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Iperomocisteinemia

L’iperomocisteinemia è una condizione biochimica caratterizzata da un aumento patologico della concentrazione plasmatica di omocisteina (tHcy), amminoacido solforato non proteico che deriva dal metabolismo della metionina.
In fisiologia, l’omocisteina è rapidamente riconvogliata lungo due vie: la remetilazione a metionina, dipendente dal ciclo dei folati e dalla vitamina B12, e la transulfurazione verso cistationina e cisteina, reazione vitamina B6–dipendente.
Alterazioni genetiche degli enzimi chiave, deficit di cofattori vitaminici o condizioni cliniche che ne modificano la sintesi/clearance determinano accumulo plasmatico di omocisteina.

Sul piano clinico, l’iperomocisteinemia costituisce un fattore di rischio indipendente per malattia aterotrombotica arteriosa, tromboembolismo venoso, complicanze ostetriche e, nelle forme congenite severe (omocistinurie), quadri multisistemici con interessamento oculare, scheletrico e neurologico.
Convenzionalmente si definisce elevata la tHcy a digiuno >15 μmol/L; sono descritte forme lievi (16–30 μmol/L), moderate (31–100 μmol/L) e gravi (>100 μmol/L, tipiche dei difetti enzimatici ereditari).

La prevalenza delle forme lievi–moderate nella popolazione generale è condizionata da età, sesso, stato nutrizionale e diffusione di polimorfismi comuni (ad es. MTHFR C677T), nonché dalle politiche di fortificazione con folati; le forme gravi sono rare e ricadono nello spettro delle omocistinurie classiche. Il riconoscimento accurato della condizione consente strategie preventive e terapeutiche mirate e, nelle forme ereditarie, l’identificazione precoce dei familiari a rischio.

Eziologia, patogenesi e fisiopatologia

Nelle forme congenite di iperomocisteinemia, l’aumento della tHcy deriva da difetti enzimatici che interrompono il metabolismo dell’omocisteina.

La via di transulfurazione è compromessa nel deficit di cistationina β‑sintasi (CBS), in cui l’incapacità di condensare omocisteina e serina (reazione vitamina B6–dipendente) determina accumulo di omocisteina con ipermetioninemia e ridotta produzione di cisteina e glutatione. Le varianti del gene CBS (trasmissione autosomica recessiva) mostrano ampio spettro genotipo‑fenotipo: forme piridossino‑sensibili, nelle quali l’incremento di cofattore ripristina parzialmente l’attività enzimatica, e forme piridossino‑resistenti, di solito più severe, che richiedono strategie dietetiche e farmacologiche aggiuntive.

La via di remetilazione è invece interessata da difetti della metionina sintasi (MTR) e della sua reduttasi (MTRR), nonché da ridotta disponibilità di 5‑metiltetraidrofolato per deficit della metilentetraidrofolato reduttasi (MTHFR): in questo gruppo l’iperomocisteinemia si associa tipicamente a ipometioninemia e a quadri neurologici precoci. Nel più ampio spettro dei difetti del metabolismo della cobalamina (classi cblC, cblD, cblE, cblF, cblG, cblJ), la compromissione della sintesi/riciclo di cofattori attivi della vitamina B12 determina simultaneamente iperomocisteinemia e, in alcune forme, accumulo di metilmalonil‑CoA (con metilmalonico elevato).

Più raramente, difetti della transcobalamina II o del trasporto intracellulare di folati/cobalamina causano fenotipi iperomocisteinemici severi fin dall’età neonatale o infantile, con interessamento multisistemico.

