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Plasmocitoma Solitario e Plasmocitoma Extramidollare

Il plasmocitoma solitario rappresenta una rara neoplasia monoclonale delle plasmacellule, caratterizzata dalla presenza di una singola massa tumorale, a carico del tessuto osseo o extramidollare, in assenza di coinvolgimento sistemico tipico del mieloma multiplo. La sua identificazione è cruciale, in quanto si colloca su uno spettro biologico che va dalla neoplasia localizzata a basso rischio alla potenziale evoluzione verso una patologia sistemica, con profonde implicazioni per la prognosi e la gestione terapeutica.


Entrambe le forme sono accomunate dall’assenza, alla diagnosi, di segni di mieloma multiplo attivo, ma differiscono per epidemiologia, biologia molecolare, storia naturale e rischio evolutivo.

Il riconoscimento tempestivo di queste entità e la loro distinzione dal mieloma multiplo “early” è fondamentale per l’impostazione di strategie terapeutiche mirate e il monitoraggio del rischio di progressione sistemica.

Eziologia, patogenesi e fisiopatologia

Il plasmocitoma solitario rappresenta una rara neoplasia a carico delle plasmacellule, caratterizzata dalla proliferazione monoclonale localizzata di cellule mature di derivazione B nella sede ossea (plasmocitoma solitario osseo, PSO) oppure nei tessuti molli (plasmocitoma extramidollare, PEM). Il meccanismo eziopatogenetico che conduce alla formazione di una singola massa tumorale, in assenza di altre localizzazioni midollari o di una componente mielomatosa diffusa, rimane in parte oscuro e costituisce una delle sfide più attuali della ricerca in ematologia oncologica.

Sul piano eziologico, non esistono fattori causali diretti chiaramente individuati; tuttavia, l’evoluzione clonale delle plasmacellule patologiche sembra richiedere uno specifico microambiente tissutale favorevole alla loro crescita localizzata. A differenza del mieloma multiplo, non sono documentati né agenti infettivi, né esposizioni tossiche, né alterazioni genetiche germinali come cause certe dell’insorgenza del plasmocitoma. Raramente, tra i fattori di rischio sono stati descritti:

L’assenza di una relazione causale diretta tra questi fattori e lo sviluppo del plasmocitoma rende oggi impossibile proporre efficaci strategie di prevenzione primaria.


Dal punto di vista patogenetico, il plasmocitoma solitario origina dalla trasformazione neoplastica di una cellula B post-germinativa che ha acquisito la capacità di differenziarsi terminalmente in plasmacellula secernente immunoglobuline monoclonali. La proliferazione rimane localizzata grazie all’acquisizione di una serie di alterazioni molecolari che ne bloccano la disseminazione sistemica. Studi genomici hanno rilevato alterazioni citogenetiche simili, in parte, a quelle del mieloma multiplo, come la traslocazione t(4;14), t(14;16), delezioni del 13q e aberrazioni del cromosoma 1, ma con una minore frequenza e minore complessità.


Una delle ipotesi centrali per spiegare la localizzazione solitaria è la “dipendenza dal microambiente”: le plasmacellule neoplastiche si avvantaggiano di specifici segnali di crescita e di sopravvivenza offerti dal tessuto osseo o dalla matrice extracellulare dei tessuti molli. Nel PSO, le interazioni con cellule stromali, osteoblasti e osteoclasti favoriscono la proliferazione locale senza una reale capacità di invasione diffusa; nel PEM, i siti più comuni (vie respiratorie superiori, seni paranasali, tratto gastrointestinale) forniscono un ambiente immunologico e stromale favorevole al mantenimento del clone.

Questa dipendenza dal microambiente contribuisce a spiegare la tendenza di molti plasmocitomi solitari a restare localizzati per anni, ma anche il rischio di progressione verso una forma disseminata quando avvengono nuove acquisizioni genetiche, epigenetiche o modificazioni del microambiente che consentono la fuga dalle restrizioni locali.


