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Anemia post-trasfusionale

L’anemia post-trasfusione rappresenta un’entità clinica complessa e sottovalutata, che può manifestarsi dopo la somministrazione di emocomponenti sia in ambito acuto sia cronico. Benché la trasfusione di sangue sia finalizzata al trattamento dell’anemia e al ripristino della capacità di trasporto dell’ossigeno, in alcuni casi il paziente sviluppa, paradossalmente, una nuova o persistente condizione anemica nelle ore o nei giorni successivi alla procedura. Tale scenario, spesso misconosciuto nella pratica clinica, assume particolare rilevanza nei pazienti politrasfusi, nelle emoglobinopatie, nelle patologie croniche e nelle situazioni di trapianto d’organo o di midollo.

Il fenomeno dell’anemia post-trasfusione si inserisce in un quadro patogenetico complesso, dove si intrecciano fattori immunologici, ematologici, infettivi e metabolici, e in cui il ruolo delle reazioni avverse ai globuli rossi trasfusi, della distruzione precoce degli eritrociti e delle alterazioni del microambiente midollare risulta centrale per la comprensione e la gestione efficace del problema. Una valutazione approfondita dei meccanismi fisiopatologici, delle popolazioni a rischio e delle strategie diagnostico-terapeutiche è fondamentale per minimizzare l’impatto clinico di questa condizione e prevenire recidive potenzialmente gravi.

Meccanismi fisiopatologici e classificazione delle forme

L’anemia post-trasfusione non rappresenta mai un’entità “monolitica”, ma il risultato finale di molteplici meccanismi patogenetici che possono sovrapporsi o alternarsi a seconda del contesto clinico. L’analisi delle basi fisiopatologiche di questa condizione consente di comprendere come la trasfusione, anziché correggere stabilmente il deficit emoglobinico, possa talvolta innescare processi che aggravano o perpetuano l’anemia, portando a quadri clinici di difficile gestione.

Un primo meccanismo, centrale soprattutto nelle forme acute, è rappresentato dalla distruzione immunomediata dei globuli rossi trasfusi. In particolare, la presenza nel ricevente di anticorpi preformati contro antigeni eritrocitari non compatibili (spesso a seguito di pregresse trasfusioni, gravidanze o trapianti) può innescare una risposta emolitica rapida: gli eritrociti trasfusi vengono riconosciuti come estranei, opsonizzati e rapidamente eliminati dal sistema reticoloendoteliale. Questo fenomeno si manifesta classicamente nelle prime 24-48 ore dalla trasfusione, spesso con improvvisa riduzione dei livelli di emoglobina, emoglobinuria, iperbilirubinemia e, nei casi più gravi, insufficienza renale acuta o shock emodinamico. La gravità della reazione dipende dal titolo e dalla specificità degli anticorpi, nonché dalla velocità di distruzione degli eritrociti, e può essere amplificata dalla presenza di altre condizioni predisponenti, come infiammazione sistemica o insufficienza epatica.

Di natura più subdola, ma altrettanto rilevante, è il meccanismo dell’emolisi ritardata. In questo scenario, tipico dei pazienti politrasfusi o con emoglobinopatie, la produzione di anticorpi diretti contro antigeni eritrocitari “minori” avviene solo dopo la trasfusione, innescando la distruzione degli eritrociti trasfusi a distanza di alcuni giorni (generalmente tra il terzo e il quattordicesimo giorno). Questo tipo di reazione può inizialmente sfuggire al riconoscimento clinico, presentandosi con progressiva riduzione dell’emoglobina, comparsa di ittero subclinico, incremento della bilirubina indiretta e aumento dei reticolociti. Nei casi più complessi, si assiste a una sorta di hyperhemolysis syndrome in cui la risposta immunitaria si estende non solo agli eritrociti trasfusi ma anche a quelli endogeni del paziente, aggravando drammaticamente la severità dell’anemia. È questa la situazione che si osserva nella cosiddetta hyperhemolysis syndrome, condizione rara ma potenzialmente fatale soprattutto nei soggetti con drepanocitosi o talassemia.

