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IMMUNOLOGIA

L’immunologia è la branca della medicina che studia la struttura e le funzioni del sistema immunitario, cioè l’insieme coordinato di barriere anatomiche, cellule, recettori e mediatori solubili deputati al riconoscimento e al controllo di microrganismi patogeni, tossine e cellule trasformate, mantenendo al contempo la tolleranza verso i tessuti propri e verso antigeni innocui. In condizioni fisiologiche, l’immunità innata e adattativa cooperano per neutralizzare l’aggressione esterna, riparare il danno tissutale e “ricordare” l’incontro con determinati antigeni, riducendo tempi e intensità di risposta alle esposizioni successive. Quando questi meccanismi si alterano, il sistema immunitario può diventare inefficace, causando infezioni ricorrenti e neoplasie, oppure eccessivamente reattivo, determinando malattie infiammatorie croniche, allergie e autoimmunità.

Dal punto di vista di salute pubblica, le patologie immunomediate rappresentano un continuum clinico che comprende infezioni severe in soggetti fragili, malattie autoimmuni d’organo o sistemiche, sindromi di autoinfiammazione, allergie respiratorie e cutanee, reazioni di ipersensibilità a farmaci e alimenti, rigetto del trapianto e complicanze immunitarie delle terapie moderne. La transizione demografica, l’esposizione ambientale, i cambiamenti del microbiota, l’invecchiamento immunologico e l’espansione di farmaci immunomodulanti e biologici contribuiscono a rendere l’immunologia sempre più centrale nella pratica clinica, sia in medicina interna sia nelle discipline d’organo.

Parallelamente, negli ultimi decenni l’immunologia ha compiuto progressi straordinari: la definizione molecolare dei recettori dell’immunità innata, la comprensione della presentazione antigenica e della selezione clonale, l’identificazione dei principali assi citochinici e la classificazione genetica degli errori congeniti dell’immunità hanno trasformato diagnostica e terapia. Le stesse conoscenze hanno aperto la strada a strategie terapeutiche selettive, dai biologici anti citochine e anti recettori ai piccoli inibitori intracellulari, fino a terapie cellulari e geniche in contesti selezionati, mantenendo come obiettivo clinico il bilanciamento tra controllo dell’infiammazione e preservazione della protezione anti infettiva.

Definizione di malattia immunologica e principali categorie nosologiche

Con il termine malattie immunologiche si indica un ampio spettro di condizioni in cui il sistema immunitario risulta quantitativamente o qualitativamente alterato, con conseguenze cliniche che vanno dalla suscettibilità infettiva fino al danno tissutale mediato dall’infiammazione. Un primo grande spartiacque è rappresentato dalle immunodeficienze, oggi spesso descritte come errori congeniti dell’immunità, nelle quali difetti della risposta innata, della produzione anticorpale, della funzione linfocitaria o del complemento si traducono in infezioni ricorrenti, opportunistiche o insolite, e in una maggiore predisposizione a complicanze autoimmuni e neoplastiche. In queste condizioni, la stessa “fragilità immunitaria” può manifestarsi con fenotipi differenti in base al difetto molecolare, all’età di esordio e alle esposizioni ambientali.

All’estremo opposto del continuum si collocano le patologie da iperattivazione o deviazione della risposta: le malattie autoimmuni, in cui si perde la tolleranza verso antigeni self con produzione di autoanticorpi e/o risposta T autoreattiva, e le sindromi di autoinfiammazione, guidate soprattutto da disfunzioni dell’immunità innata e da un eccesso di mediatori pro infiammatori. A queste si affiancano le malattie allergiche, sostenute da risposte immunitarie inappropriate verso antigeni innocui, spesso con polarizzazione Th2, attivazione mastocitaria e produzione di IgE, che possono tradursi in rinite, asma, dermatite atopica, orticaria o anafilassi. Un ulteriore capitolo comprende le reazioni immunomediate a farmaci, incluse forme immediate e ritardate, e le ipersensibilità a contatto o da esposizione professionale, dove la corretta identificazione del meccanismo immunopatologico orienta prevenzione e gestione.

