radiopaca a ridosso delle superfici articolari, espressione del rimodellamento osseo in risposta al sovraccarico meccanico cronico. Può essere associata alla comparsa di geodi, cavità osteolitiche rotondeggianti, delimitate da un sottile bordo sclerotico, soprattutto al trapezio. Un altro elemento cruciale è la riduzione dello spazio articolare, che in questa sede è spesso asimmetrica e più evidente sul versante dorsale o radiale, riflettendo la perdita cartilaginea progressiva. Le proiezioni dinamiche consentono di apprezzare la perdita di congruenza tra base del primo metacarpo e trapezio, evidenziando sublussazioni o dislocazioni dorsoradiali tipiche degli stadi avanzati.

L’esecuzione della radiografia mirata deve essere particolarmente accurata, poiché piccoli errori di posizionamento o rotazione del pollice possono alterare significativamente la valutazione dello spazio trapezio-metacarpale. Oltre alle proiezioni convenzionali, risultano utili le radiografie in stress dinamico, eseguite in adduzione o abduzione forzata, che permettono di documentare instabilità e sublussazione precoce del metacarpo. Nei quadri iniziali si osservano minime irregolarità dei margini articolari con osteofiti puntiformi, mentre negli stadi avanzati è evidente il collasso articolare con risalita dorsoradiale del primo metacarpo e deformità in “Z”, tipica della rizoartrosi evoluta.

La valutazione radiografica deve considerare anche le articolazioni adiacenti, in particolare il complesso scafo-trapezio-trapezoideo, che può essere coinvolto in maniera concomitante, peggiorando la sintomatologia e influenzando le scelte terapeutiche. È buona pratica riportare nel referto non solo il grado della classificazione, ma anche la presenza e la distribuzione degli osteofiti, l’entità della sclerosi, la presenza di geodi, la congruenza articolare e l’eventuale sublussazione.


Le alterazioni radiografiche della rizoartrosi possono essere classificate secondo la scala di Eaton-Littler in quattro stadi progressivi:


La classificazione di Eaton–Littler ha valore clinico ed epidemiologico, ma non sempre si correla con l’intensità del dolore percepito o con il grado di disabilità funzionale. Per analisi più fini si possono utilizzare sistemi semi-quantitativi che valutano separatamente ciascun parametro radiografico. Tra i principali errori da evitare vi sono: radiografie eseguite senza un corretto allineamento del pollice, che possono sovrastimare o sottostimare lo spazio; valutazioni basate solo su proiezioni standard senza immagini dinamiche, che non documentano l’instabilità; e la mancata esplorazione delle articolazioni contigue, che può condurre a una sottostima del quadro clinico complessivo.

La risonanza magnetica rappresenta lo strumento di elezione per una valutazione di dettaglio dei tessuti molli: consente di visualizzare direttamente la cartilagine residua, i legamenti capsulari (in particolare il legamento obliquo anteriore), le eventuali lesioni meniscoidi e la presenza di edema subcondrale o sinovite. È indicata nei pazienti giovani con sintomi persistenti e radiografie negative, nei casi di diagnosi differenziale complessa e nella pianificazione chirurgica. L’ecografia è un metodo accessibile e dinamico, che permette di rilevare sinovite, versamenti, osteofiti superficiali e instabilità con manovre sotto stress. La TAC, meno frequentemente utilizzata, trova indicazione nella programmazione di interventi complessi, quali artrodesi o artroprotesi trapezio-metacarpale, consentendo una ricostruzione tridimensionale delle deformità ossee.

Gli esami di laboratorio non hanno valore diagnostico specifico nella rizoartrosi, ma rivestono un ruolo fondamentale nella diagnosi differenziale. Indici di flogosi nella norma (VES, PCR) sono compatibili con artrosi degenerativa, mentre valori elevati indirizzano verso artriti infiammatorie. Il dosaggio di fattore reumatoide e anticorpi anti-CCP aiuta a escludere l’artrite reumatoide, mentre l’analisi del liquido articolare, se eseguita, consente di evidenziare cristalli di urato o di pirofosfato nei casi sospetti di gotta o condrocalcinosi. In presenza di dolore acuto con tumefazione e febbre, l’artrocentesi rimane indispensabile per escludere una artrite settica, evenienza rara ma di grande rilevanza clinica.

Diagnosi

Per la rizoartrosi non esistono criteri di classificazione ufficiali elaborati dall’American College of Rheumatology, a differenza di quanto avviene per gonartrosi e coxartrosi. La diagnosi si fonda quindi su un approccio clinico-radiografico integrato, come raccomandato dalle più recenti linee guida internazionali (EULAR 2018, OARSI 2019, NICE 2022). Il sintomo cardine è il dolore meccanico alla base del pollice, evocato dalla presa e dai movimenti di pinza, che progressivamente riduce la forza e la capacità di eseguire gesti fini. All’anamnesi si associano spesso rigidità mattutina di breve durata e difficoltà funzionali crescenti, mentre all’esame obiettivo si rilevano crepitii, instabilità e deformità trapezio-metacarpali.