Un ulteriore elemento patogenetico, spesso sottovalutato, è rappresentato dall’inibizione della eritropoiesi midollare successiva alla trasfusione. Nei pazienti con infezioni in atto, infiammazione cronica, immunosoppressione o patologie midollari di base, la trasfusione può agire come un fattore di “falsa sicurezza”, inibendo temporaneamente la produzione endogena di globuli rossi. Questo fenomeno, noto anche come suppression of endogenous erythropoiesis, si associa a una persistenza dell’anemia nei giorni e nelle settimane successive, specie se coesistono deficit di cofattori nutrizionali (ferro, folati, vitamina B12) o una riserva funzionale midollare già ridotta. Nei casi di aplasia midollare, sindromi mielodisplastiche o infezioni da Parvovirus B19, la soppressione eritropoietica può determinare una condizione di “anemia refrattaria”, in cui ogni trasfusione risulta solo transitoriamente efficace.

Un’altra importante causa di insuccesso trasfusionale è legata alla presenza di perdite ematiche persistenti, spesso occulte, come nel caso di sanguinamenti gastrointestinali, lesioni chirurgiche non completamente controllate, o coagulopatie complesse. In queste circostanze, la trasfusione non riesce a ripristinare in modo stabile la massa eritrocitaria, e il paziente si trova rapidamente di nuovo in condizioni di anemia.

Non meno significative sono le forme legate a cause non immunologiche, come la diluizione ematica conseguente a trasfusioni massive di liquidi cristalloidi o colloidi, le alterazioni del metabolismo del ferro nei pazienti cronici, la distruzione aumentata degli eritrociti in ambienti infiammatori o ischemici e la carenza di sostanze essenziali per l’eritropoiesi. In alcuni casi, soprattutto nei pazienti anziani o critici, una concomitante insufficienza epatica o renale può alterare profondamente la sopravvivenza degli eritrociti e ridurre la risposta alla trasfusione.

Alla luce di queste considerazioni, è possibile distinguere l’anemia post-trasfusione in forme acute, che insorgono entro le prime 24-48 ore e sono dominate dalla rapida distruzione degli eritrociti trasfusi o dalla persistenza di perdite ematiche attive, e forme ritardate o croniche, in cui prevalgono fenomeni di immunizzazione tardiva, suppression midollare o comorbidità che limitano la capacità dell’organismo di stabilizzare la massa eritrocitaria. La classificazione delle forme non è puramente accademica, ma ha rilevanza diretta per la gestione clinica e la prevenzione delle complicanze.

In sintesi, la fisiopatologia dell’anemia post-trasfusione richiede un approccio globale che tenga conto sia delle dinamiche immunoematologiche sia dei fattori clinici e metabolici del singolo paziente. Una comprensione approfondita di questi meccanismi è indispensabile per orientare le strategie diagnostiche e terapeutiche e per ridurre al minimo il rischio di recidiva e di evoluzione verso forme gravi e potenzialmente fatali.

Fattori predisponenti e popolazioni a rischio

La suscettibilità a sviluppare anemia post-trasfusione non è uniforme nella popolazione generale, ma risente di una serie di fattori predisponenti che agiscono in maniera sinergica, determinando una marcata variabilità nell’incidenza e nella gravità delle manifestazioni cliniche. Comprendere queste determinanti è essenziale non solo per identificare precocemente i soggetti a rischio, ma anche per pianificare strategie preventive e personalizzare il monitoraggio post-trasfusionale.

Un ruolo cruciale è svolto dalla alloimmunizzazione eritrocitaria, fenomeno che interessa in particolare i pazienti politrasfusi, come i soggetti affetti da anemia falciforme, talassemia, sindromi mielodisplastiche e altre emoglobinopatie. In queste popolazioni, l’esposizione ripetuta ad antigeni eritrocitari diversi, unita a una predisposizione genetica individuale, favorisce la formazione di anticorpi contro antigeni “minori” non sempre rilevati dai test pretrasfusionali convenzionali. Il rischio di reazioni emolitiche ritardate e di hyperhemolysis syndrome risulta così nettamente superiore rispetto alla media, con quadri clinici spesso severi e di difficile trattamento.

