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Artrosi del gomito

L’artrosi del gomito è una condizione degenerativa che interessa principalmente i compartimenti ulno-omerale e radio-omerale, con possibile coinvolgimento dell’articolazione radio-ulnare prossimale. Si manifesta con dolore meccanico localizzato al gomito, rigidità e progressiva limitazione dell’arco di movimento, in particolare della estensione terminale e, nelle fasi avanzate, anche della flessione. Il quadro può includere scrosci, sensazione di blocco e riduzione della forza di prensione per dolore riflesso e inibizione muscolare.

Dal punto di vista clinico, la sintomatologia tende a peggiorare con attività ripetitive di spinta, sollevamento e pronosupinazione contro resistenza, mentre migliora con il riposo. La presenza di corpi mobili intra-articolari può determinare episodi di blocco acuto e dolore puntorio, soprattutto ai gradi estremi di flesso-estensione. Nei soggetti che praticano sport di lancio o lavori manuali pesanti è frequente un interessamento prevalente dei recessi anteriore e posteriore con impingement osteofitario, responsabile del dolore a fine corsa e della perdita progressiva dell’escursione articolare.

Sotto il profilo epidemiologico, l’artrosi del gomito è meno comune rispetto a ginocchio e anca e, nella popolazione generale, insorge tipicamente nella mezza età; più spesso è secondaria a pregressi traumi (fratture, lussazioni, lesioni legamentose) o a microtraumi cumulativi (sport overhead, lavori ripetitivi). È descritta una maggiore frequenza nei lavoratori manuali e negli atleti che sottopongono il gomito a carichi in valgismo e ripetute accelerazioni/decelerazioni, mentre il ruolo di fattori sistemici (obesità, sindrome metabolica) è meno marcato rispetto alle articolazioni portanti, pur potendo contribuire allo stato infiammatorio di basso grado. L’impatto funzionale è rilevante in termini di autonomia nelle attività quotidiane (igiene personale, vestizione) e lavorative.

Eziologia, patogenesi e fisiopatologia

L’artrosi del gomito riconosce cause eziologiche principali in due grandi categorie. La prima è la forma post-traumatica, esito di fratture articolari (capitello radiale, coronoide, margine omerale distale), lussazioni o lesioni legamentose (complesso collaterale laterale/mediale) che lasciano micro-incongruenze, instabilità residua o alterazioni del carico. La seconda è la forma degenerativa primaria legata a microtraumatismi ripetuti e sovraccarico funzionale (sport di lancio, lavori manuali), in cui il tessuto cartilagineo va incontro a usura accelerata pur in assenza di un singolo evento acuto. Raramente malallineamenti congeniti o esiti di osteotomie possono alterare la distribuzione pressoria e favorire l’avvio del processo.

I fattori di rischio includono l’età, il sesso maschile in contesti occupazionali gravosi, storie di traumi o chirurgia del gomito, attività ripetitive in flesso-estensione e pronosupinazione, sport overhead e condizioni che determinano instabilità cronica. Variabili sistemiche (abitudine al fumo, infiammazione cronica di basso grado) possono modulare la risposta tissutale e la velocità di progressione, sebbene il peso relativo sia inferiore rispetto alle grandi articolazioni portanti.

Sul piano patogenetico, l’innesco è rappresentato dal danno meccanico alla cartilagine articolare, con perdita progressiva di proteoglicani, alterazione del reticolo del collagene e ridotta capacità riparativa dei condrociti. Le aggrecanasi e le metalloproteinasi della matrice (es. MMP-13), indotte da citochine come IL-1β e TNF-α, amplificano il catabolismo cartilagineo e promuovono fissurazioni e assottigliamento del rivestimento articolare. L’osso subcondrale risponde con sclerosi reattiva e formazione di geodi, mentre ai margini si sviluppano osteofiti che, nel gomito, tendono a localizzarsi in sedi “critiche” per la cinematica: apice dell’olecrano e fossa olecranica posteriormente, apice della coronoide e fossa coronoidea anteriormente, e superficie radio-omerale con aree di condromalacia del capitello/capitello-capitellum nei sovraccarichi in valgismo.

