Sfondo Header
L'angolo del dottorino
Indice
Cerca nel sito... Ricerca avanzata
✖

Anemia da Deficit di Piruvato Chinasi

L’anemia da deficit di piruvato chinasi rappresenta la più comune causa di anemia emolitica congenita cronica non sferocitica, caratterizzata da un difetto congenito dell’enzima piruvato chinasi (PK) dell’eritrocita. Tale deficit comporta una compromissione del metabolismo glicolitico, fondamentale per la produzione di ATP negli eritrociti, che porta a un quadro di anemia emolitica cronica di gravità variabile.

Questa patologia, benché rara, assume particolare rilievo clinico nei paesi a elevato tasso di consanguineità e in alcune popolazioni a rischio. La manifestazione clinica va dall’anemia lieve e compensata fino alle forme gravi trasfusione-dipendenti, con esordio neonatale e complicanze multiorgano. La conoscenza delle basi molecolari, della fisiopatologia e delle implicazioni diagnostiche e terapeutiche di questa malattia è fondamentale per una gestione ottimale, data la possibilità di diagnosi tardive e la necessità di una presa in carico multidisciplinare.

Struttura e funzione della piruvato chinasi eritrocitaria

La piruvato chinasi è un enzima chiave del metabolismo glicolitico, localizzato nel citoplasma di tutte le cellule, ma con particolare importanza nell’eritrocita maturo. Negli eritrociti, privi di mitocondri, la glicolisi rappresenta l’unica via per la produzione di ATP, molecola energetica essenziale per il mantenimento della struttura e funzione della membrana cellulare, del volume cellulare e dell’integrità delle proteine citoscheletriche.

La glicolisi nell’eritrocita consiste nella scissione del glucosio in due molecole di piruvato, attraverso una serie di reazioni enzimatiche che producono ATP. La reazione catalizzata dalla piruvato chinasi rappresenta la tappa finale della via glicolitica, convertendo il fosfoenolpiruvato (PEP) in piruvato e generando ATP tramite fosforilazione a livello del substrato:

Fosfoenolpiruvato + ADP → Piruvato + ATP

Questa reazione è particolarmente rilevante nell’eritrocita, dove la sintesi di ATP dipende quasi esclusivamente dalla glicolisi. Il deficit di piruvato chinasi riduce la produzione di ATP, compromette l’omeostasi ionica e la deformabilità e determina una rimozione eritrocitaria prevalentemente extravascolare, soprattutto splenica.

Nell’eritrocita adulto la piruvato chinasi è codificata principalmente dal gene PKLR (Pyruvate Kinase, Liver and Red blood cell), localizzato sul cromosoma 1q22. Altre isoforme (PKM1 e PKM2) sono espresse rispettivamente in muscolo e tessuti proliferanti, ma non rivestono ruolo nella patogenesi dell’anemia emolitica ereditaria.

Eziologia e Genetica

L’eziologia dell’anemia da deficit di piruvato chinasi è esclusivamente genetica e riguarda mutazioni a carico del gene PKLR. Questo gene codifica sia la forma epatica sia quella eritrocitaria dell’enzima, ma le manifestazioni cliniche si osservano prevalentemente a livello eritrocitario, dove il fabbisogno di ATP è particolarmente critico.

Le mutazioni responsabili della malattia sono altamente eterogenee e comprendono:

La distribuzione delle mutazioni varia nelle diverse popolazioni, con alcune varianti più comuni in Europa centrale e settentrionale (es. 1529G>A) e altre tipiche delle regioni mediorientali e asiatiche.

La trasmissione è autosomica recessiva: la malattia si manifesta clinicamente quando sono presenti due alleli mutati (omozigosi o doppia eterozigosi composta). I portatori eterozigoti sono asintomatici ma possono trasmettere la mutazione alla progenie.

Non sono noti fattori ambientali o acquisiti che determinino direttamente il deficit di piruvato chinasi, ma altre condizioni ereditarie possono modulare il fenotipo, come la coesistenza con talassemia o membranopatie quali la sferocitosi ereditaria. La frequenza della malattia è aumentata nelle popolazioni con elevata consanguineità o varianti fondatrici.