L’immunologia clinica include inoltre le condizioni legate al riconoscimento dell’“altro” biologico, come la compatibilità e il rigetto nel trapianto d’organo e di cellule staminali emopoietiche, le complicanze immunitarie della trasfusione e la gestione dell’immunosoppressione. Infine, la relazione tra immunità e tumore è diventata un asse portante della medicina moderna: il sistema immunitario svolge un ruolo di sorveglianza verso cellule trasformate, ma i tumori possono eludere il controllo immunitario attraverso meccanismi di immunoediting e microambiente immunosoppressivo. In questo contesto, l’immunoterapia oncologica, pur non essendo il cuore dell’immunologia generale, rappresenta un esempio paradigmatico di come la modulazione selettiva della risposta possa modificare la storia naturale di malattie prima a prognosi sfavorevole.

In tutte queste categorie, il punto clinico cruciale è identificare quale componente della risposta è dominante: difetto di barriera, disfunzione dell’immunità innata, alterazione dell’immunità adattativa, perdita di tolleranza, iperreattività mastocitaria o squilibrio citochinico. Questa classificazione funzionale consente di passare dalla semplice etichetta diagnostica alla comprensione del meccanismo, impostando un iter diagnostico razionale e una strategia terapeutica coerente, con particolare attenzione al rischio infettivo e alle complicanze d’organo associate alla cronicità dell’infiammazione.

Epidemiologia e fattori di rischio immunologici

Le malattie immunologiche, considerate nel loro insieme, mostrano un’ampia variabilità epidemiologica e una forte dipendenza da età, sesso, genetica e ambiente. Le malattie autoimmuni comprendono numerose entità d’organo e sistemiche e tendono a essere più frequenti nel sesso femminile, a suggerire un ruolo rilevante di ormoni, assetto cromosomico, risposta immunitaria innata e fattori epigenetici. Le malattie allergiche, in particolare quelle respiratorie e cutanee, hanno mostrato un aumento di prevalenza in molte popolazioni, con contributi plausibili di urbanizzazione, esposizioni indoor, inquinanti, cambiamenti dietetici e modificazioni del microbiota. Le immunodeficienze primitive, storicamente considerate rarissime, sono oggi riconosciute con frequenza crescente grazie a criteri clinici più sensibili, alla disponibilità di test funzionali e alla diagnostica genetica, e includono fenotipi che vanno oltre le infezioni, comprendendo autoimmunità, allergia, linfoproliferazione e predisposizione a neoplasie.

I fattori di rischio immunologici possono essere letti come determinanti di squilibrio tra protezione e danno. La predisposizione genetica può agire sia come difetto “monogenico” con fenotipo definito, sia come insieme di varianti poligeniche che modulano la soglia di attivazione immune. A livello ambientale, alcune infezioni possono innescare risposte autoimmuni attraverso mimetismo molecolare, bystander activation o persistenza antigenica, mentre altre esposizioni possono favorire polarizzazioni immunitarie specifiche, ad esempio verso risposte Th2 in soggetti atopici. Il microbiota intestinale, attraverso metaboliti e segnali immunomodulanti, contribuisce alla maturazione del sistema immunitario e al mantenimento della tolleranza; alterazioni qualitative o quantitative della comunità microbica sono state associate, in differenti modelli e popolazioni, a un rischio maggiore di infiammazione cronica e disimmunità.

Fattori di rischio “clinici” includono farmaci e procedure che modificano la funzione immunitaria. Immunosoppressori, biologici e piccoli inibitori intracellulari possono ridurre l’infiammazione patologica, ma aumentano la suscettibilità infettiva e possono riattivare infezioni latenti; al contrario, immunostimolazioni intense in ambito oncologico possono scatenare eventi avversi immunomediati che imitano o amplificano quadri autoimmuni. Anche condizioni metaboliche e sistemiche influenzano la risposta: obesità e insulino resistenza sono associate a uno stato infiammatorio di basso grado, mentre malattia renale cronica e fragilità possono alterare barriere, immunità innata e risposta vaccinale. L’età rappresenta un determinante trasversale: nei primi anni di vita prevalgono difetti congeniti e manifestazioni di immaturità o disregolazione, mentre nell’anziano l’immunosenescenza e l’inflammaging aumentano vulnerabilità a infezioni, riducono la risposta ai vaccini e modulano la presentazione clinica delle malattie immunomediate.