L’ipertrofia sinoviale e lo stato infiammatorio cronico di bassa intensità contribuiscono al dolore e alla tumefazione modesta, favorendo la liberazione di frammenti osteocondrali che originano corpi mobili. Questi possono incastrarsi nei recessi anteriore o posteriore causando blocchi meccanici a fine corsa. Nei lanciatori, la combinazione di valgismo ripetuto ed estensione rapida determina un impingement postero-mediale con osteofiti all’apice dell’olecrano e sofferenza radio-omerale laterale; in ambito occupazionale, la flesso-estensione ciclica con carichi in pronosupinazione accentua l’usura del compartimento anteriore e favorisce l’ispessimento capsulare.

La fisiopatologia clinica è dominata dalla perdita dell’escursione articolare: l’ostacolo posteriore da osteofiti e ispessimento capsulare limita l’estensione, mentre l’impingement anteriore a livello coronoideo riduce la flessione profonda; l’interessamento radio-omerale condiziona dolore alla prono-supinazione contro resistenza e ai movimenti di presa/trasporto. I corpi mobili generano blocchi intermittenti e scrosci, mentre la capsulo-sinovite reattiva alimenta la rigidità. In alcune forme evolute, l’osteofitosi mediale e la fibrosi peritrocleare possono contribuire a irritazione del nervo ulnare nel solco epitrocleo-olecranico, con parestesie ulnari aggravate dalla flessione prolungata.

Nel complesso, la sequenza “danno cartilagineo → rimodellamento subcondrale → osteofitosi/impingement → sinovite reattiva e corpi mobili” spiega l’evoluzione dalla dolenzia meccanica iniziale alla compromissione funzionale con perdita di estensione, riduzione della flessione e dolore ai gradi estremi di movimento. La combinazione di cause eziologiche e fattori di rischio definisce il ritmo di progressione e il pattern compartimentale (anteriore, posteriore, radio-omerale), guidando le successive scelte diagnostiche e terapeutiche.

Manifestazioni cliniche

Le manifestazioni cliniche dell’artrosi del gomito derivano dalla combinazione di usura cartilaginea, rimodellamento osseo, proliferazione osteofitaria e reazioni sinoviali a bassa intensità. L’esordio è in genere insidioso, con dolore meccanico localizzato a livello antero-mediale o postero-laterale, che si accentua con i movimenti ripetuti o contro resistenza (sollevare pesi, spingere, lanciare) e tende a migliorare con il riposo. Il dolore è spesso descritto come fastidio sordo, rigidità o sensazione puntoria ai gradi estremi di flessione ed estensione. Nei periodi di riacutizzazione possono comparire tumefazione modesta, arrossamento e sensazione di “blocco” per incastro di corpi mobili intra-articolari, che accentuano la limitazione funzionale.

Il segno clinico più caratteristico è la rigidità articolare, che si manifesta soprattutto con perdita progressiva dell’estensione completa e, successivamente, della flessione profonda. All’inizio il paziente riferisce difficoltà nei movimenti di fine corsa, come appoggiare il gomito sul tavolo o portare la mano alla bocca; con l’evoluzione, la limitazione diventa più marcata, riducendo l’ampiezza dell’arco funzionale. Alla palpazione è tipica la dolorabilità ai margini articolari anteriore e posteriore, spesso associata a crepitii o scrosci durante la mobilizzazione passiva. La presenza di osteofiti antero-coronoidei o olecranici si traduce clinicamente in dolore terminale e sensazione di “ostacolo duro” nei gradi estremi del movimento.