Le forme acquisite sono più frequenti e derivano da condizioni che riducono la disponibilità di cofattori o alterano la clearance/produzione di omocisteina. I deficit nutrizionali di folati, vitamina B12 e/o vitamina B6 rappresentano la causa più comune a livello di popolazione; l’insufficienza renale cronica riduce la rimozione e il metabolismo dell’omocisteina; l’ipotiroidismo e le epatopatie interferiscono con espressione enzimatica e turnover dei cofattori. Farmaci come metotrexato, trimetoprim, antiepilettici (fenitoina, carbamazepina), colestiramina e l’uso di protossido d’azoto (inattivazione della metionina sintasi per ossidazione della cobalamina) possono indurre aumenti significativi della tHcy. Anche fumo, consumo eccessivo di caffè filtrato, alcol cronico e malassorbimento intestinale (celiachia, resezioni ileali, malattie infiammatorie croniche intestinali) contribuiscono a elevazioni lievi‑moderate, specialmente su substrato di apporto folico insufficiente.

I fattori di rischio che amplificano la probabilità di iperomocisteinemia o ne potenziano le conseguenze cliniche includono: età avanzata, sesso maschile e post‑menopausa (per differenze ormonali e di massa magra), stato infiammatorio cronico, sedentarietà, obesità, diabete e sindrome metabolica, disfunzione renale anche lieve, apporto dietetico inadeguato di folati/B12/B6, consumo abituale di tabacco e caffè, e coesistenza di altre trombofilie (es. fattore V Leiden, mutazione protrombina G20210A) che sinergizzano nel rischio trombotico.

I meccanismi patogenetici che connettono l’eccesso di omocisteina al danno vascolare e trombotico sono molteplici e interrelati. Sul piano biochimico, l’aumento della tHcy si accompagna a incremento di S‑adenosilomocisteina (SAH), potente inibitore delle metiltransferasi: il conseguente abbassamento del rapporto S‑adenosilmetionina/SAH (SAM/SAH) conduce a ipometilazione di DNA, proteine e fosfolipidi, con alterazioni epigenetiche dell’espressione genica in cellule endoteliali, muscolari lisce e piastrine. L’omocisteina forma inoltre omocisteina‑tiolattone, specie reattiva che N‑omocisteinila residui lisinici di proteine plasmatiche e della matrice, destabilizzandone la funzione e favorendo immunogenicità e deposizione.

A livello endoteliale, l’eccesso di omocisteina promuove stress ossidativo (produzione di specie reattive dell’ossigeno), uncoupling della eNOS con ridotta biodisponibilità di ossido nitrico, aumento di endotelina‑1, espressione di molecole di adesione (VCAM‑1, ICAM‑1) e maggiore permeabilità. In parallelo, si osserva up‑regulation del tissue factor, riduzione di trombomodulina e compromissione del sistema proteina C, con shift verso un fenotipo procoagulante. Sul versante piastrinico, l’omocisteina potenzia reattività e aggregazione, mentre nelle LDL facilita l’ossidazione e l’ingresso subendoteliale, accelerando l’aterogenesi; nelle cellule muscolari lisce vascolari stimola proliferazione e rimodellamento della parete.

La fisiopatologia risultante integra disfunzione endoteliale, infiammazione, ipercoagulabilità e aterogenesi. Nelle forme congenite severe, l’eccesso di omocisteina altera inoltre la reticolazione del collagene e dell’elastina (interferenza con ponti disolfuro e cross‑linking lisilossidasico), con esiti su tessuti connettivi, scheletro e zonule del cristallino (tendenza alla sublussazione). La compromissione del turnover del glutatione aumenta la vulnerabilità a stress ossidativo neuronale e gliale, contribuendo a disturbi dello sviluppo neurocognitivo nelle omocistinurie.

Sul versante emostatico, la combinazione di incremento della generazione di trombina, ridotta fibrinolisi locale e iperreattività piastrinica predispone a trombosi arteriose (coronarie, carotidi, cerebrali) e venose (TVP/TEP e sedi atipiche), con gravità modulata dal livello di tHcy, dalla durata dell’esposizione e dalla presenza di cofattori clinici concomitanti.

Manifestazioni cliniche

Il profilo clinico dell’iperomocisteinemia è uno spettro continuo che riflette causa, grado dell’aumento di omocisteina (tHcy) e durata dell’esposizione dei tessuti. Le forme congenite determinano un quadro multisistemico precoce e progressivo; le forme acquisite o lievi–moderate rimangono spesso silenti per anni e si svelano in occasione di un evento vascolare.

