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Porpora Trombocitopenica Trombocitica (PTT/TTP)

La Porpora trombotica trombocitopenica (PTT, in inglese Thrombotic Thrombocytopenic Purpura - TTP) è una rara sindrome ematologica acquisita o congenita, caratterizzata dalla formazione diffusa di microtrombi piastrinici all'interno del microcircolo, con conseguente consumo delle piastrine, anemia emolitica microangiopatica e insufficienza multiorgano. La patologia rappresenta un'emergenza medica a causa dell'elevata mortalità in assenza di trattamento tempestivo.

L'incidenza della PTT è stimata tra 2 e 6 casi per milione di abitanti per anno, con una leggera prevalenza nel sesso femminile e una maggiore frequenza negli adulti giovani, sebbene possa manifestarsi a qualsiasi età. La forma acquisita rappresenta oltre il 90% dei casi, mentre quella congenita (nota anche come Sindrome di Upshaw-Schulman) è estremamente rara. L'introduzione della plasmaferesi ha drasticamente ridotto la mortalità, portandola da oltre il 90% a meno del 20% nei casi trattati precocemente.

Eziologia, patogenesi e fisiopatologia

L’eziologia della porpora trombotica trombocitopenica comprende forme acquisite e congenite, distinte dalla natura della carenza di ADAMTS13, una metalloproteasi plasmatica fondamentale per la regolazione dell’attività del fattore di von Willebrand (vWF).
Nella maggior parte dei casi (oltre il 90%), la patologia è acquisita e secondaria allo sviluppo di autoanticorpi diretti contro ADAMTS13, che ne determinano una grave riduzione dell’attività funzionale (<10% rispetto ai valori normali). Più raramente, la PTT si presenta in forma congenita, a trasmissione autosomica recessiva, dovuta a mutazioni loss-of-function del gene ADAMTS13, con conseguente deficit enzimatico primitivo e assenza di autoimmunità.

Fra i principali fattori di rischio associati all’insorgenza della forma acquisita figurano:

In una quota significativa di pazienti, tuttavia, la PTT si manifesta in assenza di fattori predisponenti identificabili (PTT idiopatica).

Il meccanismo patogenetico centrale consiste nel deficit funzionale o quantitativo di ADAMTS13, enzima responsabile della clivazione dei multimeri ultra-largo-molecolari di vWF prodotti dalle cellule endoteliali. In condizioni normali, ADAMTS13 regola le dimensioni dei multimeri di vWF, prevenendo un'eccessiva aggregazione piastrinica. In presenza di una carenza critica dell’enzima, i multimeri di vWF restano circolanti in forma iperreattiva e promuovono la formazione di aggregati piastrinici spontanei nel microcircolo, indipendentemente dall’attivazione classica della coagulazione. Nei casi acquisiti, ciò avviene per effetto degli autoanticorpi inibitori, mentre nella forma congenita la causa è la mutazione del gene ADAMTS13.

La fisiopatologia della PTT è dominata dalla generazione di microtrombi piastrinici all’interno delle arteriole e dei capillari, con conseguente ostruzione del microcircolo e ischemia tissutale multiorgano. L’emolisi che ne deriva è di tipo microangiopatico, caratterizzata dalla frammentazione degli eritrociti al passaggio nei vasi ostruiti (schistociti), e dal consumo massivo delle piastrine che determina una trombocitopenia spesso severa. Gli organi maggiormente colpiti sono il sistema nervoso centrale, i reni e il cuore, ma qualsiasi distretto vascolare può risultare compromesso. È importante notare che, a differenza della coagulazione intravascolare disseminata (CID), nella PTT il consumo dei fattori della coagulazione è generalmente assente o modesto, e i test coagulativi risultano di solito nei limiti della norma.

Manifestazioni cliniche

Il quadro clinico della porpora trombotica trombocitopenica è eterogeneo e può variare notevolmente per gravità, rapidità di esordio e organi coinvolti, ma riconosce un denominatore comune nella presenza di anemia emolitica microangiopatica e trombocitopenia di grado variabile.