Dal punto di vista fisiopatologico, la massa tumorale espande progressivamente la sede di origine, determinando danni prevalentemente locali:

A differenza del mieloma multiplo, le alterazioni sistemiche (anemia, insufficienza renale, ipercalcemia, immunodepressione severa) sono pressoché assenti all’esordio, riflettendo il carattere localizzato del processo. Tuttavia, la presenza di una componente monoclonale sierica o urinaria è rilevata nel 25-40% dei casi, pur senza implicazioni cliniche rilevanti finché non compare disseminazione.


La progressione verso mieloma multiplo rappresenta l’evento cruciale della storia naturale del plasmocitoma solitario: una quota significativa dei pazienti sviluppa nel tempo segni di malattia sistemica, spesso dopo anni di apparente stabilità. I meccanismi alla base di questa evoluzione comprendono nuove aberrazioni genetiche che conferiscono alle plasmacellule la capacità di colonizzare il midollo osseo in modo multifocale e di eludere i segnali inibitori del microambiente locale.

L’identificazione precoce dei marcatori di rischio di progressione – come la presenza e la quantità di componente monoclonale persistente, le alterazioni citogenetiche sfavorevoli o la persistenza di plasmacellule nel midollo – rappresenta oggi uno degli ambiti più avanzati della ricerca clinica.

Manifestazioni cliniche

Le manifestazioni cliniche del plasmocitoma solitario sono strettamente correlate alla sede anatomica di insorgenza, al volume della massa tumorale e al grado di invasività locale, riflettendo la natura circoscritta della malattia. A differenza del mieloma multiplo, la sintomatologia sistemica è tipicamente assente nelle fasi iniziali, poiché il coinvolgimento midollare diffuso e la compromissione organica sistemica rappresentano criteri di esclusione per questa diagnosi. La presentazione clinica può risultare subdola e spesso induce un ritardo nella diagnosi, soprattutto nelle forme extramidollari.

Nel plasmocitoma osseo solitario (POS), il sintomo cardine è il dolore localizzato, persistente e progressivo, spesso riferito come profondo, sordo e resistente ai comuni analgesici. Tale dolore può inizialmente essere attribuito a patologie osteo-articolari degenerative o a traumi minori, ma nel tempo tende ad accentuarsi, a divenire notturno e, nei casi avanzati, a limitare la funzionalità del segmento colpito. La progressione locale della lesione può condurre, a seconda della sede scheletrica coinvolta, a tumefazione palpabile, deformità ossea o alterazioni della morfologia locale evidenti all’ispezione.

Nei segmenti scheletrici portanti, in particolare vertebre, ossa lunghe e bacino, la progressiva erosione ossea può manifestarsi con crollo vertebrale, deformità posturali, dolore radicolare, segni di instabilità articolare e, nei casi più gravi, sintomatologia neurologica da compressione midollare o delle radici spinali (ipostenia, parestesie, paraplegia).

L’esame obiettivo, condotto con attenzione, può rivelare dolorabilità puntiforme alla digitopressione, tumefazione dura e fissa ai piani profondi, limitazione funzionale dell’arto o del segmento colpito e, in caso di interessamento vertebrale, segni neurologici focali che devono essere considerati di assoluta urgenza diagnostica.

Nel plasmocitoma solitario extramidollare (PEM), il quadro clinico risulta fortemente eterogeneo e dipendente dall’organo o tessuto coinvolto. Le sedi più frequentemente interessate sono le alte vie respiratorie (cavità nasali, seni paranasali, rinofaringe, orofaringe e laringe), dove la massa tumorale si manifesta con sintomi insidiosi, quali:

La crescita nei tessuti molli profondi può essere inizialmente asintomatica, rendendo il riconoscimento clinico particolarmente sfidante, soprattutto in assenza di segni evidenti all’ispezione o alla palpazione. Solo il progressivo aumento volumetrico, con invasione delle strutture adiacenti o compressione di vie nervose e vascolari, conduce allo sviluppo di sintomi clinici rilevanti.

In sedi meno tipiche, tratto gastrointestinale, cute, polmoni, ghiandole salivari, orbita, sistema nervoso centrale, il quadro clinico riflette l’organo colpito e può comprendere dolore addominale, disturbi della deglutizione, ostruzione intestinale, comparsa di noduli sottocutanei, alterazioni visive o, in rari casi, deficit neurologici focali.

