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Artrosi del polso

L’artrosi del polso comprende i processi degenerativi che interessano i compartimenti radiocarpale, medio-carpale (con particolare coinvolgimento dell’articolazione scafo-trapezio-trapezoide, STT) e, non raramente, l’articolazione radio-ulnare distale (DRUJ). Il quadro clinico è dominato da dolore meccanico localizzato alla regione dorsoradiale o ulnare del polso, rigidità e progressiva limitazione dell’arco di movimento, più evidente in estensione e deviazione radiale; nelle forme con interessamento della DRUJ possono comparire limitazioni della prono-supinazione. Sono frequenti scrosci, sensazione di impaccio o blocco e riduzione della forza di presa per inibizione dolorosa e perdita della cinematica fine del carpo.

Dal punto di vista clinico-radiologico si distinguono forme primitive, meno comuni, e forme secondarie, spesso conseguenti a pregressi traumi o instabilità legamentose. Tra i pattern degenerativi tipici rientrano l’artrosi STT isolata e i collassi carpo-radiocarpali su base instabile, come l’instabilità scafo-lunata con progressione artrosica (SLAC wrist) e la sequenza degenerativa da pseudartrosi dello scafoide (SNAC wrist). Non di rado coesistono esiti di fratture del radio distale o varianti morfologiche (es. ulnar variance positiva) che condizionano sovraccarichi compartimentali.

Sotto il profilo epidemiologico, la forma primaria del polso è meno frequente rispetto all’artrosi delle interfalangee o di grandi articolazioni; nella pratica clinica prevalgono i quadri degenerativi post-traumatici o su base meccanica. L’esposizione a lavori manuali ripetitivi, sport con carichi assiali sul polso e microtraumi cumulativi può favorire la comparsa e l’evoluzione della malattia, che impatta sulla funzione di prensione, sulla destrezza e sulla tolleranza allo sforzo.

In sintesi, l’artrosi del polso rappresenta uno spettro anatomo-funzionale che va dall’interessamento compartimentale circoscritto (STT o DRUJ) ai collassi carpo-radiocarpali su instabilità cronica, con implicazioni cliniche, diagnostiche e terapeutiche specifiche.

Eziologia, patogenesi e fisiopatologia

L’artrosi del polso nasce dall’interazione tra senescenza tissutale, predisposizione individuale e fattori biomeccanici locali che alterano la distribuzione dei carichi sul complesso carpo-radioulnare. Con l’età i condrociti vanno incontro a ridotta capacità riparativa, si osservano disorganizzazione della rete di collagene e deplezione di proteoglicani nella matrice, con perdita delle proprietà viscoelastiche della cartilagine. Le superfici articolari radiocarpali e medio-carpali diventano più vulnerabili a fissurazioni e assottigliamento, esponendo l’osso subcondrale a stress anomali.

La risposta subcondrale è caratterizzata da sclerosi, microfratture di rimodellamento e formazione di geodi, mentre ai margini articolari compaiono osteofiti che tentano di aumentare la superficie di contatto. Nel polso, piccoli cambiamenti di allineamento possono amplificare i picchi di carico: la rottura del legamento scafo-lunato induce malallineamento con DISI del semilunare e rotazione flessa dello scafoide, concentrando lo stress sul versante radioscafoideo con progressione verso il comparto capitolunato (sequenza SLAC). Analogamente, la pseudartrosi dello scafoide altera l’arco scafo-trapezio-trapezoide e la colonna radiale, generando un pattern SNAC con coinvolgimento iniziale dello stiloide radiale e successiva estensione medio-carpale. Esiti di fratture articolari del radio distale, incongruenze delle superfici e variazioni dell’ulnar variance contribuiscono a sovraccaricare selettivamente la DRUJ e il complesso fibrocartilagineo triangolare (TFCC), favorendo artrosi radio-ulnare distale e sindrome da impaction ulnare.