Un altro importante fattore predisponente è la presenza di immunosoppressione, tipica dei pazienti oncologici sottoposti a chemioterapia, dei trapiantati d’organo o di midollo e dei soggetti affetti da infezioni croniche (HIV, epatiti virali, infezioni fungine invasive). In questi contesti, la risposta immunitaria alterata può rendere meno evidenti i segni di emolisi, favorendo quadri di anemia refrattaria o mascherando la comparsa di nuove reazioni avverse post-trasfusionali. In alcuni casi, la contemporanea presenza di disfunzione midollare accentua la vulnerabilità, impedendo una ripresa efficace della eritropoiesi dopo la trasfusione.

Anche le condizioni di perdite ematiche persistenti, soprattutto se occulte o sottostimate (come nel caso di sanguinamenti gastrointestinali, emorragie chirurgiche non completamente controllate, o patologie della coagulazione), rappresentano un importante determinante di insuccesso trasfusionale. In queste situazioni, il deficit emoglobinico tende a ripresentarsi rapidamente, vanificando l’efficacia della trasfusione e richiedendo un monitoraggio più intenso.

Le alterazioni del metabolismo del ferro e la carenza di cofattori eritropoietici (in particolare ferro, folati e vitamina B12) costituiscono ulteriori fattori di rischio, soprattutto nei pazienti con malattie croniche, insufficienza renale, stati di malnutrizione o aumentato fabbisogno metabolico. In questi casi, la risposta alla trasfusione può essere transitoriamente favorevole, ma si assiste spesso a una rapida ricomparsa dell’anemia in assenza di una correzione delle cause sottostanti.

Infine, va sottolineato come le trasfusioni massive – tipiche dei pazienti politraumatizzati, degli interventi cardiochirurgici complessi e delle situazioni di emergenza emorragica – espongano a un aumentato rischio di diluizione ematica, alterazioni dell’omeostasi e disfunzione multiorgano, contribuendo indirettamente all’instaurarsi o alla perpetuazione di un quadro anemico refrattario.

In sintesi, il rischio di anemia post-trasfusione deriva dalla convergenza di molteplici fattori: la storia trasfusionale pregressa, la predisposizione genetica, la presenza di patologie croniche, le condizioni ematologiche e nutrizionali, il quadro immunitario e il contesto clinico acuto. Una valutazione multidimensionale di questi elementi è indispensabile per riconoscere tempestivamente i soggetti a maggior rischio e adottare strategie preventive efficaci.

Manifestazioni Cliniche

Il quadro clinico dell’anemia post-trasfusione è estremamente eterogeneo e dipende da molteplici fattori: il meccanismo fisiopatologico predominante, il tempo di insorgenza, il contesto clinico sottostante e la presenza di comorbidità. In alcuni casi, la condizione può manifestarsi in modo subdolo e progressivo, mentre in altri evolve rapidamente verso quadri potenzialmente letali, richiedendo una diagnosi tempestiva e una gestione multidisciplinare.

Nelle forme acute, l’insorgenza dei sintomi si verifica tipicamente entro poche ore dalla trasfusione e riflette la rapida distruzione degli eritrociti trasfusi per emolisi immunomediata. In questa evenienza, il paziente può presentare improvvisa comparsa di febbre, brividi, dolore lombare, dispnea, tachicardia e ipotensione. Talvolta si associano segni di emoglobinuria (colorazione rosso-brunastra delle urine), ittero progressivo, oliguria o anuria, e nei casi più severi può comparire insufficienza renale acuta o shock emodinamico. Il quadro clinico può mimare altre complicanze trasfusionali, come le reazioni allergiche gravi, la reazione febbrile non emolitica o la trasfusione incompatibile, rendendo indispensabile una diagnosi differenziale accurata.