La valutazione del rischio, in immunologia, non riguarda solo la probabilità di “avere” una malattia, ma soprattutto il bilanciamento tra rischio di infezione e rischio di danno infiammatorio. Nei soggetti con sospetta immunodeficienza, riconoscere precocemente segnali di allarme e caratteristiche di severità permette di prevenire danni d’organo irreversibili; nei pazienti con malattia autoimmune o allergica, individuare fenotipi e endotipi consente di scegliere terapie mirate e ridurre esposizione non necessaria a immunosoppressione. In questo senso, l’epidemiologia diventa uno strumento pratico: orienta lo sguardo clinico verso le condizioni più probabili in quel contesto demografico e ambientale, mantenendo però l’attenzione su forme rare ma ad alto impatto prognostico.

Fisiologia immunitaria e basi fisiopatologiche della malattia

Il sistema immunitario integra due grandi modalità di difesa: immunità innata e immunità adattativa. L’immunità innata comprende barriere cutaneo mucosali, cellule fagocitarie, cellule dendritiche, cellule NK e sistemi solubili come complemento e mediatori infiammatori; essa riconosce pattern molecolari conservati tramite recettori di riconoscimento e attiva rapidamente meccanismi effettori. L’immunità adattativa, mediata da linfociti T e B, conferisce specificità antigenica e memoria: i linfociti T orchestrano risposte cellulari e regolatorie, mentre i linfociti B producono anticorpi e contribuiscono alla presentazione antigenica. Il dialogo tra i due compartimenti è continuo e avviene attraverso presentazione dell’antigene, costimolazione e reti citochiniche che determinano qualità, intensità e durata della risposta.

La fisiopatologia delle malattie immunologiche può essere compresa come alterazione di quattro assi principali: difesa contro patogeni, controllo dell’infiammazione, tolleranza immunologica e riparazione tissutale. Nelle immunodeficienze, difetti di sviluppo linfocitario, di ricombinazione dei recettori antigenici, di segnalazione citochinica o di funzione fagocitaria riducono la capacità di eliminare patogeni, favorendo infezioni ripetute e croniche; la persistenza antigenica può alimentare un’infiammazione inefficace che, paradossalmente, aumenta il danno tissutale. In alcune condizioni, la stessa mutazione che indebolisce la difesa può anche compromettere i freni regolatori, determinando autoimmunità e linfoproliferazione: questo spiega perché, in una quota di pazienti, autoimmunità e immunodeficienza coesistono nello stesso quadro clinico.

Nell’autoimmunità, il punto centrale è la perdita di tolleranza centrale e periferica. Meccanismi come la selezione timica, la delezione clonale, l’anergia, la soppressione mediata da cellule T regolatorie e il controllo dei centri germinativi limitano fisiologicamente la comparsa di risposte contro antigeni self. Quando questi controlli falliscono, cellule T autoreattive e cellule B produttrici di autoanticorpi possono attivarsi, sostenute da segnali di pericolo, interferoni, citochine pro infiammatorie e presentazione antigenica aberrante. Gli autoanticorpi possono essere patogeni direttamente, attraverso neutralizzazione o attivazione recettoriale, formazione di immunocomplessi e attivazione del complemento, oppure possono fungere da marcatori di processo, mentre il danno finale dipende dalla combinazione di infiammazione, citotossicità cellulare e alterazioni microvascolari.

Nelle allergie, la risposta immunitaria è deviata verso antigeni innocui, spesso con polarizzazione Th2, produzione di IgE e attivazione di mastociti e basofili. La degranulazione mastocitaria, mediata da legame dell’allergene a IgE specifiche, può generare quadri locali o sistemici, fino all’anafilassi. Le reazioni di ipersensibilità ritardata, invece, coinvolgono prevalentemente linfociti T e mediatori cellulari, con pattern clinici che variano da dermatiti a coinvolgimenti multiorgano. Un ruolo trasversale è svolto dalle citochine e dalle vie di segnalazione intracellulari: la modulazione farmacologica selettiva di questi assi, oggi disponibile in molte aree cliniche, dimostra quanto la comprensione molecolare della fisiopatologia possa tradursi in strategie terapeutiche efficaci, ma richiede sempre una valutazione attenta delle conseguenze sul controllo delle infezioni e sulla sorveglianza immunitaria.