Le mutazioni del gene PKLR causano una riduzione quantitativa e/o qualitativa dell’enzima, con perdita della funzione catalitica o instabilità della proteina, che si traduce in un’incapacità degli eritrociti di produrre ATP a livelli adeguati per mantenere l’omeostasi ionica, l’integrità di membrana e la deformabilità, con conseguente riduzione della sopravvivenza eritrocitaria e prevalente rimozione splenica.

Patogenesi e Fisiopatologia

La patogenesi dell’anemia da deficit di piruvato chinasi si fonda su un meccanismo biochimico ben definito: la carenza dell’enzima compromette la tappa finale della glicolisi eritrocitaria, riducendo drasticamente la produzione di ATP. Negli eritrociti, che sono privi di mitocondri, la glicolisi è infatti la sola via per ottenere energia. In condizioni fisiologiche, la conversione del fosfoenolpiruvato (PEP) in piruvato genera le ultime molecole di ATP indispensabili per il mantenimento dell’equilibrio ionico e del potenziale di membrana.

Nel deficit di piruvato chinasi, la diminuzione di ATP induce una serie di eventi patogenetici:

Il risultato finale è una prematura distruzione degli eritrociti, che avviene prevalentemente nella milza. Gli eritrociti con deficit energetico vengono rimossi dal sistema reticoloendoteliale, causando anemia emolitica cronica.

Un aspetto peculiare della fisiopatologia è l’aumento del 2,3-DPG nei globuli rossi, che determina una ridotta affinità dell’emoglobina per l’ossigeno. Questo fenomeno facilita il rilascio di ossigeno ai tessuti periferici, spiegando in parte la discrepanza tra la gravità dell’anemia e la relativa tolleranza clinica in alcuni pazienti.

La compensazione eritropoietica è un altro meccanismo chiave: l’anemia cronica stimola la produzione di eritropoietina e l’attivazione dell’eritropoiesi midollare. Nei casi più gravi, il midollo osseo si espande e può manifestarsi eritropoiesi extramidollare con splenomegalia, epatomegalia o masse paraspinali.

La fisiopatologia del deficit di piruvato chinasi si distingue da altre anemie emolitiche ereditarie per:

Tali caratteristiche sono fondamentali per il sospetto clinico e la diagnosi differenziale.

Classificazione ed Epidemiologia

Il deficit di piruvato chinasi eritrocitaria si presenta come una condizione clinicamente eterogenea, la cui classificazione si basa su:

Dal punto di vista molecolare, sono state descritte oltre 300 mutazioni diverse del gene PKLR; la correlazione genotipo-fenotipo non è sempre lineare e può essere influenzata da polimorfismi modificatori o condizioni associate.

In base alla gravità si distinguono:

La distinzione clinica è importante per la gestione terapeutica e la prognosi a lungo termine.

Dal punto di vista epidemiologico, il deficit di piruvato chinasi ha una prevalenza diagnosticata stimata tra 3,2 e 8,5 casi per milione di abitanti nelle popolazioni occidentali, ma può essere sottodiagnosticato a causa dell’ampio spettro fenotipico. Alcuni cluster etnici presentano una prevalenza maggiore per effetto founder, come nel nord Europa, tra gli Amish della Pennsylvania e in alcune popolazioni del Medio Oriente e dell’Asia centrale.

La frequenza dei portatori eterozigoti è probabilmente superiore a quanto attualmente noto, rendendo fondamentale la diagnosi molecolare e lo screening familiare, specie in caso di consanguineità o familiarità per anemia emolitica non spiegata.

L’accesso a diagnosi specialistiche e la consapevolezza della malattia restano sfide aperte, in particolare nei paesi a basso reddito, dove la patologia può essere confusa con altre forme di anemia emolitica o trattata in modo inadeguato.

