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Orifizio mitralico accessorio

L’orifizio mitralico accessorio è un’apertura aggiuntiva della valvola mitrale, distinta dall’orifizio principale e riconoscibile per l’organizzazione del tessuto che la delimita e dei suoi sostegni sottovalvolari. Nella nomenclatura delle malformazioni congenite viene generalmente ricondotto alla variante eccentrica, o hole type, della mitrale a doppio orifizio: non rappresenta quindi, in ogni caso, una malattia separata con una propria storia naturale. Il termine mette soprattutto in evidenza un problema anatomico circoscritto, cioè la presenza di una seconda via di passaggio attraverso la valvola, spesso piccola e vicina a una commissura, che può sfuggire a un esame ecocardiografico non mirato.

La distinzione fondamentale è fra un vero orifizio valvolare, capace di aprirsi e di partecipare alla chiusura sistolica, e una soluzione di continuo del lembo, come una perforazione o una fenestrazione priva di sostegno organizzato. Le immagini possono sembrare simili, ma le implicazioni sono differenti: un’apertura congenita competente può essere conservata senza conseguenze, mentre una perdita di tessuto può costituire direttamente la sede di un rigurgito. La valutazione deve perciò integrare morfologia, direzione del flusso, movimento dei margini e continuità delle corde, evitando di dedurre la gravità dalla sola presenza di un secondo foro.

Definizione morfologica, sviluppo e rapporti con le altre anomalie mitraliche

Nella configurazione più caratteristica esistono un orifizio dominante e un’apertura più piccola, interamente circondata da tessuto valvolare, situata nel settore anterolaterale o posteromediale. La descrizione ecocardiografica dipende dal livello di sezione: il piccolo passaggio può essere evidente nel corpo del lembo e non comparire con la stessa forma avvicinandosi all’anello o all’apice ventricolare. Questa variabilità non significa che l’anomalia scompaia, ma che il piano bidimensionale intercetta porzioni diverse di una struttura tridimensionale. Una singola immagine in asse corto non basta quindi a stabilirne l’estensione.

Il sostegno cordale conferisce all’apertura il carattere di una struttura valvolare organizzata. Le corde possono delineare un anello attorno al passaggio accessorio, convergere su un muscolo papillare o inserirsi in un apparato più complesso. Gli studi anatomici hanno documentato anche muscoli soprannumerari, creste muscolari e incroci cordali; queste osservazioni indicano che il margine visibile dall’atrio è solo una parte della malformazione. Non è invece corretto attribuire a ogni piccolo orifizio la stessa disposizione delle corde o presumere che disponga sempre di un muscolo papillare completamente indipendente.

La morfogenesi della mitrale coinvolge il rimodellamento dei tessuti della giunzione atrioventricolare e delle loro connessioni con il ventricolo. Per le aperture accessorie sono state proposte alterazioni della separazione e dell’organizzazione dei tessuti valvolari durante lo sviluppo; manca però un unico meccanismo dimostrato che spieghi tutte le configurazioni. Il reperto anatomico non consente di risalire automaticamente a una specifica mutazione. La consulenza genetica assume rilievo quando coesistono altre cardiopatie, anomalie extracardiache o familiarità, mentre non esiste un esame genetico obbligatorio fondato esclusivamente sulla presenza dell’orifizio.

Il rapporto con la valvola mitrale a doppio orifizio è dunque di appartenenza a uno spettro, non di semplice associazione occasionale. Una divisione centrale estesa costituisce una configurazione diversa dal piccolo passaggio eccentrico e richiede una descrizione dell’intera valvola. Anche un difetto del setto atrioventricolare può accompagnarsi a un’apertura supplementare della componente valvolare sinistra, ma in quel contesto la giunzione comune e i lembi a ponte impongono una nomenclatura e una strategia ricostruttiva proprie.

Funzione dell’apertura accessoria e conseguenze emodinamiche

Durante la diastole il sangue può attraversare entrambe le aperture senza incontrare una resistenza patologica. La presenza di un passaggio piccolo non equivale a una stenosi mitralica, perché il riempimento dipende dall’insieme delle vie disponibili, dalla loro geometria, dalla mobilità dei margini e dall’apparato sottovalvolare. Un orifizio accessorio minuto, affiancato da un passaggio principale ampio e mobile, può avere un contributo modesto al flusso e nessuna conseguenza clinica. Al contrario, l’associazione con lembi displastici, corde corte o anello ipoplasico può ridurre l’area utile complessiva, anche se le due aperture sono facilmente riconoscibili.