L’anamnesi evidenzia tipicamente una sintomatologia d’esordio subacuta, che può evolvere nell’arco di pochi giorni o settimane; più raramente la presentazione è fulminante, con rapido deterioramento delle condizioni generali.

I sintomi riportati dal paziente riflettono l’entità della trombosi microvascolare e degli organi bersaglio interessati. Frequentemente si osserva una marcata astenia e spossatezza, espressione dell’anemia, spesso accompagnata da ittero sottocutaneo e mucoso dovuto alla lisi eritrocitaria. Non sono rari cefalea, confusione mentale, alterazioni del comportamento o deficit neurologici focali, che possono spaziare da lievi disturbi cognitivi fino a convulsioni, afasia, paresi o coma nelle forme più gravi. La sintomatologia neurologica rappresenta una delle manifestazioni più temute ed è dovuta alla compromissione ischemica diffusa a carico del sistema nervoso centrale.

All’esame obiettivo il riscontro più costante è rappresentato da petecchie, porpora e, nei casi più severi, ecchimosi a localizzazione cutaneo-mucosa, legate alla piastrinopenia. Talora si evidenziano segni di anemia conclamata, quali pallore cutaneo-mucoso, tachicardia, dispnea da sforzo e, nei casi più avanzati, soffio sistolico anemico. La febbre può essere presente in circa metà dei pazienti e, insieme a manifestazioni neurologiche e renali, compone la classica “pentade” descritta storicamente, che include anemia emolitica, trombocitopenia, manifestazioni neurologiche, febbre e danno renale. Tuttavia, la presentazione con tutti e cinque i segni è ormai rara grazie alla diagnosi più precoce: nella pratica clinica, la maggior parte dei pazienti presenta solo anemia emolitica e trombocitopenia associate a sintomi neurologici o renali di entità variabile.

Dal punto di vista renale, si possono riscontrare ipertensione, ematuria, proteinuria e, nei casi più gravi, insufficienza renale acuta.
In una minoranza di casi sono possibili sintomi cardiovascolari come dolore toracico, aritmie o segni di insufficienza cardiaca, secondari a ischemia miocardica da microtrombi.
Altre manifestazioni meno comuni comprendono dolore addominale, nausea, vomito e, occasionalmente, diarrea, espressione di coinvolgimento intestinale.

L’evoluzione clinica della PTT può essere estremamente rapida, con rischio di deterioramento multiorgano e exitus nel giro di pochi giorni se la patologia non viene riconosciuta e trattata tempestivamente. L’assenza di segni di coagulopatia (assenza di sanguinamento attivo, test coagulativi normali) aiuta a distinguere la PTT da altre microangiopatie trombotiche.

Accertamenti e diagnosi

La diagnosi di porpora trombotica trombocitopenica richiede un approccio rapido e strutturato, poiché il sospetto clinico impone un inizio tempestivo del trattamento anche prima della conferma definitiva, dati i rischi di evoluzione fatale della malattia. La valutazione parte sempre dall’osservazione della tipica associazione tra anemia emolitica microangiopatica e trombocitopenia, in assenza di altre cause evidenti e con test coagulativi generalmente nella norma.

Gli esami di primo livello comprendono emocromo completo, striscio periferico, LDH, bilirubina totale e frazionata, aptoglobina, reticolociti e test di funzionalità renale. L’emocromo mostra una trombocitopenia spesso marcata (spesso <100.000/μL), associata a anemia normocitica o leggermente macrocitica. Lo striscio di sangue periferico rivela la presenza di schistociti (frammenti eritrocitari tipici dell’emolisi microangiopatica), che rappresentano un elemento diagnostico chiave. Si osservano inoltre aumento dei lattato deidrogenasi (LDH), iperbilirubinemia indiretta, riduzione dell’aptoglobina e reticolocitosi. I test di coagulazione (PT, aPTT, fibrinogeno) risultano generalmente nei limiti della norma, aiutando a distinguere la PTT dalla coagulazione intravascolare disseminata.

