AdBlock rilevato
Abbiamo rilevato un AdBlock attivo!

Per favore disattiva AdBlock o aggiungi il sito alle eccezioni.

La nostra pubblicità non è molesta e non ti arrecherà alcun disturbo
consente al sito di mantenersi, crescere e fornirti nuovi contenuti..

Non potrai accedere ai contenuti finché AdBlock rimane attivo.
Dopo averlo disattivato, questa finestra si chiuderà automaticamente.

Sfondo Header
L'angolo del dottorino
Cerca nel sito... Ricerca avanzata

Miocardiopatie non classificate

Le miocardiopatie non classificate comprendono un insieme eterogeneo di malattie del muscolo cardiaco che non si lasciano ricondurre in modo lineare ai fenotipi tradizionali di cardiomiopatia dilatativa, ipertrofica, restrittiva o aritmogena, oppure che attraversano più categorie morfologiche nel corso della loro storia naturale. Non costituiscono una diagnosi unica, né un gruppo residuale privo di logica clinica: rappresentano piuttosto l’area in cui convergono forme transitorie, metaboliche, tossiche, endomiocardiche, neuromuscolari, autoimmuni, eosinofiliche, mitocondriali e fenotipi anatomici complessi nei quali il dato morfologico da solo non basta a definire causa, rischio e trattamento.

Molte di queste condizioni vengono riconosciute inizialmente come scompenso cardiaco, aritmia, dolore toracico, trombo intracardiaco, ipertrofia, dilatazione, restrizione diastolica o reperto di imaging, ma la diagnosi corretta richiede un passaggio ulteriore: collegare il fenotipo cardiaco a una causa biologica specifica. Una disfunzione ventricolare acuta dopo stress neurovegetativo non ha la stessa fisiopatologia di una dilatazione da alcol, di una cardiomiopatia da difetto mitocondriale, di una fibrosi endomiocardica, di una non compattazione ventricolare, di una malattia lisosomiale come la malattia di Danon o di un danno miocardico da eosinofili. Il punto clinico decisivo è riconoscere ciò che ha modificato il miocardio, non limitarsi a descrivere come appare il ventricolo.

Dal punto di vista epidemiologico, le miocardiopatie non classificate sono difficili da quantificare perché includono condizioni rare, sottodiagnosticate, spesso riconosciute solo nei centri specialistici o confuse con cardiomiopatie più comuni. Alcune, come la cardiomiopatia di Takotsubo, sono relativamente frequenti nei percorsi di sindrome coronarica acuta; altre, come le miocardiopatie mitocondriali, la malattia di Danon e le forme ipereosinofile, appartengono alla medicina delle malattie rare o multisistemiche; altre ancora, come le miocardiopatie tossiche, possono essere più comuni di quanto emerga dai registri perché l’esposizione causale non viene sempre ricercata. La classificazione non deve quindi fermarsi alla forma del ventricolo, ma deve arrivare al meccanismo che ha prodotto quella forma.

Inquadramento generale e significato clinico

La classificazione moderna delle cardiomiopatie non è più un sistema rigidamente anatomico. Le linee guida e le nosologie contemporanee distinguono il fenotipo morfofunzionale, la distribuzione familiare o sporadica, la causa genetica o acquisita, il coinvolgimento extracardiaco e lo stadio funzionale. Questo approccio è indispensabile nelle miocardiopatie non classificate perché molte di esse non sono prive di identità, ma possiedono un’identità che non coincide con una sola forma geometrica del ventricolo. La stessa condizione può presentarsi come ipertrofia, dilatazione, restrizione, aritmia, trombosi o danno endocardico in fasi diverse.

Il concetto di miocardiopatia non classificata deve quindi essere usato con precisione. Non significa che la malattia sia ignota, indeterminata o meno importante. Significa che il fenotipo non è sufficientemente descritto dalle categorie cardiomiopatiche principali, oppure che la causa prevalente non è contenuta nella semplice distinzione tra ventricolo dilatato, ispessito, rigido o aritmogeno. In molte di queste condizioni il cuore è il bersaglio di un meccanismo extracardiaco, come una tossina, un difetto metabolico, un disturbo neuromuscolare, una risposta autoimmune, una proliferazione eosinofilica o una malattia sistemica.

Questa impostazione ha conseguenze pratiche immediate. Se una cardiomiopatia viene descritta solo come “dilatativa”, il trattamento tende a concentrarsi sullo scompenso. Se viene riconosciuta come tossica, la rimozione dell’esposizione diventa parte essenziale della terapia. Se viene riconosciuta come mitocondriale, servono sorveglianza multisistemica, genetica, prevenzione delle crisi metaboliche e attenzione ai farmaci potenzialmente problematici. Se viene riconosciuta come ipereosinofila, la priorità diventa spegnere l’attività eosinofilica e prevenire trombosi e fibrosi. Se viene riconosciuta come malattia di Danon, il problema si sposta su genetica, accumulo lisosomiale, aritmie, scompenso precoce e screening familiare.

Il valore clinico della categoria è particolarmente evidente nei pazienti giovani, nei pazienti con familiarità, nei pazienti con manifestazioni extracardiache e nei casi in cui la malattia cardiaca sembra sproporzionata rispetto ai fattori di rischio comuni. Una cardiomiopatia in un giovane con debolezza muscolare, disturbi di conduzione, ipertrofia, sordità, neuropatia, retinopatia, eosinofilia, asma, esposizione a sostanze, terapie oncologiche o storia familiare non deve essere archiviata come idiopatica. Ogni elemento extracardiaco è una traccia diagnostica.

Le miocardiopatie non classificate condividono una caratteristica fondamentale: il rischio non dipende soltanto dalla frazione di eiezione ventricolare sinistra. La frazione di eiezione ventricolare sinistra (left ventricular ejection fraction, LVEF) resta un parametro centrale, ma non basta. Una Takotsubo può essere transitoria ma complicarsi con shock, trombo o aritmie. Una non compattazione ventricolare può essere benigna se isolata, ma ad alto rischio se associata a fibrosi o genotipo patologico. Una malattia mitocondriale può avere funzione apparentemente conservata e blocchi di conduzione pericolosi. Una forma eosinofilica può avere troponina elevata e trombosi prima della fibrosi. Una tossicità da antimalarici può presentarsi con conduzione alterata e fenotipo restrittivo più che con dilatazione evidente.

