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Teleangectasia Emorragica Ereditaria
(Sindrome di Rendu-Osler-Weber)

La teleangectasia emorragica ereditaria (HHT, dall’inglese Hereditary Hemorrhagic Telangiectasia), nota anche come sindrome di Rendu-Osler-Weber, è una malattia genetica autosomica dominante caratterizzata dalla presenza di teleangectasie mucocutanee e malformazioni artero-venose (MAV) viscerali, con predisposizione al sanguinamento ricorrente e cronico, in particolare a carico delle mucose nasali e gastrointestinali.


L’HHT ha una prevalenza stimata di circa 1 caso ogni 5.000-8.000 persone nel mondo, anche se è verosimilmente sottodiagnosticata a causa dell’elevata variabilità fenotipica e della possibile insorgenza tardiva dei sintomi. Colpisce uomini e donne in eguale misura e può manifestarsi a qualsiasi età, sebbene le epistassi ricorrenti rappresentino spesso il primo segno clinico, già nell’infanzia o adolescenza.


Si tratta di una malattia sistemica che coinvolge l’endotelio vascolare e i processi di angiogenesi, con un difetto nella formazione della rete capillare e uno sviluppo anomalo di connessioni artero-venose prive di letto capillare interposto. Le conseguenze cliniche vanno dall’epistassi cronica all’anemia sideropenica, fino a complicanze potenzialmente gravi come ictus ischemico, emorragie gastrointestinali massicce, scompenso cardiaco ad alta portata e ascessi cerebrali.


L’HHT è inclusa nell’elenco delle malattie rare ed è oggetto di numerosi studi internazionali che ne stanno chiarendo i meccanismi molecolari e aprendo prospettive terapeutiche innovative, in particolare nell’ambito dell’inibizione dell’angiogenesi patologica.

Eziologia, patogenesi e fisiopatologia

L’eziologia della teleangectasia emorragica ereditaria risiede in mutazioni genetiche a trasmissione autosomica dominante che compromettono l’omeostasi dell’endotelio vascolare e i processi di angiogenesi. Le principali mutazioni causative identificate fino ad oggi coinvolgono tre geni:


ENG e ACVRL1 codificano per proteine espresse nell’endotelio e coinvolte nella via di segnalazione del fattore di crescita trasformante β (TGF-β), un pathway cruciale per il controllo della proliferazione, migrazione e differenziazione cellulare nel contesto dell’angiogenesi. Le mutazioni in questi geni portano a una disregolazione dell’equilibrio tra fattori pro- e anti-angiogenici, con formazione di vasi patologicamente fragili e strutturalmente anomali.


I fattori di rischio che influenzano l’espressività fenotipica comprendono la predisposizione genetica familiare (presente in oltre il 90% dei pazienti), ma anche fattori ambientali come l’ipossia cronica, gli stimoli infiammatori, le variazioni ormonali e lo stress meccanico vascolare, che possono modulare la comparsa e la progressione delle teleangectasie e delle MAV.


Dal punto di vista patogenetico, la perdita di funzione di ENG o ALK1 si traduce in un difetto di maturazione del letto capillare, con formazione di connessioni artero-venose dirette prive di struttura laminare e di supporto perivascolare (periciti e cellule muscolari lisce). Ciò determina la comparsa di due lesioni caratteristiche:


Le teleangectasie sono il risultato di un processo angiogenico aberrante, in cui i capillari si dilatano progressivamente fino a perdere la capacità di contenere il flusso ematico. Le MAV viscerali, invece, rappresentano una forma più grave di disorganizzazione vascolare, in cui lo shunt artero-venoso determina alterazioni emodinamiche rilevanti, come l’aumento della gittata cardiaca, l’ipossiemia o il passaggio di emboli settici nel circolo sistemico.


Dal punto di vista fisiopatologico, le emorragie mucose (epistassi, sanguinamenti gastrointestinali) derivano dalla fragilità intrinseca delle teleangectasie, che non possiedono le normali barriere strutturali capillari. L’epistassi cronica, presente in oltre il 90% dei pazienti, è causata dalla rottura spontanea o traumatica delle teleangectasie nella sottomucosa nasale, in particolare a livello del plesso di Kiesselbach. Le emorragie gastrointestinali compaiono tipicamente dopo i 50 anni e si localizzano preferenzialmente nello stomaco e nel duodeno.