Un elemento di particolare rilievo è l’assenza di sintomi sistemici alla diagnosi. Parametri come anemia, insufficienza renale, ipercalcemia, infezioni ricorrenti o astenia severa sono di norma assenti, e la loro presenza deve indurre a un approfondimento per escludere una forma sistemica di malattia. La rilevazione di una componente monoclonale sierica o urinaria (picco M) – presente in circa un terzo dei pazienti – non si associa a sintomatologia diretta e rappresenta un reperto laboratoristico di supporto, utile soprattutto per il monitoraggio nel tempo e la valutazione del rischio evolutivo.

Dal punto di vista anamnestico, l’indagine clinica deve essere orientata a identificare:

La valutazione clinica deve essere integrata da un attento esame obiettivo generale e segmentario, con rilievo di masse palpabili, alterazioni della conformazione scheletrica, deficit neurologici e segni suggestivi di compressione o infiltrazione locale.

La varietà delle manifestazioni e la natura spesso paucisintomatica del plasmocitoma impongono un elevato indice di sospetto clinico, specie nei pazienti adulti con dolore osseo atipico, tumefazioni persistenti o sintomi compressivi non spiegabili da altre patologie.

Accertamenti e Diagnosi

Il processo diagnostico del plasmocitoma solitario si configura come una delle sfide più complesse dell’ematologia oncologica, richiedendo una rigorosa integrazione di dati clinici, strumentali, laboratoristici e anatomopatologici per distinguere questa entità dal mieloma multiplo nelle sue forme precoci e da tutte le altre condizioni che simulano una lesione plasmacellulare isolata. Il percorso inizia sempre da un sospetto clinico generato dall’osservazione di sintomi localizzati – dolore osseo persistente, tumefazione o sintomi compressivi – in assenza di segni sistemici, ma la sola clinica non è mai sufficiente a stabilire la diagnosi.

La prima fase dell’iter diagnostico è rappresentata dall’imaging, che oggi si avvale di tecnologie sempre più sofisticate e integrate. Nelle forme ossee, l’indagine radiografica tradizionale può suggerire la presenza di una lesione litica unica, a margini netti e senza sclerosi reattiva, ma spesso non consente una valutazione completa dell’estensione tumorale. L’impiego della tomografia computerizzata (TC) e soprattutto della risonanza magnetica (RMN) permette una precisa definizione del volume della massa, del grado di distruzione corticale e, nelle lesioni vertebrali, del coinvolgimento dei tessuti molli paravertebrali e della compressione midollare o radicolare, fenomeni che possono rimanere silenti fino a stadi avanzati della malattia. La RMN total body è oggi considerata la metodica più sensibile per l’identificazione di eventuali focolai occulti di proliferazione plasmacellulare, anche in assenza di alterazioni radiologiche evidenti.

Il sospetto di plasmocitoma extramidollare, invece, impone una scelta mirata dell’imaging sulla base della sede coinvolta: la TC e la RMN dei distretti testa-collo, torace, addome o pelvi consentono di delineare non solo la massa, ma anche i suoi rapporti con le strutture vascolari, nervose e linfatiche circostanti. In tutti i casi, la PET/TC con 18F-FDG riveste un ruolo centrale per la valutazione globale della malattia, consentendo di escludere localizzazioni multiple, di individuare eventuali sedi extramidollari sfuggite agli altri esami e di guidare la biopsia verso le aree di maggiore attività metabolica. Solo la conferma di una singola lesione ipermetabolica, in assenza di altri accumuli sospetti, permette di porre il sospetto forte di plasmocitoma solitario.

Parallelamente, l’approfondimento laboratoristico rappresenta un altro pilastro irrinunciabile del percorso diagnostico. L’elettroforesi sierica e la ricerca di componente monoclonale nelle urine costituiscono strumenti essenziali non solo per identificare la presenza di una “M protein”, ma soprattutto per escludere quadri di mieloma smoldering o sintomatico. Il dosaggio delle catene leggere libere sieriche, integrato dalla tipizzazione mediante immunofissazione, permette di rilevare alterazioni minime che potrebbero sfuggire ai metodi classici. Tuttavia, la presenza di una componente monoclonale isolata, specie se di basso titolo e non evolutiva, non è sufficiente a escludere il plasmocitoma solitario, e va sempre interpretata in rapporto all’assenza di danno d’organo.