Sul piano biologico, lo stato infiammatorio di basso grado, sostenuto da citochine come IL-1β e TNF-α e da enzimi litici (MMP e ADAMTS), accelera il catabolismo della matrice e innesca una sinovite reattiva che, pur non essendo predominante, contribuisce a dolore e tumefazione. Il rimodellamento subcondrale modifica la trasmissione delle forze e altera il feedback propriocettivo delle strutture capsulo-legamentose, perpetuando l’instabilità micro-e macro-meccanica. La compromissione del TFCC riduce l’efficacia del coupling radio-ulnare durante la prono-supinazione, incrementando i carichi di taglio sulle superfici già degenerate.

La risultante fisiopatologica è un dolore tipicamente meccanico, evocato da carichi assiali, deviazioni radiali/ulnari e movimenti forzati di estensione-flessione, con rigidità a freddo che tende a ridursi con il “riscaldamento” articolare. L’alterazione della cinematica carpo-radioulnare si traduce in crepitii, sensazione di blocco per conflitto osteofitario o corpi liberi e riduzione della forza di presa per inibizione dolorosa e perdita della leva estensoria. Nelle forme su base instabile (SLAC/SNAC) la progressione segue tappe prevedibili: iniziale sovraccarico radioscafoideo, estensione al comparto medio-carpale e, nei casi avanzati, coinvolgimento diffuso con deformità e perdita marcata di arco di movimento.

I principali fattori di rischio includono età avanzata, esiti di lesioni legamentose (in primis scafo-lunata) o fratture intra-articolari del radio/scafoide, attività professionali o sportive con microtraumi ripetuti e carichi prolungati sul polso, varianti morfologiche che aumentano lo stress compartimentale (es. ulnar variance positiva) e condizioni sistemiche che favoriscono uno stato infiammatorio di basso grado (obesità, dismetabolismi). La combinazione di questi elementi modula la traiettoria clinica, dalle forme compartimentali circoscritte alle varianti con collasso carpo-radiocarpale e marcata disfunzione.

Manifestazioni cliniche

Le manifestazioni cliniche dell’artrosi del polso riflettono l’interazione tra degenerazione cartilaginea, rimodellamento osseo, instabilità micro- e macro-meccaniche e sinovite reattiva di basso grado. L’esordio è in genere insidioso, con dolore meccanico localizzato al versante dorsoradiale o ulnare, che aumenta durante i movimenti di carico (presa, sollevamento, spinta) e si attenua con il riposo. Il dolore è spesso percepito come fastidio sordo o puntorio, talora irradiato all’avambraccio o accentuato nelle deviazioni radiale e ulnare. Nei periodi di riacutizzazione possono comparire tumefazione, rigidità e sensazione di “blocco” articolare, con riduzione significativa della forza di presa e della destrezza manuale.

Il reperto più tipico delle forme compartimentali è la dolenzia localizzata sul comparto interessato: dolore radioscafoideo nelle artrosi STT o SLAC, dolore dorsale centrale nelle varianti SNAC, dolore ulnare profondo nelle artrosi della DRUJ. La palpazione evoca dolorabilità puntoria sui margini articolari e spesso mette in evidenza crepitii durante i movimenti di flesso-estensione e deviazione. Nei quadri avanzati si apprezza deformità con perdita del profilo armonico dorsale e prominenza ossea secondaria agli osteofiti marginali.

La progressiva perdita di congruenza articolare e la lassità legamentosa conducono a instabilità segmentaria, che si manifesta con sensazione di cedimento o di “click” dolorosi durante la prono-supinazione. Nei collassi carpo-radiocarpali (SLAC, SNAC) l’instabilità si accompagna a progressiva limitazione dell’arco di movimento, inizialmente selettiva (per estensione o deviazione radiale) e in seguito globale, con compromissione delle attività quotidiane. Nei casi con coinvolgimento della DRUJ la prono-supinazione diventa dolorosa e limitata, ostacolando gesti semplici come girare una chiave o usare utensili manuali.