Manifestazioni cliniche

Il quadro clinico della teleangectasia emorragica ereditaria è caratterizzato da una combinazione di sanguinamenti mucocutanei ricorrenti e malformazioni artero-venose viscerali, con un’elevata variabilità interindividuale e intrafamiliare. I sintomi possono comparire in età infantile, adolescenziale o adulta, con un andamento cronico e spesso ingravescente nel tempo.


La manifestazione più precoce e frequente è l’epistassi spontanea e ricorrente, presente nel 90-95% dei pazienti. Si tratta di emorragie nasali che inizialmente si manifestano in modo episodico, per poi diventare più frequenti e copiose con l’età. Possono insorgere sia a riposo che in seguito a lievi traumi o a cambiamenti ambientali (aria secca, caldo, raffreddore), e spesso rappresentano il primo segno clinico riconoscibile della malattia.


Le teleangectasie mucocutanee compaiono in genere più tardivamente, dopo la seconda decade di vita, e si localizzano preferenzialmente a livello di:


Clinicamente si presentano come macchie rosso-violacee puntiformi o arboriformi, che sbiancano alla digitopressione e tendono ad aumentare di numero e dimensioni con l’età. Possono essere asintomatiche o sanguinare facilmente al contatto o in seguito a microtraumi.


Le malformazioni artero-venose viscerali rappresentano le manifestazioni sistemiche più rilevanti della malattia e possono interessare diversi organi:


Il quadro ematologico associato è dominato dall’anemia da carenza marziale, dovuta alla somma di microemorragie croniche (nasali e digestive). L’anemia può essere di grado variabile e, nei casi severi, richiedere trasfusioni periodiche o supplementazione endovenosa di ferro.


Altri segni e sintomi meno comuni includono:

Nel loro complesso, le manifestazioni cliniche dell’HHT impongono un alto indice di sospetto clinico, soprattutto in presenza di sanguinamenti mucosi ricorrenti, familiarità positiva e lesioni vascolari visibili. L’eterogeneità fenotipica rende necessario un approccio sistematico e multidisciplinare per il riconoscimento e la gestione precoce delle complicanze viscerali potenzialmente gravi.

Accertamenti e diagnosi

La diagnosi della teleangectasia emorragica ereditaria si basa su una combinazione di criteri clinici e accertamenti strumentali e genetici. Data l’elevata variabilità fenotipica e l’assenza di un singolo test diagnostico patognomonico, è fondamentale un approccio sistematico e multidisciplinare, mirato all’identificazione delle caratteristiche cliniche cardinali e alla ricerca attiva delle malformazioni viscerali.


La prima fase del percorso diagnostico consiste nella valutazione clinica, mediante raccolta anamnestica accurata (epistassi, familiarità, precedenti ictus o infezioni cerebrali, emorragie gastrointestinali) e ispezione fisica approfondita (teleangectasie mucocutanee, lesioni vascolari visibili). Il medico deve porre attenzione alla frequenza, durata e modalità di insorgenza degli episodi emorragici, nonché alla loro evoluzione nel tempo.



A questi si affiancano esami strumentali di primo e secondo livello per la conferma e la valutazione delle complicanze:


Gli esami ematochimici di supporto includono emocromo (spesso con anemia microcitica ipocromica), sideremia, ferritina, transferrina, reticolociti, e test coagulativi (che di norma risultano nella norma). Il dosaggio della saturazione di ossigeno arterioso e lo studio dei gas ematici possono essere indicati in presenza di shunt polmonari significativi.


Il test genetico molecolare è altamente specifico e può confermare la diagnosi nei casi dubbi o nei familiari asintomatici a rischio. L’analisi dei geni ENG, ACVRL1 e SMAD4 consente l’identificazione di mutazioni causative nel 75-90% dei casi, e ha un ruolo fondamentale nella diagnosi presintomatica e nel counselling genetico familiare. Va ricordato che la negatività al test genetico non esclude la diagnosi, data l’esistenza di mutazioni ancora non identificate o di significato incerto.


Infine, nei pazienti con diagnosi confermata o fortemente sospetta, è raccomandato un screening sistematico periodico per la ricerca di MAV viscerali, anche in assenza di sintomi. Le linee guida internazionali raccomandano il primo screening alla diagnosi e, se negativo, una rivalutazione periodica in base al fenotipo e all’età.

