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Miocardite linfocitaria

La miocardite linfocitaria è un pattern istopatologico nel quale l’infiltrato infiammatorio del miocardio è costituito prevalentemente da linfociti, in maggioranza T, accompagnati in misura variabile da macrofagi, rare cellule B e plasmacellule. Nella malattia attiva l’infiammazione si associa a degenerazione o necrosi dei cardiomiociti non spiegata da ischemia, trauma del prelievo o altra causa. Questa relazione distingue una vera lesione miocarditica dalla semplice presenza di cellule immunitarie, che possono essere residenti, reattive o aumentate in numerose cardiopatie senza costituire da sole una diagnosi.

È il pattern identificato più spesso nelle biopsie eseguite per sospetta miocardite, ma non rappresenta una malattia eziologicamente uniforme. Un’immagine microscopica simile può derivare da infezione virale, risposta immune post-infettiva, autoimmunità, farmaci, immunoterapia oncologica o interazione fra infiammazione e predisposizione genetica; in una quota rilevante dei casi la causa rimane indeterminata. Definire il reperto come linfocitario precisa quindi il meccanismo tissutale dominante, non dimostra automaticamente una genesi virale e non seleziona da solo la terapia.

Lo spettro clinico è eccezionalmente ampio: alcuni pazienti presentano dolore toracico, troponina elevata e funzione conservata, con recupero completo; altri sviluppano scompenso progressivo, aritmie o una miocardite fulminante con shock. Questa eterogeneità dipende da estensione, distribuzione e velocità della lesione, ma anche dal substrato genetico, dalla risposta immune e dalla fase in cui il tessuto viene campionato. La parola linfocitaria non deve pertanto essere interpretata come sinonimo di forma lieve.

I criteri morfologici classici di Dallas hanno fornito il primo linguaggio condiviso, mentre immunoistochimica, analisi molecolare e criteri Seaport del 2025 hanno reso più precisa la distinzione fra malattia attiva e reperto incerto. Questa evoluzione risponde a un problema concreto: pochi linfociti in un frammento molto piccolo possono essere sovradiagnosticati, mentre una lesione focale grave può essere mancata. La diagnosi affidabile richiede quindi tessuto adeguato, patologia cardiovascolare esperta e integrazione con clinica, CMR e andamento temporale.

Eziologia, Patogenesi e Fisiopatologia

I virus cardiotropi possono produrre un danno iniziale attraverso ingresso nelle cellule, replicazione, citotossicità e attivazione dell’immunità innata; recettori di riconoscimento degli acidi nucleici inducono interferoni e chemochine, richiamando cellule natural killer e monociti prima della risposta adattativa. Enterovirus, adenovirus, parvovirus B19 e herpesvirus sono stati identificati nel tessuto in differenti epoche e popolazioni, ma il significato di una PCR positiva varia: genoma, carica, attività trascrizionale, sede cellulare e presenza nei controlli devono essere considerati insieme.

I linfociti T CD8 riconoscono antigeni esposti dalle cellule infette o danneggiate e inducono citotossicità mediante perforina, granzimi e segnali apoptotici, mentre sottopopolazioni CD4 coordinano macrofagi, anticorpi e produzione di citochine. Una risposta ben regolata elimina lo stimolo e si contrae; una risposta persistente può mantenere il danno attraverso mimetismo molecolare, diffusione degli epitopi e perdita di tolleranza verso antigeni cardiaci. La riduzione dei linfociti regolatori o un segnale infiammatorio prolungato favoriscono il passaggio da difesa utile a autoimmunità patologica.

I macrofagi non sono semplici accompagnatori dell’infiltrato, perché producono mediatori che deprimono la contrattilità, rimuovono detriti e possono promuovere riparazione o fibrosi secondo stato di attivazione e microambiente. L’immunoistochimica mostra spesso una componente CD68 positiva importante, mentre i linfociti B sono meno numerosi ma possono sostenere anticorpi e presentazione dell’antigene; il predominio T-cellulare giustifica il nome istologico, senza ridurre il processo a una sola popolazione.