Il dolore si intensifica nelle attività che richiedono presa di forza o movimenti ripetitivi: sollevare borse, avvitare strumenti, praticare sport che sovraccaricano il polso. L’esame obiettivo documenta rigidità, riduzione della mobilità, crepitii e talora scrosci percepibili anche dal paziente. La forza di prensione è spesso ridotta in maniera significativa, sia per inibizione dolorosa sia per alterazione della cinematica del carpo. Nei quadri cronici il deficit funzionale si traduce in difficoltà a eseguire compiti di precisione (scrivere, digitare, cucire) e lavori manuali prolungati, con peggioramento serale dopo l’uso.

Le forme avanzate presentano tumefazione cronica, rigidità marcata e deviazioni assiali che modificano il profilo articolare. In alcuni pazienti, soprattutto nei collassi carpo-radiocarpali, si osservano deformità evidenti e blocchi articolari da conflitto osteofitario o da corpi mobili intra-articolari. Il dolore può divenire persistente, talora anche a riposo o notturno, e associarsi a ipersensibilità locale. Nei soggetti anziani la sintomatologia è aggravata da riduzione della massa muscolare, coesistenza di altre artrosi periferiche e fragilità generale.

La discrepanza tra intensità del dolore e reperti radiografici è frequente e riflette fenomeni di sensibilizzazione centrale, che amplificano la percezione dolorosa e riducono l’efficacia dei comuni analgesici. La cronicizzazione del dolore si associa spesso a riduzione dell’autonomia, frustrazione e disturbi emotivi che peggiorano ulteriormente la qualità di vita.

In sintesi, lo spettro clinico dell’artrosi del polso va dalle forme compartimentali localizzate con dolore meccanico e ridotta escursione, fino ai collassi diffusi con instabilità, deformità e severa compromissione funzionale. La distinzione tra pattern evolutivi e la definizione delle limitazioni funzionali rappresentano il presupposto per una diagnosi accurata e un corretto inquadramento terapeutico.

Accertamenti e diagnosi

La valutazione diagnostica dell’artrosi del polso si fonda su un approccio sequenziale che integra anamnesi, esame obiettivo e indagini per immagini, con l’obiettivo di documentare il processo degenerativo, definirne la distribuzione compartimentale e differenziarlo da altre artropatie infiammatorie o post-traumatiche.

L’esame di scelta per lo studio dell’artrosi del polso è la radiografia standard del polso in proiezione postero-anteriore (PA) e laterale, eventualmente completata da oblique a 45°, scaphoid view in deviazione ulnare e, quando indicato, proiezioni dedicate alla radio-ulnare distale (DRUJ). La radiografia consente di documentare con precisione i segni morfologici della degenerazione articolare. Il reperto cardine è la riduzione dello spazio articolare, che può presentarsi in modo settoriale o diffuso a seconda del compartimento coinvolto: nel comparto radioscafoideo la rima si assottiglia inizialmente al versante dello stiloide radiale e della fossa scafoidea, mentre nelle forme a estensione medio-carpale si osserva progressivo restringimento anche tra capitato e lunato; nelle artrosi scafo-trapezio-trapezoide (STT) il restringimento interessa la base del trapezio e il polo distale dello scafoide; nella DRUJ la perdita di rima coinvolge la testa dell’ulna e l’incisura sigmoidea del radio. La riduzione della rima riflette la perdita di spessore e di integrità della cartilagine e costituisce l’indicatore radiografico più diretto del danno in atto.

In associazione compaiono osteofiti marginali, esiti del rimodellamento reattivo, ben visibili come proiezioni ossee a margini netti che alterano il profilo dei capi articolari: tipici sono le apposizioni osteofitarie sul versante radiale (stiloide, fossa scafoidea) e lungo i margini dello scafoide e del trapezio/trapezoide nel distretto STT, così come i beccucci osteofitari a livello del capitato e del lunato quando è coinvolto il comparto medio-carpale. Un segno costante è la sclerosi dell’osso subcondrale, espressa da un incremento della densità ossea immediatamente al di sotto della superficie articolare (più radiopaca e a margini netti), che interessa in modo tipico la fossa scafoidea del radio, il polo prossimale dello scafoide, il capitato e, nelle forme con interessamento DRUJ, l’incisura sigmoidea e la testa dell’ulna. Non infrequenti sono i geodi (cisti subcondrali), cavità tondeggianti o ovalari a contenuto radiotrasparente, circondate da sottile alone sclerotico, osservabili nel radio distale (fossa scafoidea), nello scafoide, nel capitato e nel trapezio, espressione di microfratture e intrusione di liquido sinoviale nel tessuto osseo.