Manifestazioni Cliniche

Le manifestazioni cliniche del deficit di piruvato chinasi (PK) riflettono la complessa interazione tra la gravità del difetto enzimatico, la capacità di compensazione eritropoietica e i meccanismi adattativi dell’organismo al progressivo stato di anemia emolitica cronica. Il quadro clinico, estremamente eterogeneo, si estende da forme gravissime con esordio neonatale a fenotipi lievi che possono rimanere misconosciuti fino all’età adulta. Comprendere le sfumature di questa presentazione è essenziale per sospettare la patologia in assenza di segni patognomonici e per evitare ritardi diagnostici, spesso causa di complicanze prevenibili.

Nei casi più severi, il deficit di PK si manifesta già nei primi giorni di vita con un ittero neonatale precoce e severo, che può richiedere fototerapia intensiva o exsanguino-trasfusione. Non raramente, la presentazione neonatale è dominata dall’anemia emolitica profonda accompagnata da segni di sofferenza multiorgano: difficoltà alimentare, ipotonia, tachicardia, tachipnea e, nelle forme più gravi, quadro di idrope fetale (edemi diffusi, versamenti cavitari, scompenso cardiaco ad alto rendimento). L’idrope fetale, pur essendo una manifestazione rara, rappresenta la forma estrema e potenzialmente letale, e suggerisce un deficit enzimatico particolarmente marcato o la presenza di fattori genetici aggravanti.

Con la crescita, la sintomatologia si stabilizza tipicamente in un quadro di anemia emolitica cronica di gravità variabile, i cui sintomi principali derivano dalla combinazione di emolisi persistente, ipossia tissutale e iperbilirubinemia. I pazienti più frequentemente sviluppano:

Il quadro può essere aggravato da eventi acuti quali infezioni intercorrenti (che aumentano il tasso di emolisi) o crisi aplastiche, particolarmente in corso di infezione da Parvovirus B19.

Un elemento clinico distintivo della malattia è la relativa “tolleranza” ai bassi livelli di emoglobina: grazie all’aumento compensatorio del 2,3-difosfoglicerato (2,3-DPG) negli eritrociti, l’emoglobina mostra una minore affinità per l’ossigeno, facilitando il rilascio di ossigeno ai tessuti. Questo spiega perché alcuni pazienti possano presentare emoglobina marcatamente ridotta senza sviluppare sintomi di ipossia tissutale gravi, almeno fino a che non subentrino stress aggiuntivi.

Nelle forme più lievi o compensate, la patologia può rimanere silente per anni. In questi casi, la scoperta avviene spesso casualmente in occasione di esami ematochimici di routine, o di indagini per splenomegalia, calcolosi biliare precoce o in seguito a uno stress fisiologico (gravidanza, interventi chirurgici, infezioni severe). È importante sottolineare che la variabilità intra-familiare può essere marcata: soggetti portatori della stessa mutazione possono presentare quadri clinici molto diversi in funzione di fattori epigenetici, ambientali o di coesistenza con altre anomalie ematologiche.

Le complicanze a lungo termine sono simili a quelle osservate in altre forme di anemia emolitica cronica e includono:

Nel complesso, la sintomatologia dell’anemia da deficit di piruvato chinasi va valutata e monitorata nel tempo, tenendo conto sia del decorso spontaneo sia della risposta ai trattamenti, con attenzione alla qualità di vita e agli aspetti psicosociali, soprattutto nei giovani e nei pazienti cronici.

Accertamenti e Diagnosi

La diagnosi di anemia da deficit di piruvato chinasi richiede un approccio strutturato e sequenziale, in cui il sospetto clinico viene guidato dall’anamnesi, dalla storia familiare e dalla valutazione laboratoristica, per essere poi confermato da indagini biochimiche e molecolari. Il percorso diagnostico, tutt’altro che banale, necessita di una chiara distinzione tra le diverse possibili cause di anemia emolitica cronica, per evitare sia errori che inutili trattamenti empirici.