Trattamento e prognosi

La gestione della teleangectasia emorragica ereditaria si fonda su una strategia progressiva e multidisciplinare, volta a controllare le emorragie mucose, correggere l’anemia sideropenica e monitorare le malformazioni artero-venose viscerali, al fine di prevenire complicanze emboliche, emorragiche o cardiocircolatorie. Non esistono al momento terapie curative definitive, ma interventi ben mirati consentono di ottenere un controllo soddisfacente della malattia nella maggior parte dei casi.


Il primo ambito di intervento riguarda l’epistassi ricorrente, che rappresenta la manifestazione clinica più precoce e universale. Nei casi lievi, in cui gli episodi sono sporadici e non determinano anemia, è sufficiente un approccio conservativo basato su:


Quando la frequenza o l’intensità delle epistassi aumenta, il trattamento endoscopico con laser a diodi, KTP o Nd:YAG rappresenta la prima opzione interventistica. È una procedura ben tollerata, ripetibile, e consente di coagulare selettivamente le teleangectasie visibili. Nelle forme refrattarie, l’embolizzazione arteriosa selettiva o la chiusura chirurgica parziale delle coane (procedura di Young) possono essere considerate, sebbene riservate a pazienti severamente sintomatici e seguiti in centri specializzati.


Le perdite ematiche croniche, sia nasali che gastrointestinali, sono la causa principale dell’anemia sideropenica che si riscontra frequentemente nella HHT. La reintegrazione marziale è parte integrante della terapia, da personalizzare in base alla tolleranza e al grado di carenza. Il ferro per via orale è indicato nei quadri lievi, mentre in presenza di malassorbimento, effetti collaterali gastrointestinali o necessità rapide di ristabilire le scorte, si ricorre al ferro endovenoso (ferricarbossimaltosio o derisomaltosio). Il ricorso alle trasfusioni di emazie concentrate deve essere limitato alle situazioni di urgenza o a forme severe non correggibili farmacologicamente.


Le MAV polmonari, presenti in una percentuale significativa di pazienti, vanno sempre ricercate mediante ecocardiogramma con contrasto e confermate con TC torace ad alta risoluzione. Le lesioni con diametro del vaso afferente ≥2-3 mm, o associate a shunt significativo, vanno trattate con embolizzazione transcatetere, procedura efficace e a basso rischio. Le MAV di piccole dimensioni, prive di sintomi o complicanze, vengono invece monitorate periodicamente.


Le MAV epatiche, spesso silenti, diventano clinicamente rilevanti quando determinano scompenso cardiaco ad alta portata, ipertensione portale o ischemia biliare. In questi casi selezionati si può impiegare il bevacizumab, un inibitore del VEGF che riduce la vascolarizzazione patologica e migliora il profilo emodinamico.
Nelle forme più gravi e refrattarie, il trapianto di fegato rappresenta l’unica opzione curativa, da riservare a pazienti selezionati e gestiti in centri trapiantologici esperti.


Nel caso delle MAV cerebrali, lo screening neuroradiologico permette di identificare lesioni potenzialmente pericolose. Tuttavia, la maggior parte delle MAV intracraniche viene gestita in maniera conservativa, in assenza di pregressa emorragia o segni neurologici focali. Le opzioni interventistiche (embolizzazione, neurochirurgia, radioterapia stereotassica) sono riservate a malformazioni ad alto rischio emorragico, localizzate in aree accessibili o sintomatiche.


Le emorragie gastrointestinali, frequenti dopo i 50 anni, sono un’ulteriore causa di anemia cronica e possono associarsi a teleangectasie del tratto alto, prevalentemente gastriche e duodenali. Il trattamento endoscopico con coagulazione al plasma di argon è efficace per le lesioni sanguinanti. In caso di recidiva o di lesioni non trattabili endoscopicamente, si può ricorrere a analoghi della somatostatina (come octreotide), o, nei casi più severi, a terapia sistemica con bevacizumab che ha dimostrato ridurre il fabbisogno trasfusionale.


Alcune opzioni farmacologiche innovative sono in fase di sperimentazione o già utilizzate off-label. Tra queste, il bevacizumab per via intranasale, la talidomide a basso dosaggio (limitata da effetti collaterali neurologici) e, in prospettiva, agenti molecolari diretti contro il pathway TGF-β/ALK1. La terapia genica resta, al momento, un obiettivo ancora lontano, ma oggetto di ricerca attiva.