L’osservazione inizia sempre dall’anamnesi mirata: occorre ricostruire eventi trombotici in età giovane o in sedi atipiche, eventuali ictus/TIA o sindromi coronariche premature, storia ostetrica (poliabortività, preeclampsia, distacco di placenta), carenze nutrizionali, malassorbimento, insufficienza renale, ipotiroidismo e farmaci interferenti (antifolati, antiepilettici, esposizione recente a protossido d’azoto).

Nelle forme congenite l’andamento naturale non trattato segue una cronologia abbastanza tipica:


Il difetto di CBS si associa spesso a fenotipo marfanoide (statura elevata con dolicoestenomelia e aracnodattilia, deformità toraciche, scoliosi), ectopia lentis con iridodonesi e miopia (classicamente inferonasale, a differenza della sindrome di Marfan), osteopenia/osteoporosi e, nei casi non controllati, episodi tromboembolici ricorrenti sia venosi sia arteriosi.

I difetti di remetilazione (gravi carenze funzionali di vitamina B12 o alterazioni di MTR/MTRR/MTHFR) tendono a esordire con ipotonia, ritardo di crescita, crisi epilettiche, regressione delle acquisizioni, segni piramidali e mielopatia subacuta; la componente vascolare può sovrapporsi in età variabile.

Nelle forme acquisite, il paziente può presentarsi per un primo evento (TVP/TEP, ictus, sindrome coronarica) su quadro obiettivo per il resto povero; talora compaiono marcatori della causa sottostante (glossite e parestesie da B12 bassa, segni uremici, mixedema da ipotiroidismo).

All’esame obiettivo conviene ricercare soffi vascolari periferici, segni di esiti ischemici cerebrali, cue oculari alla lampada a fessura e segni scheletrici; nelle donne con storia ostetrica sfavorevole l’inquadramento vascolare e coagulativo va integrato sin da subito. In generale, livelli di tHcy molto elevati e persistenti si associano più spesso a quadri sistemici completi (oculari, scheletrici, neurologici e trombotici); elevazioni lievi–moderate protratte nel tempo si legano prevalentemente a rischio aterotrombotico e tromboembolico venoso modulato dai cofattori clinici.

Accertamenti e diagnosi

L’iter diagnostico riproduce la sequenza clinica reale. Dalla comparsa del sospetto si procede con una valutazione di base, quindi con la misura corretta della tHcy; solo dopo conferma si passa alla definizione eziologica e alla caratterizzazione del danno d’organo.

Il sospetto nasce davanti a trombosi in età giovane o recidive inspiegate, eventi arteriosi precoci, complicanze ostetriche ripetute o quadri compatibili con omocistinuria (fenotipo marfanoide con ectopia lentis, disturbi neurocognitivi, osteoporosi precoce). In questa fase è essenziale mappare fattori che influenzano la tHcy (insufficienza renale, ipotiroidismo, epatopatie), stato nutrizionale (folati, vitamina B12, vitamina B6), abitudini (fumo, alcol, consumo elevato di caffè) e terapia in atto (antifolati, antiepilettici; esposizione recente a protossido d’azoto in sala operatoria o terapia intensiva).

Gli accertamenti iniziano con emocromo e indici eritrocitari (la macrocitosi suggerisce carenza di folati/B12), profilo renale ed epatico e dosaggio vitaminico. Quando disponibile, l’olo‑transcobalamina (frazione attiva della B12) è più informativa del solo B12 totale; i folati eritrocitari riflettono lo stato dei tessuti meglio dei folati sierici. Questi risultati servono a interpretare con rigore la misurazione della tHcy e a ridurre falsi positivi da condizioni intercorrenti.