La conferma strumentale è fornita dalla radiografia, che documenta restringimento della rima articolare, osteofiti, sclerosi subcondrale e geodi. L’entità delle lesioni viene classificata secondo la scala di Eaton-Littler, che distingue quattro stadi progressivi: dalla semplice lassità capsulare senza alterazioni ossee fino alla distruzione articolare con coinvolgimento scafo-trapezio-trapezoideo. Questa classificazione, pur nata a scopo clinico, rappresenta tuttora lo strumento di riferimento per inquadrare radiograficamente la rizoartrosi.



Gli esami di laboratorio non hanno un ruolo diretto nella diagnosi, ma sono utili per la differenziazione da altre artropatie. Indici di flogosi normali orientano verso un quadro degenerativo, mentre valori elevati richiedono l’esclusione di artriti infiammatorie. La determinazione di fattore reumatoide e anticorpi anti-CCP consente di distinguere la rizoartrosi dall’artrite reumatoide, mentre l’analisi del liquido sinoviale può rivelare cristalli nei casi sospetti di gotta o condrocalcinosi. L’artrocentesi è indicata nelle rare forme acute con dolore e tumefazione per escludere un’artrite settica.

Le diagnosi differenziali comprendono principalmente l’artrite reumatoide (interessamento poliarticolare simmetrico con rigidità prolungata), la condrocalcinosi (depositi di pirofosfato visibili all’imaging), la gotta (episodi acuti con urati nel liquido sinoviale) e l’artrite settica. Un inquadramento accurato consente di distinguere la rizoartrosi da queste condizioni che possono simulare clinicamente la malattia.

Accanto agli elementi clinici e radiografici, un ruolo importante è rivestito dalla valutazione funzionale, che quantifica l’impatto sulla qualità di vita. Questionari validati come il Michigan Hand Outcomes Questionnaire (MHQ) e il Disabilities of the Arm, Shoulder and Hand (DASH) misurano dolore, funzione e limitazioni nelle attività quotidiane, fornendo parametri oggettivi per monitorare la progressione e la risposta alle terapie. L’integrazione di segni clinici, reperti radiografici e strumenti funzionali rappresenta oggi il percorso diagnostico più completo e condiviso per la rizoartrosi.

Trattamento e prognosi

La gestione della rizoartrosi, o artrosi trapezio-metacarpale, richiede un approccio graduale, multidimensionale e personalizzato, che tenga conto della sintomatologia dolorosa, del grado di compromissione funzionale e delle aspettative del paziente. L’obiettivo è alleviare il dolore, preservare la funzione della mano, ritardare l’evoluzione degenerativa e, quando necessario, ricorrere a soluzioni chirurgiche. Le scelte terapeutiche sono influenzate dalla severità clinico-radiologica, dall’età, dalla dominanza manuale, dalle esigenze lavorative e ricreative e dalla presenza di comorbilità.

Il primo cardine del trattamento è rappresentato dalle misure non farmacologiche. L’educazione del paziente, con spiegazioni chiare sulla natura cronica e progressiva della patologia, è fondamentale per stabilire obiettivi realistici e migliorare l’aderenza ai programmi terapeutici. L’uso di ortesi stabilizzanti per il pollice, rigide o semirigide, riduce i movimenti dolorosi, limita le sollecitazioni sul trapezio-metacarpale e migliora la presa. Il riposo funzionale nelle fasi di riacutizzazione, alternato ad attività mirate di mobilizzazione, consente di contenere la progressione del danno. Esercizi di rinforzo selettivo dei muscoli tenari e della muscolatura intrinseca della mano, associati a programmi di training propriocettivo e di destrezza, supportano la stabilità articolare e mantengono la funzionalità. L’ergoterapia ha un ruolo centrale, con strategie di protezione articolare e l’apprendimento di tecniche per ridurre il carico nelle attività quotidiane.

La terapia farmacologica si focalizza sul controllo del dolore. I FANS topici rappresentano la prima scelta, grazie all’efficacia locale e al profilo di sicurezza superiore rispetto alla somministrazione sistemica, particolarmente rilevante nei pazienti anziani o polimedicati. I FANS orali possono essere impiegati a dosaggi minimi efficaci e per periodi limitati, rivalutando periodicamente il rischio in caso di patologie gastrointestinali, renali o cardiovascolari. Il paracetamolo ha utilità limitata, ma può essere considerato nei pazienti che non tollerano i FANS. In presenza di dolore persistente con caratteristiche nociplastico-neuropatiche, la duloxetina o farmaci analoghi possono essere valutati. L’impiego di oppioidi minori, come il tramadolo, è riservato a casi selezionati e per periodi brevi, per ridurre il rischio di effetti avversi e dipendenza. La capsaicina topica può fornire sollievo nel dolore localizzato.