Nei quadri più avanzati la somma delle alterazioni determina incongruenza articolare e deformità strutturali del carpo: si perde il parallelismo tra le file carpali, possono comparire segni di collasso carpo-medio con migrazione prossimale del capitato e irregolarità marcate dei contorni radioscafoidei e capitolunati; nella DRUJ degenerativa possono associarsi sublussazioni o incongruenze dorsali/volari dell’ulna rispetto al radio. L’insieme di questi reperti, valutabili anche in progressione al follow-up, consente non solo di confermare la natura degenerativa, ma anche di definire il pattern di coinvolgimento (radioscafoideo, medio-carpale, STT, DRUJ), di graduare la severità del danno e di orientare le scelte terapeutiche, dalle strategie conservative alle opzioni chirurgiche, in relazione al grado di compromissione strutturale.

La tomografia computerizzata (TC) trova indicazione soprattutto quando si rende necessaria una caratterizzazione tridimensionale delle superfici articolari e delle deformità ossee, ad esempio in previsione di interventi chirurgici (sinoviectomie, osteotomie correttive, artrodesi o protesi). La TC consente di descrivere con estrema precisione la morfologia degli osteofiti, l’estensione dei geodi e l’incongruenza articolare, rendendosi indispensabile nei casi in cui la radiografia risulti poco dirimente.

Gli esami di laboratorio hanno un ruolo esclusivamente differenziale: gli indici di flogosi (VES, PCR) e i marker immunologici (fattore reumatoide, anticorpi anti-CCP, ANA) risultano in genere negativi nell’artrosi, mentre la loro positività orienta verso artriti infiammatorie sistemiche. La normalità di questi parametri contribuisce quindi a rafforzare l’ipotesi degenerativa.

In contesti selezionati, possono essere utili esami neurofisiologici (ENG, EMG) per escludere neuropatie periferiche concomitanti, come la sindrome del tunnel carpale, che possono confondere il quadro clinico doloroso del polso artrosico.

L’iter diagnostico ha come obiettivo finale la conferma della natura degenerativa, la definizione dell’estensione compartimentale e l’esclusione di patologie alternative.

Oltre ai criteri diagnostici indicati dalle linee guida, nella pratica clinica è fondamentale disporre di sistemi di classificazione radiologica che consentano di quantificare la gravità delle lesioni del polso, confrontare i reperti nel tempo e uniformare la comunicazione tra specialisti. Per l’artrosi del polso si utilizzano sia classificazioni generiche, come la scala di Kellgren–Lawrence adattata alle articolazioni carpali e radio-ulnari, sia schemi specifici per i pattern degenerativi tipici (SLAC, SNAC, artrosi STT, artrosi della DRUJ).

La valutazione della gravità radiologica si basa quindi su strumenti semiquantitativi che graduano la riduzione della rima articolare, la presenza e l’entità degli osteofiti, la sclerosi subcondrale e le deformità dei capi ossei. L’applicazione di tali classificazioni consente di seguire in maniera sistematica l’evoluzione della malattia e di correlare i reperti d’imaging con l’impatto clinico-funzionale. In particolare, negli stadi iniziali si osservano osteofiti “dubbiosi” e minima riduzione dello spazio articolare; negli stadi intermedi osteofiti più marcati, geodi e sclerosi subcondrale; negli stadi avanzati deformità strutturali e collasso carpo-radiocarpale con grave compromissione meccanica.