Il ragionamento clinico deve quindi integrare morfologia, funzione, ritmo, tessuto, genetica, esposizioni, infiammazione, metabolismo e organi extracardiaci. L’ecocardiografia definisce struttura e funzione; la risonanza magnetica cardiaca (cardiac magnetic resonance, CMR) aggiunge edema, fibrosi, trombi, infiltrazione e pattern tissutali; l’elettrocardiogramma (ECG) e il monitoraggio del ritmo definiscono rischio elettrico; i biomarcatori chiariscono danno e stress parietale; la genetica identifica cause ereditarie; l’anamnesi tossicologica, infettivologica, immunologica e familiare chiude il cerchio eziologico. Nessuno di questi livelli è sufficiente da solo.

Nel paziente con disfunzione ventricolare acuta, dolore toracico e coronarie non ostruttive, la cardiomiopatia di Takotsubo diventa una diagnosi da considerare quando il quadro è coerente con stunning miocardico transitorio da stress neurocardiaco. Nei pazienti con trabecole endocardiche prominenti, la miocardiopatia spongiosa impone invece di distinguere ipertrabecolazione fisiologica, fenotipo acquisito e vera cardiomiopatia genetica. Quando la malattia cardiaca si accompagna a debolezza muscolare, sordità, diabete, oftalmoplegia o crisi metaboliche, le miocardiopatie mitocondriali spostano l’attenzione dal ventricolo alla bioenergetica cellulare.

La presenza di eosinofilia, asma, manifestazioni cutanee, neuropatia o trombi endocavitari orienta verso la miocardiopatia ipereosinofila, nella quale infiammazione, trombosi e fibrosi possono rappresentare fasi successive della stessa aggressione endomiocardica. Quando emergono alcol, stimolanti, steroidi androgeni anabolizzanti, chemioterapia, radioterapia, antimalarici o metalli, le miocardiopatie tossiche richiedono una diagnosi eziologica precisa, perché la sospensione dell’esposizione può essere il passaggio terapeutico più importante.

Il ventricolo rigido, con pressioni di riempimento elevate e funzione sistolica relativamente conservata, può condurre alla miocardiopatia restrittiva idiopatica quando non si dimostra una causa infiltrativa, endomiocardica o sistemica sufficiente. Se invece prevalgono danno endocardico, trombosi organizzata, obliterazione cavitaria e rigurgiti valvolari, la miocardiopatia fibrinosa endomiocardica diventa il modello fisiopatologico più coerente. Nei pazienti con ipertrofia severa, preeccitazione, miopatia o deterioramento rapido, la malattia di Danon deve essere riconosciuta come cardiomiopatia genetica lisosomiale, non come semplice variante ipertrofica.

Quando la malattia cardiaca si associa a debolezza muscolare, insufficienza respiratoria, disturbi di conduzione o miopatia scheletrica, le miocardiopatie da disturbi neuromuscolari richiedono una valutazione congiunta del cuore, del muscolo e della funzione ventilatoria. Nei pazienti con vasculiti, connettiviti, autoanticorpi, miocardite, microvasculopatia o fibrosi sistemica, le miocardiopatie da disturbi autoimmuni mostrano come il danno miocardico possa essere parte di un’infiammazione sistemica, non un evento cardiaco isolato.

Perché non rientrano nei fenotipi classici

Le cardiomiopatie classiche sono state storicamente definite attraverso il fenotipo dominante: dilatazione e disfunzione sistolica nella cardiomiopatia dilatativa, ipertrofia non spiegata nella cardiomiopatia ipertrofica, rigidità e alterato riempimento nella cardiomiopatia restrittiva, sostituzione fibro-adiposa e aritmie nella cardiomiopatia aritmogena. Questo schema resta utile perché permette di orientare rapidamente il percorso diagnostico. Tuttavia alcune malattie attraversano più fenotipi, cambiano nel tempo o derivano da meccanismi così specifici che inserirle in una sola categoria anatomica ne riduce il significato clinico.

La cardiomiopatia di Takotsubo è l’esempio più evidente di fenotipo non statico. All’esordio può simulare infarto miocardico acuto, presentare ballooning apicale, disfunzione medio-ventricolare, forma basale o variante focale, ma la caratteristica fondamentale è la disfunzione regionale transitoria mediata da stress neurovegetativo e catecolaminergico. Descriverla come semplice cardiomiopatia dilatativa sarebbe scorretto, perché la cavità può non essere cronicamente dilatata, la disfunzione è spesso reversibile e il problema clinico acuto riguarda shock, ostruzione dinamica, trombi e aritmie. La categoria classica non coglie il meccanismo.

La miocardiopatia spongiosa dimostra il limite opposto: un’immagine morfologica può essere molto evidente e tuttavia non sempre patologica. La non compattazione ventricolare sinistra può essere associata a cardiomiopatia genetica, scompenso, aritmie e tromboembolia, ma può anche rappresentare ipertrabecolazione isolata in atleti, gravidanza o sovraccarico di volume. Non è quindi sufficiente osservare trabecole prominenti per definire una cardiomiopatia. La valutazione corretta deve distinguere fenotipo isolato, malattia familiare, associazione con cardiomiopatia dilatativa o ipertrofica, varianti genetiche, fibrosi e rischio elettrico.

Le miocardiopatie mitocondriali non rientrano nei fenotipi classici perché il medesimo difetto bioenergetico può produrre ipertrofia, dilatazione, non compattazione, disturbi di conduzione, aritmie o scompenso a età diverse. Il ventricolo può apparire ipertrofico in una fase e dilatativo in un’altra. Inoltre il cuore non è quasi mai l’unico organo rilevante: sistema nervoso, muscolo scheletrico, udito, occhio, rene, endocrino e metabolismo sistemico partecipano alla diagnosi e alla prognosi. Una categoria esclusivamente morfologica non descrive trasmissione materna, eteroplasmia, deficit di fosforilazione ossidativa o crisi metaboliche.

La miocardiopatia ipereosinofila è ancora più dinamica perché attraversa fasi biologiche distinte. Nella fase necrotica si comporta come miocardite; nella fase trombotica produce trombi murali ed embolie; nella fase fibrotica produce restrizione, obliterazione apicale e valvulopatie atrioventricolari. Se viene vista tardi può sembrare una cardiomiopatia restrittiva, ma la causa reale è la tossicità eosinofilica sull’endocardio e sul miocardio. La diagnosi corretta non consiste solo nel descrivere il ventricolo rigido, ma nel riconoscere il processo eosinofilico ancora attivo o già cicatriziale.

