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Alterazioni della coagulazione in sepsi e malattie sistemiche

Le alterazioni della coagulazione in corso di sepsi e di altre malattie sistemiche rappresentano un capitolo centrale della patologia critica, in cui la stretta interconnessione tra infiammazione, danno endoteliale e attivazione dell’emostasi porta a quadri che spaziano da modifiche subcliniche fino alla coagulazione intravascolare disseminata (CID) conclamata. La peculiarità di queste coagulopatie risiede nel fatto che, a differenza di forme puramente emorragiche o trombotiche, esse combinano in un unico continuum fisiopatologico fasi ipercoagulabili e fasi ipocoagulabili, con possibili manifestazioni trombotiche ed emorragiche nello stesso paziente e nello stesso arco temporale.

La sepsi è la condizione più frequentemente associata a coagulopatia sistemica, con incidenza elevata nei pazienti ricoverati in terapia intensiva e correlazione diretta con la mortalità. Alterazioni analoghe possono tuttavia comparire in numerosi contesti non infettivi caratterizzati da risposta infiammatoria sistemica massiva, tra cui traumi maggiori, ustioni estese, pancreatite acuta grave, malattie autoimmuni sistemiche (come lupus eritematoso sistemico e vasculiti), sindromi da attivazione macrofagica (HLH/MAS), neoplasie avanzate, complicanze ostetriche e sindromi da rilascio di citochine.

In tutte queste situazioni, il disordine coagulativo è il risultato di un’attivazione persistente e disregolata della cascata della coagulazione, spesso definita come immunotrombosi, in cui i meccanismi dell’immunità innata e dell’emostasi si fondono in una risposta difensiva che, quando eccessiva o non controllata, diventa patogena e contribuisce alla disfunzione multiorgano.

Eziologia, patogenesi e fisiopatologia

Nelle forme settiche, la causa eziologica primaria è un’infezione batterica, fungina o virale grave che induce una risposta infiammatoria sistemica attraverso il riconoscimento di pathogen-associated molecular patterns (PAMPs) da parte di recettori di riconoscimento del pattern (PRR) su cellule dell’immunità innata, in particolare monociti/macrofagi, cellule dendritiche e cellule endoteliali. Questo evento innesca il rilascio massivo di citochine pro-infiammatorie (come TNF-α, IL-1β, IL-6), chemochine e mediatori lipidici, che stimolano l’espressione di tissue factor (TF) su monociti ed endotelio, avviando la cascata coagulativa per la via estrinseca.

Nelle malattie sistemiche non infettive, l’attivazione della coagulazione può derivare da meccanismi diversi ma convergenti: nel trauma maggiore e nelle ustioni estese, il rilascio di damage-associated molecular patterns (DAMPs) da cellule necrotiche e matrice extracellulare danneggiata attiva direttamente il sistema coagulativo; nella pancreatite acuta grave, enzimi proteolitici e citochine infiammatorie entrano in circolo stimolando l’endotelio e le piastrine; nelle malattie autoimmuni sistemiche, immunocomplessi e attivazione del complemento danneggiano il rivestimento endoteliale e inducono l’espressione di TF; nelle neoplasie, microparticelle tumorali ricche di TF e mucine pro-coagulanti interagiscono con piastrine e leucociti; nelle complicanze ostetriche (es. distacco intempestivo di placenta, embolia di liquido amniotico) e nelle sindromi da rilascio di citochine si osserva un’attivazione esplosiva dell’asse infiammazione–coagulazione.

I fattori di rischio che amplificano la probabilità di sviluppare una coagulopatia grave includono età avanzata, preesistenza di patologie cardiovascolari, renali o epatiche, stato di immunosoppressione, gravidanza e puerperio, neoplasie, pregressi disturbi della coagulazione (trombofilie ereditarie o acquisite) e condizioni che aumentano il carico infiammatorio sistemico. Questi fattori non solo predispongono, ma modulano anche la gravità del quadro clinico e la velocità di progressione verso forme scompensate.