Nelle forme post-traumatiche e instabili (SLAC e SNAC) esistono criteri radiologici che distinguono le fasi evolutive: nel polso SLAC si parte dall’artrosi radioscafoidea, per poi estendersi al comparto capitolunato e, in stadi terminali, a tutto il carpo; nel polso SNAC la degenerazione segue tappe simili, ma secondarie alla pseudartrosi dello scafoide. La distinzione fra i diversi stadi ha ricadute terapeutiche importanti, orientando verso strategie conservative o chirurgiche diverse a seconda della progressione.

L’integrazione clinico-funzionale riveste un ruolo complementare: strumenti validati come il Patient-Rated Wrist Evaluation (PRWE) e il DASH score (Disabilities of the Arm, Shoulder and Hand) quantificano dolore, rigidità e limitazioni funzionali, mentre la misurazione della forza di presa e della prono-supinazione fornisce indicatori oggettivi delle capacità residue del polso. La combinazione di classificazioni radiografiche e scale cliniche permette di ottenere un inquadramento più preciso e di pianificare un follow-up coerente.

Le diagnosi differenziali comprendono condizioni che possono mimare l’artrosi del polso: l’artrite reumatoide, caratterizzata da erosioni marginali e sinovite diffusa con interessamento simmetrico delle piccole articolazioni; l’artrite psoriasica, con dattilite, erosioni irregolari e proliferazione ossea; le artropatie da cristalli (gotta, condrocalcinosi) con calcificazioni o tofi; le artropatie metaboliche, come quelle da emocromatosi; gli esiti traumatici con artrosi post-frattura o post-legamentosa. La distinzione si basa sulla combinazione di imaging, esami di laboratorio e, nei casi dubbi, indagini di secondo livello.

Tra gli accertamenti complementari, l’ecografia articolare permette di valutare osteofiti marginali, sinovite lieve e condizioni del TFCC, oltre a guidare procedure infiltrative. La risonanza magnetica documenta l’attività infiammatoria e l’edema subcondrale nelle fasi attive, mentre la TC con ricostruzioni tridimensionali risulta utile per caratterizzare le deformità ossee e pianificare interventi chirurgici. Test di funzionalità come dinamometria e misurazioni della prono-supinazione completano l’inquadramento.

In conclusione, la diagnosi di artrosi del polso non si limita alla semplice identificazione radiologica, ma richiede una valutazione stratificata che includa classificazioni semiquantitative, riconoscimento dei pattern evolutivi specifici, strumenti clinico-funzionali e corretta esclusione delle diagnosi alternative. Questo approccio integrato consente di definire in modo oggettivo la gravità della malattia e di guidare le decisioni terapeutiche personalizzate.

Trattamento e prognosi

La gestione dell’artrosi del polso è prevalentemente conservativa e multimodale, con obiettivi volti al controllo del dolore meccanico, al mantenimento della mobilità e alla preservazione della forza e della funzione prono-supinatoria. Il primo passo è rappresentato dall’educazione terapeutica, che comprende la spiegazione della natura degenerativa della patologia, dei meccanismi che generano dolore e delle strategie di self-management. Informare il paziente su protezione articolare, ergonomia lavorativa, utilizzo di ausili (supporti per il sollevamento, adattatori per utensili) e pianificazione di pause regolari riduce i sovraccarichi e previene peggioramenti. L’applicazione locale di calore o crioterapia nelle fasi algiche, associata a riduzione temporanea dei carichi, può fornire sollievo, mentre l’immobilizzazione prolungata è da evitare per non aggravare la rigidità e la debolezza muscolare.

Il cardine del trattamento è la riabilitazione funzionale, che si avvale di fisioterapia e terapia occupazionale. Gli esercizi mirano a preservare l’arco di movimento del polso, mantenere la mobilità delle articolazioni carpali e rinforzare la muscolatura intrinseca ed estrinseca della mano con carichi submassimali. Tecniche come esercizi in range confortevole, mobilizzazioni dolci, scorrimento tendineo e training progressivo della forza di presa vengono personalizzati secondo il profilo clinico. L’uso di tutori o splint ha un ruolo selettivo: supporti statici notturni possono ridurre dolore e infiammazione reattiva, mentre ortesi funzionali diurne stabilizzano l’articolazione durante attività lavorative o sportive gravose. Le tecniche di terapia manuale, TENS e altre modalità fisiche possono essere impiegate come strumenti ancillari per modulare la nocicezione e facilitare la ripresa dell’attività motoria.

