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Anemia: generalità e classificazione

L’anemia è una condizione clinico-laboratoristica caratterizzata da una riduzione della concentrazione di emoglobina nel sangue periferico, tale da compromettere la capacità del sistema cardiovascolare di fornire ossigeno in quantità adeguata ai tessuti. Non rappresenta una malattia in sé, ma il segno di una patologia sottostante, spesso sistemica, che richiede un accurato inquadramento eziologico. La definizione si basa su valori soglia che variano in base all’età, al sesso e allo stato fisiologico: secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità, si parla di anemia con emoglobina <13 g/dL nell’uomo adulto, <12 g/dL nella donna non gravida e <11 g/dL in gravidanza.


Il significato clinico dell’anemia dipende dalla rapidità con cui si sviluppa, dalla sua severità e dalle condizioni generali del paziente. Nelle forme acute, anche una modesta riduzione dell’emoglobina può avere conseguenze drammatiche, mentre nelle forme croniche, l’organismo attiva meccanismi compensatori che possono mascherare la sintomatologia per lungo tempo.


Fisiopatologia generale

Le alterazioni che portano alla comparsa di anemia possono essere ricondotte a tre grandi meccanismi patogenetici: la ridotta produzione di eritrociti, la perdita ematica e l’aumentata distruzione degli eritrociti circolanti (emolisi). Questi processi non sono mutuamente esclusivi e possono coesistere nello stesso paziente, generando quadri clinici complessi.


La ridotta produzione può derivare da un danno primitivo midollare, come nelle anemie aplastiche o nelle sindromi mielodisplastiche, oppure da condizioni secondarie che interferiscono con la proliferazione e maturazione eritroide: carenze nutrizionali, deficit ormonali, infiammazione cronica e insufficienza renale sono tra le cause più frequenti. In questi casi, il midollo osseo non è in grado di compensare la riduzione della massa eritrocitaria, e il numero dei reticolociti risulta inappropriatamente basso.


La perdita ematica può essere acuta, come nei traumi o nelle emorragie digestive, oppure cronica e subdola, come nei sanguinamenti occulti del tratto gastrointestinale. In presenza di un midollo sano e di adeguate riserve di ferro, la risposta eritropoietica è in genere efficace, con aumento della reticolocitosi.


L’emolisi, infine, è la conseguenza di una distruzione prematura degli eritrociti. Può essere dovuta a difetti intrinseci delle emazie (alterazioni enzimatiche, emoglobinopatie, membranopatie) o a cause estrinseche (autoanticorpi, tossine, agenti infettivi, microangiopatie). L’anemia emolitica si accompagna spesso a ittero, splenomegalia e aumento della bilirubina indiretta.


Fisiologia dell’eritropoiesi

La produzione dei globuli rossi avviene nel midollo osseo attraverso un processo noto come eritropoiesi, regolato da un delicato equilibrio tra stimoli ormonali, fattori di crescita emopoietici, disponibilità di micronutrienti e integrità del microambiente midollare. Il principale mediatore di questo processo è l’eritropoietina (EPO), un ormone glicoproteico prodotto prevalentemente dal rene in risposta all’ipossia tissutale. L’EPO stimola la differenziazione e la sopravvivenza dei precursori eritroidi, promuovendo l’espansione della linea rossa.


Affinché la maturazione eritroide sia efficace, è indispensabile la disponibilità di ferro (componente essenziale dell’emoglobina), vitamina B12 e acido folico (necessari per la sintesi del DNA). In assenza di uno di questi elementi, si verificano arresti maturativi e produzione di emazie morfologicamente alterate.


Altri fattori endocrini, come gli androgeni, gli ormoni tiroidei e il cortisolo, esercitano un’influenza modulante sull’attività midollare. Le citochine infiammatorie, invece, hanno un effetto inibitorio sull’eritropoiesi e alterano il metabolismo del ferro, favorendo il sequestro reticoloendoteliale e contribuendo allo sviluppo dell’anemia da malattia cronica.

Manifestazioni sistemiche dell’anemia

Le manifestazioni cliniche dell’anemia derivano principalmente dalla ridotta capacità del sangue di trasportare ossigeno e dall’attivazione dei meccanismi di compenso emodinamico e respiratorio. L’entità e la natura dei sintomi dipendono da tre variabili fondamentali: il grado di anemia, la velocità con cui si sviluppa e la riserva funzionale degli organi bersaglio.