Una manifestazione frequentemente associata è la presenza di corpi mobili intra-articolari, derivati da frammenti osteocondrali o sinoviali. Questi causano episodi di blocco improvviso e dolore puntorio, spesso seguiti da liberazione spontanea con ritorno alla normale escursione. La variabilità del quadro può indurre il paziente a riferire alternanza tra giornate di mobilità accettabile e periodi di limitazione marcata, con crescente frustrazione.

Nelle forme post-traumatiche, il quadro clinico è più “rumoroso”, con dolore persistente anche a riposo, tumefazione periodica e rigidità mattutina prolungata. L’instabilità residua da lesioni legamentose può generare sensazione di cedimento o scatti articolari durante i movimenti rapidi, accentuando il dolore nei gesti funzionali. In alcuni casi l’osteofitosi mediale o la fibrosi periarticolare comprimono il nervo ulnare nel solco epitrocleo-olecranico, determinando parestesie ulnari e deficit di presa nei compiti di precisione.

La dolenzia meccanica è tipica delle attività che richiedono prono-supinazione ripetuta (avvitare, usare cacciaviti, maneggiare utensili) o flesso-estensione con carichi (sollevare borse, allenamento con pesi). L’esame obiettivo evidenzia riduzione dell’estensione completa, limitazione della flessione oltre i 120–130°, dolorabilità puntoria lungo la rima articolare e, nei casi più avanzati, rigidità capsulare che rende difficoltosa anche la rotazione dell’avambraccio. Nei pazienti sportivi, il dolore compare precocemente durante i lanci o le spinte ripetute, con calo della performance e sensazione di “gomito bloccato”.

Nelle varianti con impingement postero-mediale, tipiche dei lanciatori, il dolore si localizza alla regione olecranica e peggiora a fine estensione, associandosi a perdita progressiva dell’escursione e tumefazione cronica. L’interessamento radio-omerale determina invece dolore laterale, evocato da prono-supinazione e presa di oggetti pesanti, talora accompagnato da crepitii e sensazione di sabbia intra-articolare.

Le limitazioni funzionali evolvono gradualmente: in fase iniziale il paziente lamenta difficoltà solo in compiti di precisione (scrivere, lavarsi il viso, portare bicchiere alla bocca), mentre nelle fasi avanzate la perdita combinata di flessione ed estensione limita attività basilari come vestirsi, mangiare o mantenere posture prolungate con gomito piegato. Nei lavoratori manuali il dolore aumenta a fine giornata, peggiorato dalla ripetizione del gesto, e può compromettere la capacità lavorativa.

All’esame clinico si osservano rigidità marcata, dolorabilità diffusa, scrosci e blocchi. In stadi avanzati le deformità osteofitarie possono rendere visibile una tumefazione ossea posteriore o laterale, mentre la compressione nervosa ulnare può dare ipotrofia dei muscoli intrinseci della mano. Nei soggetti anziani, la coesistenza di altre artrosi periferiche e la riduzione della massa muscolare amplificano la disabilità globale.

In sintesi, l’artrosi del gomito si caratterizza per un ampio spettro clinico: dalle forme iniziali con dolore meccanico e lieve rigidità, fino a varianti post-traumatiche o da impingement con dolore persistente, blocchi articolari e severa compromissione funzionale. La definizione precisa del fenotipo e dello stadio clinico è essenziale per orientare la valutazione diagnostica e la strategia terapeutica.

Accertamenti e diagnosi

La valutazione diagnostica dell’artrosi del gomito si fonda su una sequenza logica che inizia dall’anamnesi e dall’esame clinico e si completa con indagini di imaging e, quando necessario, con metodiche di approfondimento. L’obiettivo è documentare le alterazioni degenerative tipiche, escludere patologie infiammatorie o traumatiche concomitanti e definire il grado di compromissione funzionale.