I meccanismi patogenetici che collegano l’attivazione infiammatoria sistemica alla disfunzione coagulativa sono molteplici e strettamente interconnessi.
L’espressione di tissue factor sull’endotelio e sui monociti avvia la generazione di trombina, che converte il fibrinogeno in fibrina e, attraverso l’attivazione dei recettori PAR (protease-activated receptors), amplifica ulteriormente la risposta infiammatoria. Contestualmente, si osserva una marcata riduzione dei sistemi anticoagulanti fisiologici: la trombomodulina endoteliale e il recettore endoteliale della proteina C vengono down-regolati o danneggiati, la proteina C attivata diminuisce e l’antitrombina si consuma o si inattiva per azione delle proteasi infiammatorie.

Un altro aspetto cruciale è l’alterazione della fibrinolisi: nelle fasi iniziali prevale un marcato stato di ipofibrinolisi dovuto a sovraespressione dell’inibitore dell’attivatore del plasminogeno di tipo 1 (PAI-1) e ridotta attività del tPA, che impediscono la rimozione dei depositi di fibrina e favoriscono la persistenza dei microtrombi. In alcune condizioni specifiche, come nel trauma grave o nella sindrome da attivazione macrofagica, si può osservare invece una fase transitoria di iperfibrinolisi, che contribuisce al rischio emorragico.

Le piastrine partecipano attivamente a questo scenario: vengono attivate da trombina, citochine e interazione con cellule endoteliali e leucociti, liberando mediatori pro-infiammatori e pro-coagulanti, formando complessi con neutrofili e contribuendo alla formazione di neutrophil extracellular traps (NETs). Queste strutture reticolari intrappolano patogeni ma fungono anche da impalcatura per la deposizione di fibrina, alimentando la microtrombosi.

La fisiopatologia risultante è caratterizzata da una diffusa microangiopatia trombotica, con deposizione di fibrina e aggregati piastrinici nel microcircolo di organi vitali come polmoni, reni, fegato e cervello. Questo determina riduzione del flusso capillare, ischemia tissutale e disfunzione multiorgano. Nelle forme non controllate, l’evoluzione porta alla fase di consumo di piastrine e fattori della coagulazione, con aumento della permeabilità vascolare e comparsa di sanguinamenti diffusi. Fenotipi particolarmente gravi includono la purpura fulminans settica e la microangiopatia trombotica like associata a squilibrio ADAMTS13–VWF, in cui l’eccesso di multimeri ultralargo di VWF e la ridotta attività proteolitica di ADAMTS13 favoriscono la formazione di trombi microvascolari estesi.

Manifestazioni cliniche

Il quadro clinico delle alterazioni della coagulazione in corso di sepsi e di altre malattie sistemiche costituisce uno spettro continuo in cui l’espressione fenotipica dipende dall’eziologia, dall’entità dell’attivazione coagulativa, dalla durata dell’esposizione e dalla presenza di fattori predisponenti individuali. Le forme acute e ad alta intensità infiammatoria, tipiche della sepsi grave, determinano manifestazioni rapide e potenzialmente drammatiche; le forme subacute o croniche, come in alcune malattie autoimmuni o neoplasie, possono rimanere a lungo paucisintomatiche e svelarsi solo in occasione di un evento vascolare o emorragico.

L’anamnesi deve essere approfondita e mirata a identificare elementi suggestivi: comparsa di segni e sintomi di infezione grave (febbre, brividi, ipotensione, alterazione dello stato mentale), eventi trombotici pregressi o ricorrenti, episodi emorragici spontanei o in sedi atipiche, storia di patologie autoimmuni, neoplasie, traumi recenti, complicanze ostetriche, interventi chirurgici maggiori, esposizione a farmaci che interferiscono con l’emostasi o la funzione piastrinica. In ambito settico, è importante indagare la rapidità di progressione dei sintomi e la comparsa concomitante di segni di disfunzione multiorgano. Nelle patologie sistemiche non infettive, l’anamnesi può evidenziare un andamento più insidioso con episodi ricorrenti di trombosi arteriosa o venosa, ischemie periferiche, fenomeni di Raynaud, livedo reticularis o sanguinamenti mucocutanei.