Nelle forme acute, come quelle secondarie a emorragia massiva, il quadro clinico è dominato dall’ipovolemia e dall’ipoperfusione tissutale: pallore cutaneo improvviso, tachicardia, ipotensione, vertigini, sincope e shock. Viceversa, nelle forme croniche a lenta evoluzione, i sintomi possono essere inizialmente sfumati o misconosciuti, manifestandosi solo in presenza di uno sforzo fisico.


I sintomi più comuni comprendono affaticamento, dispnea, ridotta tolleranza allo sforzo, palpitazioni, cefalea, irritabilità, pallore delle mucose. Nelle anemie severe o protratte possono comparire glossite, unghie fragili, fragilità capillare e, nei casi di anemia megaloblastica, alterazioni neurologiche come parestesie, atassia e disturbi della memoria.


Il cuore è uno degli organi più sensibili alla ridotta ossigenazione: l’anemia può precipitare quadri di ischemia miocardica, scompenso cardiaco o aritmie, soprattutto in pazienti anziani o con preesistente patologia cardiovascolare.

Classificazioni dell’anemia

Per orientare l’iter diagnostico e impostare una strategia razionale, è essenziale classificare correttamente l’anemia. I principali criteri classificativi sono tre: morfologico, fisiopatologico e topografico.


La classificazione morfologica si basa sulla valutazione del volume corpuscolare medio (MCV), parametro facilmente ottenibile dall’emocromo. Le anemie microcitiche (MCV <80 fL) sono tipicamente associate a deficit di sintesi dell’emoglobina, come nella carenza di ferro o nelle talassemie. Le anemie normocitiche (MCV 80–100 fL) sono spesso correlate a malattie croniche, emorragie acute o insufficienza midollare. Le anemie macrocitiche (MCV >100 fL) derivano da un difetto nella sintesi del DNA, come nella carenza di vitamina B12 o folati, ma anche da epatopatie, ipotiroidismo o farmaci mielotossici.


La classificazione fisiopatologica distingue l’anemia in base al meccanismo prevalente: da ridotta produzione, da perdita o da aumentata distruzione. Questo approccio è particolarmente utile perché permette di inquadrare rapidamente la patogenesi e orientare gli esami di approfondimento.


Infine, la classificazione topografica separa le anemie da alterazioni midollari (centrali), come le aplasie e le mielodisplasie, da quelle dovute a eventi periferici, come emorragie, emolisi o deficit nutrizionali. In alcuni casi, la distinzione tra questi modelli non è netta e si richiede una valutazione integrata dei dati clinici e laboratoristici.

Classificazione patogenetica delle anemie: i quattro gruppi principali

Accanto ai tradizionali criteri morfologici e fisiopatologici, la scuola italiana ha da tempo proposto una classificazione delle anemie che si fonda sui meccanismi patogenetici fondamentali che conducono alla riduzione della massa eritrocitaria. Questa suddivisione, oltre a favorire un inquadramento logico e sistematico delle diverse forme, consente di orientare in modo più mirato la diagnosi e l’approccio terapeutico.



Questa suddivisione facilita l’approccio clinico integrato, ponendo in evidenza i principali snodi patogenetici e orientando l’iter diagnostico verso le specifiche cause, molte delle quali sono trattate dettagliatamente nelle pagine dedicate del capitolo.


Orientamento diagnostico iniziale

Il primo strumento diagnostico a disposizione del clinico è l’emocromo, che consente di identificare la presenza dell’anemia e inquadrare la sua morfologia. Il dato isolato dell’emoglobina non è sufficiente: è necessario valutare contestualmente ematocrito, indici eritrocitari (MCV, MCH, MCHC, RDW), conta dei reticolociti e presenza di eventuali alterazioni della formula leucocitaria o della conta piastrinica.


La reticolocitemia è il parametro chiave per distinguere le anemie iporigenerative da quelle rigenerative. In presenza di anemia, una risposta reticolocitaria elevata suggerisce una perdita acuta o un’emolisi, mentre una risposta bassa orienta verso un difetto di produzione midollare o una carenza di substrati.


In funzione dei dati iniziali, l’iter diagnostico si arricchisce di esami mirati: studio del metabolismo del ferro, dosaggio di vitamina B12 e folati, markers di emolisi (LDH, bilirubina indiretta, aptoglobina), test di Coombs diretto, dosaggio dell’eritropoietina, elettroforesi dell’emoglobina, e, nei casi selezionati, biopsia osteomidollare.


Nelle pagine successive, ciascuna categoria di anemia verrà approfondita singolarmente, secondo una suddivisione eziopatogenetica coerente, per guidare il lettore dalla fisiopatologia alla clinica, fino alla diagnosi e al trattamento.

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