Classificazione, stratificazione del rischio e significato prognostico

La classificazione in immunologia non è soltanto descrittiva: serve a collegare fenotipo clinico e meccanismo biologico, riducendo l’ambiguità di quadri che, a livello di sintomo, possono apparire simili. Nelle immunodeficienze, le classificazioni moderne integrano difetto molecolare, immunofenotipo e manifestazioni cliniche, riconoscendo che un singolo gene può generare un ampio spettro, e che fenotipi simili possono derivare da meccanismi differenti. Questo approccio è particolarmente importante perché le opzioni terapeutiche variano dalla semplice prevenzione infettiva fino a trapianto di cellule staminali o terapia genica in contesti selezionati, e la scelta dipende dalla severità e dalla reversibilità del danno d’organo.

La stratificazione del rischio in immunologia mira a prevedere eventi clinicamente rilevanti: infezioni severe, danno d’organo da infiammazione cronica, complicanze trombotiche o microvascolari, riacutizzazioni e tossicità del trattamento. Nei pazienti con autoimmunità sistemica, il rischio dipende dalla combinazione tra attività di malattia, organi bersaglio coinvolti, carico infiammatorio, comorbidità e terapia necessaria; spesso la prognosi non è determinata solo dalla malattia in sé, ma dal bilanciamento tra immunosoppressione e rischio infettivo. Nelle allergie, la stratificazione considera storia di reazioni sistemiche, comorbidità respiratorie, esposizione all’allergene e accessibilità alle misure di emergenza; in alcune condizioni, la presenza di cofattori come esercizio fisico o farmaci può modulare in modo sostanziale il rischio di episodi gravi.

Biomarcatori e test funzionali contribuiscono a definire prognosi e percorso terapeutico. Emocromo, immunoglobuline, complementemia, fenotipizzazione linfocitaria e test di funzione anticorpale orientano il rischio infettivo e la necessità di terapia sostitutiva. Autoanticorpi, livelli di complemento, profili citochinici e parametri di infiammazione possono riflettere attività di malattia autoimmune, pur con differenze significative tra entità. La prognosi, infine, è influenzata dalla tempestività della diagnosi: riconoscere precocemente un errore congenito dell’immunità o un’infiammazione sistemica non controllata può prevenire bronchiectasie, insufficienze d’organo, disabilità e mortalità evitabile, mentre la diagnosi tardiva spesso comporta un carico irreversibile di complicanze che condiziona la risposta a qualsiasi trattamento successivo.

Un elemento clinico trasversale è l’impatto sulla qualità di vita. Malattie immunologiche croniche possono determinare stanchezza, limitazioni funzionali, assenze lavorative, restrizioni dietetiche o ambientali e un peso psicologico rilevante legato all’imprevedibilità delle riacutizzazioni o al timore di infezioni. Per questo, la stratificazione del rischio non deve essere intesa solo come previsione di esiti “duri”, ma come strumento per personalizzare intensità terapeutica, prevenzione, follow up e supporto multidisciplinare, integrando obiettivi clinici e priorità individuali del paziente.

Principi generali di diagnosi immunologica

La diagnosi immunologica richiede un approccio sistematico che parte dall’anamnesi e dall’esame obiettivo, con particolare attenzione a pattern ricorrenti e associazioni cliniche. In caso di sospetta immunodeficienza, l’anamnesi deve ricostruire frequenza, sede, gravità e agente delle infezioni, la risposta agli antibiotici, la presenza di infezioni opportunistiche, la storia vaccinale e la tolleranza ai vaccini vivi attenuati, oltre a eventuali ricoveri e sequele come bronchiectasie. Sono importanti anche segni extra infettivi, come autoimmunità, enteropatia, dermatiti severe, linfoadenopatie persistenti, splenomegalia e familiarità per infezioni gravi o decessi precoci. Nelle malattie autoimmuni e autoinfiammatorie, l’anamnesi deve definire andamento temporale, trigger, febbri ricorrenti, manifestazioni mucocutanee, articolari e d’organo, mentre nelle allergie la raccolta accurata di esposizioni, tempi di insorgenza e riproducibilità dei sintomi è decisiva per distinguere sensibilizzazione da malattia clinicamente significativa.