L’indagine di riferimento per l’artrosi del gomito è la radiografia standard del gomito in proiezione antero-posteriore (AP) e laterale, eventualmente integrata da oblique interne/esterne e da proiezioni dedicate (radial head–capitellum view, proiezioni in massima flesso-estensione, axial olecranon view) per mettere in evidenza le sedi di conflitto anteriore e posteriore. La radiografia documenta con chiarezza i segni morfologici della degenerazione. Il reperto cardine è la riduzione dello spazio articolare, che può essere settoriale o diffusa: nel compartimento ulno-omerale (troclea/olecrano-coronoide) l’assottigliamento della rima è di solito più evidente ai margini anteriori e posteriori, in corrispondenza delle fosse coronoidea e olecranica; nel compartimento radio-omerale la riduzione interessa l’interfaccia capitello radiale-capitello omerale, spesso con maggiore impegno del versante antero-laterale. La perdita di rima riflette l’assottigliamento cartilagineo ed è l’indicatore radiografico più diretto del danno in atto.

In associazione compaiono osteofiti marginali, espressione del rimodellamento reattivo, localizzati elettivamente alla punta dell’olecrano e al suo margine posteriore (conflitto posteriore), al processo coronoideo e al bordo anteriore dell’omero (conflitto anteriore), nonché lungo i profili del capitello radiale e del capitello omerale; tali apposizioni ossee alterano i contorni articolari e, quando volumine, contribuiscono al blocco meccanico dell’estensione terminale e, nelle fasi avanzate, anche della flessione. Un segno costante è la sclerosi dell’osso subcondrale, che si manifesta come incremento della densità immediatamente al di sotto delle superfici articolari (troclea, capitello omerale, olecrano, coronoide, capitello radiale) con margini netti; non di rado sono presenti geodi (cisti subcondrali) tondeggianti o ovalari, radiotrasparenti, circondati da un sottile alone sclerotico, soprattutto a livello della troclea, dell’olecrano e del capitello radiale.

Nei quadri più avanzati le modificazioni degenerative determinano incongruenza articolare con perdita del parallelismo tra superfici ulno-omerali e radio-omerali, irregolarità marcate delle fosse omerali anteriore e posteriore e comparsa di corpi liberi osteocondrali nelle logge anteriore e posteriore (visibili come opacità calcifiche intra-articolari), responsabili di scrosci e impingement meccanico. Possono coesistere segni di rimodellamento del capitello radiale, appiattimento/irregolarità della troclea e, nei casi estremi, progressivo collasso della rima con deviazioni assiali minori o tendenza alla anchilosi fibrosa/ossalina. La lettura integrata dei reperti (pattern ulno-omerale vs radio-omerale, entità della perdita di rima, localizzazione degli osteofiti, presenza di geodi e corpi liberi) consente di confermare l’eziologia degenerativa, graduare la severità strutturale e orientare le scelte terapeutiche tra strategie conservative e opzioni chirurgiche mirate al deconflitto e al ripristino della congruenza.

Nei pazienti con dolore sproporzionato ai reperti radiografici o quando si sospettano forme erosive post-traumatiche, la risonanza magnetica (RM) è l’indagine più indicata. Essa consente di valutare la cartilagine residua, l’edema subcondrale, le erosioni precoci e l’eventuale sinovite reattiva, offrendo una correlazione diretta tra sintomi e alterazioni tissutali. La RM è utile anche per differenziare l’artrosi da artriti infiammatorie (reumatoide, psoriasica) o da artropatie da deposizione cristallina che possono colpire il gomito con quadri clinici sovrapponibili.

La tomografia computerizzata (TC) rappresenta il passo successivo quando serve un dettaglio accurato della morfologia ossea, in particolare per quantificare il volume e l’estensione degli osteofiti, mappare i geodi e pianificare un eventuale approccio chirurgico (rimozione di osteofiti, artroplastica, protesi). Le ricostruzioni tridimensionali migliorano la comprensione spaziale delle deformità e permettono al chirurgo di prevedere possibili difficoltà tecniche.