In sistole l’elemento decisivo è la coaptazione dei tessuti che delimitano ciascun passaggio. Il rigurgito può nascere dall’apertura accessoria, dalla normale linea di chiusura del settore principale oppure da entrambe. Un margine prolassante, un sostegno allungato o interrotto e una restrizione localizzata producono meccanismi diversi, che devono essere identificati separatamente. La direzione di un getto eccentrico aiuta a ricostruire la lesione, ma non sostituisce l’osservazione del suo punto di origine; un getto adeso alla parete atriale può apparire poco esteso nonostante una perdita emodinamicamente importante.

Un rigurgito persistente determina ricircolo di volume fra ventricolo e atrio sinistri. La dilatazione atriale riflette sia l’entità della perdita sia la durata dell’esposizione, mentre l’aumento del volume ventricolare costituisce inizialmente un adattamento alla maggiore quantità di sangue da espellere. Nelle forme rilevanti la frazione di eiezione può restare apparentemente conservata anche quando la riserva contrattile comincia a ridursi. Se prevale l’ostruzione, invece, l’aumento pressorio a monte della mitrale può essere significativo senza una corrispondente dilatazione ventricolare: l’assenza di cardiomegalia sinistra non esclude una lesione importante.

Le condizioni di flusso modificano l’interpretazione del Doppler. Tachicardia, anemia, febbre, gravidanza o shunt con iperafflusso possono aumentare le velocità attraverso la valvola; una portata ridotta può attenuarle. Il gradiente deve essere riportato insieme alla frequenza cardiaca e confrontato con morfologia e quadro clinico, soprattutto nel bambino. Nei cuori con più anomalie la congestione polmonare può dipendere anche da ostruzioni venose, difetti delle altre valvole o disfunzione ventricolare: attribuirla al reperto più insolito, senza ricostruire la fisiologia complessiva, espone a indicazioni terapeutiche errate.

Presentazione clinica e distinzione dai difetti acquisiti del lembo

Il riscontro può essere incidentale, durante lo studio di un soffio, di una cardiopatia associata o di un sintomo che ha un’altra origine. Nei bambini con valvola efficiente crescita e tolleranza all’attività possono essere normali. Quando la disfunzione è significativa, il lattante può presentare respirazione accelerata, poppate interrotte e incremento ponderale insufficiente; nelle età successive diventano più riconoscibili affaticamento, dispnea e riduzione della capacità di esercizio. Nessuno di questi sintomi identifica specificamente l’orifizio accessorio, e la loro attribuzione richiede una concordanza fra reperto anatomico e alterazione funzionale.

L’auscultazione riflette soprattutto il tipo di disfunzione: un soffio sistolico apicale orienta verso rigurgito, un rumore diastolico può accompagnare l’ostruzione, mentre un piccolo passaggio competente può non produrre reperti caratteristici. Elettrocardiogramma e radiografia del torace possono documentare ingrandimento delle camere o congestione, ma non distinguono una duplicazione congenita da una perforazione. L’anamnesi deve ricercare esami precedenti, episodi infettivi, interventi cardiaci e comparsa improvvisa dei sintomi; la documentazione di un’anatomia stabile nel tempo è utile, ma la mancanza di una diagnosi infantile non prova un’origine acquisita.

La perforazione endocarditica è una perdita di continuità del lembo che può associarsi a vegetazioni, margini irregolari, distruzione tissutale e rigurgito recente. Non sempre tali elementi sono tutti presenti, specialmente dopo terapia antibiotica, e l’esclusione dell’endocardite non può basarsi soltanto sull’assenza di febbre. Il sospetto clinico richiede emocolture e imaging secondo il percorso dedicato. Viceversa, un margine regolare con sostegno cordale e movimento coordinato suggerisce una struttura congenita, ma deve essere verificato su più piani e interpretato nel contesto clinico.

Il cleft della valvola mitrale si presenta come una fissurazione che interessa il margine del lembo, anziché come un piccolo orifizio completamente delimitato da tessuto. Le normali indentazioni posteriori, le fenestrazioni e gli artefatti da perdita di segnale costituiscono ulteriori diagnosi differenziali. Un doppio passaggio può infine derivare da una precedente riparazione che abbia unito i lembi: in quel caso l’anatomia è intenzionalmente modificata e non dimostra una duplicazione congenita. Il referto deve rendere esplicita questa distinzione, essenziale quando si confrontano esami preoperatori e successivi.