Le miocardiopatie tossiche sono eterogenee perché il tossico può produrre danno miocitario diretto, ischemia, vasospasmo, ipertensione, aritmie, accumulo lisosomiale, miocardite immune-mediata o disfunzione mitocondriale. Antracicline, alcol, metanfetamina, cocaina, steroidi androgeni anabolizzanti, idrossiclorochina, cobalto e inibitori dei checkpoint immunitari non agiscono nello stesso modo. Il fenotipo finale può essere simile, ma la terapia eziologica cambia completamente. Rimuovere alcol, sospendere una sostanza stimolante, modificare una terapia oncologica o revisionare una protesi metallo-metallo non sono interventi intercambiabili.

Le forme restrittive idiopatiche ed endomiocardiche mostrano che la fisiologia emodinamica può essere simile pur avendo substrati diversi. La restrizione idiopatica è definita da rigidità ventricolare non spiegata da cause infiltrative, ipertrofiche o costrittive. La forma endomiocardica fibro-trombotica coinvolge soprattutto endocardio, apici, apparati valvolari e cavità ventricolari. Entrambe possono produrre atri dilatati, pressioni di riempimento elevate, congestione e aritmie, ma la sede anatomica primaria del danno e la storia clinica non coincidono. La distinzione è essenziale per prognosi e opzioni terapeutiche.

La malattia di Danon, le cardiomiopatie neuromuscolari e le forme autoimmuni superano i confini della classificazione tradizionale perché il cuore è parte di una malattia sistemica. Nella malattia di Danon il difetto lisosomiale può produrre ipertrofia severa, preeccitazione, aritmie, deterioramento rapido e coinvolgimento scheletrico o cognitivo. Nei disturbi neuromuscolari la cardiomiopatia è condizionata da debolezza respiratoria, disturbi di conduzione, miopatia e genetica. Nelle malattie autoimmuni il danno può derivare da miocardite, microvasculopatia, fibrosi, anticorpi, vasculite, trombosi o terapie. La morfologia cardiaca è solo una parte della malattia.

Il risultato pratico è che queste condizioni richiedono un percorso diagnostico non standardizzato sul solo ventricolo. Ognuna possiede un trattamento eziologico o una strategia di rischio specifica. Se vengono confuse con cardiomiopatie idiopatiche, si perde la possibilità di sospendere un tossico, trattare un clone eosinofilico, identificare una variante genetica, proteggere familiari, prevenire blocchi di conduzione, riconoscere una malattia sistemica o evitare esposizioni dannose. La definizione di non classificata non riduce la precisione diagnostica: la rende più necessaria.

Meccanismi patobiologici trasversali

Pur essendo diverse, le miocardiopatie non classificate condividono alcuni meccanismi patobiologici ricorrenti. Il primo è la disfunzione energetica del cardiomiocita. Il cuore consuma continuamente ATP per contrazione, rilasciamento, mantenimento dei gradienti ionici e gestione del calcio. Ogni difetto che riduce la produzione energetica o ne aumenta il costo può produrre disfunzione. Questo è evidente nelle cardiomiopatie mitocondriali, ma compare anche nelle forme tossiche da antracicline, alcol, metanfetamina, antimalarici e metalli, oltre che nelle malattie lisosomiali come la malattia di Danon. La perdita di riserva energetica rende il miocardio vulnerabile a febbre, tachicardia, ischemia, ipossia, digiuno, esercizio e stress sistemico.

Il secondo meccanismo è il danno infiammatorio. Nelle forme autoimmuni, eosinofiliche, da immunoterapia e in alcune tossicità, il cuore viene colpito da cellule immunitarie, citochine, autoanticorpi, mediatori citotossici o vasculite. L’infiammazione può essere acuta, come nella miocardite eosinofila o nella miocardite da inibitori dei checkpoint immunitari, oppure cronica e fibrosante, come in alcune malattie autoimmuni sistemiche. Il punto diagnostico è riconoscere se esiste attività infiammatoria ancora trattabile. Edema alla CMR, troponina elevata, sintomi sistemici, eosinofilia, autoimmunità attiva o peggioramento rapido cambiano la soglia terapeutica.

Il terzo meccanismo è la fibrosi. La fibrosi può essere sostitutiva dopo necrosi, interstiziale da rimodellamento cronico, endomiocardica dopo danno eosinofilico, lisosomiale o tossica, oppure secondaria a microischemia e infiammazione. Dal punto di vista clinico la fibrosi è importante perché riduce compliance, peggiora la funzione diastolica, crea substrato per aritmie, limita reversibilità e peggiora prognosi. La CMR con late gadolinium enhancement (LGE) e mapping tissutale è quindi centrale nella stratificazione. Due pazienti con LVEF simile possono avere rischio molto diverso se uno ha fibrosi estesa e l’altro no.

Il quarto meccanismo è la trombosi intracardiaca. Alcune forme non classificate hanno una predisposizione particolare alla formazione di trombi. La Takotsubo apicale estesa può generare stasi e trombo ventricolare. La non compattazione può favorire ristagno nei recessi quando coesistono disfunzione sistolica o fibrillazione atriale. La miocardiopatia ipereosinofila danneggia direttamente l’endocardio e attiva la coagulazione. La metanfetamina può produrre ventricoli severamente dilatati con trombi. Le forme endomiocardiche fibro-trombotiche possono organizzare trombi e trasformarli in cicatrice. Il rischio embolico va quindi valutato attivamente, non dedotto genericamente dalla diagnosi.

Il quinto meccanismo è l’instabilità elettrica. Disturbi di conduzione, preeccitazione, fibrillazione atriale, tachicardie ventricolari, torsione di punta, blocchi atrioventricolari e morte improvvisa possono essere centrali in molte di queste malattie. La malattia di Danon può presentare preeccitazione e aritmie; le malattie mitocondriali possono produrre blocchi di conduzione progressivi; le tossicità da antimalarici possono alterare conduzione e fenotipo restrittivo; gli stimolanti possono scatenare aritmie adrenergiche; le forme autoimmuni e infiammatorie possono colpire sistema di conduzione e miocardio. Il monitoraggio del ritmo è quindi parte strutturale del percorso diagnostico.

Il sesto meccanismo è il rimodellamento meccanico. Un danno inizialmente cellulare o endocardico diventa malattia emodinamica quando il ventricolo si dilata, si ipertrofizza, diventa rigido, sviluppa rigurgiti valvolari funzionali o perde sincronizzazione. La fisiologia restrittiva può derivare da fibrosi endocardica, infiltrazione, danno lisosomiale o rigidità miocardica; la dilatazione può derivare da tossicità, difetto metabolico, malattia neuromuscolare o infiammazione cronica; l’ipertrofia può derivare da accumulo, difetto energetico, steroidi anabolizzanti o malattie genetiche. Il fenotipo osservato è spesso la fase finale di un processo più profondo.