La misurazione della omocisteina totale è l’atto cardine e richiede controllo pre‑analitico accurato: prelievo a digiuno (8–12 ore) in EDTA, conservazione a freddo e separazione del plasma entro breve per evitare incremento ex‑vivo dovuto al rilascio eritrocitario; la determinazione con HPLC o LC–MS/MS è lo standard di riferimento, mentre i metodi immunochimici sono accettabili se ben calibrati. Un valore a digiuno superiore al limite di riferimento per età e sesso (in genere >15 μmol/L) conferma l’iperomocisteinemia; la ripetizione a distanza in condizioni stabili documenta la persistenza. Il test da carico di metionina, storicamente utilizzato per svelare forme latenti, ha oggi impiego marginale per scarsa standardizzazione e limitato valore aggiunto.

La fase successiva è la definizione della causa. L’interpretazione integrata di tHcy, metionina, metilmalonico, olo‑transcobalamina e folati eritrocitari consente un orientamento rapido e clinicamente utile:

Quando la presentazione clinica, l’età di esordio o la storia familiare lo suggeriscano, l’analisi genetica mirata (CBS, MTR, MTRR, MTHFR e geni dei difetti della cobalamina come cblC) conferma l’eziologia, abilita lo screening dei consanguinei e orienta scelte terapeutiche e riproduttive; i panel estesi o la metabolomica plasmatica/urinaria hanno indicazione in contesti specialistici per difetti ultra‑rari. È utile ricordare che i comuni polimorfismi di MTHFR (es. C677T) aumentano la tHcy soprattutto in condizioni di basso apporto di folati e, isolatamente, non definiscono una trombofilia ereditaria clinicamente significativa: l’interpretazione va sempre contestualizzata.

Poiché non esistono criteri diagnostici ufficialmente stabiliti da società scientifiche, la diagnosi definitiva si basa sull’integrazione di dati clinici, riscontri biochimici e, quando indicato, conferma molecolare.


Dopo la diagnosi, gli accertamenti complementari servono a caratterizzare il danno d’organo e a impostare la terapia: ecocolordoppler e/o angio‑TC/RM per trombosi, RM encefalo quando vi siano eventi neurologici o sospetta leucoencefalopatia, valutazione oculistica in lampada a fessura per documentare l’ectopia lentis, densitometria ossea in presenza di fragilità o dolore scheletrico. Nelle età pediatriche e nei sospetti di difetti della cobalamina a esordio precoce, la revisione del newborn screening (quando disponibile) può fornire indizi metabolici indiretti utili.

Trattamento e prognosi

La gestione dell’iperomocisteinemia si fonda su due assi integrati: la correzione metabolica per riportare i livelli di tHcy verso il range fisiologico e la prevenzione delle complicanze vascolari modulata sul profilo individuale di rischio. La strategia è necessariamente personalizzata in base all’eziologia (congenita o acquisita), all’entità dell’elevazione, alla presenza di danno d’organo e alla storia di eventi trombotici o aterotrombotici. Nelle fasi acute con evento trombotico in atto il trattamento segue le linee guida standard per trombosi venosa e sindrome coronarica/ictus, mentre la correzione dell’omocisteina procede in parallelo senza ritardi; l’iperomocisteinemia non modifica le scelte urgenti di riperfusione o anticoagulazione ma costituisce un obiettivo di controllo immediatamente successivo.

Nelle forme congenite da deficit di CBS, la prima scelta è la piridossina ad alto dosaggio quando il fenotipo è B6‑sensibile, con titolazione progressiva e monitoraggio ravvicinato della risposta biochimica e clinica; il mantenimento avviene alla minima dose efficace in grado di stabilizzare la tHcy. Nei pazienti non responsivi o parzialmente responsivi, si associa una restrizione dell’apporto di metionina attraverso piano dietetico controllato e miscele aminoacidiche prive di metionina, con sorveglianza nutrizionale per evitare carenze. La betaina rappresenta un cardine aggiuntivo perché convoglia la remetilazione indipendente dal folato, riducendo ulteriormente la tHcy; l’introduzione è graduale, con controlli ravvicinati per ottimizzare dose ed aderenza. L’assetto vitaminico va sostenuto con folati e vitamina B12 per massimizzare la via della remetilazione. L’obiettivo pratico è portare l’omocisteina il più vicino possibile ai valori di riferimento, stabilizzandola in modo duraturo: il beneficio clinico si misura sulla riduzione delle recidive trombotiche, sul controllo dell’ectopia lentis e sul rallentamento delle sequele scheletriche e neurologiche.