Le infiltrazioni intra-articolari rivestono un ruolo importante in pazienti con dolore refrattario alle terapie conservative. I corticosteroidi offrono beneficio a breve termine nelle fasi di riacutizzazione, soprattutto in presenza di sinovite e versamento locale, pur con la raccomandazione di limitare il numero di somministrazioni per evitare effetti degenerativi. L’acido ialuronico intra-articolare viene utilizzato in alcuni casi per migliorare viscosità e lubrificazione, con risultati variabili e dipendenti dalla selezione dei candidati. Trattamenti rigenerativi come PRP o concentrati cellulari hanno evidenze ancora contrastanti e, se considerati, devono essere proposti in contesti appropriati, con un’informazione chiara sulle incertezze scientifiche.

La fisioterapia ha un ruolo complementare: tecniche di terapia manuale, mobilizzazioni passive delicate, esercizi di stretching selettivo e rinforzo muscolare contribuiscono a ridurre il dolore e mantenere il movimento. L’uso di calore locale o di ultrasuoni può alleviare la sintomatologia nei periodi di riacutizzazione. Programmi di “pre-habilitation” sono raccomandati per i pazienti che si avviano al percorso chirurgico, al fine di ottimizzare gli esiti e ridurre i tempi di recupero.

Le opzioni chirurgiche vengono prese in considerazione quando il dolore e la disfunzione persistono nonostante un trattamento conservativo completo e adeguato. L’artroplastica trapezio-metacarpale con interposizione tendinea (resezione del trapezio e ricostruzione con tendine flessore radiale del carpo o equivalenti) rappresenta una delle procedure più diffuse, garantendo riduzione del dolore e recupero funzionale. La artrodesi trapezio-metacarpale è riservata a pazienti giovani con elevata richiesta funzionale e deformità marcata, pur comportando perdita di mobilità. Le protesi trapezio-metacarpali di ultima generazione offrono mobilità più fisiologica e rapido recupero, ma hanno durabilità ancora oggetto di valutazione. Tecniche come la trapeziectomia semplice, con o senza sospensione-legamentoplastica, restano valide in casi selezionati. La scelta chirurgica si basa su età, livello di attività, dominanza della mano e aspettative del paziente.

Gli esiti chirurgici dipendono da un’attenta selezione del paziente, da una gestione perioperatoria ottimale del dolore e dalla riabilitazione precoce, che prevede immobilizzazione iniziale seguita da programmi progressivi di recupero della forza e della mobilità. Fattori come obesità, diabete non controllato e fumo incidono negativamente sugli esiti e devono essere corretti prima dell’intervento.

La prognosi della rizoartrosi è variabile: molti pazienti con trattamento conservativo adeguato, uso regolare di ortesi ed esercizi mirati mantengono una buona funzionalità e controllo dei sintomi per anni. La progressione è più rapida nei casi con elevata instabilità articolare, deformità avanzata o severo coinvolgimento radiografico. Il dolore non correla sempre con la gravità del danno strutturale, e un approccio multimodale al controllo della sintomatologia, inclusa la gestione di componenti psicologiche e nociplastico-neuropatiche, migliora gli esiti a lungo termine.

In conclusione, il trattamento della rizoartrosi segue il principio del “dal minimo necessario al massimo appropriato”: misure conservative, ortesi ed esercizio come base; analgesia razionale, con priorità ai FANS topici e strategie farmacologiche calibrate; infiltrazioni mirate nelle fasi di riacutizzazione; chirurgia nei casi refrattari. Un percorso individualizzato e periodicamente rivalutato consente di ottimizzare la funzione e la prognosi della mano.

Complicanze

Le complicanze della rizoartrosi derivano dall’evoluzione progressiva del danno articolare trapezio-metacarpale e dall’impatto funzionale che la malattia esercita sulla mano, a cui si aggiungono gli effetti collaterali dei trattamenti conservativi e chirurgici. A livello articolare, il progressivo assottigliamento cartilagineo e le modificazioni dell’osso subcondrale determinano dolore cronico, rigidità e perdita della motilità fine, con difficoltà a compiere movimenti di pinza e presa, essenziali per le attività quotidiane come svitare, scrivere, afferrare piccoli oggetti o aprire contenitori. La progressione induce deformità in adduzione del primo metacarpo e sublussazione dorsoradiale, che aggravano la perdita di forza e la disfunzione.