Gli esami di secondo livello mirano a confermare il deficit funzionale di ADAMTS13. Il dosaggio dell’attività di ADAMTS13 rappresenta l’esame patognomonico, evidenziando livelli inferiori al 10% nei pazienti affetti. La ricerca di autoanticorpi inibitori anti-ADAMTS13 è fondamentale per distinguere la forma acquisita da quella congenita. Tuttavia, questi test non sono sempre disponibili in emergenza e la diagnosi iniziale resta pertanto clinica, supportata dai dati di laboratorio di routine.

In presenza del sospetto clinico di PTT, il percorso diagnostico si articola secondo i criteri internazionali attualmente condivisi, tra cui lo score PLASMIC, che valuta vari parametri clinici e laboratoristici al fine di stimare la probabilità di deficit severo di ADAMTS13 e indirizzare il trattamento tempestivo.


La presenza di anemia emolitica microangiopatica e trombocitopenia, in assenza di altre cause, è considerata sufficiente per l’inizio della terapia, anche prima della conferma del dosaggio enzimatico.

La diagnosi differenziale comprende tutte le altre microangiopatie trombotiche, in particolare la sindrome emolitico-uremica (SEU), la coagulazione intravascolare disseminata (CID), le infezioni severe, le reazioni da farmaci, le vasculiti sistemiche e le patologie autoimmuni o neoplastiche. Elementi distintivi sono il quadro renale più marcato nella SEU e l’allungamento dei tempi di coagulazione nella CID.

Accertamenti complementari (biopsie d’organo, imaging del SNC, valutazione cardiologica, esami virologici, immunologici e ricerca di neoplasie sottostanti) possono essere necessari per la caratterizzazione del caso, la valutazione prognostica e l’esclusione di patologie concomitanti o fattori scatenanti. Tuttavia, nessun esame deve ritardare l’inizio della terapia plasmatica quando il sospetto clinico è elevato.

Trattamento e prognosi

La porpora trombotica trombocitopenica rappresenta un’emergenza medica che richiede un approccio terapeutico rapido e multidisciplinare, poiché la tempestività delle cure è il principale fattore prognostico. L’intervento di prima linea universalmente riconosciuto è la plasma-exchange (scambio plasmatico terapeutico), associata a corticosteroidi ad alte dosi, mentre nei casi refrattari o recidivanti si ricorre a terapie immunosoppressive mirate e a trattamenti innovativi.

Il razionale dello scambio plasmatico consiste nella rimozione degli autoanticorpi anti-ADAMTS13 (nella forma acquisita), nell’eliminazione dei multimeri patologici di vWF e nella reinfusione di ADAMTS13 funzionale tramite plasma fresco congelato. Il plasma-exchange viene avviato immediatamente al sospetto diagnostico, con sedute quotidiane fino alla normalizzazione delle piastrine e della funzione d’organo. L’introduzione della plasmaferesi ha drasticamente ridotto la mortalità della malattia, portandola a meno del 20% nei centri specializzati.

Ai corticosteroidi (solitamente metilprednisolone o prednisone ad alte dosi) viene affidato il compito di ridurre la risposta autoimmune e modulare la produzione degli autoanticorpi. Nei casi refrattari, recidivanti o a rischio elevato di recidiva, trovano impiego agenti immunosoppressori come rituximab (anticorpo anti-CD20), ciclofosfamide, vincristina, oppure immunoglobuline endovena, con lo scopo di ottenere una deplezione selettiva delle cellule B e ridurre la produzione degli autoanticorpi.

Fra le terapie di più recente introduzione spicca il caplacizumab, un anticorpo monoclonale bivalente anti-vWF che inibisce l’interazione tra vWF e piastrine, prevenendo la formazione di nuovi microtrombi durante la fase acuta della malattia. L’utilizzo di caplacizumab in associazione a plasma-exchange e corticosteroidi ha dimostrato di ridurre significativamente i tempi di recupero piastrinico e il rischio di recidiva precoce, rappresentando oggi uno standard terapeutico nei casi ad alto rischio.