Un nodo diagnostico cruciale è rappresentato dalla biopsia osteomidollare, che deve essere sempre eseguita anche in assenza di segni di malattia sistemica. Solo la dimostrazione di un’infiltrazione midollare di plasmacellule inferiore al 3% consente di escludere il mieloma multiplo nella sua fase iniziale. La biopsia della massa (agobiopsia o, nei casi accessibili, asportazione escissionale) permette invece la conferma istologica della natura monoclonale del proliferato, attraverso tecniche di immunoistochimica (espressione di CD138, CD38, restrizione clonale kappa o lambda) e, ove necessario, analisi citogenetiche e molecolari. L’identificazione di aberrazioni come t(4;14), del(13q), o alterazioni del cromosoma 1 può avere valore prognostico e orientare il monitoraggio post-terapeutico.

A completamento del quadro, la valutazione ematochimica standard (emocromo, creatinina, calcemia, assetto proteico) è indispensabile per la ricerca di segni di compromissione sistemica (anemia, insufficienza renale, ipercalcemia) che, se presenti, pongono diagnosi di mieloma attivo anche in presenza di una singola massa tumorale.


Il ragionamento diagnostico, tuttavia, non può mai essere ridotto a una mera somma di criteri: la diagnosi differenziale deve essere sempre considerata in modo rigoroso, con particolare attenzione a tutte le condizioni che mimano una lesione solitaria. Tra queste, metastasi di tumori solidi, linfomi a grandi cellule, sarcomi primitivi dell’osso o dei tessuti molli e infezioni granulomatose croniche richiedono sempre il supporto di una valutazione multidisciplinare che integri dati clinici, radiologici e istopatologici.

Infine, nei casi più complessi, il ricorso a tecniche di biologia molecolare avanzata e la discussione collegiale in centri specialistici consentono di perfezionare la diagnosi e orientare il percorso terapeutico e di follow-up, garantendo al paziente una gestione personalizzata e aggiornata ai più recenti criteri internazionali.

Trattamento e Prognosi

La gestione del plasmocitoma solitario rappresenta un campo in rapida evoluzione, in cui la scelta terapeutica deve essere rigorosamente individualizzata sulla base della sede, delle dimensioni, dell’estensione locale della lesione e dei fattori prognostici biologici, oltre che delle condizioni generali del paziente. La principale distinzione operativa riguarda le due varianti cliniche: il plasmocitoma osseo solitario (POS) e il plasmocitoma solitario extramidollare (PEM), che pur condividendo alcuni principi di fondo, presentano peculiarità nella risposta al trattamento e nell’evoluzione naturale.

Il cardine terapeutico per entrambe le forme è rappresentato dalla radioterapia a dosi radicali, che si è dimostrata in grado di ottenere elevatissimi tassi di controllo locale. L’indicazione alla radioterapia deriva dalla peculiare radiosensibilità delle plasmacellule neoplastiche e dalla possibilità di eradicare il clone patologico in sede, preservando la funzione degli organi adiacenti. Nei casi di POS, la dose raccomandata si colloca generalmente tra i 40 e i 50 Gy, somministrata in frazioni quotidiane, con l’obiettivo di coprire l’intero volume tumorale e una quota di tessuto sano circostante per prevenire recidive marginali. La pianificazione deve essere accurata, soprattutto nelle sedi vertebrali, per minimizzare il rischio di complicanze neurologiche.

Nel PEM, la radioterapia costituisce la terapia di elezione nella stragrande maggioranza dei casi, garantendo tassi di remissione locale superiori al 90%. La variabilità anatomica delle sedi extramidollari richiede una pianificazione personalizzata, spesso in collaborazione con specialisti di chirurgia otorinolaringoiatrica, maxillo-facciale o gastroenterologica, per la definizione precisa dei volumi bersaglio e la valutazione delle potenziali tossicità tardive.