Gli ultrasuoni trovano applicazione complementare per lo studio dei tessuti molli periarticolari, consentendo di identificare versamenti, ispessimenti sinoviali e, soprattutto, la compressione del nervo ulnare nel canale epitrocleo-olecranico, frequente nei quadri avanzati con osteofitosi mediale. In casi selezionati, la TC artrografica o l’RM artrografica permettono di caratterizzare meglio difetti cartilaginei focali o instabilità residua da lesioni legamentose.

Gli esami di laboratorio non sono dirimenti per la diagnosi di artrosi, ma hanno un ruolo fondamentale nella diagnosi differenziale: la normalità degli indici di flogosi e l’assenza di autoanticorpi supportano l’origine degenerativa, mentre valori alterati impongono l’esclusione di artriti sistemiche o infezioni articolari. Nei pazienti con dolore atipico o sintomi sistemici associati, lo screening laboratoristico consente una diagnosi differenziale più sicura.

Oltre ai criteri diagnostici proposti dalle linee guida, nella pratica clinica è fondamentale disporre di sistemi di classificazione radiologica che consentano di quantificare la gravità delle lesioni e di confrontare i reperti nel tempo o tra diversi pazienti. Per il gomito si adottano principalmente schemi generali come la scala di Kellgren–Lawrence, adattata alle articolazioni maggiori, e classificazioni specifiche utilizzate soprattutto in ambito post-traumatico o sportivo, che tengono conto della distribuzione compartimentale (anteriore, posteriore, radio-omerale) e della presenza di osteofiti critici responsabili dell’impingement.

Per descrivere e comunicare in maniera uniforme la gravità radiologica dell’artrosi del gomito, e per collegare i reperti di imaging alle decisioni terapeutiche, si ricorre a due strumenti integrati: una valutazione semiquantitativa delle alterazioni radiografiche e l’impiego di scale clinico-funzionali che quantificano il deficit motorio. La combinazione di questi approcci consente di monitorare la progressione della malattia e di guidare la scelta tra trattamenti conservativi e chirurgici.

La classificazione Kellgren–Lawrence, applicata al gomito, prevede una progressione in stadi: dal grado 0, senza segni radiologici, al grado 1 con osteofiti incerti e rima articolare conservata; al grado 2 con osteofiti definiti e iniziale riduzione dello spazio articolare; al grado 3 con osteofiti multipli, sclerosi subcondrale e deformità ossee; fino al grado 4, in cui si osservano osteofiti voluminosi, marcata riduzione o scomparsa della rima e deformità severe con anchilosi parziale. Questo schema offre un linguaggio condiviso utile sia in clinica che in ricerca.

Nelle forme post-traumatiche o da impingement, oltre a Kellgren–Lawrence, vengono considerati criteri specifici che distinguono la fase attiva, caratterizzata da osteofiti anteriori o posteriori responsabili di blocchi dolorosi e da segni di sinovite reattiva, dalla fase stabilizzata, in cui prevalgono sclerosi e deformità ossee con ridotta sintomatologia infiammatoria ma marcata rigidità. Questa distinzione è rilevante perché i pazienti con malattia attiva presentano dolore più intenso e maggiore disabilità funzionale rispetto a quelli in fase cronica stabilizzata.

L’integrazione clinico-funzionale si ottiene attraverso scale validate che correlano i reperti radiologici con la perdita di funzione. Tra queste, il Patient-Rated Elbow Evaluation (PREE) e il Disabilities of the Arm, Shoulder and Hand (DASH) quantificano dolore, rigidità e limitazioni nelle attività quotidiane. La misurazione goniometrica dell’arco di movimento (flessione, estensione, prono-supinazione) e i test di forza di prensione o di spinta forniscono dati oggettivi sulla capacità funzionale residua. L’uso combinato di classificazione radiologica e scale cliniche permette di stabilire la gravità, monitorare l’evoluzione e pianificare l’intervento terapeutico più adeguato.