La prognosi della HHT è generalmente favorevole, soprattutto nei pazienti che ricevono una diagnosi precoce e vengono seguiti in modo strutturato. La sopravvivenza non è significativamente compromessa, ma le recidive emorragiche, l’anemia cronica e le complicanze viscerali (come ictus ischemico, ascessi cerebrali o scompenso cardiaco) rappresentano un importante carico clinico e assistenziale. La qualità della vita può essere significativamente influenzata dall’epistassi invalidante e dalla necessità di trattamenti ripetuti.


Un follow-up regolare e multidisciplinare, che includa medicina interna, ORL, gastroenterologia, radiologia interventistica, genetica e psicologia, è essenziale per ottimizzare gli esiti. L’educazione del paziente, il monitoraggio proattivo e l’accesso tempestivo a centri specializzati rappresentano oggi gli strumenti più efficaci per garantire un controllo duraturo della malattia e prevenire le sue evoluzioni più gravi.

Complicanze

Le complicanze della teleangectasia emorragica ereditaria (HHT) derivano dall’instabilità vascolare intrinseca della malattia, dalla tendenza alle emorragie ricorrenti e dalla presenza di malformazioni artero-venose viscerali. Esse possono interessare diversi organi e apparati, contribuendo in maniera sostanziale alla morbilità e, in alcuni casi, alla mortalità della patologia. Il rischio complessivo di complicanze varia notevolmente in base al genotipo, alla localizzazione delle MAV e all’adeguatezza della sorveglianza clinico-diagnostica.


Tra le complicanze più frequenti e rilevanti vi sono le anemie sideropeniche croniche, causate dalla combinazione di epistassi ricorrenti, sanguinamenti gastrointestinali e, talvolta, microemorragie viscerali non evidenti. L’anemia non adeguatamente corretta può compromettere la capacità funzionale del paziente, ridurre la tolleranza allo sforzo, e aggravare condizioni cardiache preesistenti.


Particolarmente insidiose sono le complicanze neurologiche secondarie alle MAV polmonari. La presenza di shunt arteriovenosi polmonari consente il passaggio di emboli, batteri o bolle gassose nel circolo sistemico senza filtro capillare, esponendo al rischio di ictus ischemici criptogenetici e ascessi cerebrali multipli, specialmente in giovani adulti. Tali eventi possono essere le prime manifestazioni cliniche di una HHT misconosciuta e devono essere sospettati in presenza di MAV polmonari non trattate.


Le malformazioni epatiche avanzate possono causare scompenso cardiaco ad alta portata, dovuto alla creazione di shunt artero-venosi massivi intraepatici che sovraccaricano il cuore sinistro. Questa condizione, se non riconosciuta e trattata tempestivamente, può evolvere in una cardiomiopatia dilatativa secondaria e richiedere il trapianto di fegato come unica soluzione definitiva. Le MAV epatiche possono anche determinare ipertensione portale non cirrotica e ischemia biliare con colangite sclerosante secondaria.


A livello gastrointestinale, le teleangectasie possono dare origine a emorragie occulte croniche oppure a sanguinamenti acuti con ematemesi o melena. Nei casi non adeguatamente gestiti, si può instaurare una sindrome da deplezione marziale cronica con necessità di trasfusioni periodiche, aumento del rischio infettivo e potenziale sviluppo di emosiderosi secondaria.


Le forme più rare, ma documentate, includono complicanze oftalmologiche (emorragie retiniche), urologiche (macroematuria da teleangectasie vescicali) e cutanee (infezioni secondarie da ulcerazione di teleangectasie sanguinanti).


Un ulteriore ambito critico riguarda le complicanze iatrogene legate alla necessità di trattamenti invasivi ripetuti, quali:


Infine, non vanno sottovalutate le complicanze psicosociali. La malattia, pur se spesso non letale, può avere un impatto significativo sulla qualità della vita, con limitazioni lavorative, isolamento sociale, disturbi d’ansia e sintomi depressivi legati all’imprevedibilità degli episodi emorragici. L’accesso a percorsi di supporto psicologico e a centri di riferimento con competenze multidisciplinari è parte integrante di una presa in carico completa.

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