Nelle forme post-infettive l’agente può essere già stato eliminato quando il paziente diventa sintomatico. In questa situazione la sierologia dimostra al massimo un contatto sistemico e non localizza la causa nel cuore, mentre una biopsia virus-negativa di buona qualità rende più plausibile un meccanismo immune ma non lo prova in assoluto. Il tempo trascorso, la sensibilità della metodica e l’eventuale terapia precedente influenzano il risultato; la distinzione fra infezione attiva e immunità persistente è essenziale prima di un trattamento immunosoppressivo.

Malattie autoimmuni sistemiche possono produrre un pattern linfocitario attraverso citotossicità, autoanticorpi, vasculite o immunocomplessi; lupus, miositi, sclerosi sistemica e altre connettiviti presentano meccanismi diversi e il reperto cardiaco può non seguire l’attività degli altri organi. Anche una miocardite immune confinata al cuore è possibile, definita dalla convergenza fra istologia, esclusione delle infezioni e risposta clinica, non dall’assenza di manifestazioni sistemiche considerata isolatamente.

Gli inibitori dei checkpoint rimuovono freni fisiologici dell’attivazione linfocitaria e possono scatenare una miocardite T-cellulare, talvolta associata a miosite e miastenia. L’infiltrato può essere multifocale e la CMR iniziale non sempre è positiva; blocchi, aritmie e troponina persistente possono comparire anche con funzione conservata. Il tessuto mostra sovrapposizioni con la miocardite linfocitaria convenzionale, per cui esposizione, intervallo temporale e tossicità extracardiache sono parte integrante della diagnosi.

Varianti patogene in geni desmosomiali e delle cardiomiopatie, in particolare DSP ma anche altri substrati, possono manifestarsi con episodi di dolore e troponina, edema e cicatrice subepicardica. La morte dei cardiomiociti geneticamente vulnerabili richiama linfociti, mentre l’infiammazione accelera la progressione strutturale, rendendo difficile stabilire una direzione causale unica. Ricorrenza, familiarità, aritmie sproporzionate e pattern ad anello del LGE motivano una valutazione genetica, evitando di attribuire ogni hot phase a un virus occasionale.

La depressione della funzione deriva da una componente potenzialmente reversibile, formata da edema, alterazione del calcio, disfunzione mitocondriale e citochine, e da una componente irreversibile dovuta a perdita cellulare e fibrosi. Una grave disfunzione iniziale può quindi recuperare se prevale il danno funzionale, mentre un episodio apparentemente limitato può lasciare una cicatrice aritmogena. Se infiammazione e rimodellamento persistono, il quadro evolve verso cardiomiopatia infiammatoria, nella quale la terapia dello scompenso rimane necessaria anche dopo la remissione immune.

Manifestazioni Cliniche

Il fenotipo simil-infartuale è comune negli adulti giovani e di mezza età: dolore toracico acuto, troponina elevata e modificazioni ST-T si presentano con coronarie non ostruttive e funzione spesso conservata. Il dolore può derivare dal coinvolgimento pericardico o dalla lesione miocardica e non possiede caratteristiche abbastanza specifiche da escludere un’ischemia; la priorità iniziale resta distinguere sindrome coronarica, dissezione spontanea, vasospasmo, Takotsubo ed embolia polmonare prima di attribuire il quadro alla miocardite.

Un prodromo respiratorio o gastrointestinale può precedere l’esordio, ma la sua frequenza nella popolazione generale limita il valore causale. Febbre, mialgie e astenia sostengono un contesto infiammatorio senza identificare l’agente; l’assenza di prodromi non riduce a zero la probabilità. L’anamnesi deve includere farmaci nuovi, immunoterapie, malattie autoimmuni, sostanze d’abuso, vaccinazioni, viaggi e infezioni documentate, registrando date e dosi per costruire una cronologia verificabile.

Il fenotipo da scompenso varia da una ridotta tolleranza allo sforzo lentamente progressiva a edema polmonare e shock; dispnea, ortopnea, oliguria, estremità fredde e alterazione dello stato mentale indicano compromissione emodinamica e impongono monitoraggio intensivo. Una camera ventricolare non dilatata con pareti apparentemente ispessite dall’edema e grave disfunzione suggerisce una forma acuta, mentre dilatazione e assottigliamento orientano verso un processo più prolungato; nessuno dei due aspetti definisce da solo l’istologia.