Il trattamento farmacologico si basa su analgesici e antinfiammatori scelti in base alla fase e al profilo di rischio del paziente. I FANS topici rappresentano una scelta di prima linea, efficaci sul dolore locale e sicuri sul piano sistemico. I FANS orali possono essere impiegati in cicli brevi durante le riacutizzazioni, associando gastroprotezione nei pazienti fragili. Il paracetamolo ha un ruolo limitato ma può essere utilizzato per dolore lieve. Nelle forme particolarmente sintomatiche, soprattutto con segni di sinovite reattiva, si considerano infiltrazioni intra-articolari di corticosteroidi eseguite con guida ecografica; tali procedure garantiscono un beneficio temporaneo utile a riprendere il percorso riabilitativo. L’uso intra-articolare di acido ialuronico o altri viscosupplementi nel polso ha evidenze più deboli e viene riservato a casi selezionati. Farmaci sistemici a lento rilascio (condroitin solfato, glucosamina) hanno risultati contrastanti e non rappresentano un’opzione di prima scelta.

Quando le terapie conservative non riescono a garantire un controllo adeguato del dolore o la funzione è gravemente compromessa, si valutano procedure chirurgiche. Le opzioni dipendono dall’estensione e dalla localizzazione del danno: nelle artrosi compartimentali STT si considerano artrodesi selettive; nei collassi SLAC e SNAC si ricorre a procedure di carpectomia prossimale o artrodesi parziali (quattro corner fusion) per mantenere parte del movimento riducendo il dolore. Nelle forme diffuse e invalidanti si valuta l’artrodesi totale del polso, che garantisce stabilità e analgesia ma abolisce la mobilità, oppure le protesi di polso di ultima generazione, riservate a pazienti selezionati con basse richieste funzionali. La scelta chirurgica si fonda su età, esigenze professionali, livello di attività e pattern degenerativo identificato radiologicamente.

La prognosi dell’artrosi del polso è eterogenea. Le forme compartimentali isolate (es. STT o DRUJ) hanno spesso un’evoluzione lenta, con dolore meccanico fluttuante e funzionalità soddisfacente se trattate precocemente con strategie conservative. I collassi carpo-radiocarpali (SLAC, SNAC) mostrano invece una progressione più prevedibile verso la degenerazione globale, con necessità frequente di chirurgia a medio termine. Fattori prognostici sfavorevoli includono dolore elevato all’esordio, rigidità marcata, attività manuali pesanti, obesità, fumo e presenza di instabilità legamentose croniche. Con programmi riabilitativi precoci e personalizzati, molti pazienti ottengono un controllo adeguato dei sintomi e mantengono autonomia funzionale nel lungo periodo; le forme instabili o post-traumatiche richiedono monitoraggio ravvicinato e strategie chirurgiche tempestive per prevenire disabilità permanente.

In conclusione, il trattamento dell’artrosi del polso si articola in una gerarchia precisa: educazione e protezione articolare come base, esercizio e riabilitazione come cardine, analgesici e infiltrazioni come supporto nelle fasi dolorose, chirurgia per le forme refrattarie e invalidanti. Un approccio multidisciplinare e continuativo permette nella maggior parte dei casi di mantenere una buona funzione e di rallentare la progressione della malattia, riducendo il rischio di disabilità a lungo termine.

Complicanze

Le complicanze dell’artrosi del polso riflettono la combinazione di degenerazione cartilaginea, rimodellamento osseo, instabilità articolare e infiammazione cronica di basso grado. Alcune interessano direttamente le strutture del polso, altre derivano dalla progressiva perdita di funzione e dalle ripercussioni sistemiche della disabilità cronica, mentre una parte è correlata agli effetti indesiderati delle terapie conservative o chirurgiche. Distinguere queste categorie è essenziale per pianificare strategie di prevenzione e di gestione mirate.