Il settimo meccanismo è la vulnerabilità sistemica. Nelle miocardiopatie non classificate il cuore può peggiorare per eventi apparentemente extracardiaci: crisi metabolica, infezione, riacutizzazione autoimmune, recidiva eosinofilica, ripresa di alcol o stimolanti, trattamento oncologico, anestesia, gravidanza, insufficienza respiratoria, malnutrizione, nefropatia o tossicità cumulativa. La stabilità cardiaca dipende quindi anche dal controllo della malattia di base e dell’ambiente biologico del paziente.

Questi meccanismi non sono alternativi. Un paziente con cardiomiopatia tossica da alcol può avere disfunzione mitocondriale, fibrosi, aritmie e carenze nutrizionali. Un paziente con eosinofilia può avere infiammazione, trombosi e restrizione. Un paziente con malattia mitocondriale può avere ipertrofia, blocchi, fibrosi e crisi metaboliche. Un paziente con malattia autoimmune può avere miocardite, microvasculopatia, trombosi e tossicità da terapie pregresse. La diagnosi deve quindi essere multidimensionale: identificare il meccanismo dominante, ma non ignorare i meccanismi associati.

Manifestazioni cliniche

Le manifestazioni cliniche delle miocardiopatie non classificate sono ampie perché il cuore può essere colpito come bersaglio primario, come organo di una malattia sistemica o come vittima di un’esposizione. L’anamnesi deve partire dal sintomo cardiaco, ma deve immediatamente allargarsi a età, familiarità, esposizioni, malattie extracardiache, terapie, consumo di alcol o sostanze, storia oncologica, sintomi neurologici, muscolari, respiratori, cutanei, immunologici, ematologici e metabolici. In questo contesto l’anamnesi non è una formalità: è spesso l’esame più importante per orientare la diagnosi.

Il sintomo più comune è la dispnea. Può comparire in modo acuto, come nella Takotsubo, nella miocardite eosinofila o nella miocardite da immunoterapia; può essere progressiva, come nelle cardiomiopatie tossiche croniche, mitocondriali, neuromuscolari o restrittive; può essere intermittente, quando dipende da aritmie o crisi metaboliche. La dispnea deve essere letta insieme a ortopnea, edemi, ridotta tolleranza allo sforzo, astenia, dolore toracico, palpitazioni, sincope e sintomi sistemici. La stessa dispnea in una donna anziana dopo stress, in un giovane con debolezza muscolare, in un paziente oncologico o in un soggetto con eosinofilia ha significati completamente diversi.

Il dolore toracico è frequente nelle forme che simulano sindrome coronarica acuta. La Takotsubo può presentarsi con dolore, alterazioni ECG e troponina elevata. La miocardite eosinofila può mimare infarto a coronarie indenni. Cocaina, metanfetamina, fluoropirimidine e radioterapia toracica possono causare ischemia vera, vasospasmo o danno coronarico. Le forme autoimmuni possono dare miopericardite o microvasculopatia. Per questo il dolore toracico non deve essere attribuito precocemente a una diagnosi rara: prima si escludono le urgenze ischemiche, aortiche, emboliche e miocarditiche, poi si raffina l’eziologia.

Le palpitazioni, la presincope e la sincope hanno particolare valore perché molte miocardiopatie non classificate sono aritmogene. Una sincope in un paziente con malattia mitocondriale può indicare blocco di conduzione; nella malattia di Danon può indicare tachiaritmia o preeccitazione; nelle tossicità da antimalarici può indicare blocco atrioventricolare; nelle forme neuromuscolari può segnalare malattia del sistema di conduzione; nella Takotsubo può riflettere torsione di punta o tachicardia ventricolare; nelle forme autoimmuni può derivare da miocardite o sarcoidosi da considerare in diagnosi differenziale. La sincope non spiegata impone sempre monitoraggio del ritmo.

Gli eventi embolici possono essere la prima manifestazione. Ictus ischemico, attacco ischemico transitorio, ischemia periferica, infarti renali o splenici possono derivare da trombi ventricolari in Takotsubo, non compattazione, ipereosinofilia, metanfetamina o cardiomiopatie dilatative tossiche. In un paziente con embolia criptogenetica e imaging cardiaco atipico, il ventricolo deve essere studiato con attenzione, usando ecocardiografia con contrasto o CMR se necessario. Il trombo intracardiaco può essere piccolo, apicale, stratificato o mascherato da trabecole.

I sintomi extracardiaci sono spesso la chiave. Asma, rinosinusite, poliposi nasale, neuropatia e eosinofilia orientano verso EGPA o sindrome ipereosinofila. Debolezza muscolare, ptosi, oftalmoplegia, sordità, diabete, crisi epilettiche o bassa statura orientano verso malattia mitocondriale o neuromuscolare. Ritardo cognitivo, miopatia e ipertrofia severa suggeriscono malattia di Danon. Rash, artralgie, fenomeno di Raynaud, ulcere, febbre, sierosite o nefropatia orientano verso malattia autoimmune. Storia di chemioterapia, radioterapia, alcol, stimolanti, steroidi anabolizzanti, antimalarici o metalli orienta verso tossicità. La visita cardiologica deve quindi includere una ricerca attiva di segni sistemici.

All’esame obiettivo il paziente può essere normale o mostrare segni di scompenso, congestione, bassa portata, aritmia, ipertensione, rigurgiti valvolari, ipertensione polmonare o malattia sistemica. Rantoli, terzo tono, edemi, turgore giugulare, epatomegalia e ascite indicano scompenso o restrizione. Soffi sistolici possono derivare da rigurgito mitralico o tricuspidalico funzionale, fibrosi endomiocardica o rimodellamento. Ritmo irregolare suggerisce fibrillazione atriale. Bradicardia, pause o blocchi indicano coinvolgimento del sistema di conduzione. Segni cutanei, neurologici, muscolari, oculari e respiratori devono essere cercati sistematicamente.