La presentazione fulminante rappresenta un sindromo clinico, non un istotipo esclusivo; una miocardite linfocitaria può causare shock severo e, se il paziente supera la fase critica con supporto adeguato, mostrare un recupero rilevante. Il tessuto è tuttavia indispensabile nei casi nei quali cellule giganti, eosinofili, sarcoidosi o un’altra causa specifica cambierebbero immediatamente la terapia. L’assistenza meccanica non deve essere ritardata in attesa del referto quando perfusione e organi stanno deteriorando.

Palpitazioni, extrasistolia, tachicardie ventricolari, blocchi e sincope possono precedere o accompagnare la disfunzione; l’infiammazione attiva modifica conduzione e refrattarietà, mentre la fibrosi residua crea circuiti di rientro che persistono dopo la normalizzazione della troponina. Sincope senza prodromi, tachicardia sostenuta e blocco avanzato definiscono un quadro ad alto rischio e devono spingere a rivalutare diagnosi differenziali istologiche e genetiche, anche se la frazione di eiezione è preservata.

Il coinvolgimento pericardico produce un continuum fra miopericardite a funzione conservata e perimiocardite con prevalente danno del muscolo; un piccolo versamento non misura l’estensione della miocardite e un dolore tipicamente pericarditico non garantisce benignità. Troponina, funzione, aritmie e CMR definiscono il peso della componente miocardica, mentre la biopsia viene riservata ai fenotipi nei quali il risultato può modificare il trattamento.

Nei bambini tachipnea, difficoltà alimentare, vomito, letargia e ridotta perfusione possono essere scambiati per sepsi o malattia respiratoria. Gli adolescenti presentano più spesso dolore e troponina, mentre i neonati possono deteriorare rapidamente; negli anziani sintomi e indici infiammatori possono essere attenuati e comorbilità ischemiche complicano l’interpretazione. La soglia per gli accertamenti dipende quindi dal rischio clinico e non dalla presenza del quadro didattico completo.

La recidiva si manifesta con nuovo dolore, aumento della troponina, aritmie o disfunzione dopo una fase di remissione. Prima di definirla idiopatica devono essere riconsiderati autoimmunità, esposizioni ripetute, immunoterapia e cardiomiopatia genetica. Confrontare ECG, biomarcatori e immagini degli episodi permette di distinguere una nuova fase infiammatoria dalla persistenza della cicatrice o da una causa non infiammatoria; la ripetizione automatica della diagnosi precedente può nascondere un meccanismo diverso.

Accertamenti e Diagnosi

L’elettrocardiogramma può mostrare sopraslivellamento o sottoslivellamento ST, inversione di T, bassi voltaggi, extrasistoli, tachicardie e disturbi di conduzione, ma può anche essere poco alterato. La distribuzione non territoriale favorisce una causa infiammatoria, senza escludere l’ischemia. ECG seriati e telemetria documentano dinamica e instabilità; un tracciato iniziale normale non elimina la possibilità di evoluzione nelle ore successive.

La troponina conferma danno miocardico ma non la causa né la quantità di tessuto coinvolto; cinetica, intervallo dall’esordio e funzione renale influenzano il valore, e una troponina normale non esclude una malattia focale o tardiva. Peptidi natriuretici riflettono stress emodinamico; emocromo, proteina C-reattiva, funzione d’organo ed elettroliti definiscono gravità e indizi eziologici. Pannelli sierologici virali indiscriminati hanno scarsa capacità di identificare l’agente nel miocardio e non dovrebbero sostituire un’indagine mirata.

L’ecocardiogramma valuta funzione globale e regionale, spessori, versamento, valvole, pressioni e ventricolo destro; lo strain longitudinale può rivelare disfunzione sottile con frazione di eiezione normale, ma non è specifico per miocardite. Le immagini ripetute sono particolarmente utili per riconoscere una traiettoria rapida, guidare la gestione dello shock e documentare il reverse remodeling; la normalità iniziale non esclude un danno dimostrabile alla CMR.