Nelle forme ritardate, la sintomatologia emerge a distanza di giorni dalla trasfusione, spesso in modo insidioso. Il paziente può riferire astenia, palpitazioni, dispnea da sforzo, pallore progressivo e peggioramento della tolleranza all’attività fisica, mentre sul piano laboratoristico si osserva una nuova caduta dell’emoglobina associata a iperbilirubinemia indiretta e aumento dei reticolociti. Nei soggetti con hyperhemolysis syndrome si assiste a una rapida e drammatica riduzione dell’emoglobina, spesso inferiore ai livelli pre-trasfusionali, con possibili segni di emolisi massiva e rischio elevato di complicanze multiorgano.

La presentazione clinica può essere ulteriormente complicata dalla presenza di immunosoppressione o disfunzione midollare, condizioni in cui i sintomi di anemia possono essere attenuati o mascherati dalla compromissione della risposta infiammatoria e immunitaria. In questi pazienti, la comparsa di una anemia refrattaria dopo trasfusione può rappresentare l’unico segno clinico di una reazione avversa sottostante, imponendo un monitoraggio laboratoristico più serrato e prolungato nel tempo.

Un aspetto peculiare dell’anemia post-trasfusione è la possibilità di una presentazione “cronica” e paucisintomatica nei pazienti con perdite ematiche persistenti o carenza di cofattori eritropoietici. In questi casi, la sintomatologia può essere sfumata, limitata a modesta astenia, pallore, lieve tachicardia o ridotta performance funzionale, e l’anemia viene spesso riconosciuta solo attraverso il monitoraggio periodico dell’emocromo. Nei pazienti anziani o con comorbidità cardiovascolari, anche una modesta riduzione dell’emoglobina può precipitare quadri di scompenso cardiaco, peggioramento di una angina pectoris preesistente o instabilizzazione delle condizioni cliniche generali.

La diagnosi clinica si fonda dunque su una stretta correlazione temporale tra trasfusione e comparsa dei sintomi, sul riconoscimento dei segni di emolisi (ittero, emoglobinuria, aumento dei valori di bilirubina indiretta e LDH, riduzione dell’aptoglobina), e sulla valutazione delle eventuali comorbidità che possono modificare la presentazione o mascherare i segni tipici. Un’accurata raccolta anamnestica, un esame obiettivo mirato e il monitoraggio ematologico e biochimico rappresentano strumenti essenziali per la diagnosi precoce e la corretta classificazione della forma clinica di anemia post-trasfusionale.

Accertamenti e Diagnosi

L’iter diagnostico dell’anemia post-trasfusione richiede un approccio sequenziale e integrato, capace di distinguere tra le diverse forme cliniche e di identificare tempestivamente i meccanismi fisiopatologici sottostanti. Il primo passo consiste nell’osservazione di una ricomparsa o mancata correzione dell’anemia dopo trasfusione, associata a una stretta correlazione temporale tra l’evento trasfusionale e la variazione dei parametri ematologici.

L’emocromo completo rappresenta il cardine del monitoraggio post-trasfusionale e consente di quantificare la variazione della concentrazione di emoglobina, il numero dei globuli rossi, il valore dell’ematocrito e l’eventuale presenza di reticolocitosi. Nei casi sospetti, l’esecuzione di un striscio di sangue periferico può rivelare la presenza di schistociti, sferociti o altre alterazioni morfologiche suggestive di emolisi.

La valutazione biochimica deve includere il dosaggio di bilirubina totale e frazionata, lattato deidrogenasi (LDH), aptoglobina, e, nei casi di insufficienza renale acuta o shock, la ricerca di emoglobinuria e mioglobinuria nelle urine. Un incremento della bilirubina indiretta, della LDH e una riduzione dell’aptoglobina sono indicatori sensibili di emolisi attiva, mentre la comparsa di emoglobinuria suggerisce una distruzione massiva dei globuli rossi.