1. Sospetto clinico: Il sospetto di deficit di PK nasce soprattutto in presenza di un’emolisi cronica congenita non immune, con anemia di grado variabile o talora compensata, reticolocitosi e altri indici di emolisi, dopo esclusione delle cause più comuni. Il sospetto deve essere particolarmente alto in presenza di:


2. Esami di primo livello: L’emocromo completo mostra generalmente anemia normocitica con reticolocitosi. Lo striscio periferico può evidenziare anisopoichilocitosi, policromasia, occasionali echinociti ed eritroblasti circolanti; gli schistociti non sono un reperto caratteristico. La presenza di sferociti non è predominante.
Il profilo emolitico include:

La valutazione del ferro può mostrare ferritina e sideremia normali o aumentate nei casi di emosiderosi.

3. Diagnosi differenziale: Una fase cruciale è la distinzione dal deficit di G6PD, dalla sferocitosi ereditaria e da altre enzimopatie (glucosio-6-fosfato isomerasi, deficit di esochinasi, ecc.). Test specifici (test di Coombs diretto, test di fragilità osmotica, analisi della G6PD) contribuiscono alla diagnosi differenziale; il test di fragilità osmotica, per sensibilità limitata, non esclude da solo la sferocitosi ereditaria.

4. Conferma biochimica: La diagnosi si fonda sulla dimostrazione diretta della ridotta attività dell’enzima piruvato chinasi nei globuli rossi, mediante dosaggio enzimatico specifico. Tale esame, eseguito in laboratori specializzati, misura l’attività della piruvato chinasi dalla velocità di formazione del piruvato, accoppiata all’ossidazione del NADH in una reazione mediata dalla lattato deidrogenasi. È importante interpretare il test tenendo conto dell’età eritrocitaria e delle principali interferenze: le trasfusioni recenti possono mascherare il deficit e una marcata reticolocitosi, anche durante una fase emolitica o dopo splenectomia, può determinare valori falsamente normali. Quando possibile, il dosaggio va eseguito almeno 90 giorni dopo l’ultima trasfusione di emazie, poiché una trasfusione nei 90 giorni precedenti può rendere inaffidabile il dosaggio dell’attività della piruvato chinasi. Nei pazienti splenectomizzati il test non è controindicato, ma il risultato va interpretato con particolare cautela e integrato, quando necessario, con l’analisi di PKLR.

5. Conferma molecolare: L’analisi genetica del gene PKLR mediante sequenziamento diretto, PCR o MLPA, permette l’identificazione delle mutazioni responsabili, la definizione del quadro di eterozigosi/omozigosi e la consulenza familiare. Il test genetico è fondamentale nei casi complessi, nelle forme atipiche o per la diagnosi prenatale e preimpianto in contesti a rischio.

6. Valutazione delle complicanze e accertamenti di secondo livello: Nei pazienti con anemia cronica è essenziale valutare la presenza di sovraccarico di ferro (ferritina, sideremia, saturazione della transferrina, RMN-T2* epatica e cardiaca nei casi di sospetto accumulo), di calcolosi biliare (ecografia addome), di splenomegalia (ecografia, visita clinica), e di eventuali segni di eritropoiesi extramidollare. Nei bambini e adolescenti, va monitorata la crescita e lo sviluppo puberale, oltre al profilo endocrino, per prevenire complicanze tardive.

Trattamento e Prognosi

La gestione dell’anemia da deficit di piruvato chinasi rappresenta una delle sfide più complesse dell’ematologia pediatrica e dell’adulto, richiedendo un approccio individualizzato che tenga conto della severità del quadro emolitico, dell’età del paziente, della presenza di comorbidità, del rischio di complicanze e delle risorse terapeutiche disponibili. Il trattamento mira non solo a correggere l’anemia e prevenire le complicanze, ma anche a preservare la qualità della vita e a offrire, quando possibile, una cura definitiva.

Nei pazienti con forme lievi o ben compensate, la strategia principale è una vigile osservazione clinica, associata a supporto nutrizionale (acido folico), monitoraggio delle complicanze (calcolosi biliare, emosiderosi, disturbi della crescita) e counselling genetico per il paziente e la famiglia. In molti casi, l’anemia viene tollerata senza necessità di trasfusioni regolari, grazie alla compensazione metabolica e all’adattamento tissutale.

