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Emofilia C
(Deficit congenito di fattore XI)

L’Emofilia C, nota anche come deficit congenito di fattore XI o deficit di Rosenthal, è una rara coagulopatia ereditaria caratterizzata da una riduzione quantitativa o funzionale del fattore XI della coagulazione, una proteina essenziale per l’efficiente amplificazione della cascata coagulativa plasmatica.

A differenza dell’emofilia A e B, l’emofilia C non è associata a trasmissione X-linked, ma presenta una modalità di ereditarietà autosomica recessiva, con manifestazioni cliniche sensibilmente diverse e una variabilità fenotipica estremamente ampia.

La patologia è stata descritta per la prima volta nel 1953 da Rosenthal e colleghi, in una famiglia di origine ebraica ashkenazita, e da allora sono stati compiuti notevoli progressi nella comprensione dei meccanismi molecolari e delle implicazioni cliniche del deficit di fattore XI.

L’incidenza dell’emofilia C nella popolazione generale è stimata in circa 1 caso su 1.000.000 di individui; tuttavia, la frequenza è marcatamente più elevata nelle popolazioni di origine ebraica ashkenazita, dove può raggiungere 1:450 individui.
La prevalenza globale varia in funzione dei criteri diagnostici adottati e delle caratteristiche genetiche delle popolazioni esaminate.
La malattia colpisce indistintamente entrambi i sessi, in quanto il gene F11 è localizzato sul cromosoma 4 (4q35), e il rischio di sviluppare manifestazioni emorragiche dipende dal grado di riduzione dell’attività del fattore XI, dalla presenza di condizioni cliniche predisponenti e da variabili ambientali.

Pur essendo generalmente associata a una tendenza emorragica più lieve rispetto all’emofilia A e B, l’emofilia C può determinare emorragie clinicamente significative in occasione di traumi, interventi chirurgici o in situazioni ostetriche. L’impatto socio-sanitario della patologia risiede soprattutto nelle difficoltà diagnostiche, nella gestione perioperatoria e nell’individuazione dei portatori asintomatici.

Eziologia, patogenesi e fisiopatologia

L’Emofilia C è determinata da mutazioni a carico del gene F11, situato sul braccio lungo del cromosoma 4 (4q35), che codifica per il fattore XI, una serin-proteasi plasmatica coinvolta nella fase di amplificazione della coagulazione. Sono state descritte oltre 200 varianti patogene di F11, comprendenti mutazioni missenso, nonsense, delezioni, inserzioni e, più raramente, riarrangiamenti complessi, che portano a una riduzione della concentrazione o dell’attività funzionale del fattore XI.

La trasmissione dell’emofilia C segue un meccanismo autosomico recessivo: la malattia si manifesta clinicamente soprattutto negli individui che ereditano due alleli mutati del gene F11 (omozigoti o doppio eterozigoti), mentre i portatori eterozigoti risultano nella maggior parte dei casi asintomatici. Il livello residuo di attività del fattore XI e il rischio emorragico variano in relazione al patrimonio genetico individuale, e possono essere ulteriormente modulati da fattori epigenetici, da polimorfismi in altri geni della coagulazione o dalla presenza di condizioni cliniche concomitanti.

A livello pratico, sulla base della combinazione genetica, si osservano le seguenti condizioni:


La grande variabilità delle mutazioni riscontrate nel gene F11 e la complessa interazione tra genotipo, ambiente e cofattori clinici determinano una marcata eterogeneità fenotipica, che rende necessario un approccio diagnostico e terapeutico personalizzato per ogni paziente.


Il deficit di fattore XI può anche derivare, seppure molto raramente, da mutazioni de novo o essere secondario a condizioni acquisite (deficit acquisito di fattore XI), come la presenza di anticorpi anti-fattore XI in corso di patologie autoimmuni, linfoproliferative o dopo esposizione a plasma derivati.

Dal punto di vista epidemiologico, la mutazione F11 Glu117Stop rappresenta la variante più comune nelle popolazioni di origine ebraica ashkenazita, mentre nelle altre popolazioni la distribuzione delle mutazioni è eterogenea. Non sono noti fattori ambientali predisponenti specifici per lo sviluppo del deficit congenito di fattore XI, ma la variabilità fenotipica può essere influenzata da polimorfismi in altri geni della coagulazione o da comorbidità associate (malattie epatiche, trombocitopenia, uso di farmaci antiaggreganti o anticoagulanti).


