
I DMOADs (Disease-Modifying Osteoarthritis Drugs) rappresentano una nuova frontiera nella terapia dell’artrosi. A differenza dei trattamenti convenzionali, mirati soprattutto al controllo del dolore e al miglioramento funzionale, questi farmaci hanno come obiettivo la modifica del decorso naturale della malattia, agendo direttamente sui processi biologici e strutturali che ne determinano la progressione.
Il razionale alla base dei DMOADs risiede nell’intervento mirato sui meccanismi che regolano l’omeostasi articolare, con l’intento di preservare o rigenerare la cartilagine, modulare l’infiammazione sinoviale cronica a basso grado e contrastare i fenomeni degenerativi a carico dell’osso subcondrale e dei tessuti periarticolari. Questa prospettiva si discosta in modo netto dalle strategie puramente sintomatiche, aprendo la strada a terapie potenzialmente modificanti la malattia.
Al momento, nessun DMOAD ha ancora ottenuto l’approvazione per l’impiego clinico routinario, ma numerosi candidati sono in fase di studio avanzata. Tra i più investigati figura lo Sprifermin (FGF18), un fattore di crescita ricombinante che stimola la proliferazione condrocitaria e la deposizione di matrice cartilaginea. Gli studi clinici hanno dimostrato la capacità di aumentare lo spessore della cartilagine misurato con risonanza magnetica, evidenziando un effetto strutturale diretto. Tuttavia, la traduzione di questo incremento in un beneficio sintomatologico rimane parziale, con risultati ancora contrastanti. Lo Sprifermin è considerato un prototipo di DMOAD a razionale rigenerativo, oggetto di trial di fase II e III con endpoint strutturali e clinici combinati.
Un secondo approccio è rappresentato da Lorecivivint, una piccola molecola in grado di modulare le vie intracellulari Wnt/β-catenina e MAPK. Questi pathway sono centrali nel mantenimento dell’equilibrio condrocitario e nell’attivazione di processi infiammatori. Lorecivivint agisce riducendo l’espressione di geni pro-catabolici e favorendo un ambiente articolare più stabile. I trial hanno mostrato un potenziale duplice beneficio, sia nella riduzione del dolore sia nella preservazione della struttura, sebbene con variabilità tra sottogruppi di pazienti. È uno dei candidati più avanzati nello sviluppo clinico tra i DMOADs di tipo “condroprotettivo”.
Un altro filone riguarda gli anticorpi anti-NGF, sviluppati per bloccare l’azione del nerve growth factor, mediatore chiave della sensibilizzazione nocicettiva. Questi farmaci hanno mostrato una potente efficacia analgesica nei trial clinici, spesso superiore ai FANS convenzionali. Tuttavia, il loro posizionamento come DMOAD è discusso: l’effetto principale riguarda la riduzione del dolore, mentre gli impatti sulla progressione strutturale restano incerti. Inoltre, sono emersi segnali di sicurezza importanti, in particolare casi di rapida progressione artrosica, che hanno portato a restrizioni e cautela nello sviluppo clinico.
Accanto a questi approcci farmacologici emergono le strategie di terapia genica intra-articolare, concepite per veicolare direttamente nel compartimento articolare geni che codificano per fattori anabolici o anti-infiammatori. L’obiettivo è ottenere una produzione locale e prolungata di molecole terapeutiche, riducendo la necessità di somministrazioni ripetute e limitando gli effetti sistemici. Le piattaforme di vettori virali o non virali sono state testate in modelli animali e in trial precoci, mostrando la possibilità di un controllo più mirato dei processi degenerativi articolari. Questa strategia, pur ancora sperimentale, è vista come una delle più promettenti per un approccio realmente disease-modifying.
Infine, le senoterapie si basano sull’eliminazione selettiva o sulla modulazione delle cellule senescenti presenti nei tessuti articolari. Tali cellule, attraverso il loro secretoma pro-infiammatorio e catabolico (SASP, senescence-associated secretory phenotype), contribuiscono a mantenere uno stato di infiammazione cronica di basso grado e a favorire la degradazione della matrice cartilaginea. Intervenire su questo meccanismo significa agire su uno dei driver fondamentali della progressione artrosica. Sebbene la ricerca sia ancora alle fasi preliminari, il concetto di “ringiovanimento tissutale” rappresenta un’innovazione radicale che amplia le prospettive di trattamento futuro.