La presentazione può essere acuta, subacuta o cronica. Le forme acute includono Takotsubo, miocardite eosinofila, miocardite da immunoterapia, tossicità adrenergica, ischemia da sostanze, riacutizzazioni autoimmuni e scompenso da esposizione recente. Le forme subacute includono tossicità oncologica iniziale, progressione eosinofilica trombotica, scompenso da alcol, metanfetamina o malattia neuromuscolare. Le forme croniche includono fibrosi endomiocardica, restrizione idiopatica, accumulo lisosomiale, danno mitocondriale e tossicità da antimalarici. Il tempo di malattia aiuta a distinguere infiammazione reversibile da rimodellamento stabilizzato.

La gravità non deve essere giudicata solo dai sintomi. Pazienti con bassa attività fisica per miopatia o malattia sistemica possono non riferire dispnea importante pur avendo cardiopatia significativa. Pazienti con terapia oncologica o immunosoppressione possono attribuire stanchezza e tachicardia alla malattia di base. Pazienti con uso di sostanze possono non riferire esposizione. Pazienti con forme restrittive possono avere LVEF conservata e sintomi severi. Pazienti con malattia di conduzione possono avere ecocardiogramma quasi normale e rischio improvviso elevato. La valutazione deve quindi essere oggettiva, multimodale e ripetuta nel tempo.

Accertamenti e diagnosi

Il percorso diagnostico delle miocardiopatie non classificate deve essere ordinato e progressivo. Il primo passaggio è definire il fenotipo cardiaco: dilatativo, ipertrofico, restrittivo, aritmico, endomiocardico, trabecolare, infiammatorio, tossico o misto. Il secondo è stabilire se il fenotipo è isolato o associato a malattia sistemica. Il terzo è identificare la causa. Il quarto è valutare rischio di scompenso, aritmie, morte improvvisa, tromboembolia e progressione. La diagnosi non deve fermarsi alla prima etichetta descrittiva.

Il primo livello comprende anamnesi completa, storia familiare su almeno tre generazioni quando possibile, visita cardiologica e sistemica, ECG a 12 derivazioni, ecocardiogramma transtoracico, biomarcatori cardiaci, esami ematochimici di base, funzione renale, funzione epatica, elettroliti, emocromo, profilo metabolico e valutazione delle esposizioni. L’ECG può mostrare ipertrofia, onde Q pseudoinfartuali, blocchi, preeccitazione, alterazioni della ripolarizzazione, QTc lungo, fibrillazione atriale o segni ischemici. L’ecocardiogramma definisce LVEF, volumi, spessori, funzione diastolica, atri, ventricolo destro, valvole, pressioni polmonari, trabecolazione, trombi e pattern restrittivo.

Il secondo livello comprende CMR, Holter ECG, monitoraggio prolungato del ritmo, test da sforzo o test cardiopolmonare, valutazione coronarica, tomografia computerizzata, medicina nucleare, cateterismo cardiaco, genetica, immunologia, ematologia, infettivologia, neurologia, tossicologia o biopsia secondo sospetto. La CMR ha un ruolo trasversale perché identifica edema, fibrosi, LGE, accumulo, infiltrazione, trombi, coinvolgimento del ventricolo destro, non compattazione e pattern miocarditici o ischemici. Nei fenotipi rari la CMR non sostituisce la diagnosi eziologica, ma riduce l’area di incertezza.

In assenza di criteri diagnostici unici per l’intera categoria delle miocardiopatie non classificate, secondo l’approccio ESC alle cardiomiopatie e la logica fenotipo-genotipo-eziologia, per porre una diagnosi clinicamente corretta è necessario:

    percorso diagnostico integrato

  • definire il fenotipo morfofunzionale con ECG, ecocardiografia e, quando indicata, CMR;
  • stabilire se il quadro è acuto, subacuto, cronico, reversibile, progressivo, familiare, sporadico o acquisito;
  • ricercare red flags extracardiache, familiari, tossicologiche, ematologiche, neurologiche, immunologiche e metaboliche;
  • escludere cardiopatia ischemica, valvulopatia primaria, ipertensione non controllata, pericardite costrittiva, miocardite comune, tachicardiomiopatia e cause endocrine quando clinicamente plausibili;
  • utilizzare test genetici, immunologici, infettivologici, tossicologici o metabolici solo quando il sospetto clinico li rende interpretabili;
  • valutare rischio di aritmie, tromboembolia, scompenso, progressione, morte improvvisa e coinvolgimento familiare;
  • rivalutare nel tempo i casi incerti, perché alcuni fenotipi diventano chiari solo durante follow-up o dopo sospensione di esposizioni.

La storia familiare è essenziale quando il paziente è giovane, presenta ipertrofia non spiegata, dilatazione non ischemica, blocchi di conduzione, morte improvvisa in famiglia, malattie neuromuscolari, sordità, diabete giovanile, disabilità intellettiva, trapianto cardiaco o dispositivi impiantati in parenti. La genetica deve essere usata con precisione: un test indiscriminato può produrre varianti di significato incerto difficili da interpretare, mentre un test mirato in presenza di red flags può identificare malattie come Danon, distrofie muscolari, laminopatie, malattie mitocondriali o fenotipi familiari con implicazioni prognostiche.

L’anamnesi tossicologica deve essere sistematica. Bisogna chiedere terapie oncologiche, radioterapia toracica, alcol, cocaina, metanfetamina, steroidi androgeni anabolizzanti, antimalarici, antipsicotici, antidepressivi, integratori, sostanze industriali, metalli, solventi e protesi metallo-metallo. Questa parte della diagnosi richiede domande dirette e prive di giudizio, perché l’esposizione non riferita può trasformare una cardiomiopatia modificabile in una diagnosi idiopatica errata.

La valutazione ematologica e immunologica diventa prioritaria se sono presenti eosinofilia, asma, poliposi nasale, rash, febbre, artralgie, neuropatia, proteinuria, citopenie, splenomegalia, linfoadenopatie o sintomi costituzionali. In questi casi si cercano sindromi ipereosinofile, EGPA, malattie autoimmuni sistemiche, vasculiti, neoplasie mieloidi, linfomi e cause parassitarie. Troponina elevata, CMR compatibile e eosinofilia devono far considerare miocardite eosinofila anche se il quadro iniziale sembra infarto o miocardite comune.

La biopsia endomiocardica non è esame di primo livello per ogni paziente, ma resta decisiva in scenari selezionati: miocardite fulminante, shock, aritmie gravi, sospetto di miocardite eosinofila, miocardite a cellule giganti, sarcoidosi, tossicità da immunoterapia, malattia infiltrativa non chiarita, accumulo da antimalarici o diagnosi che cambierebbe radicalmente la terapia. Il limite principale è il campionamento, perché molte malattie sono focali; il valore aumenta quando la biopsia è guidata da imaging e interpretata da centri esperti.