Nelle forme acute ad alto grado di attivazione coagulativa si può osservare una sequenza temporale relativamente tipica:


All’esame obiettivo il medico deve ricercare in maniera sistematica: manifestazioni cutanee di trombosi o emorragia, segni di ipoperfusione periferica (estremità fredde, pallide o marezzate), soffi vascolari periferici, segni neurologici focali o diffusi (confusione, letargia, deficit focali), reperti respiratori indicativi di ARDS, segni di insufficienza renale acuta o epatica. Nelle forme settiche gravi può comparire la purpura fulminans, con lesioni necrotiche a margini netti e rapida estensione, espressione di deplezione acuta della proteina C e trombosi microvascolare massiva.

La correlazione tra presentazione clinica e meccanismi fisiopatologici è stretta: la trombosi microvascolare determina ipossia tissutale e disfunzione d’organo (polmoni, reni, cervello, fegato), mentre il consumo di piastrine e fattori della coagulazione, unito a iperfibrinolisi in alcune fasi, è responsabile dei sanguinamenti diffusi. In molti pazienti le due componenti coesistono, dando luogo a un quadro misto che richiede un approccio diagnostico e terapeutico immediato e mirato.

Accertamenti e diagnosi

L’iter diagnostico segue una sequenza logica che parte dal sospetto clinico, prosegue con la conferma laboratoristica e si completa con la definizione eziologica e la valutazione del danno d’organo. Questa progressione è fondamentale per distinguere la coagulopatia associata a sepsi e malattie sistemiche da altre cause di disordine emostatico e per impostare un intervento tempestivo.

Il sospetto clinico nasce in presenza di un paziente con sepsi o altra condizione sistemica grave che presenti segni emorragici, trombotici o di disfunzione multiorgano non attribuibili ad altre cause. In questa fase è essenziale mappare i fattori che possono influenzare l’assetto coagulativo: insufficienza renale o epatica preesistente, malattie autoimmuni, neoplasie, traumi recenti, gravidanza o puerperio, farmaci interferenti (anticoagulanti, antiaggreganti, chemioterapici, eparina con sospetto di HIT), stato nutrizionale e abitudini che possano incidere sul metabolismo emostatico.

Gli accertamenti di primo livello comprendono:

Questi esami permettono di identificare precocemente un’alterazione coagulativa e di stratificarne la gravità. In sepsi, punteggi compositi come l’ISTH DIC score e il Sepsis-Induced Coagulopathy score combinano piastrine, PT/INR, fibrinogeno e D-dimero per una valutazione quantitativa, ma la loro interpretazione va sempre integrata nel contesto clinico.

La conferma diagnostica si basa su una combinazione di reperti clinici e laboratoristici persistenti in un paziente con quadro sistemico attivo. L’andamento seriale dei parametri di coagulazione è spesso più informativo del singolo valore isolato: un calo progressivo delle piastrine, un allungamento crescente di PT/aPTT e una riduzione del fibrinogeno nel tempo indicano evoluzione verso coagulopatia consumptiva.

La definizione eziologica richiede di integrare i dati ottenuti con indagini mirate alla condizione di base: emocolture e indagini microbiologiche in sepsi, pannello autoimmune (ANA, ENA, ANCA, anticorpi antifosfolipidi) in sospetto di malattia autoimmune, imaging per sospetto neoplastico o complicanze ostruttive, markers di attivazione macrofagica (ferritina, trigliceridi, fibrinogeno) in sospetto HLH/MAS.


Dopo la diagnosi, gli accertamenti complementari sono volti a definire il danno d’organo e la presenza di complicanze trombotiche o emorragiche: ecocolordoppler venoso e arterioso per trombosi periferiche, angio-TC polmonare per sospetta embolia polmonare, RM encefalo per eventi ischemici o emorragici cerebrali, ecografia addominale o TC per infarti splenici o epatici, valutazione oftalmologica per segni di microangiopatia retinica. In contesti selezionati, può essere utile la misurazione dell’attività ADAMTS13 e la valutazione dei multimeri del fattore di von Willebrand per identificare fenotipi microangiopatici specifici.