Quando l’anemia diventa clinicamente significativa (riduzione marcata dell’attività quotidiana, ritardo di crescita, sintomi di insufficienza cardiaca, crisi emolitiche ricorrenti), è necessario un supporto trasfusionale personalizzato. Le trasfusioni di concentrati eritrocitari sono indicate per:

Il protocollo trasfusionale deve essere il meno intensivo possibile per evitare sovraccarico di ferro e rischio di alloimmunizzazione, privilegiando sempre il monitoraggio clinico e laboratoristico piuttosto che target rigidi di emoglobina.

Un pilastro fondamentale della terapia nei pazienti con sovraccarico marziale è la terapia chelante del ferro. L’indicazione e la scelta del chelante dipendono dalla documentazione del carico di ferro, valutata con ferritina seriale, RMN per il ferro d’organo e funzione epatica, cardiaca e renale, oltre che da età e tollerabilità. La chelazione non va iniziata automaticamente “precocemente”, ma quando il sovraccarico clinicamente significativo è dimostrato.

La splenectomia rappresenta una scelta terapeutica per i pazienti con ipersplenismo severo, aumentato fabbisogno trasfusionale o citopenie associate. Tuttavia, la decisione di rimuovere la milza va ponderata attentamente in relazione ai rischi infettivo e trombotico a lungo termine; la trombosi post-splenectomia è una complicanza documentata nel deficit di PK. Il rischio infettivo impone una profilassi vaccinale completa (pneumococco, meningococco, Haemophilus influenzae) e l’eventuale profilassi antibiotica. Nei bambini, la splenectomia viene posticipata il più possibile, preferibilmente dopo i 5-6 anni di età, per ridurre il rischio di sepsi fulminanti.

Negli ultimi anni, le terapie innovative hanno modificato il paradigma di trattamento dell’anemia da deficit di PK. Mitapivat, modulatore allosterico della piruvato chinasi, è approvato per adulti eleggibili in diverse giurisdizioni e può aumentare l’emoglobina o ridurre il fabbisogno trasfusionale. Non costituisce una terapia definitiva e l’impiego pediatrico resta oggetto di valutazione specifica e autorizzazioni locali.

Il trapianto allogenico di cellule staminali emopoietiche (HSCT) può rappresentare una terapia potenzialmente curativa in rare forme severe e refrattarie, soprattutto in età pediatrica, ma non costituisce lo standard per la maggior parte dei pazienti. Il successo della procedura dipende dalla compatibilità donatore-ricevente, dall’età del paziente, dalla severità dell’anemia e dalla presenza di complicanze d’organo preesistenti. Il trapianto comporta rischi significativi (rigetto, GVHD, infezioni gravi) e va riservato ai casi selezionati secondo linee guida internazionali.

La prognosi dei pazienti con deficit di piruvato chinasi è estremamente variabile e dipende da molteplici fattori: tipo e gravità del difetto molecolare, età di esordio, accesso alle cure trasfusionali e chelanti, tempestività nel riconoscere e trattare le complicanze. Nei centri di riferimento, la qualità e l’aspettativa di vita si sono sensibilmente allungate negli ultimi decenni, grazie al miglioramento delle cure di supporto, delle terapie innovative e del follow-up multidisciplinare. Tuttavia, nelle aree a risorse limitate, la patologia resta gravata da un rischio elevato di morbilità e mortalità per complicanze non trattate.

In conclusione, la gestione ottimale del deficit di piruvato chinasi si basa su una personalizzazione terapeutica che integri supporto trasfusionale, prevenzione del sovraccarico di ferro, gestione delle complicanze, supporto psicosociale e, ove indicato, accesso alle terapie innovative e al trapianto. L’obiettivo non è solo la sopravvivenza, ma il pieno sviluppo del potenziale fisico, sociale e relazionale del paziente.