La diagnosi differenziale più difficile è distinguere cardiomiopatia non classificata da cardiomiopatia idiopatica. Una diagnosi idiopatica è accettabile solo dopo ricerca ragionevole delle cause pertinenti. Non significa che ogni paziente debba eseguire tutti gli esami possibili; significa che ogni red flag deve essere seguita. Un paziente con dilatazione ventricolare e alcol cronico richiede inquadramento tossico. Un paziente con ipertrofia e preeccitazione richiede genetica mirata. Un paziente con restrizione e eosinofilia richiede studio endomiocardico ed ematologico. Un paziente con scompenso e debolezza muscolare richiede valutazione neuromuscolare. La diagnosi corretta nasce dal segno giusto, non dalla quantità indiscriminata di esami.

Fenotipi principali e meccanismi distintivi

La cardiomiopatia di Takotsubo appartiene alle forme funzionali acute e potenzialmente reversibili. La disfunzione ventricolare nasce da una risposta neurocardiaca allo stress, con tossicità catecolaminergica, disfunzione microvascolare, stunning miocardico e possibile recupero. Il problema clinico non è soltanto riconoscerla, ma distinguerla rapidamente da infarto, miocardite e altre emergenze, e monitorare shock, ostruzione dinamica, trombo e aritmie.

La miocardiopatia spongiosa appartiene ai fenotipi morfologici complessi. In questo caso il punto essenziale è stabilire se l’ipertrabecolazione sia una variante, un adattamento, un tratto acquisito o una cardiomiopatia genetica. L’immagine anatomica deve essere integrata con funzione ventricolare, CMR, LGE, aritmie, familiarità, eventi embolici e genetica. La classificazione moderna tende a evitare che ogni trabecola prominente diventi automaticamente malattia, ma allo stesso tempo non deve perdere i pazienti realmente a rischio.

Le miocardiopatie mitocondriali e la malattia di Danon appartengono alle forme metaboliche e bioenergetiche. Nelle prime, il difetto centrale riguarda fosforilazione ossidativa, ATP, eteroplasmia, geni mitocondriali o nucleari e coinvolgimento multisistemico. Nella malattia di Danon, il difetto lisosomiale legato a LAMP2 altera autofagia e accumulo intracellulare, con fenotipo spesso ipertrofico, aritmico e progressivo. In entrambe, la diagnosi cardiaca deve essere collegata a neurologia, muscolo, genetica, metabolismo e famiglia.

La miocardiopatia restrittiva idiopatica e la miocardiopatia fibrinosa endomiocardica condividono una fisiologia di riempimento alterata, ma non lo stesso substrato. La prima è definita da rigidità ventricolare non spiegata da cause più comuni, mentre la seconda rappresenta un danno endocardico fibro-trombotico con obliterazione, rigurgiti valvolari e restrizione. Queste condizioni richiedono distinzione da amiloidosi, pericardite costrittiva, sarcoidosi, emocromatosi, malattie da accumulo, ipereosinofilia e valvulopatie primitive. La fisiologia restrittiva è simile, ma le cause e le opzioni terapeutiche sono diverse.

La miocardiopatia ipereosinofila e le miocardiopatie da disturbi autoimmuni appartengono alle forme infiammatorie. Nella prima, infiltrazione e degranulazione eosinofilica possono evolvere verso trombosi e fibrosi endomiocardica. Nelle seconde, il danno può derivare da miocardite, microvasculopatia, vasculite, fibrosi, trombosi e infiammazione sistemica. In queste forme è essenziale capire se l’infiammazione è ancora attiva, perché il trattamento immunologico, ematologico o reumatologico può cambiare la prognosi solo se applicato nella fase corretta.

Le miocardiopatie tossiche derivano da esposizione a sostanze capaci di danneggiare miocardio, endotelio, mitocondri, sistema di conduzione o microcircolo. Il gruppo include tossicità oncologica, alcol, stimolanti, steroidi androgeni anabolizzanti, antimalarici, metalli e altre esposizioni. La diagnosi è importante perché la terapia eziologica principale è sospendere, ridurre o modificare l’esposizione, quando possibile. Senza anamnesi tossicologica accurata, molte forme vengono definite idiopatiche e continuano a peggiorare.

Le miocardiopatie da disturbi neuromuscolari coinvolgono il cuore insieme a muscolo scheletrico, respirazione, sistema di conduzione e talvolta metabolismo. Distrofinopatie, laminopatie, distrofie miotoniche e altre malattie neuromuscolari possono produrre dilatazione, fibrosi, aritmie, blocchi e scompenso. La diagnosi cardiologica deve includere valutazione respiratoria e neurologica, perché ipoventilazione, debolezza diaframmatica e disturbi di conduzione possono condizionare prognosi quanto la LVEF.

Il denominatore comune è la necessità di superare la descrizione generica del ventricolo e arrivare al motivo per cui quel ventricolo si è modificato. La stessa LVEF ridotta può essere conseguenza di tossicità, difetto genetico, infiammazione, tachiaritmia, malattia neuromuscolare o danno metabolico. La stessa restrizione può derivare da fibrosi endocardica, accumulo, infiltrazione o malattia idiopatica. Lo stesso rischio aritmico può essere prodotto da fibrosi, canali ionici, conduzione, infiammazione o tossicità. La diagnosi corretta nasce dall’integrazione di tutti questi livelli.

Trattamento e prognosi

Il trattamento delle miocardiopatie non classificate non può essere unico perché non esiste un’unica malattia. Esiste però una regola comune: trattare il fenotipo cardiaco e, contemporaneamente, la causa specifica. Lo scompenso si tratta con le terapie validate quando la LVEF è ridotta; la congestione si tratta con diuretici; le aritmie si trattano con monitoraggio, farmaci, ablazione o dispositivi quando indicato; i trombi si trattano con anticoagulazione; ma se il meccanismo causale resta attivo, la terapia cardiologica resta incompleta. La causa deve essere cercata e affrontata.

Nelle forme tossiche, la terapia eziologica è la rimozione dell’esposizione. Astinenza da alcol, sospensione di stimolanti, cessazione di steroidi androgeni anabolizzanti, modifica di una terapia oncologica cardiotossica, sospensione di antimalarici cardiotossici o rimozione di una fonte di cobalto sono interventi terapeutici tanto importanti quanto i farmaci dello scompenso. La prognosi migliora quando la sospensione avviene prima della fibrosi estesa. Se l’esposizione continua, anche una terapia cardiologica ottimale può fallire.