Ecocardiografia mirata e integrazione degli esami diagnostici

L’ecocardiografia transtoracica inizia con una valutazione segmentaria del cuore e prosegue con una scansione della mitrale dall’anello fino ai muscoli papillari. L’asse corto è particolarmente utile per riconoscere il secondo passaggio, mentre le viste longitudinali precisano l’inserzione dei margini e delle corde. È necessario osservare sia l’apertura diastolica sia la chiusura sistolica, seguire il flusso con il colore e cercare la sede esatta di un eventuale getto. Il solo segnale colorato attraverso una lacuna non dimostra che questa sia un orifizio accessorio valvolato.

La ricostruzione tridimensionale consente una visione dall’atrio e dal ventricolo e chiarisce il rapporto fra apertura principale, passaggio eccentrico e commissure. La manipolazione dei piani di taglio aiuta a distinguere un foro completo da una fessura che comunica con il margine libero. L’acquisizione deve mantenere una risoluzione temporale sufficiente e un guadagno adeguato: un tessuto sottile può scomparire dalla ricostruzione e simulare una perforazione, mentre un’elaborazione eccessiva può creare ponti inesistenti. La coerenza con le immagini bidimensionali originali rimane un criterio di affidabilità.

La quantificazione della disfunzione richiede misure riproducibili. Se si sospetta stenosi, la planimetria deve individuare le reali sezioni restrittive e documentare separatamente le aperture quando tecnicamente possibile; non è corretto sommare diametri né trasformare una somma di aree anatomiche in una misura automatica dell’area idraulica effettiva. Nel rigurgito si combinano anatomia, vena contracta, Doppler, volumi delle camere e segnali di ripercussione. La presenza di due getti richiede di descrivere entrambe le origini: misurare la vena contracta del solo getto più evidente può sottostimare la perdita totale, mentre sommare automaticamente le larghezze bidimensionali non produce una misura validata della gravità. La convergenza di flusso può essere asimmetrica e i getti multipli rendono inaffidabile una quantificazione basata su un’unica assunzione geometrica.

L’esame transesofageo è indicato quando l’informazione aggiuntiva cambia la decisione, in particolare prima di una ricostruzione o nel sospetto di lesione infettiva. Nel bambino vanno considerati dimensioni della sonda e necessità di sedazione. La risonanza cardiaca può risolvere discrepanze sulla quantità del rigurgito e sulla risposta ventricolare, oltre a studiare le cardiopatie associate, ma non possiede sempre la risoluzione necessaria per descrivere corde molto sottili. Il cateterismo resta selettivo, utile per quesiti emodinamici non chiariti dagli esami non invasivi, non per confermare di routine un piccolo foro già ben documentato.

Il referto dovrebbe indicare la topografia del passaggio rispetto ai settori anteriori e posteriori, descriverne la visibilità nei diversi piani e precisare se il sostegno sia effettivamente dimostrato oppure soltanto presunto. È utile conservare sequenze dinamiche nelle quali anatomia e flusso siano correlabili, perché una futura valutazione per sospetta endocardite o nuovo rigurgito potrà così distinguere la struttura preesistente da una lesione sopravvenuta. In presenza di un dubbio fra foro e artefatto, la riproducibilità su proiezioni indipendenti precede qualsiasi conclusione diagnostica.

Indicazioni terapeutiche e principi della conservazione valvolare

Un’apertura accessoria competente, senza ostruzione e senza ripercussioni, non richiede correzione per il solo fatto di essere anomala. Questa conclusione è particolarmente importante quando il reperto viene scoperto durante la valutazione di un’altra cardiopatia: modificare una mitrale funzionante può introdurre una disfunzione che prima non esisteva. L’osservazione deve tuttavia essere fondata su un esame completo, perché una modesta perdita visibile nel passaggio principale non esclude un secondo getto mal visualizzato. La decisione iniziale deve essere documentata insieme al programma di rivalutazione.

Quando compare congestione, il trattamento medico riduce i sintomi e può stabilizzare il paziente in attesa della correzione. I diuretici e il supporto nutrizionale pediatrico vengono adattati al quadro emodinamico; eventuale disfunzione ventricolare o aritmia richiede una gestione specifica. Nessuna terapia farmacologica elimina il difetto anatomico. Un miglioramento respiratorio non deve essere interpretato come risoluzione di un’ostruzione importante o di un rigurgito progressivo, e non giustifica il rinvio indefinito dell’intervento quando persistono scarsa crescita, aumento delle pressioni o deterioramento ventricolare.