Le diagnosi differenziali includono condizioni che possono simulare l’artrosi del gomito: l’artrite reumatoide, che colpisce il gomito con erosioni marginali e sinovite diffusa; l’artrite psoriasica, che può associarsi a dattilite e proliferazione ossea irregolare; le artropatie da cristalli come la gotta, con tofi periarticolari, o la condrocalcinosi, con calcificazioni della cartilagine; le artropatie metaboliche (es. emocromatosi), che determinano degenerazione precoce; e gli esiti traumatici complessi, con artrosi post-frattura o post-lussazione. La distinzione si basa sull’integrazione tra imaging, esami di laboratorio e, quando necessario, ulteriori accertamenti.

Gli accertamenti complementari contribuiscono a definire meglio il quadro clinico: l’ecografia consente di valutare sinovite, versamenti e compressioni nervose, oltre a guidare procedure infiltrative; la risonanza magnetica nei casi attivi documenta edema subcondrale, erosioni precoci e ipertrofia sinoviale; la TC con ricostruzioni tridimensionali è indicata per la pianificazione chirurgica nei casi complessi; i test di performance funzionale (dinamometria, tempi di prensione e di trasporto oggetti) monitorano l’impatto sulla vita quotidiana. Questi strumenti non sono indispensabili alla diagnosi, ma arricchiscono la valutazione clinica e consentono un approccio personalizzato.

In conclusione, la diagnosi di artrosi del gomito non si esaurisce nel riconoscimento dei reperti radiologici, ma richiede un approccio stratificato: classificazioni semiquantitative, identificazione delle varianti post-traumatiche e da impingement, scale clinico-funzionali e accurata esclusione delle diagnosi alternative. Questo metodo integrato garantisce decisioni terapeutiche più appropriate e un monitoraggio affidabile nel tempo.

Trattamento e prognosi

La gestione dell’artrosi del gomito è prevalentemente conservativa e multimodale, con l’obiettivo di ridurre il dolore, preservare l’arco di movimento e mantenere la funzionalità dell’arto superiore. Il percorso terapeutico inizia con l’educazione del paziente, spiegando la natura degenerativa ma non inevitabilmente invalidante della patologia e chiarendo che l’aderenza alle strategie di self-management può rallentarne la progressione. Si promuovono accorgimenti ergonomici e di joint protection, come evitare movimenti ripetitivi di carico, alternare i compiti manuali e usare ausili per ridurre stress eccessivi. Applicazioni di calore o crioterapia nelle fasi algiche possono fornire sollievo temporaneo, mentre l’immobilizzazione prolungata è da evitare per non aggravare la rigidità articolare.

Un ruolo centrale spetta alla fisioterapia, che comprende programmi di mobilizzazione in arco confortevole, stretching capsulare graduale e rinforzo muscolare mirato dei flessori, estensori e stabilizzatori della spalla e dell’avambraccio, al fine di ridistribuire i carichi e migliorare la biomeccanica. Le mobilizzazioni dolci e le tecniche manuali favoriscono la riduzione del dolore e migliorano la compliance all’esercizio. L’impiego di splint o tutori funzionali può essere utile nelle fasi di riacutizzazione dolorosa, soprattutto per contenere i movimenti estremi responsabili di impingement, mentre l’uso prolungato deve essere attentamente bilanciato per non compromettere la mobilità residua. Tecniche ancillari come TENS, ultrasuoni o laser terapia hanno un ruolo solo palliativo e temporaneo, da associare a un programma attivo.

Il trattamento farmacologico mira al controllo del dolore: i FANS topici sono preferibili per sicurezza e tollerabilità, mentre i FANS sistemici vengono riservati a cicli brevi in caso di riacutizzazioni, con attenta valutazione del profilo di rischio gastrointestinale e cardiovascolare. Il paracetamolo può offrire sollievo nelle forme lievi, mentre l’uso di miorilassanti o analgesici centrali non trova indicazione consolidata se non in circostanze eccezionali. Nei casi con sinovite reattiva significativa, infiltrazioni intra-articolari di corticosteroidi, eseguite sotto guida ecografica, possono ridurre il dolore e migliorare temporaneamente la mobilità; il loro impiego deve essere limitato per rischio di effetti avversi locali. Le infiltrazioni con acido ialuronico sono state sperimentate anche al gomito, ma le evidenze restano limitate e il beneficio è variabile.