La chirurgia trova indicazione in un sottogruppo selezionato di pazienti, prevalentemente nelle forme extramidollari accessibili o in quelle situazioni in cui la massa determina un rischio imminente di complicanze meccaniche (compressione midollare, ostruzione acuta di vie aeree o digestive, sanguinamento non controllabile). L’asportazione chirurgica radicale può essere presa in considerazione solo quando è verosimile il raggiungimento di una resezione completa, senza danno funzionale significativo, e sempre seguita da radioterapia adiuvante nei casi a margini incerti o positivi. Nelle forme ossee, l’approccio chirurgico è generalmente limitato alla gestione delle complicanze ortopediche (fratture patologiche, instabilità vertebrale, decompressione midollare).

Il ruolo della chemioterapia sistemica nel trattamento del plasmocitoma solitario rimane marginale e controverso. Le evidenze disponibili non supportano l’impiego routinario di chemioterapia in assenza di progressione sistemica, dal momento che l’aggiunta di agenti alchilanti o di schemi analoghi a quelli del mieloma non ha mostrato un impatto significativo sulla sopravvivenza libera da progressione. Tuttavia, in presenza di fattori di rischio biologici sfavorevoli (citogenetica ad alto rischio, persistenza di componente monoclonale sierica dopo trattamento locale, microinfiltrazione midollare documentata), alcuni centri propongono un monitoraggio intensivo o strategie di trattamento precoci, eventualmente nell’ambito di studi clinici controllati.

Il monitoraggio post-terapeutico rappresenta una componente cruciale della gestione clinica, data la tendenza del plasmocitoma solitario, in particolare di quello osseo, a evolvere nel tempo verso una forma sistemica di mieloma multiplo. Il follow-up prevede controlli periodici clinici, radiologici (RMN o PET/TC total body) e laboratoristici (elettroforesi sierica, immunofissazione, FLC sieriche), con frequenza ravvicinata nei primi 2-3 anni e progressivamente diradata nei pazienti in remissione completa stabile.

La prognosi del plasmocitoma solitario varia in modo sostanziale tra le due forme principali. Nei pazienti con PEM, la sopravvivenza globale a 10 anni supera l’80-90%, con un rischio di progressione sistemica contenuto (15-30%), soprattutto nelle forme localizzate e completamente eradicabili. Al contrario, nel POS, la probabilità di trasformazione in mieloma multiplo nel tempo rimane elevata: dati longitudinali mostrano che fino al 65-70% dei pazienti sviluppa, nell’arco di 10 anni, segni di malattia sistemica, anche dopo un apparente controllo locale. I principali fattori predittivi di progressione sono la persistenza o la ricomparsa della componente monoclonale sierica, l’infiltrazione midollare minima residua e la presenza di alterazioni genetiche sfavorevoli. La sopravvivenza globale, tuttavia, è fortemente influenzata dall’età, dalle comorbidità e dalla tempestività del riconoscimento evolutivo verso mieloma, che consente un rapido avvio dei trattamenti sistemici più appropriati.

Negli ultimi anni, le prospettive terapeutiche stanno rapidamente evolvendo grazie all’introduzione di nuovi agenti immunomodulanti, anticorpi monoclonali e inibitori delle proteasomi, attualmente oggetto di studio in trial clinici anche nelle forme ad alto rischio di progressione. L’identificazione precoce dei pazienti candidabili a strategie terapeutiche innovative, integrata dalla caratterizzazione molecolare della malattia, rappresenta la frontiera della medicina personalizzata in questo ambito.

In sintesi, il trattamento del plasmocitoma solitario deve essere sempre gestito in centri di riferimento ematologico, all’interno di team multidisciplinari, al fine di garantire il massimo livello di personalizzazione terapeutica e un monitoraggio ottimale del rischio evolutivo, integrando i dati della clinica, dell’anatomia patologica, della diagnostica per immagini e della biologia molecolare più avanzata.