La CMR combina edema, iperemia, danno cellulare e cicatrice attraverso mapping T1 e T2, volume extracellulare e LGE; il pattern tipico è subepicardico o intramiocardico, spesso inferolaterale, ma distribuzioni settali, diffuse e atipiche sono possibili. I criteri Lake Louise aggiornati aumentano l’accuratezza richiedendo evidenza basata su T1 e T2 nel contesto appropriato; sensibilità e specificità diminuiscono se l’esame è tardivo, la malattia è focale o il protocollo non è adeguato.

La CMR sostiene una diagnosi clinica di miocardite, ma non può chiamare linfocitario un infiltrato che non vede; non distingue in modo affidabile virus persistente, autoimmunità e immunoterapia e può essere negativa in forme ad alto rischio. Nello shock, nel blocco avanzato, nelle aritmie maligne, nello scompenso rapidamente progressivo o nella mancata risposta al trattamento, la necessità di tessuto non dovrebbe essere annullata da un risultato radiologico non conclusivo.

La biopsia endomiocardica viene eseguita quando l’identificazione di istotipo, attività o agente può cambiare la condotta; più campioni da sedi diverse aumentano la sensibilità, e CMR, PET o mappaggio elettroanatomico possono guidare il prelievo nelle lesioni focali. Parte del tessuto viene fissata per istologia e immunoistochimica, parte conservata secondo protocolli sterili per analisi molecolari; una pianificazione tardiva può rendere impossibile la ricerca affidabile di genomi infettivi.

All’ematossilina-eosina si valutano densità e distribuzione dei linfociti, rapporto con i cardiomiociti, necrosi, edema, vasculite e altre popolazioni; artefatti da pinza, ischemia e infiltrati perivascolari aspecifici devono essere riconosciuti. L’immunoistochimica identifica marcatori panleucocitari, T-cellulari, B-cellulari e macrofagici e può documentare attivazione endoteliale o HLA; le soglie quantitative storicamente utilizzate aumentano sensibilità, ma non devono essere separate dalla qualità morfologica del danno.

Secondo i criteri di Dallas, la miocardite attiva associa infiltrato infiammatorio e danno miocitario non ischemico, mentre la vecchia categoria borderline descriveva un infiltrato senza necrosi inequivoca. Riproducibilità e sensibilità limitate hanno favorito un uso variabile del termine. I criteri Seaport propongono invece, per la biopsia endomiocardica, tre gradi di severità per la miocardite linfocitaria e una categoria distinta di aumento disperso dei linfociti T di significato indeterminato (SITUS).

La distinzione Seaport tiene conto del diverso materiale disponibile: la biopsia offre pochi frammenti e risente fortemente del campionamento, mentre campioni chirurgici e autoptici permettono di valutare estensione e distribuzione su aree più ampie. Il referto deve indicare quale sistema è stato applicato e descrivere i reperti, non limitarsi a un’etichetta; un infiltrato di significato incerto può acquisire peso in un fenotipo clinico coerente, ma non autorizza automaticamente immunosoppressione.

La PCR su tessuto richiede controlli e laboratorio esperto. La rilevazione di un genoma non prova replicazione o causalità, soprattutto per virus capaci di persistere in compartimenti non miocitari; al contrario, una negatività non è assoluta se il campione è piccolo o prelevato tardi. Istologia, carica, attività trascrizionale quando disponibile, sede cellulare e quadro sistemico definiscono insieme il significato; la discordanza fra tessuto e clinica dovrebbe portare a revisione dei preparati e del percorso preanalitico.

La diagnosi differenziale comprende infarto con coronarie non ostruttive, Takotsubo, cardiomiopatie genetiche, sarcoidosi, miocardite a cellule giganti, eosinofila e danno tossico; un infiltrato linfocitario può comparire vicino a necrosi ischemica, per cui distribuzione e morfologia della lesione sono decisive. La revisione multidisciplinare permette di riconoscere quando il pattern linfocitario è la malattia principale, una risposta secondaria o soltanto una parte di un processo più complesso.