La trasfusione di piastrine è controindicata, salvo in presenza di sanguinamento minaccioso per la vita, poiché può aggravare la microangiopatia trombotica. La gestione delle eventuali complicanze (insufficienza renale acuta, crisi ipertensive, manifestazioni neurologiche severe) richiede una presa in carico intensiva e multidisciplinare.

Nella forma congenita (sindrome di Upshaw-Schulman), il trattamento si basa sulla somministrazione periodica di plasma fresco congelato, al fine di sostituire l’ADAMTS13 deficitario e prevenire le crisi acute, mentre il trapianto di fegato rappresenta un’opzione terapeutica rarissima e riservata ai casi gravemente refrattari.

La prognosi della PTT, un tempo gravata da una mortalità superiore al 90%, è oggi radicalmente migliorata grazie alla diagnosi precoce e all’introduzione della plasma-exchange, con sopravvivenza a lungo termine che supera l’80-85% dei pazienti trattati tempestivamente. Tuttavia, permane il rischio di recidive, che si verifica in circa il 20-40% dei casi nell’arco della vita, richiedendo un attento follow-up laboratoristico (monitoraggio di ADAMTS13, conta piastrinica e segni di emolisi). Gli esiti a lungo termine sono condizionati dalle complicanze neurologiche e renali, dalla presenza di eventi trombotici ricorrenti e, in rari casi, dall’evoluzione verso quadri autoimmuni complessi o sindromi da microangiopatia cronica.

Complicanze

Le complicanze della porpora trombotica trombocitopenica rappresentano il principale determinante di morbidità e mortalità della malattia, sia nella fase acuta che nel decorso a lungo termine. Nella fase iniziale, la formazione diffusa di microtrombi piastrinici nel microcircolo determina il rischio di ischemia e danno d’organo acuto, con evoluzione verso insufficienza multiorgano qualora il trattamento non sia tempestivo.

Tra le complicanze più frequenti vi sono le sequele neurologiche, che spaziano da deficit cognitivi persistenti, disturbi dell’umore e convulsioni fino a danni encefalici irreversibili nei casi più gravi. La compromissione renale può evolvere verso insufficienza renale acuta con necessità di dialisi e, meno frequentemente, verso un danno cronico con perdita progressiva della funzione glomerulare. Il coinvolgimento cardiaco, spesso sottovalutato, si manifesta con ischemia miocardica, aritmie e, in rari casi, infarto acuto, dovuti all’ostruzione microvascolare delle arteriole coronariche.

Non sono rare le complicanze emorragiche, che derivano principalmente dalla trombocitopenia severa e si traducono in sanguinamenti mucocutanei, emorragie gastrointestinali e, nei casi estremi, emorragie cerebrali, soprattutto in concomitanza con l’utilizzo di terapie anticoagulanti o trombolitiche.

Un ulteriore rischio importante è rappresentato dalle recidive, che possono manifestarsi a distanza di mesi o anni dalla remissione iniziale e impongono una sorveglianza prolungata. Le recidive sono spesso anticipate da una riduzione dell’attività di ADAMTS13 o dalla ricomparsa di autoanticorpi, e possono presentarsi con quadri clinici meno eclatanti ma altrettanto pericolosi.

Fra le complicanze correlate alla terapia vi sono reazioni avverse alla plasmaferesi (come reazioni allergiche, squilibri idroelettrolitici, infezioni da accessi venosi centrali) e tossicità immunosoppressiva, soprattutto nei pazienti sottoposti a trattamenti prolungati con corticosteroidi, rituximab o altri agenti immunosoppressori. Il rischio infettivo è inoltre aumentato a causa della neutropenia secondaria o della deplezione linfocitaria.

Infine, nelle forme congenite, la mancata aderenza alla profilassi plasmatica può condurre a crisi ricorrenti e danni cumulativi multiorgano. Nel lungo termine, i pazienti sopravvissuti possono sviluppare sindromi neurocognitive, disturbi d’ansia e depressione, oltre a una maggiore vulnerabilità a infezioni severe e complicanze cardiovascolari rispetto alla popolazione generale.

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