Complicanze

Le complicanze dell’anemia da deficit di piruvato chinasi derivano sia dalle conseguenze dirette dell’anemia emolitica cronica e della compensazione midollare, sia dagli effetti del sovraccarico di ferro, delle terapie trasfusionali e della splenectomia. Il loro riconoscimento e la prevenzione sono determinanti per la qualità e l’aspettativa di vita dei pazienti.

Complicanze da sovraccarico di ferro

Il ferro in eccesso, che si accumula progressivamente a causa delle trasfusioni ripetute o dell’assorbimento intestinale aumentato per stimolazione eritropoietica, rappresenta la principale causa di morbilità a lungo termine. Le manifestazioni cliniche includono:

La prevenzione e il trattamento precoce mediante terapia chelante sono essenziali per evitare danni irreversibili.

Complicanze infettive

I pazienti splenectomizzati sono a rischio elevato di infezioni gravi, in particolare da batteri capsulati (Streptococcus pneumoniae, Haemophilus influenzae, Neisseria meningitidis). La profilassi vaccinale e, nei casi selezionati, la profilassi antibiotica sono raccomandate. Cateteri e accessi vascolari possono costituire ulteriori fattori di rischio infettivo; anemia cronica e litiasi biliare non determinano di per sé infezioni opportunistiche.

Complicanze trombotiche dopo splenectomia

La splenectomia aumenta il rischio trombotico nel deficit di piruvato chinasi; nel Natural History Study la trombosi post-splenectomia è stata riportata nell’11% dei pazienti splenectomizzati. Questo rischio deve essere considerato nella selezione dei candidati e nel follow-up a lungo termine.

Complicanze epatobiliari

La litiasi biliare pigmentaria rappresenta una complicanza frequente e spesso precoce, favorita dall’iperbilirubinemia cronica secondaria all’emolisi. Può manifestarsi con coliche biliari, colecistite acuta e, più raramente, pancreatite. L’ecografia addominale periodica e la tempestiva indicazione chirurgica (colecistectomia) sono raccomandate in caso di sintomatologia o complicanze.

Complicanze ematologiche e ossee

La persistente eritropoiesi inefficace può causare espansione midollare, deformità scheletriche (cranio, ossa lunghe), ritardo di crescita e, nei casi gravi, sviluppo di masse di eritropoiesi extramidollare (sedi paraspinali o addominali). La splenomegalia può causare ipersplenismo e citopenie associate (leucopenia, trombocitopenia), con rischio di emorragie e infezioni.

Complicanze cardiovascolari

L’anemia cronica può indurre insufficienza cardiaca ad alto rendimento, soprattutto nei bambini piccoli e nei soggetti con riserva cardiaca limitata. Il monitoraggio ecocardiografico e la correzione tempestiva dell’anemia sintomatica sono fondamentali per la prevenzione del danno miocardico.

Complicanze da terapie

Le trasfusioni possono determinare reazioni trasfusionali acute o croniche, alloimmunizzazione eritrocitaria e, in rari casi, trasmissione di agenti infettivi. La terapia chelante comporta rischi di tossicità renale, epatica, oculare e uditiva che impongono un attento monitoraggio clinico e laboratoristico.

Complicanze rare e psicosociali

In alcuni casi si possono osservare ulcere degli arti inferiori, crisi emolitiche acute scatenate da infezioni, crisi aplastiche (soprattutto da Parvovirus B19), e complicanze neurologiche in caso di masse extramidollari paraspinali. La cronicità della malattia, la necessità di trattamenti continuativi e la consapevolezza del rischio di complicanze impattano significativamente su qualità di vita, adattamento psicologico e integrazione sociale di pazienti e familiari.

In sintesi, il riconoscimento e la prevenzione delle complicanze dell’anemia da deficit di piruvato chinasi costituiscono un obiettivo centrale del follow-up multidisciplinare, con particolare attenzione agli aspetti clinici, psicologici e sociali della presa in carico globale.