Dal punto di vista patogenetico, il fattore XI interviene nell’amplificazione della generazione di trombina mediante l’attivazione della via intrinseca della coagulazione. In condizioni fisiologiche, il fattore XI viene attivato dalla trombina e, in misura minore, dal fattore XIIa, e agisce promuovendo l’attivazione del fattore IX, che a sua volta partecipa alla formazione del complesso tenasico e alla produzione di trombina. La carenza di fattore XI determina una riduzione della generazione di trombina in risposta a stimoli emorragici prolungati o in presenza di ampie superfici vascolari lesionate, come accade durante interventi chirurgici, traumi o procedure ostetriche.
Tuttavia, a differenza del deficit di fattore VIII o IX, il difetto di fattore XI non si associa generalmente a sanguinamenti spontanei articolari o muscolari, e il rischio emorragico è poco correlato al livello plasmatico di fattore XI, suggerendo un ruolo centrale di fattori modificanti locali e sistemici.


La fisiopatologia dell’emofilia C è caratterizzata da una tendenza emorragica imprevedibile, che si manifesta soprattutto in occasione di eventi che comportano traumi chirurgici o lesioni delle mucose (interventi odontoiatrici, chirurgia uro-ginecologica, parto), mentre le emorragie spontanee sono rare. Il difetto di stabilizzazione della formazione del coagulo e di amplificazione della cascata coagulativa si traduce in una compromissione dell’emostasi secondaria, con un rischio emorragico che non può essere previsto unicamente sulla base della concentrazione plasmatica di fattore XI, ma richiede una valutazione globale della storia clinica, dei fattori di rischio individuali e delle condizioni di comorbidità.
Nel complesso, l’emofilia C rappresenta un modello paradigmatico di coagulopatia a fenotipo variabile, in cui il genotipo, l’ambiente e la storia clinica contribuiscono in modo sinergico a determinare la gravità e il rischio di complicanze emorragiche.

Manifestazioni cliniche

Le manifestazioni cliniche dell’Emofilia C sono estremamente eterogenee e spesso meno evidenti rispetto a quelle osservate nell’emofilia A e B. La tendenza emorragica si manifesta prevalentemente in seguito a traumi, procedure chirurgiche o interventi odontoiatrici, mentre le emorragie spontanee sono rare. L’anamnesi del paziente con deficit di fattore XI è generalmente caratterizzata da episodi di sanguinamento sproporzionato dopo estrazioni dentarie, tonsillectomia, interventi ginecologici o urologici e, nelle donne, durante il parto o il puerperio.

A differenza dell’emofilia classica, le emorragie articolari spontanee (emartrosi) e i sanguinamenti muscolari profondi sono estremamente rari. Le sedi più frequentemente coinvolte sono le mucose oronasali, il tratto genito-urinario e le vie aeree superiori, dove anche piccoli traumi possono causare sanguinamenti di rilievo. In molti casi, il difetto coagulativo rimane asintomatico fino all’età adulta, venendo scoperto solo in occasione di indagini preoperatorie o dopo eventi emorragici post-operatori insolitamente prolungati.

Nel dettaglio, tra le manifestazioni tipiche si annoverano:


Nella maggior parte dei pazienti, l’esame obiettivo tra un episodio e l’altro risulta negativo, salvo la presenza di segni di sanguinamento mucoso o, più raramente, di anemia nei casi di perdite ematiche ripetute e non riconosciute tempestivamente. L’attenta raccolta anamnestica riveste un ruolo cruciale per identificare precedenti sanguinamenti anomali, la risposta emostatica a precedenti interventi e la presenza di altri fattori di rischio individuali o familiari.

Nei soggetti con forme lievi o in eterozigosi, la tendenza emorragica può non manifestarsi mai nel corso della vita, oppure emergere solo in condizioni di stress emostatico, come traumi, chirurgia maggiore o uso di farmaci che interferiscono con la coagulazione.
Nel complesso, la variabilità e la scarsità dei segni clinici rendono l’emofilia C una coagulopatia spesso sotto-diagnosticata, il cui riconoscimento avviene spesso tardivamente o in occasione di complicanze emorragiche inattese.

Accertamenti e diagnosi

Il percorso diagnostico dell’Emofilia C si basa sull’integrazione di dati anamnestici, clinici e laboratoristici, spesso in pazienti che si presentano per un sanguinamento post-operatorio insolitamente prolungato o che mostrano alterazioni inattese ai test di screening emostatico di routine. L’anamnesi deve approfondire la storia di emorragie associate a interventi chirurgici, estrazioni dentarie, traumi minori e, nelle donne, episodi di menorragia o complicanze emorragiche ostetriche. Una valutazione dettagliata della storia familiare può suggerire la natura ereditaria della coagulopatia, anche se la trasmissione autosomica rende possibile la presenza di casi in entrambi i sessi e la manifestazione in assenza di familiarità nota.