Quando la sintomatologia persiste nonostante un programma conservativo completo, e il dolore o la rigidità compromettono severamente la funzione, si prendono in considerazione procedure chirurgiche. La rimozione artroscopica degli osteofiti e dei corpi mobili rappresenta un’opzione nei casi di impingement anteriore o posteriore con blocchi articolari. Nei quadri più avanzati, l’artroplastica parziale o totale del gomito viene riservata a pazienti selezionati, soprattutto anziani o con basse richieste funzionali, per l’alto rischio di complicanze e di restrizioni post-operatorie. L’artrodesi del gomito ha indicazioni molto limitate, data la perdita funzionale che ne consegue, ed è presa in considerazione solo in contesti estremi. Nei soggetti giovani e attivi, tecniche di debridement artroscopico o mini-open possono offrire sollievo sintomatico ritardando procedure più invasive.

La prognosi dell’artrosi del gomito varia in base all’eziologia e al fenotipo clinico. Le forme primarie, legate a sovraccarico cronico, hanno spesso un’evoluzione lenta e controllabile con trattamento conservativo, consentendo una funzione accettabile per molti anni. Le forme post-traumatiche, invece, tendono a un decorso più rapido, con rigidità marcata e dolore persistente, richiedendo più frequentemente interventi chirurgici. I fattori che peggiorano la prognosi includono estesa osteofitosi con impingement, corpi mobili multipli, instabilità post-traumatica e compressione del nervo ulnare. In generale, con un approccio precoce e strutturato, la maggior parte dei pazienti riesce a mantenere un arco funzionale di movimento sufficiente per le attività quotidiane, anche se le attività sportive e lavorative gravose possono richiedere adattamenti significativi.

Un aspetto cruciale è la prevenzione della progressione: programmi di esercizio di mantenimento, modifiche ergonomiche, controllo del peso corporeo e cessazione del fumo contribuiscono a ridurre il carico articolare e l’infiammazione sistemica. Il follow-up regolare con valutazione di dolore, arco di movimento e punteggi funzionali (es. PREE, DASH) consente di identificare precocemente peggioramenti e di intervenire tempestivamente. Nei lavoratori manuali sono raccomandati adeguamenti ergonomici e rotazioni di mansione, mentre nei pazienti anziani è fondamentale integrare il lavoro sul gomito con esercizi per il mantenimento della forza prossimale e dell’equilibrio, per preservare l’autonomia globale.

In conclusione, il trattamento dell’artrosi del gomito segue una gerarchia chiara: educazione ed ergonomia come base; fisioterapia ed esercizio terapeutico come cardine; farmaci al bisogno; infiltrazioni selettive nei casi refrattari; chirurgia per dolore persistente, rigidità invalidante o impingement osteofitario con corpi mobili. Con un approccio personalizzato e continuativo, la prognosi è favorevole per il mantenimento della funzione quotidiana, mentre i quadri post-traumatici e avanzati richiedono maggiore attenzione e strategie più aggressive per contenere la disabilità.

Complicanze

Le complicanze dell’artrosi del gomito riflettono l’evoluzione del processo degenerativo e il coinvolgimento combinato di cartilagine, osso subcondrale, capsula e sinovia, cui si aggiungono conseguenze funzionali e rischi legati ai trattamenti. Alcune complicanze riguardano direttamente l’articolazione colpita, altre derivano dalla perdita di funzione dell’arto superiore, mentre una parte è associata agli effetti indesiderati delle terapie conservative o chirurgiche. Identificarle e prevenirle è cruciale per limitare la disabilità e migliorare la prognosi.