Gli esami di primo livello includono emocromo con formula, indici di infiammazione, dosaggio delle immunoglobuline, elettroforesi proteica e valutazione di funzionalità d’organo in base al sospetto clinico. Un inquadramento immunologico di base può comprendere lo studio del complemento, soprattutto nei pazienti con infezioni da batteri capsulati o quadri suggestivi di malattia da immunocomplessi. La fenotipizzazione linfocitaria mediante citofluorimetria consente di quantificare sottopopolazioni T, B e NK e, in contesti selezionati, di valutare marker di attivazione o difetti di espressione proteica. Test funzionali, come risposta anticorpale a vaccinazioni o antigeni specifici, saggi di proliferazione o analisi della funzione fagocitaria, sono fondamentali per passare dalla fotografia quantitativa alla comprensione qualitativa della risposta immune.

Nelle malattie autoimmuni, lo studio degli autoanticorpi, dei livelli di complemento e di biomarcatori d’organo va integrato con clinica e, quando indicato, con imaging e biopsia tissutale, perché la diagnosi è spesso un equilibrio tra pattern clinico, sierologia e segni di danno d’organo. Nelle allergie, i test cutanei e il dosaggio di IgE specifiche devono essere interpretati nel contesto della storia clinica, evitando di trasformare la sola sensibilizzazione in diagnosi di malattia; in situazioni selezionate, test di provocazione o valutazioni controllate possono chiarire il significato clinico di un dato immunologico, sempre in ambienti idonei per sicurezza. Nei sospetti di errori congeniti dell’immunità, la diagnostica genetica con pannelli mirati o sequenziamento più esteso ha assunto un ruolo crescente, perché consente di confermare diagnosi, definire prognosi, guidare terapia e offrire counseling familiare, ma deve essere sempre correlata a fenotipo e test immunologici, per evitare interpretazioni non supportate clinicamente.

L’obiettivo finale dell’iter diagnostico è definire non solo “che cosa” ha il paziente, ma “perché” lo ha: identificare il meccanismo predominante e le conseguenze cliniche attese, impostando un percorso che includa prevenzione delle infezioni, monitoraggio del danno d’organo e scelta della terapia più mirata possibile, minimizzando esposizioni inutili a immunosoppressione o procedure invasive.

Principi generali di trattamento e prevenzione in immunologia

Il trattamento delle malattie immunologiche è guidato dal principio di ripristinare un equilibrio tra protezione e controllo dell’infiammazione. Nelle immunodeficienze, la terapia può includere misure generali di prevenzione infettiva, profilassi antimicrobica, trattamento tempestivo delle infezioni e, quando indicato, terapia sostitutiva con immunoglobuline per ridurre frequenza e gravità degli episodi infettivi e prevenire danni d’organo. In forme selezionate e severe, il trapianto di cellule staminali emopoietiche rappresenta un’opzione potenzialmente curativa, mentre approcci di terapia genica o terapie mirate al difetto molecolare stanno assumendo un ruolo crescente in centri specializzati. In ogni caso, la strategia terapeutica deve essere personalizzata in base a severità, organi coinvolti, reversibilità del danno e contesto infettivo.