Episodi di sinovite reattiva della trapezio-metacarpale possono accentuare dolore e limitazione funzionale, con tumefazione visibile alla base del pollice. La progressiva instabilità articolare porta a iperlassità e malallineamento, con peggioramento della presa di precisione e comparsa di dolore irradiato al polso o alle articolazioni adiacenti. Il sovraccarico biomeccanico favorisce fenomeni degenerativi a carico delle altre articolazioni del pollice (metacarpo-falangea, interfalangea) e del carpo, con comparsa di dolore e rigidità secondaria. Nei casi più avanzati, la contrattura in adduzione e la perdita di opposizione determinano grave limitazione funzionale, incidendo in modo significativo sull’autonomia personale.

Le ripercussioni si estendono anche a regioni contigue: sovraccarico dei tendini estensori e flessori con tendinopatie associate, dolore a livello del polso per compenso funzionale e comparsa di sindrome del tunnel carpale secondaria a modificazioni posturali e biomeccaniche. La riduzione dell’uso della mano porta a perdita di forza globale, atrofia muscolare tenare e peggioramento della destrezza, con aumento del rischio di incidenti domestici e cadute di oggetti.

Sul piano psicosociale, il dolore persistente e la progressiva perdita di autonomia inducono frustrazione, riduzione della qualità della vita, disturbi del sonno e aumento del rischio di ansia e depressione. Nei soggetti in età lavorativa, le limitazioni funzionali possono comportare riduzione della produttività e impossibilità a svolgere mansioni manuali, con conseguente impatto socio-economico.

Accanto alle complicanze della malattia, vanno considerate quelle correlate ai trattamenti. L’uso prolungato di FANS orali, in particolare negli anziani o nei pazienti fragili, può determinare gastropatie, ulcere e sanguinamenti, oltre a nefrotossicità e incremento del rischio cardiovascolare; le formulazioni topiche riducono ma non annullano tali rischi. La duloxetina può provocare nausea, insonnia e alterazioni pressorie, mentre gli oppioidi minori (es. tramadolo) aumentano il rischio di vertigini, stipsi, sonnolenza e dipendenza, con conseguenti cadute soprattutto negli anziani. Le infiltrazioni corticosteroidee, pur efficaci sul dolore acuto, se ripetute frequentemente possono accelerare la degenerazione cartilaginea e, raramente, provocare artrite settica. L’acido ialuronico intra-articolare può causare reazioni locali transitorie (flare, sinovite “pseudoseptica”) e dolore post-infiltrazione; le terapie rigenerative (PRP o concentrati cellulari) presentano rischi ancora poco caratterizzati per l’eterogeneità delle evidenze disponibili.

Le complicanze chirurgiche dipendono dalla tecnica impiegata. Dopo trapeziectomia con interposizione tendinea possono verificarsi cedimenti della sospensione, dolore residuo, instabilità o accorciamento del primo raggio con perdita di forza. L’artrodesi trapezio-metacarpale comporta rischio di pseudoartrosi, rigidità e sovraccarico delle articolazioni contigue. Le protesi trapezio-metacarpali possono andare incontro a mobilizzazione asettica, usura precoce, lussazione o necessità di revisione. Le complicanze comuni a tutte le procedure includono infezioni, rigidità post-operatoria, dolore persistente, lesioni tendinee o nervose e sindromi dolorose regionali complesse.

La prevenzione delle complicanze è parte integrante del percorso terapeutico. Sul piano conservativo, uso corretto di ortesi, esercizi mirati di rinforzo e stretching, ergonomia funzionale e protezione articolare riducono dolore e deformità. Per i farmaci, è essenziale una gestione oculata dell’analgesia, con preferenza ai FANS topici, limitazione di oppioidi e controllo periodico di funzionalità renale, pressoria e gastrointestinale. Per le infiltrazioni, la selezione accurata dei candidati e il rispetto di protocolli sterili riducono i rischi. In ambito chirurgico, la scelta della procedura più adatta al singolo paziente, l’ottimizzazione preoperatoria (sospensione del fumo, controllo delle comorbilità), la profilassi antibiotica e la riabilitazione precoce riducono eventi avversi e migliorano gli esiti.

In sintesi, le complicanze della rizoartrosi spaziano dal progressivo peggioramento della funzionalità del pollice e della mano, con deformità e perdita di forza, agli effetti sistemici della ridotta attività e ai rischi legati ai trattamenti farmacologici e chirurgici. Un approccio proattivo e integrato, basato su prevenzione, selezione attenta degli interventi e monitoraggio costante, consente di contenere i rischi e di preservare al meglio la qualità di vita e l’autonomia del paziente.

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