Nei difetti di remetilazione e nei disturbi del metabolismo della cobalamina la terapia è imperniata su idrossicobalamina parenterale ad alte dosi con schema di attacco e mantenimento, associata a folati (o folinato) e, quando opportuno, a betaina; nei deficit legati a MTHFR può essere utile l’impiego di forme attive dei folati per superare il blocco enzimatico. La precocità dell’intervento è determinante: quanto prima si normalizza il metabolismo, tanto maggiore è la protezione su sviluppo neurologico, vista e rischio vascolare. Il follow‑up è serrato, con rivalutazioni biochimiche frequenti nella fase iniziale e poi programmate, integrazione dietetico‑nutrizionale e presa in carico oculistica, neurologica e metabolica nel lungo periodo.

Nelle forme acquisite la riduzione della tHcy dipende dalla correzione della causa: la carenza di vitamina B12 si tratta con cobalamina (parenterale o orale ad alto dosaggio a seconda dell’eziologia), la carenza di folati con supplementazione adeguata e correzione della dieta, l’insufficienza renale con ottimizzazione della terapia nefrologica e integrazione vitaminica idrosolubile, le epatopatie e le endocrinopatie con il trattamento mirato del disturbo di base. I farmaci interferenti (antifolati, antiepilettici, esposizione a protossido d’azoto) richiedono rivalutazione dell’indicazione e, quando possibile, sostituzione; nei casi in cui ciò non sia praticabile, la strategia è mitigare l’impatto metabolico con supplementazioni mirate e monitoraggio stretto. Il controllo periodico include tHcy, metilmalonico quando rilevante, olo‑transcobalamina, folati eritrocitari e parametri nutrizionali generali, con cadenza più fitta all’avvio e poi stabilizzata in base alla stabilità clinico‑biochimica.

La profilassi antitrombotica a lungo termine non è automaticamente indicata per la sola iperomocisteinemia; si decide caso per caso considerando storia di eventi, persistenza di livelli elevati nonostante la terapia metabolica e presenza di cofattori (trombofilie ereditarie, neoplasie, sindrome antifosfolipidi, immobiltà, stato infiammatorio cronico). Dopo un primo evento venoso non provocato con iperomocisteinemia persistente, la durata dell’anticoagulazione si allinea ai criteri standard per rischio di recidiva, integrando la probabilità di normalizzazione metabolica; negli intervalli di rischio transitorio (chirurgia maggiore, immobilizzazione, voli lunghi, traumi) è appropriata una profilassi mirata. In gravidanza si associa la terapia metabolica alla profilassi con eparina a basso peso molecolare quando vi sia storia trombotica o livelli non controllati, con monitoraggio multidisciplinare fino al puerperio; la pianificazione preconcezionale con ottimizzazione di folati, vitamina B12 e vitamina B6 riduce il rischio di complicanze materno‑fetali. In ambito perioperatorio, soprattutto in pazienti con carenza di B12, l’uso del protossido d’azoto va evitato per prevenire precipitazioni neurologiche; la gestione anestesiologica tiene conto dello stato metabolico e del rischio trombotico individuale.

La prognosi riflette la tempestività della diagnosi, la stabilità del controllo metabolico e il carico di comorbidità vascolari. Nelle forme congenite trattate precocemente si osserva una riduzione marcata delle recidive trombotiche, una stabilizzazione del quadro oculare e un rallentamento delle sequele scheletriche; i migliori esiti neurologici si ottengono quando la terapia viene iniziata prima della comparsa di segni clinici. Nelle forme acquisite la normalizzazione della tHcy tramite correzione della causa e supplementazioni appropriate migliora il profilo di rischio vascolare, anche se il beneficio assoluto sugli eventi clinici dipende dall’insieme degli altri fattori di rischio e dal danno pregresso. In ogni scenario, la continuità del follow‑up, l’aderenza terapeutica, la gestione dei fattori di rischio modificabili e la collaborazione tra ematologo, internista, nefrologo, neurologo, oculista, nutrizionista e, quando necessario, genetista clinico sono determinanti per mantenere nel tempo il vantaggio clinico.