Nel sospetto di una reazione emolitica immunomediata, è fondamentale eseguire un test di Coombs diretto per la ricerca di anticorpi o frazioni del complemento fissate sulla superficie eritrocitaria. Un test positivo, soprattutto se associato a una storia di trasfusioni pregresse o di gravidanze multiple, è altamente suggestivo per una reazione immunologica contro antigeni eritrocitari “minori”. L’identificazione degli anticorpi specifici e la caratterizzazione fenotipica degli eritrociti trasfusi sono utili per orientare la gestione clinica e prevenire recidive.

Nei pazienti con anemia refrattaria o peggioramento progressivo dell’emoglobina in assenza di segni di emolisi, è necessario valutare la funzionalità midollare attraverso la mielogramma e, se indicato, la biopsia osteomidollare, per escludere la presenza di aplasia midollare, sindromi mielodisplastiche o infezioni virali come Parvovirus B19. In caso di sospetto di perdite ematiche occulte, può essere indicata una valutazione endoscopica, imaging addominale o altri esami di secondo livello per localizzare la fonte del sanguinamento.

Il percorso diagnostico deve infine prevedere il monitoraggio dei parametri di funzione d’organo (renale, epatica, cardiaca), specie nei pazienti anziani o fragili, nei quali la comparsa di una anemia post-trasfusionale può precipitare rapidamente uno scompenso multiorgano.

In sintesi, la diagnosi di anemia post-trasfusione si fonda su una sequenza razionale: riconoscimento clinico precoce, conferma laboratoristica dell’emolisi o della refrattarietà, esclusione di altre cause di anemia acuta o cronica, identificazione dei fattori predisponenti e inquadramento prognostico, al fine di impostare una gestione tempestiva e personalizzata.

Gestione terapeutica, prevenzione e prognosi

La gestione dell’anemia post-trasfusione impone una strategia su più livelli, calibrata in base al meccanismo fisiopatologico, alla gravità della presentazione clinica e al profilo di rischio del paziente. L’obiettivo primario è la rapida identificazione e il controllo della causa sottostante, la stabilizzazione delle funzioni vitali e la prevenzione delle complicanze più gravi.

Nelle forme acute immunomediate, la sospensione immediata della trasfusione costituisce il primo passo fondamentale, anche di fronte al solo sospetto clinico. Viene attivato il supporto intensivo: monitoraggio emodinamico, bilancio dei liquidi, ossigenoterapia, gestione dello shock con farmaci vasoattivi e, quando necessario, trattamenti di depurazione extracorporea per la prevenzione o la gestione dell’insufficienza renale acuta. In questi casi, può essere indicata la somministrazione di glucocorticoidi ad alte dosi e, in presenza di hyperhemolysis syndrome o di quadri autoimmuni refrattari, immunoglobuline endovena, anticorpi monoclonali (come rituximab) e, raramente, plasmaferesi terapeutica.

Nelle forme ritardate, il trattamento si focalizza sulla compensazione ematica e sulla prevenzione delle recidive. È spesso necessario il ricorso a unità eritrocitarie selezionate secondo una tipizzazione antigenica estesa, soprattutto nei pazienti politrasfusi o con emoglobinopatie. In caso di alloimmunizzazione complessa, può rendersi indispensabile l’intervento di centri trasfusionali specializzati, la ricerca di donatori “rari” o strategie di immunomodulazione. Nei quadri di hyperhemolysis syndrome, si utilizzano protocolli combinati di immunosoppressione, spesso prolungati, e il monitoraggio ravvicinato dell’emoglobina, dei marcatori di emolisi e della funzionalità d’organo.

La anemia refrattaria richiede l’individuazione e la correzione dei fattori che limitano la risposta eritropoietica. In caso di soppressione midollare, oltre al trattamento eziologico (ad esempio terapia delle infezioni virali come Parvovirus B19, sospensione di farmaci mielotossici), è indicata la supplementazione di ferro, folati e vitamina B12 secondo le carenze documentate, e, quando appropriato, l’impiego di eritropoietina ricombinante per favorire la ripresa della produzione eritrocitaria. Nei casi complessi, il percorso terapeutico può comprendere anche interventi multidisciplinari con supporto nutrizionale, fisioterapico e psicologico.