Nelle malattie autoimmuni e autoinfiammatorie, l’obiettivo è ridurre attività di malattia e prevenire danno d’organo con la minima immunosoppressione necessaria. Corticosteroidi e immunosoppressori convenzionali hanno un ruolo in molte condizioni, ma la disponibilità di biologici anti citochine o anti recettori e di piccoli inibitori intracellulari ha reso possibile una modulazione più selettiva delle vie patogenetiche, con potenziale miglioramento di efficacia e riduzione di tossicità sistemica, pur richiedendo monitoraggi rigorosi per rischio infettivo, riattivazioni e effetti avversi specifici. La gestione include anche la prevenzione delle complicanze: profilassi anti osteoporosi in caso di steroidi prolungati, vaccinazioni appropriate, screening e monitoraggio laboratoristico per intercettare precocemente eventi avversi e ottimizzare l’aderenza.

Nelle malattie allergiche, la terapia unisce evitamento ragionato dell’allergene quando possibile, controllo farmacologico dei sintomi e, in contesti appropriati, immunoterapia allergene specifica per modificare la storia naturale della malattia. Per le reazioni sistemiche gravi, l’accesso precoce a adrenalina intramuscolo e l’educazione alla gestione dell’emergenza sono elementi decisivi, insieme all’identificazione di fattori di rischio e cofattori che aumentano la gravità. In ambito respiratorio e cutaneo, la modulazione delle vie Th2 e dei mediatori dell’infiammazione ha introdotto biologici efficaci in sottogruppi selezionati, rendendo ancora più importante la definizione accurata di fenotipo e gravità per evitare sottotrattamento o overtreatment.

La prevenzione in immunologia è parte integrante della cura. Le vaccinazioni rappresentano uno strumento essenziale di protezione individuale e di comunità, ma devono essere adattate al profilo immunitario del paziente, distinguendo i casi in cui vaccini vivi attenuati sono controindicati. La prevenzione comprende inoltre counseling su esposizioni, misure di igiene e sicurezza alimentare in pazienti immunocompromessi, gestione delle comorbidità che amplificano il rischio infettivo e strategie di follow up per intercettare precocemente segni di riattivazione o progressione. In questo quadro, l’immunologia moderna tende verso una medicina di precisione: meno “immunosoppressione globale” e più modulazione mirata, guidata da biomarcatori, genetica e risposta clinica.

Organizzazione dell’assistenza immunologica e continuità di cura

La gestione delle patologie immunologiche richiede modelli assistenziali integrati, perché molte condizioni sono multisistemiche e attraversano confini disciplinari. Ambulatori dedicati a immunodeficienze, autoimmunità sistemica, allergologia complessa e immunologia d’organo consentono una presa in carico che unisce diagnosi, terapia e prevenzione, coordinando vaccinazioni, profilassi e monitoraggio. La continuità di cura è particolarmente critica nei pazienti con immunodeficienze congenite che raggiungono l’età adulta, dove la transizione da percorsi pediatrici a quelli dell’adulto deve essere strutturata per evitare interruzioni di terapia sostitutiva, perdita di follow up e diagnosi tardiva di complicanze d’organo.

Nelle malattie autoimmuni e autoinfiammatorie, l’integrazione con reumatologia, nefrologia, gastroenterologia, dermatologia, neurologia e pneumologia è spesso indispensabile, perché l’organo bersaglio determina urgenze, indagini e obiettivi terapeutici specifici. La gestione multidisciplinare è altrettanto importante per la sicurezza delle terapie: screening infettivologico, piani vaccinali, monitoraggi ematochimici e protocolli di gestione degli effetti avversi riducono rischi e migliorano aderenza. Nei pazienti con allergie severe, la rete tra territorio, pronto soccorso e specialistica serve a garantire diagnosi corretta, disponibilità dei farmaci di emergenza e revisione periodica del rischio.

Un ruolo crescente è svolto da registri, percorsi di diagnosi genetica e collaborazione con laboratori di immunologia clinica, perché la complessità del dato immunologico richiede interpretazione esperta e standardizzazione. Anche telemedicina e monitoraggio remoto possono essere utili per follow up di pazienti immunocompromessi e per ridurre esposizioni evitabili durante fasi epidemiche o in caso di fragilità. L’obiettivo clinico resta la stessa sintesi: prevenire infezioni e danno d’organo, controllare l’infiammazione patologica e preservare la qualità di vita, con una presa in carico continuativa e personalizzata basata su meccanismi, non solo su etichette diagnostiche.

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