Complicanze

Le complicanze del plasmocitoma solitario riflettono sia la natura biologica della malattia sia gli effetti a lungo termine dei trattamenti locali, con una netta distinzione tra le problematiche legate alla sede della massa tumorale e quelle derivanti dalla potenziale evoluzione verso una patologia sistemica. L’analisi delle complicanze non può prescindere da una visione dinamica della storia naturale di questa neoplasia, che vede la possibilità di una lunga stabilità locale accanto al rischio, talora improvviso, di progressione verso il mieloma multiplo.

Nelle forme a localizzazione ossea, le complicanze scheletriche rappresentano l’aspetto più immediato e frequente. La progressiva distruzione della struttura ossea, determinata dall’attività osteolitica delle plasmacellule e dal microambiente locale, può condurre a fratture patologiche, crollo vertebrale, deformità scheletriche e, nelle localizzazioni a carico della colonna, a quadri di compressione midollare o radicolare. Tali eventi non solo peggiorano la qualità di vita, ma possono determinare disabilità permanenti, dolore cronico e la necessità di interventi chirurgici o ortopedici urgenti. In rari casi, la presenza di una massa espansiva in sedi critiche può compromettere la funzione di organi vitali, come nel caso di infiltrazione delle ossa craniche o pelviche.

Nel plasmocitoma extramidollare, la natura delle complicanze dipende strettamente dall’organo colpito e dalla capacità della massa di esercitare effetti compressivi sulle strutture adiacenti. Tumori localizzati alle alte vie respiratorie possono determinare ostruzione progressiva delle vie aeree, disfagia ingravescente, sanguinamenti ricorrenti, perdita della voce o infezioni sovrapposte. In sedi profonde, le complicanze possono insorgere in modo insidioso, con sintomi neurologici, ostruzione intestinale, compromissione della funzione visiva o neurologica, a seconda della localizzazione.

Un capitolo centrale è costituito dal rischio di evoluzione verso mieloma multiplo, che rappresenta la complicanza sistemica più temibile e clinicamente rilevante. Il passaggio dalla malattia localizzata a quella sistemica può avvenire in modo subdolo, talora preceduto dalla comparsa di una componente monoclonale sierica persistente o da minime infiltrazioni midollari non riconosciute alle indagini iniziali. La progressione è spesso segnata dall’emergere dei classici segni del mieloma: anemia, insufficienza renale, ipercalcemia, infezioni ricorrenti e dolore osteoarticolare diffuso, che segnano una svolta nella storia clinica del paziente e richiedono l’impostazione di un trattamento sistemico secondo le linee guida per il mieloma multiplo.

Non meno rilevanti sono le complicanze legate ai trattamenti. La radioterapia, pur rappresentando il cardine terapeutico, può comportare effetti collaterali acuti (eritema cutaneo, mucositi, affaticamento) e complicanze tardive quali fibrosi tessutale, necrosi ossea, secondi tumori primitivi nelle aree irradiate e, in sedi particolarmente delicate, deficit neurologici o ormonali permanenti. La chirurgia, soprattutto nei distretti cranio-cervicali o vertebrali, comporta rischi di sanguinamento, infezioni, lesioni nervose, perdita funzionale e, nei casi più complessi, la necessità di ricostruzioni complesse o di riabilitazione protratta.

A queste si aggiungono le possibili complicanze psicologiche e sociali, legate all’incertezza della prognosi, al rischio di recidiva o di evoluzione sistemica, alla compromissione funzionale e alla necessità di un follow-up a vita, che possono incidere profondamente sulla qualità di vita del paziente e del nucleo familiare.

La gestione ottimale delle complicanze richiede quindi un approccio proattivo e multidisciplinare, che integri strategie preventive (protezione ortopedica delle ossa a rischio, vigilanza radiologica e laboratoristica), interventi tempestivi sulle complicanze acute e croniche, sostegno psicologico e percorsi riabilitativi personalizzati. Solo una sorveglianza clinica attenta e una comunicazione efficace tra le diverse figure sanitarie consentono di contenere l’impatto della malattia e dei suoi trattamenti, mantenendo la migliore qualità di vita possibile per il paziente.

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