Sul piano articolare e strutturale, la perdita di congruenza e la formazione di osteofiti portano a deformità permanenti, limitazione dell’arco di movimento e, nei casi avanzati, a anchilosi parziale o completa. Nei pattern instabili come SLAC e SNAC il collasso carpo-radiocarpale genera progressiva rigidità e dolore persistente, con marcata compromissione della forza di presa e delle attività manuali. L’incongruenza della radio-ulnare distale può determinare dolorosa limitazione della prono-supinazione e peggiorare la funzionalità globale dell’arto superiore.

Dal punto di vista neuromuscolare e funzionale, la rigidità cronica del polso comporta sovraccarico tendineo, con comparsa di tenosinoviti reattive e retrazioni capsulo-legamentose che aggravano ulteriormente il deficit meccanico. La riduzione della forza e della destrezza manuale ostacola compiti di precisione (scrivere, digitare, manipolare utensili) e riduce la sicurezza nell’esecuzione di gesti quotidiani come sollevare oggetti o afferrare corrimano, aumentando il rischio di cadute nei soggetti anziani.

Le complicanze sistemiche derivano dal dolore cronico e dalla disabilità: riduzione della funzionalità dell’arto dominante, perdita di autonomia nelle attività quotidiane, isolamento sociale, disturbi del sonno, ansia e depressione. Il dolore persistente e l’incapacità di svolgere attività lavorative o ricreative alimentano un circolo vizioso di peggioramento della qualità della vita e aumentano il rischio di fragilità complessiva.

Un capitolo importante è rappresentato dalle complicanze terapeutiche. L’uso prolungato di FANS orali espone a rischio di gastropatie, eventi cardiovascolari e nefrotossicità. Le infiltrazioni corticosteroidee intra-articolari, sebbene efficaci sul dolore, possono determinare effetti avversi locali (dolore post-procedura, infezioni, lesioni tendinee, depigmentazioni cutanee) o sistemici (iperglicemia, osteoporosi accelerata). Le infiltrazioni di acido ialuronico, meno frequenti nel polso, possono provocare reazioni flogistiche transitorie. Un uso improprio e protratto di tutori rigidi può favorire rigidità irreversibile e ipotrofia muscolare, aggravando il quadro clinico.

Le complicanze chirurgiche variano in base alla procedura: dopo artrodesi selettive o totali il rischio principale è la pseudoartrosi, oltre a rigidità e perdita funzionale superiore a quella prevista; dopo carpectomia prossimale o artrodesi parziali possono comparire dolore persistente, instabilità residua e necessità di reintervento; le protesi di polso presentano rischio di mobilizzazione, usura precoce e infezioni peri-protesiche. Nei pazienti con fragilità ossea o comorbilità metaboliche il tasso di complicanze aumenta, imponendo un’attenta selezione pre-operatoria.

Nel lungo periodo l’artrosi del polso può evolvere verso una disabilità cronica con ridotta autonomia, compromissione delle attività lavorative e perdita della capacità di prensione efficace. La sensibilizzazione centrale legata al dolore persistente amplifica la percezione algica e riduce l’efficacia degli analgesici convenzionali, complicando la gestione clinica. La cronicizzazione del disturbo, oltre a peggiorare la prognosi funzionale, influisce pesantemente sul benessere psicologico e sociale del paziente.

In conclusione, le complicanze dell’artrosi del polso includono esiti articolari locali (anchilosi, collassi, deformità), disfunzioni funzionali (perdita di prono-supinazione, riduzione della forza), ripercussioni sistemiche (dolore cronico, disabilità psicosociale) e complicanze iatrogene (farmaci, infiltrazioni, chirurgia). La prevenzione si basa su diagnosi precoce, programmi riabilitativi personalizzati, uso prudente dei farmaci e scelta accurata delle procedure invasive, con l’obiettivo di ridurre l’impatto della malattia e preservare la migliore qualità di vita possibile.

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