    Bibliografia
  1. Al-Samkari H, et al. Diagnosis and management of pyruvate kinase deficiency: international expert guidelines. Lancet Haematol. 2024;11(3):e228–e239.
  2. Zanella A, Fermo E, Bianchi P, Chiarelli LR, Valentini G. Pyruvate kinase deficiency: the genotype-phenotype association. Blood Rev. 2007;21(4):217–231.
  3. Grace RF, Zanella A, Neufeld EJ, et al. Erythrocyte pyruvate kinase deficiency: 2015 status report. Am J Hematol. 2015;90(9):825–830.
  4. Grace RF, Barcellini W. Management of pyruvate kinase deficiency in children and adults. Blood. 2020;136(11):1241–1249.
  5. Fattizzo B, Motta I, Marcello AP, et al. Pyruvate Kinase Deficiency: Current Challenges and Future Prospects. J Blood Med. 2022;13:461–471.
  6. Laas C, Le Queffelec C, Lacronique-Gazaille C, et al. Improving the laboratory diagnosis of pyruvate kinase deficiency. Br J Haematol. 2021;193(5):994–1000.
  7. Grace RF, Glader B. Red Blood Cell Enzyme Disorders. Pediatr Clin North Am. 2018;65(3):579–595.
  8. Bianchi P, Fermo E, Glader B, et al. Addressing the diagnostic gaps in pyruvate kinase deficiency: consensus recommendations on the diagnosis of pyruvate kinase deficiency. Am J Hematol. 2019;94(1):149–161.
  9. Bianchi P, Fermo E. Molecular heterogeneity of pyruvate kinase deficiency. Haematologica. 2020;105(9):2218–2228.
  10. Bianchi P, Fermo E, Lezon-Geyda K, et al. Genotype-phenotype correlation and molecular heterogeneity in pyruvate kinase deficiency. Am J Hematol. 2020;95(5):472–482.
  11. Zanella A, Fermo E, Bianchi P, Valentini G. Pyruvate kinase deficiency. Haematologica. 2007;92(6):721–723.
  12. Grace RF, Bianchi P, van Beers EJ, et al. Clinical spectrum of pyruvate kinase deficiency: data from the Pyruvate Kinase Deficiency Natural History Study. Blood. 2018;131(20):2183–2192.
  13. Grace RF, Rose C, Layton DM, et al. Safety and Efficacy of Mitapivat in Pyruvate Kinase Deficiency. N Engl J Med. 2019;381(10):933–944.
  14. Al-Samkari H, van Beers EJ, Kuo KHM, et al. The variable manifestations of disease in pyruvate kinase deficiency and their management. Haematologica. 2020;105(9):2229–2239.
  15. Zanella A, et al. Red cell pyruvate kinase deficiency: molecular and clinical aspects. Br J Haematol. 2005;130(1):11-25.
  16. Grace RF, Layton DM, Barcellini W. How we manage patients with pyruvate kinase deficiency. Br J Haematol. 2019;184(5):721–734.
  17. Secrest MH, Storm M, Carrington C, et al. Prevalence of pyruvate kinase deficiency: A systematic literature review. Eur J Haematol. 2020;105(2):173–184.
  18. van Beers EJ, van Straaten S, Morton DH, et al. Prevalence and management of iron overload in pyruvate kinase deficiency: report from the PKD Natural History Study. Haematologica. 2019;104(2):e51–e53.
  19. Boscoe AN, Yan Y, Hedgeman E, et al. Comorbidities and complications in adults with pyruvate kinase deficiency. Eur J Haematol. 2021;106(4):484–492.

Nota informativa: le informazioni contenute in questa pagina hanno esclusivamente finalità informative e divulgative e non sostituiscono il parere, la diagnosi o il trattamento di un medico. In caso di necessità, rivolgersi sempre a un professionista sanitario qualificato.

Trasparenza sull'intelligenza artificiale: questa pagina è stata realizzata con il supporto di strumenti di intelligenza artificiale, utilizzati come ausilio nella produzione e nell'elaborazione dei contenuti.