Un aspetto cruciale riguarda la gestione delle perdite ematiche persistenti, che deve essere sempre guidata da una diagnosi eziologica accurata (fonti occulte di sanguinamento, alterazioni della coagulazione, complicanze chirurgiche). Il trattamento prevede sia il controllo della fonte emorragica sia la correzione delle eventuali coagulopatie sottostanti, evitando l’esposizione non necessaria a ulteriori trasfusioni che potrebbero aggravare il quadro di refrattarietà.

Sul fronte preventivo, le strategie più efficaci includono la tipizzazione estesa degli antigeni eritrocitari in tutti i pazienti ad alto rischio, la selezione accurata delle unità da trasfondere, la pianificazione di protocolli blood sparing nelle chirurgie a rischio elevato e un attento monitoraggio dei parametri ematologici nel post-trasfusione, con particolare attenzione ai segni precoci di emolisi o di mancata risposta alla terapia. L’informazione e l’educazione del paziente, in particolare nelle categorie politrasfuse e nei soggetti con patologie ematologiche croniche, sono fondamentali per aumentare la consapevolezza e favorire la diagnosi precoce.

La prognosi varia considerevolmente a seconda della tempestività dell’intervento, della gravità della patologia di base e dell’efficacia delle misure preventive. Le forme acute immunomediate restano associate a un rischio elevato di mortalità e morbilità nei contesti di mancato riconoscimento, mentre le forme croniche o refrattarie condizionano pesantemente la qualità della vita, l’autonomia e l’outcome a lungo termine, specialmente nei soggetti fragili, immunocompromessi o politrasfusi.

Complicanze

Le complicanze dell’anemia post-trasfusione costituiscono una minaccia rilevante, non solo per la sopravvivenza a breve termine, ma anche per la prognosi funzionale e la qualità di vita a lungo termine. Nelle forme acute, le complicanze più temute sono l’insufficienza renale acuta secondaria a emoglobinuria massiva, lo shock ipovolemico o anafilattico, la coagulazione intravascolare disseminata e l’insufficienza multiorgano. Nei casi più gravi, la progressione verso il decesso può avvenire nell’arco di poche ore in assenza di un trattamento tempestivo.

Le forme ritardate e refrattarie sono responsabili di un peggioramento progressivo dello stato funzionale, con ricadute significative sulla qualità della vita: recidiva di anemia, ipersplenismo, peggioramento della alloimmunizzazione e crescente difficoltà nel reperimento di unità compatibili. In particolare, nei pazienti con hyperhemolysis syndrome, la rapida e drammatica riduzione dell’emoglobina può determinare ischemia tissutale, complicanze infettive, danno d’organo irreversibile e mortalità elevata anche in ambito intensivo.

Non meno rilevanti sono le complicanze trasfusionali generali: reazioni allergiche severe, TRALI (Transfusion-Related Acute Lung Injury), TACO (Transfusion-Associated Circulatory Overload), trasmissione di agenti infettivi, progressiva alloimmunizzazione e rischio di non disponibilità di ulteriori opzioni trasfusionali nei pazienti politrasfusi. Tutte queste condizioni rendono necessaria una valutazione multidisciplinare precoce e una pianificazione individualizzata degli interventi successivi.

Un elemento aggiuntivo, spesso sottovalutato, è il rischio di complicanze psicologiche associate a episodi gravi di anemia post-trasfusione: ansia, sindrome da stress post-traumatico, peggioramento dell’aderenza ai trattamenti e isolamento sociale possono incidere profondamente sull’outcome complessivo del paziente.

In conclusione, solo una gestione integrata, un monitoraggio serrato e un approccio proattivo alla prevenzione e alla diagnosi precoce consentono di minimizzare il rischio e la severità delle complicanze, ottimizzando la prognosi e la qualità di vita dei soggetti colpiti da questa complessa condizione.

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