Trattamento e Prognosi

Il trattamento iniziale dipende dal fenotipo, non attende necessariamente la conferma istologica e comprende riposo, sospensione dello sforzo, monitoraggio e gestione delle complicanze. Nello scompenso stabile si applicano le terapie raccomandate per la disfunzione ventricolare quando emodinamicamente tollerate; nello shock diuretici, vasopressori, inotropi e supporto meccanico vengono scelti secondo profilo emodinamico. Betabloccanti e altri farmaci che riducono la portata non vengono forzati durante instabilità acuta.

L’attività fisica intensa aumenta stress adrenergico e meccanico su un miocardio elettricamente instabile. La sospensione temporanea dello sport viene mantenuta finché sintomi, troponina, funzione e aritmie non siano rientrati o stabilizzati, con rivalutazione mediante prova da sforzo e monitoraggio quando appropriato. La durata non è una cifra automatica per tutti: estensione del LGE, eziologia, recidiva e tipo di attività modificano la prudenza richiesta.

Non esiste una giustificazione per somministrare corticosteroidi a ogni miocardite linfocitaria. Il Myocarditis Treatment Trial non ha dimostrato un beneficio generale della terapia immunosoppressiva nelle popolazioni storiche, nelle quali la caratterizzazione virale e immunopatologica era limitata; revisioni sistematiche confermano che l’evidenza non sostiene l’uso routinario. La decisione deve separare la forma acuta autolimitante, l’infezione attiva e la malattia immune persistente, evitando sia il trattamento indiscriminato sia il rifiuto di una terapia indicata.

Nella cardiomiopatia infiammatoria linfocitaria cronica, biopticamente documentata e virus-negativa, lo studio TIMIC ha mostrato un miglioramento funzionale con prednisone e azatioprina rispetto al controllo, confermato nel follow-up prolungato della coorte. Questi risultati riguardano pazienti selezionati con disfunzione persistente e infiammazione tissutale, non ogni dolore con CMR positiva né ogni piccolo infiltrato; qualità della PCR, esclusione delle cause specifiche e competenza del centro sono condizioni per trasferire l’evidenza alla pratica.

La miocardite da checkpoint richiede sospensione dell’immunoterapia e immunosoppressione tempestiva secondo gravità, spesso con corticosteroidi ad alte dosi e strategie aggiuntive nei casi refrattari. Le forme associate a malattie autoimmuni seguono il meccanismo e l’attività sistemica, mentre un’infezione identificata può richiedere trattamento antimicrobico specifico; il termine linfocitario non appiattisce queste differenze: la terapia eziologica nasce dall’integrazione fra istotipo, esposizione e microbiologia.

Aritmie e blocchi vengono trattati secondo rischio e reversibilità. Un defibrillatore indossabile può essere considerato in situazioni selezionate durante una fase potenzialmente recuperabile, mentre l’impianto definitivo viene valutato dopo stabilizzazione quando possibile; aritmie sostenute, cicatrice estesa o un substrato genetico possono richiedere decisioni anticipate. Il recupero della frazione di eiezione non annulla automaticamente l’indicazione se sono già avvenuti eventi ventricolari maggiori.

La prognosi è favorevole in molti pazienti con presentazione simil-infartuale, funzione preservata e assenza di aritmie, ma non può essere dedotta dall’istotipo isolato. Shock, disfunzione biventricolare, blocco avanzato, tachicardia sostenuta e mancata riduzione dei biomarcatori identificano un decorso più complesso. Il recupero iniziale delle forme fulminanti linfocitarie può essere notevole, mentre una malattia non fulminante con rimodellamento prolungato può lasciare una disfunzione cronica.

Alla CMR, estensione e sede del LGE aggiungono informazione prognostica. Un coinvolgimento settale o una cicatrice persistente si associano a maggiore rischio rispetto alla completa assenza di danno residuo, pur non determinando da soli una decisione. Funzione biventricolare, aritmie, genotipo, recidive e andamento nel tempo completano la valutazione; ripetere l’imaging dopo la fase acuta aiuta a distinguere edema reversibile da fibrosi stabile.