Nelle forme infiammatorie, autoimmuni ed eosinofiliche, il trattamento deve spegnere l’attività biologica. Corticosteroidi, immunosoppressori, terapie biologiche, terapie ematologiche mirate, trattamento antiparassitario o controllo di una vasculite possono essere decisivi, ma devono essere usati dopo inquadramento corretto. Una miocardite eosinofila da sindrome ipereosinofila, una EGPA con coinvolgimento cardiaco e una miocardite da immunoterapia non hanno la stessa terapia. La diagnosi eziologica è quindi il presupposto della terapia, non un dettaglio accademico.

Nelle forme genetiche, metaboliche, mitocondriali, lisosomiali e neuromuscolari, il trattamento comprende terapia cardiologica, sorveglianza del ritmo, gestione multisistemica, consulenza genetica e screening familiare. Alcune forme richiedono soglie più basse per pacemaker o defibrillatore, perché il rischio elettrico può precedere la disfunzione severa. Altre richiedono prevenzione di crisi metaboliche, attenzione all’anestesia, valutazione respiratoria, nutrizione, neurologia e riabilitazione. La prognosi dipende dalla malattia sistemica almeno quanto dal cuore.

Nelle forme restrittive ed endomiocardiche, la terapia è spesso più difficile perché il danno meccanico può essere poco reversibile. La gestione della congestione richiede equilibrio attento: troppi diuretici possono ridurre eccessivamente il precarico, pochi diuretici lasciano il paziente congesto. Le aritmie atriali, i trombi, i rigurgiti valvolari e l’ipertensione polmonare devono essere trattati in modo specifico. In casi selezionati si considerano procedure chirurgiche o trapianto, ma la decisione dipende da causa, estensione, reversibilità, età, organi coinvolti e rischio operatorio.

La prognosi delle miocardiopatie non classificate è estremamente variabile. Sono favorevoli la diagnosi precoce, l’identificazione della causa, la reversibilità del danno, l’assenza di fibrosi, la LVEF conservata, il controllo delle aritmie, l’assenza di trombi, la stabilità extracardiaca e l’aderenza al follow-up. Sono sfavorevoli il ritardo diagnostico, la fibrosi estesa, la disfunzione del ventricolo destro, lo shock, le aritmie ventricolari, i blocchi di conduzione progressivi, il coinvolgimento multisistemico severo, la persistenza del tossico, l’attività infiammatoria non controllata, la forma genetica ad alto rischio e la recidiva.

Il follow-up deve essere costruito sul rischio specifico. Un paziente con Takotsubo richiede controllo del recupero ventricolare, trombi e aritmie. Un paziente con ipertrabecolazione isolata richiede sorveglianza proporzionata, senza medicalizzazione eccessiva. Un paziente mitocondriale richiede cardiologia, genetica e medicina metabolica. Un paziente eosinofilico richiede emocromo, imaging e controllo della causa. Un paziente tossico richiede verifica dell’astinenza o della sospensione dell’esposizione. Un paziente neuromuscolare richiede anche funzione respiratoria e conduzione. Il follow-up non è quindi uguale per tutti: deve riflettere il meccanismo della malattia.

Le terapie avanzate, come defibrillatore impiantabile, resincronizzazione, assistenza ventricolare o trapianto, devono essere valutate secondo le linee guida generali e il contesto specifico. In alcune forme la reversibilità consiglia attesa protetta e rivalutazione; in altre, il rischio elettrico impone intervento precoce; in altre ancora, il coinvolgimento sistemico limita candidabilità a trapianto o assistenza. La decisione deve essere presa in centri con competenza in cardiomiopatie, perché la gestione standard dello scompenso non sempre coglie le peculiarità di queste condizioni.

Complicanze

Le complicanze delle miocardiopatie non classificate comprendono scompenso cardiaco, shock, aritmie, morte improvvisa, tromboembolia, progressione fibrotica, valvulopatie funzionali, ipertensione polmonare, coinvolgimento multiorgano e recidiva. La loro frequenza cambia in base alla singola malattia, ma il principio comune è che molte complicanze diventano prevenibili se il meccanismo viene riconosciuto precocemente. La stessa complicanza può avere cause diverse: un trombo ventricolare può derivare da Takotsubo, eosinofilia, non compattazione o metanfetamina; una tachicardia ventricolare può derivare da fibrosi genetica, tossicità, miocardite o accumulo; una restrizione può derivare da endocardio fibrotico, accumulo, infiltrazione o idiopatia.

Lo scompenso cardiaco è la complicanza più trasversale. Può essere acuto, come in Takotsubo, miocardite eosinofila o tossicità da immunoterapia; cronico, come nelle forme alcoliche, mitocondriali, neuromuscolari o tossiche; restrittivo, come nelle forme endomiocardiche; oppure misto, quando coesistono fibrosi, valvulopatie e disfunzione del ventricolo destro. La gestione richiede riconoscimento del fenotipo emodinamico. Un paziente restrittivo non si tratta come un paziente dilatativo puro; un paziente con ostruzione dinamica in Takotsubo non si tratta come uno shock da pompa convenzionale; un paziente con malattia neuromuscolare richiede valutazione respiratoria.

Le aritmie e la morte improvvisa sono particolarmente importanti perché possono precedere o superare la gravità apparente della disfunzione ventricolare. Blocchi di conduzione nelle malattie mitocondriali, preeccitazione nella malattia di Danon, tachicardie ventricolari nelle forme fibrotiche, QTc lungo nelle tossicità farmacologiche, fibrillazione atriale nelle forme restrittive e aritmie adrenergiche nelle sostanze stimolanti sono esempi diversi di un unico problema clinico: il rischio elettrico non è sempre proporzionale alla LVEF. Per questo ECG, Holter e monitoraggio prolungato non sono accessori, ma strumenti essenziali.

La tromboembolia è una complicanza ricorrente nelle forme con stasi, danno endocardico o ipercoagulabilità locale. Takotsubo apicale estesa, miocardiopatia ipereosinofila, non compattazione con disfunzione, cardiomiopatia da metanfetamina, forme dilatative severe e fibrosi endomiocardica possono produrre trombi intracardiaci. Gli eventi embolici possono coinvolgere cervello, reni, milza, intestino o arti. Il trombo deve essere cercato attivamente nei pazienti ad alto rischio, perché la sua assenza alla prima ecocardiografia non sempre esclude formazione successiva.