Il primo passo negli accertamenti prevede l’esecuzione dei comuni test di screening emostatico: tempo di protrombina (PT), tempo di tromboplastina parziale attivata (aPTT), conta piastrinica e fibrinogeno. Nell’emofilia C, il PT e la conta piastrinica risultano generalmente normali, mentre l’aPTT appare isolatamente prolungato, riflettendo il difetto della via intrinseca della coagulazione. È importante interpretare con attenzione i risultati, escludendo cause secondarie di allungamento dell’aPTT, come l’assunzione di anticoagulanti, la presenza di lupus anticoagulant o di eparina, e condizioni di consumo dei fattori della coagulazione.

Il riscontro di un aPTT isolatamente prolungato richiede la valutazione dell’attività coagulante del fattore XI (FXI:C). Nei soggetti sani, l’attività di FXI si colloca tra 70% e 150%. Valori inferiori a 70% sono indicativi di un deficit di fattore XI; livelli tra 20% e 70% sono solitamente associati a forme eterozigoti o lievi, mentre valori inferiori al 20% si osservano nei casi omozigoti o doppio eterozigoti, generalmente associati a maggiore rischio emorragico, specie in condizioni di stress emostatico.

Parallelamente, si esegue il dosaggio degli altri fattori della via intrinseca, in particolare il fattore VIII e il fattore IX, per escludere le forme classiche di emofilia. Il dosaggio del fattore di von Willebrand e la valutazione della sua funzione sono utili per escludere altre coagulopatie ereditarie con manifestazioni cliniche sovrapponibili, specie in presenza di sanguinamenti mucocutanei.



L’analisi molecolare del gene F11 non è necessaria per la diagnosi clinica, ma viene raccomandata nei casi dubbi, nell’ambito della consulenza genetica e per identificare i portatori asintomatici in famiglie ad alto rischio, oltre che per la diagnosi prenatale laddove appropriato.

Nei pazienti che presentano sanguinamenti ricorrenti o una risposta insoddisfacente ai trattamenti sostitutivi, è opportuno indagare la possibile presenza di anticorpi anti-fattore XI, condizione rara ma possibile in corso di patologie autoimmuni, linfoproliferative o dopo esposizione ripetuta a plasma derivati.

La valutazione strumentale non è di norma necessaria per la diagnosi, ma può essere indicata in caso di complicanze emorragiche non controllate, per valutare lo stato degli organi bersaglio o per escludere sanguinamenti occulti che contribuiscono a quadri anemici.

Trattamento e prognosi

La gestione dell’Emofilia C si basa su un approccio individualizzato, volto a prevenire e controllare le emorragie in occasione di interventi chirurgici, traumi o altre condizioni di aumentato rischio emorragico. A differenza dell’emofilia A e B, la terapia sostitutiva regolare non è generalmente necessaria, poiché la maggior parte dei pazienti rimane asintomatica o presenta sanguinamenti soltanto in circostanze particolari.

Il trattamento di prima linea in caso di sanguinamenti gravi o in previsione di interventi chirurgici è rappresentato dalla somministrazione di plasma fresco congelato (FFP), che contiene fattore XI in concentrazione fisiologica. Nei centri specializzati, possono essere impiegati anche concentrati di fattore XI plasmatico, laddove disponibili, ma il loro utilizzo è limitato dalla scarsità di preparazioni commerciali e dal rischio di eventi trombotici, soprattutto nei soggetti anziani o con comorbidità vascolari.

La dose e la tempistica di somministrazione devono essere calibrate in base al tipo di intervento, al rischio emorragico e alle condizioni cliniche del paziente. Nei casi di emorragie lievi o per il controllo di sanguinamenti mucosi, può essere sufficiente l’impiego di antifibrinolitici (acido tranexamico o acido aminocaproico), particolarmente efficaci nel ridurre il sanguinamento a livello delle mucose orali, nasali e del tratto genito-urinario.

Nelle donne con menorragia, la gestione può avvalersi di terapie ormonali per il controllo del ciclo mestruale o dell’utilizzo di dispositivi intrauterini medicati, in associazione o meno agli antifibrinolitici. In gravidanza e durante il parto, è indispensabile pianificare un protocollo terapeutico personalizzato, con il coinvolgimento di un team multidisciplinare esperto nella gestione delle coagulopatie.


Una complicanza potenziale, benché rara, è rappresentata dallo sviluppo di anticorpi anti-fattore XI, che possono ridurre l’efficacia della terapia sostitutiva e complicare la gestione degli eventi emorragici. In questi casi, le opzioni terapeutiche comprendono il ricorso a FFP ad alto dosaggio, l’uso di antifibrinolitici e, in situazioni selezionate, l’impiego di concentrati bypassanti.