Il follow-up include visita, ECG, ecocardiogramma, biomarcatori e monitoraggio del ritmo, modulati sulla severità; una nuova troponina, sincope, peggioramento della funzione o aritmie richiedono una rivalutazione eziologica e talvolta una nuova biopsia. Il paziente non viene dichiarato guarito sulla base del solo sollievo dal dolore, perché il recupero clinico, biologico, meccanico ed elettrico procede con tempi differenti.

Complicanze

Lo shock cardiogeno è la complicanza acuta più drammatica e deriva dalla combinazione di depressione contrattile, edema, aritmie e perdita miocitaria; l’ipotensione protratta causa insufficienza renale, epatica e neurologica e riduce la possibilità di recupero anche quando l’infiammazione è reversibile. L’identificazione precoce di pressione pulsatoria ridotta, lattato crescente, oliguria ed estremità fredde consente il trasferimento e il supporto prima del collasso multiorgano.

Lo scompenso persistente può evolvere in dilatazione, insufficienza mitralica funzionale e cardiomiopatia infiammatoria cronica; la progressione continua talvolta dopo che l’infiltrato si è ridotto, perché cicatrice, stress di parete e attivazione neuro-ormonale diventano autonomi. La terapia dello scompenso non viene quindi sospesa automaticamente quando la troponina si normalizza; un eventuale de-escalation richiede stabilità prolungata e una valutazione specialistica.

Le aritmie ventricolari possono emergere nella fase edematosa oppure mesi dopo, quando il LGE rappresenta cicatrice. Extrasistoli frequenti, tachicardia non sostenuta e anomalie durante esercizio aiutano a definire il rischio, ma fibrillazione ventricolare e tachicardia sostenuta costituiscono eventi maggiori indipendentemente dalla frazione di eiezione. L’ablazione può controllare circuiti cicatriziali selezionati, senza trattare l’eventuale attività infiammatoria sottostante.

I disturbi di conduzione riflettono edema o lesione del setto e possono risolversi, persistere o progredire. Un blocco avanzato richiede pacing temporaneo o definitivo secondo stabilità e recupero, ma deve anche indurre a escludere cellule giganti, sarcoidosi e tossicità da checkpoint. Etichettare il quadro come linfocitario sulla sola CMR può essere pericoloso quando il fenotipo suggerisce un istotipo più aggressivo non ancora campionato.

La recidiva produce episodi ripetuti di necrosi e accumulo di fibrosi, con aumento progressivo del rischio aritmico anche se ogni singolo attacco appare lieve. Autoimmunità, re-esposizione farmacologica e cardiomiopatie genetiche devono essere ricercate nei quadri ricorrenti. Il counseling familiare e il test genetico diventano particolarmente rilevanti quando coesistono morti improvvise, cardiomiopatia, pattern cicatriziale tipico o episodi simili in parenti.

Una grave disfunzione favorisce stasi, trombi ventricolari ed embolie, mentre fibrillazione atriale aggiunge un rischio separato. L’ecocardiografia con contrasto o la CMR possono identificare trombi non visibili all’esame standard; l’anticoagulazione viene guidata da trombo, aritmia e rischio individuale, non prescritta di routine per il solo infiltrato linfocitario. Emorragia, funzione renale e procedure bioptiche devono essere coordinate nel piano.

L’immunosoppressione espone a infezioni opportunistiche, citopenie, tossicità epatica e metabolica, mentre la mancata esclusione di un patogeno può consentirne la progressione. Screening, vaccinazioni appropriate, profilassi e controlli ematochimici sono parte della terapia e devono essere proporzionati a farmaci e durata; un peggioramento durante trattamento non è sempre refrattarietà immune: può riflettere infezione, tossicità, aritmia o una diagnosi istologica incompleta.

La complicanza diagnostica più importante è confondere un infiltrato incerto con miocardite attiva oppure considerare negativa una biopsia che non ha intercettato la lesione. Nel primo caso il paziente riceve una terapia rischiosa senza bersaglio dimostrato; nel secondo viene perduta una finestra terapeutica. Revisione specialistica, adeguatezza dei campioni, correlazione con imaging e disponibilità a ripetere o indirizzare il prelievo sono strumenti essenziali per contenere entrambi gli errori.

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