Complicanze

Le complicanze dell’iperomocisteinemia derivano dall’intersezione stabile tra disfunzione endoteliale, ipercoagulabilità, rimodellamento vascolare aterogeno e vulnerabilità tissutale allo stress ossidativo. Nel distretto venoso l’ambiente pro‑coagulante e l’alterazione dell’equilibrio tra generazione di trombina e fibrinolisi facilitano la formazione di trombi persistenti con tendenza alla recidiva e alla migrazione; il passaggio al circolo polmonare determina quadri che vanno dalla forma submassiva all’ostruzione emodinamicamente instabile. Nel distretto arterioso la riduzione della biodisponibilità di ossido nitrico, l’aumento di molecole di adesione e l’ossidazione delle LDL accelerano la placca aterosclerotica e ne alterano la stabilità, predisponendo a ischemie cerebrali e coronariche anche in età relativamente giovane, specie quando coesistono ipertensione, diabete o dislipidemia. L’interessamento della microcircolazione contribuisce alla vulnerabilità di organi ad alto metabolismo, con manifestazioni che spaziano dalla leucoencefalopatia ischemica silente al coinvolgimento della retina e del rene in presenza di altri fattori concomitanti.

Nelle forme congenite l’esposizione prolungata a livelli molto elevati di tHcy compromette la qualità del tessuto connettivo: la reticolazione anomala di collagene ed elastina altera la meccanica degli annessi oculari e favorisce la lussazione del cristallino con progressiva perdita visiva e rischio di complicanze della camera posteriore; lo stesso meccanismo, associato al ridotto apporto di cisteina per difetto di transulfurazione e alla minore disponibilità di glutatione, espone a osteopenia, osteoporosi e fratture, in un continuum che rispecchia la durata della malattia non trattata. Il sistema nervoso è vulnerabile sia per il danno diretto da omocisteina e tiolattone sia per la penuria cronica di gruppi metile: nelle presentazioni infantili di difetti di remetilazione la compromissione dello sviluppo può essere severa, mentre nell’adulto l’iperomocisteinemia cronica si associa a un eccesso di rischio di deterioramento cognitivo in contesti di fragilità vascolare. In ambito ostetrico l’alterata funzione endoteliale placentare e la tendenza trombotica locale si traducono in poliabortività, preeclampsia e insufficienza utero‑placentare con ritardo di crescita fetale; la prevenzione efficace richiede che la normalizzazione metabolica preceda il concepimento e si mantenga per tutta la gestazione, integrando quando indicato la profilassi antitrombotica.

Anche nelle forme acquisite l’eccesso di rischio non dipende solo dal valore assoluto della tHcy, ma dal suo tempo di esposizione e dall’interazione con gli altri determinanti del danno vascolare. Il controllo metabolico stabile riduce la probabilità di nuove manifestazioni cliniche, ma il rischio residuo può persistere quando il substrato aterosclerotico o il danno microvascolare sono già avanzati, motivo per cui la gestione aggressiva degli altri fattori modificabili (pressione arteriosa, lipidi, fumo, sedentarietà) rimane parte integrante della strategia di prevenzione. Una quota delle complicanze è iatrogena e prevenibile: il protossido d’azoto in pazienti con carenza latente di vitamina B12 può precipitare quadri neurologici acuti per inattivazione della metionina sintasi; l’attenzione ai trigger farmacologici e nutrizionali fa parte del piano di lungo periodo. In tutti gli scenari, la riduzione sostenuta della tHcy ottenuta con terapia metabolica e la gestione attiva del profilo cardiovascolare si associano a una contrazione del tasso di eventi, con il massimo beneficio quando l’intervento viene avviato precocemente e mantenuto nel tempo.

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