Trattamento e prognosi

La gestione delle alterazioni della coagulazione in sepsi e malattie sistemiche si fonda su due pilastri integrati: il trattamento della condizione causale e il supporto emostatico mirato. Il primo è imprescindibile, poiché la persistenza del trigger infiammatorio-coagulativo impedisce la normalizzazione dell’assetto emostatico; il secondo mira a prevenire e trattare le complicanze trombotiche ed emorragiche, bilanciando rischi e benefici.

Nella sepsi, il controllo tempestivo dell’infezione con terapia antimicrobica adeguata e il ripristino dell’omeostasi emodinamica sono interventi prioritari. La rimozione di focolai infettivi (drenaggi, rimozione di dispositivi colonizzati) riduce rapidamente la carica infiammatoria e la stimolazione coagulativa.

La terapia di supporto emostatico dipende dal fenotipo predominante:


Nei contesti non infettivi, il trattamento specifico della patologia di base (immunosoppressione per malattie autoimmuni, chemioterapia o chirurgia per neoplasie, controllo della flogosi in pancreatite o sindrome da attivazione macrofagica) è determinante per la risoluzione della coagulopatia. In alcune forme microangiopatiche si considerano plasmaferesi, terapia anti-complemento o modulazione dell’attività piastrinica.

L’uso di terapie mirate ai meccanismi patogenetici, come la proteina C attivata ricombinante o l’antitrombina, non è raccomandato routinariamente a causa di risultati contrastanti negli studi clinici e del rischio emorragico, ma può essere valutato caso per caso in contesti specifici.

La prognosi dipende dalla rapidità di identificazione e trattamento della causa primaria, dall’efficacia del supporto emodinamico e respiratorio, dalla gravità della disfunzione multiorgano e dalla capacità di prevenire le complicanze. Nella sepsi grave con CID conclamata, la mortalità rimane elevata; nelle forme subacute o croniche la prognosi è strettamente legata alla patologia di base e alla gestione dei fattori di rischio trombo-emorragico. Il follow-up a medio e lungo termine nei sopravvissuti deve includere la valutazione di sequele vascolari, neurologiche e renali.

Complicanze

Le complicanze derivano dall’interazione di ipercoagulabilità, disfunzione endoteliale, consumo di fattori e piastrine e alterazioni fibrinolitiche. La trombosi microvascolare diffusa è la principale responsabile della disfunzione multiorgano: nel polmone contribuisce all’ARDS, nel rene all’insufficienza renale acuta, nel cervello all’encefalopatia settica o a ictus ischemici, nel fegato all’insufficienza epatica acuta.

Le trombosi macrovascolari (trombosi venosa profonda, embolia polmonare, infarti arteriosi) possono coesistere, soprattutto in pazienti immobilizzati o con fattori di rischio concomitanti. Nei contesti autoimmuni e neoplastici, il rischio trombotico sistemico è ulteriormente amplificato dalla presenza di anticorpi antifosfolipidi o di fattori procoagulanti tumorali.

Il sanguinamento rappresenta l’altra grande categoria di complicanze: nelle fasi di coagulopatia consumptiva o di iperfibrinolisi, possono verificarsi emorragie cutanee, mucose, gastrointestinali, urogenitali o intracraniche, con elevato rischio di mortalità nelle forme maggiori. Nei pazienti settici, sanguinamenti anche modesti peggiorano l’instabilità emodinamica e la prognosi.

Fenotipi particolarmente gravi includono:


A lungo termine, anche dopo la risoluzione della coagulopatia acuta, possono persistere sequele: neuropatie da ischemia, nefropatia cronica, fibrosi polmonare post-ARDS, disturbi cognitivi post-critici.

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