La fibrosi è una complicanza e un marcatore di irreversibilità. Nelle forme infiammatorie rappresenta la cicatrice del danno; nelle forme tossiche indica esposizione prolungata; nelle forme genetiche segnala rimodellamento e rischio aritmico; nelle forme endomiocardiche diventa il meccanismo principale della restrizione. Una diagnosi posta prima della fibrosi ha prognosi migliore rispetto a una diagnosi posta quando il cuore è già cicatriziale, rigido o elettricamente instabile. La CMR è quindi uno strumento prognostico oltre che diagnostico.

Le valvulopatie funzionali e l’ipertensione polmonare peggiorano molte forme. La dilatazione ventricolare produce rigurgito mitralico e tricuspidalico; la fibrosi endomiocardica può intrappolare apparati valvolari; la restrizione aumenta pressioni atriali e polmonari; la metanfetamina può associarsi a ipertensione polmonare; le malattie neuromuscolari e respiratorie aumentano carico sul ventricolo destro. Queste complicanze modificano sintomi, terapia e prognosi, e devono essere valutate in modo seriale.

Il coinvolgimento multiorgano è una complicanza solo apparentemente extracardiaca. Nelle malattie mitocondriali, neuromuscolari, autoimmuni, eosinofiliche e tossiche, rene, fegato, polmone, sistema nervoso, muscolo scheletrico, apparato endocrino e sistema ematologico condizionano la gestione cardiaca. Insufficienza renale limita farmaci e anticoagulanti; debolezza respiratoria peggiora scompenso; epatopatia modifica coagulazione e metabolismo; neuropatia autonomica altera frequenza e pressione; neoplasia attiva condiziona cardio-oncologia. La prognosi cardiaca non può essere separata dalla prognosi sistemica.

Le recidive sono una complicanza specifica di molte forme. Takotsubo può recidivare; eosinofilia e autoimmunità possono riattivarsi; alcol, stimolanti e steroidi anabolizzanti possono essere ripresi; tossicità oncologica può ricomparire con nuovi cicli terapeutici; malattie genetiche possono progredire dopo una fase stabile. Il follow-up deve quindi cercare non solo il danno residuo, ma anche la possibilità che il meccanismo patogeno si riaccenda.

La complicanza più pericolosa sul piano diagnostico è l’etichetta “idiopatica” applicata troppo presto. Ogni volta che una cardiomiopatia viene definita senza causa, bisogna chiedersi se siano stati cercati esposizioni, genetica, eosinofilia, autoimmunità, malattie neuromuscolari, difetti metabolici, farmaci, tossine, segni extracardiaci e familiarità. Non tutte le cause sono identificabili, ma molte sono ricercabili. Nelle miocardiopatie non classificate, la precisione diagnostica è parte della terapia: ciò che non viene riconosciuto non può essere trattato, sospeso, monitorato o prevenuto nei familiari.

    Bibliografia
  1. Arbelo E et al. 2023 ESC Guidelines for the management of cardiomyopathies. European Heart Journal. 44(37), 2023, 3503-3626.
  2. Elliott P et al. Classification of the cardiomyopathies: a position statement from the European Society Of Cardiology Working Group on Myocardial and Pericardial Diseases. European Heart Journal. 29(2), 2008, 270-276.
  3. Arbustini E et al. The MOGE(S) classification for a phenotype-genotype nomenclature of cardiomyopathy. Journal of the American College of Cardiology. 62(22), 2013, 2046-2072.
  4. Rapezzi C et al. Diagnostic work-up in cardiomyopathies: bridging the gap between clinical phenotypes and final diagnosis. European Heart Journal. 34(19), 2013, 1448-1458.
  5. Ghadri JR et al. International Expert Consensus Document on Takotsubo Syndrome (Part I): Clinical Characteristics, Diagnostic Criteria, and Pathophysiology. European Heart Journal. 39(22), 2018, 2032-2046.
  6. Ghadri JR et al. International Expert Consensus Document on Takotsubo Syndrome (Part II): Diagnostic Workup, Outcome, and Management. European Heart Journal. 39(22), 2018, 2047-2062.
  7. Petersen SE et al. Left ventricular non-compaction: insights from cardiovascular magnetic resonance imaging. Journal of the American College of Cardiology. 46(1), 2005, 101-105.
  8. Jacquier A et al. Measurement of trabeculated left ventricular mass using cardiac magnetic resonance imaging in the diagnosis of left ventricular non-compaction. European Heart Journal. 31(9), 2010, 1098-1104.
  9. Parikh S et al. Patient care standards for primary mitochondrial disease: a consensus statement from the Mitochondrial Medicine Society. Genetics in Medicine. 19(12), 2017, 1380-1397.
  10. Bates MGD et al. Cardiac involvement in mitochondrial DNA disease: clinical spectrum, diagnosis, and management. European Heart Journal. 33(24), 2012, 3023-3033.
  11. Valent P et al. Proposed refined diagnostic criteria and classification of eosinophil disorders and related syndromes. Allergy. 78(1), 2023, 47-59.
  12. Mankad R et al. Hypereosinophilic syndrome: cardiac diagnosis and management. Heart. 102(2), 2016, 100-106.
  13. Lyon AR et al. 2022 ESC Guidelines on cardio-oncology. European Heart Journal. 43(41), 2022, 4229-4361.
  14. Domínguez F et al. Alcoholic cardiomyopathy: an update. European Heart Journal. 45(26), 2024, 2294-2308.
  15. Schwartz BG et al. Cardiovascular effects of cocaine. Circulation. 122(24), 2010, 2558-2569.
  16. Reddy PKV et al. Clinical characteristics and management of methamphetamine-associated cardiomyopathy. Journal of the American Heart Association. 9(11), 2020, e016704.
  17. Boucek D et al. Danon disease: genetics, clinical features, and emerging therapeutic approaches. Pediatric Neurology. 54, 2016, 3-12.
  18. D'Ambrosio P et al. Cardiac involvement in neuromuscular diseases: a systematic review. International Journal of Molecular Sciences. 25(3), 2024, 1509.
  19. Fairweather D et al. Sex and gender differences in myocarditis and dilated cardiomyopathy. Current Problems in Cardiology. 38(1), 2013, 7-46.
  20. Caforio ALP et al. Current state of knowledge on aetiology, diagnosis, management, and therapy of myocarditis. European Heart Journal. 34(33), 2013, 2636-2648.