La riparazione chirurgica mira al meccanismo responsabile, conservando il tessuto utile. Nel passaggio accessorio possono essere necessari interventi sui margini o sul sostegno; in configurazioni selezionate può essere considerata la chiusura di una piccola apertura incompetente, purché l’orifizio residuo resti adeguato e non venga alterata la mobilità dei lembi. Questa non è una regola applicabile a tutti i casi. Il ponte fra i due passaggi può contenere tessuto valvolare e corde essenziali: sezionarlo come se fosse una semplice aderenza può provocare un rigurgito grave.

La scelta di intervenire dipende dalla gravità funzionale e dal contesto. Nell’adulto si applicano i criteri per la valvulopatia predominante, con attenzione a sintomi, dimensioni e funzione ventricolare, pressione polmonare e probabilità di una riparazione durevole; tali soglie non vengono trasferite automaticamente al bambino. La sostituzione è riservata alle anatomie non riparabili in modo soddisfacente. Non esiste un’indicazione standard alla chiusura percutanea di un orifizio congenito competente; anche le tecniche di approssimazione dei lembi richiedono estrema attenzione all’area residua e non rappresentano una soluzione abituale per questa variante.

Quando si prospetta la chiusura dell’apertura minore, il problema non è soltanto la sua superficie, ma il modo in cui la sutura modifica la tensione dei lembi. Un margine apparentemente ridondante può partecipare alla chiusura dell’orifizio principale; spostarlo o fissarlo può ridurre la coaptazione altrove. Per questo la valutazione della riparazione deve esaminare l’intera linea di chiusura e l’afflusso residuo, evitando di giudicare il risultato soltanto dalla scomparsa del getto accessorio. Nel bambino occorre anche considerare il potenziale di crescita della valvola ricostruita.

Sorveglianza, prognosi e situazioni particolari

La prognosi di un orifizio accessorio isolato ed efficiente può essere favorevole, ma non è quantificabile mediante una percentuale universale. Le serie disponibili comprendono differenti varianti di doppio orifizio, spesso associate ad altre cardiopatie, e non consentono di ricavare un rischio preciso per ogni piccola apertura eccentrica. Nel tempo si sorvegliano soprattutto funzione mitralica, crescita delle camere, pressione polmonare e capacità di esercizio. Un cambiamento clinico deve indurre a cercare sia un’evoluzione della lesione sia cause intercorrenti, compresa una nuova patologia delle corde.

Dopo una ricostruzione il controllo deve verificare il bilancio fra competenza e pervietà. Una riduzione del rigurgito ottenuta a prezzo di un gradiente eccessivo non costituisce un risultato ottimale, soprattutto durante la crescita. Le misure vanno confrontate a condizioni emodinamiche simili e integrate con il decorso clinico. Gli studi sulla chirurgia mitralica congenita mostrano che la disfunzione residua e la complessità del tessuto influenzano la necessità di reintervento; queste informazioni sostengono un follow-up prolungato, senza trasformarsi in previsioni individuali certe per la variante accessoria.

L’attività fisica viene modulata sulla funzione valvolare e sulla cardiopatia complessiva. Un reperto anatomico isolato, con camere e pressioni normali, non impone di per sé una limitazione generalizzata; nei casi con disfunzione rilevante servono valutazione funzionale e decisione condivisa. La gravidanza aumenta il flusso e può rendere sintomatica un’ostruzione precedentemente tollerata: nelle donne con lesione significativa è indicata una valutazione preconcezionale, considerando anche gli eventuali esiti chirurgici e i farmaci utilizzati.

La prevenzione dell’endocardite comprende cura della salute orale e tempestiva valutazione di un’infezione sospetta. La sola presenza di un orifizio accessorio su valvola nativa non determina automaticamente l’indicazione alla profilassi antibiotica odontoiatrica; questa dipende dalle categorie di rischio previste dalle linee guida, tra cui pregresse endocarditi e specifici materiali o protesi. Nella transizione all’assistenza adulta è utile conservare immagini e descrizione anatomica, perché distinguere un passaggio congenito da una nuova lesione del lembo può modificare radicalmente la gestione di un episodio futuro.

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