Le linee guida internazionali (World Federation of Hemophilia, British Society for Haematology, EMA) sottolineano l’importanza di una valutazione preoperatoria accurata e della pianificazione di strategie preventive nelle procedure invasive, piuttosto che di una profilassi routinaria. Il monitoraggio regolare dei livelli di fattore XI non è richiesto nella maggior parte dei pazienti, ma è raccomandato in caso di precedenti sanguinamenti severi, storia familiare significativa o in presenza di altri fattori di rischio tromboembolico.


La prognosi dell’emofilia C è generalmente favorevole: nella maggior parte dei casi, l’aspettativa di vita è sovrapponibile a quella della popolazione generale, in assenza di complicanze emorragiche maggiori o eventi trombotici. Tuttavia, la qualità di vita e la prognosi individuale possono risentire di episodi emorragici gravi non gestiti tempestivamente, di complicanze perioperatorie o ostetriche, e della presenza di comorbidità.

L’educazione del paziente, la valutazione precoce dei fattori di rischio individuali e la pianificazione accurata degli interventi rappresentano elementi chiave per la prevenzione delle complicanze e il mantenimento di una buona qualità di vita nei soggetti affetti da deficit congenito di fattore XI.

Complicanze

Le complicanze dell’Emofilia C, pur risultando generalmente meno frequenti e gravi rispetto a quelle osservate nell’emofilia A e B, possono assumere rilevanza clinica significativa in specifiche circostanze, soprattutto in presenza di deficit marcato di fattore XI o di fattori di rischio aggiuntivi. Le complicanze si distinguono principalmente in complicanze emorragiche acute, complicanze perioperatorie e complicanze legate ai trattamenti sostitutivi.


La complicanza più comune è rappresentata dai sanguinamenti perioperatori e post-traumatici, che possono assumere andamento imprevedibile e talvolta severo, specie in occasione di interventi chirurgici su sedi ad alto rischio emorragico (come il cavo orale, il distretto ORL, il tratto urogenitale e ginecologico). Questi episodi emorragici possono comportare la necessità di ripetute trasfusioni di emoderivati, prolungare la degenza ospedaliera e, nei casi più gravi, mettere a rischio la vita del paziente.


Tra le complicanze ostetriche, nelle donne affette da emofilia C, rivestono particolare importanza le emorragie post-partum e le perdite ematiche prolungate dopo procedure ginecologiche invasive. Il rischio di emorragie ostetriche è spesso sottovalutato e può essere aggravato dalla presenza di altre coagulopatie, anemia preesistente o difetti acquisiti dell’emostasi.


Un’ulteriore complicanza potenzialmente severa è lo sviluppo di anticorpi anti-fattore XI, evento raro ma documentato in soggetti trattati ripetutamente con emoderivati, o in presenza di malattie autoimmuni o linfoproliferative. La presenza di questi inibitori può rendere inefficace la terapia sostitutiva convenzionale e complicare notevolmente la gestione degli episodi emorragici, talvolta richiedendo strategie alternative come l’uso di antifibrinolitici ad alte dosi o di prodotti bypassanti.


Le complicanze legate al trattamento sostitutivo comprendono il rischio di eventi tromboembolici, in particolare nei pazienti anziani o con comorbidità cardiovascolari, trattati con concentrati di fattore XI ad alto dosaggio. L’incremento del rischio trombotico è dovuto sia all’innalzamento rapido dei livelli plasmatici di fattore XI sia alla presenza di altri fattori di rischio preesistenti (immobilizzazione, neoplasie, storia di trombosi, obesità).

Storicamente, l’uso di plasma fresco congelato e di emoderivati non sottoposti a inattivazione virale ha comportato anche un aumentato rischio di trasmissione di infezioni virali, in particolare epatite C ed epatite B. Tuttavia, le attuali pratiche di screening e i moderni protocolli di sicurezza hanno drasticamente ridotto questa evenienza nei paesi con elevati standard trasfusionali.


Nel complesso, la gravità e la frequenza delle complicanze nell’emofilia C sono strettamente correlate al livello residuo di attività del fattore XI, alla presenza di comorbidità, all’età del paziente e all’adeguatezza delle strategie preventive e terapeutiche messe in atto. Un riconoscimento precoce delle situazioni a rischio e una gestione multidisciplinare degli eventi emorragici rappresentano gli elementi cardine per ridurre la morbilità e migliorare la qualità di vita dei pazienti affetti.

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