Sul piano articolare e strutturale, la progressiva perdita di congruenza determina riduzione permanente dell’arco di movimento con rigidità cronica, spesso più marcata in estensione. L’osteofitosi anteriore e posteriore porta a impingement meccanico, blocchi articolari e limitazione funzionale persistente. La presenza di corpi mobili intra-articolari può indurre episodi ricorrenti di blocco doloroso, peggiorando la qualità della vita. Nei casi più avanzati si sviluppano deformità ossee e anchilosi parziale, con grave compromissione funzionale.

Dal punto di vista neuromuscolare, la riduzione della mobilità genera sovraccarico dei muscoli flessori ed estensori, con rischio di tendinopatie secondarie. L’irritazione del nervo ulnare a livello del solco epitrocleo-olecranico, favorita da osteofiti mediali o da fibrosi pericapsulare, rappresenta una complicanza frequente e si manifesta con parestesie, ipoestesia del IV–V dito e riduzione della forza di presa. Nei casi più severi possono comparire deficit motori intrinseci della mano e atrofia muscolare.

Le complicanze funzionali sono rappresentate dalla perdita progressiva della capacità di estendere e flettere completamente il gomito, con riduzione dell’arco utile per attività quotidiane (portare il cibo alla bocca, vestirsi, igiene personale). La ridotta prono-supinazione ostacola gesti come avvitare o usare utensili. Nei lavoratori manuali questo si traduce in perdita di produttività, mentre negli anziani può comportare ridotta autonomia e rischio di cadute per difficoltà nell’uso del bastone o nell’appoggio protettivo.

Le complicanze sistemiche sono legate soprattutto al dolore cronico e alla limitazione funzionale: perdita di autonomia, ansia e depressione correlate alla disabilità, disturbi del sonno e ridotta qualità della vita. Nei pazienti anziani, la ridotta mobilità dell’arto superiore aumenta la dipendenza da terzi e limita la capacità di mantenere uno stile di vita attivo.

Le complicanze terapeutiche dipendono dal tipo di trattamento. L’uso protratto di FANS orali comporta rischi gastrointestinali, cardiovascolari e renali; le infiltrazioni corticosteroidee, se ripetute o improprie, possono indurre degenerazione tendinea, aumentare il rischio infettivo e determinare alterazioni locali dei tessuti molli. Le infiltrazioni di acido ialuronico presentano un rischio minimo ma non nullo di reazioni locali. Sul piano chirurgico, le complicanze comprendono rigidità residua, dolore persistente, infezioni post-operatorie, instabilità articolare dopo artroplastica, usura o fallimento protesico con necessità di revisione. L’artrodesi, raramente praticata, comporta perdita definitiva della mobilità e adattamenti funzionali rilevanti.

Nel lungo periodo, l’artrosi del gomito può condurre a una disabilità cronica, con riduzione significativa della funzionalità dell’arto superiore e impatto sulle attività quotidiane e lavorative. Immobilizzazioni eccessive o utilizzo improprio di tutori possono accentuare la rigidità e causare atrofia muscolare. La sensibilizzazione centrale legata al dolore cronico contribuisce a peggiorare la sintomatologia e a ridurre la risposta ai trattamenti analgesici.

In sintesi, le complicanze dell’artrosi del gomito comprendono rigidità cronica, impingement osteofitario, corpi mobili e anchilosi; neuropatie da compressione, soprattutto del nervo ulnare; deficit funzionali con grave limitazione dell’arco di movimento; conseguenze psicosociali e sistemiche del dolore cronico; effetti collaterali farmacologici e complicanze chirurgiche. La prevenzione passa per diagnosi precoce, fisioterapia personalizzata, uso oculato dei farmaci e selezione accurata dei candidati a chirurgia, con l’obiettivo di preservare il più possibile funzione e qualità della vita.

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