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Poliarterite nodosa

La poliarterite nodosa (PAN) è una vasculite necrotizzante sistemica acquisita che interessa prevalentemente le arterie muscolari di medio e piccolo calibro, con coinvolgimento segmentario e transmurale della parete vasale, formazione di aneurismi micro e macro, stenosi e trombosi, e conseguente ischemia o infarto degli organi irrorati. A differenza delle vasculiti dei piccoli vasi, la PAN classica non coinvolge tipicamente arteriole, capillari e venule, non determina glomerulonefrite necrotizzante e non è associata in modo costante ad autoanticorpi anti-citoplasma dei neutrofili (ANCA). Dal punto di vista istopatologico, la lesione caratteristica è una arterite necrotizzante con infiltrato infiammatorio misto e necrosi fibrinoide della media, che evolve nel tempo verso fibrosi concentriche, con alternanza di segmenti malati e segmenti apparentemente indenni lungo il decorso dell’arteria (“lesioni a salti”).

Clinicamente, la PAN si caratterizza per un quadro sistemico polidistrettuale, con sintomi costituzionali (febbre, astenia, calo ponderale) associati a segni di ischemia d’organo legati al coinvolgimento delle arterie renali, viscerali, muscolari, cutanee e dei nervi periferici. L’interessamento renale si manifesta soprattutto con ipertensione arteriosa rapidamente progressiva, insufficienza renale e infarti renali, in assenza delle lesioni glomerulari proliferative tipiche delle vasculiti ANCA correlate; il coinvolgimento neurologico dà luogo a mononeuropatia multipla dolorosa o polineuropatia sensitivo-motoria; la compromissione gastrointestinale si presenta con dolore addominale ischemico, sanguinamento e, nei casi più gravi, perforazione. Manifestazioni cutanee quali livedo reticularis, noduli sottocutanei dolorosi lungo il decorso delle arterie, ulcere e porpora palpabile rappresentano spesso uno dei primi indizi clinici.

Sotto il profilo epidemiologico, la poliarterite nodosa è considerata una vasculite rara. Le stime di incidenza variano in base alle coorti e ai criteri utilizzati, ma si collocano generalmente intorno a 1–9 casi per milione di abitanti per anno, con una prevalenza complessiva nettamente inferiore rispetto alle vasculiti ANCA correlate. La malattia interessa prevalentemente l’età adulta, con picco tra la quarta e la sesta decade, e presenta una lieve prevalenza maschile. In passato, una quota significativa di casi era associata ad infezione cronica da virus dell’epatite B, ma l’introduzione di programmi di vaccinazione e di terapie antivirali efficaci ha determinato una netta riduzione della PAN correlata a HBV nei Paesi ad alta copertura vaccinale, spostando il peso relativo verso forme idiopatiche o associate ad altre condizioni. Esistono varianti cliniche come la poliarterite nodosa cutanea, caratterizzata da coinvolgimento prevalentemente cutaneo e neuromuscolare con prognosi più favorevole, e forme infantili legate a difetti monogenici della regolazione immunitaria e vascolare che ampliano ulteriormente lo spettro nosologico.

Il riconoscimento tempestivo della poliarterite nodosa e la distinzione accurata rispetto ad altre vasculiti dei vasi medi e piccoli sono fondamentali, poiché la malattia non trattata è associata a un’elevata mortalità per complicanze renali, gastrointestinali, cardiache e neurologiche. Un approccio diagnostico strutturato, che integri clinica, laboratori, imaging angiografico e biopsia, consente oggi di identificare più precocemente la PAN, stratificare il rischio in base al coinvolgimento d’organo e impostare strategie terapeutiche aggressive ma mirate, con impatto significativo sulla sopravvivenza e sulla qualità di vita dei pazienti.

Eziologia, Patogenesi e Fisiopatologia

La poliarterite nodosa è una vasculite necrotizzante dei vasi di medio calibro in cui fattori immunologici, infettivi e, in alcuni sottotipi, genetici concorrono a determinare una risposta infiammatoria autoaggressiva a carico della parete arteriosa. L’eziologia è eterogenea e può essere schematizzata in forme idiopatiche e forme secondarie, in particolare associate a infezione da virus dell’epatite B (HBV) o, più raramente, da virus dell’epatite C (HCV), HIV e altre infezioni croniche. Nelle aree con elevata copertura vaccinale anti-HBV, la quota di PAN correlata a HBV si è ridotta, ma questa variante rimane paradigmatica per comprendere il ruolo dei complessi immuni circolanti nella patogenesi.

Nella PAN associata a HBV, antigeni virali circolanti (soprattutto HBsAg e HBeAg) formano complessi immuni con gli anticorpi specifici che si depositano a livello della parete delle arterie di medio calibro. Il deposito di questi immunocomplessi innesca l’attivazione del complemento, con generazione di frammenti anafilotossici (C3a, C5a) che richiamano neutrofili e monociti, e attivazione della cascata infiammatoria locale. I neutrofili degranulano e rilasciano specie reattive dell’ossigeno, proteasi e mieloperossidasi, contribuendo alla lesione necrotizzante della media e alla disorganizzazione della struttura elastica e muscolare della parete. I macrofagi e le cellule muscolari lisce vascolari producono citochine pro-infiammatorie (TNF alfa, IL-1 beta, IL-6) e fattori di crescita che amplificano il reclutamento cellulare e promuovono la transizione, nel tempo, verso una fase riparativa fibroproliferativa.

Nelle forme idiopatiche, la patogenesi è meno chiaramente definita, ma verosimilmente convergono meccanismi immunomediati analoghi, in assenza di un trigger infettivo identificabile. Predisposizioni genetiche a carico di geni coinvolti nella regolazione della risposta innata, nella clearance degli immunocomplessi e nell’omeostasi endoteliale possono facilitare l’instaurarsi di una risposta vasculitica anomala. L’attivazione della risposta innata tramite recettori per pattern molecolari associati a patogeni o a danno tessutale (PRR, come i TLR) determina una produzione persistente di citochine e chemochine, con gradiente che richiama cellule infiammatorie nel contesto della parete vasale. La presenza di fattori ambientali come fumo, esposizioni tossiche, stati di ipercoagulabilità o altre condizioni infiammatorie croniche può modulare ulteriormente la sensibilità del letto vascolare a tali stimoli, predisponendo allo sviluppo di lesioni segmentarie.

A livello istopatologico, la lesione chiave della poliarterite nodosa è una arterite necrotizzante transmurale segmentaria. Nella fase acuta, l’infiltrato infiammatorio è ricco di neutrofili, con necrosi fibrinoide della media e disgregazione della lamina elastica interna; possono essere presenti trombi intraluminali che aggravano la riduzione di flusso. Con l’evoluzione temporale, le lesioni acute coesistono con lesioni subacute e croniche sullo stesso vaso: nelle fasi più tardive predominano infiltrati linfomonocitari, fibroblasti e deposizione di matrice extracellulare, con ispessimento fibroso della parete, riduzione del lume e formazione di vere e proprie stenosi o occlusioni. Il danno alla componente elastica e muscolare della parete favorisce la formazione di aneurismi sacculari o fusiformi, spesso multipli, soprattutto a carico delle arterie renali, mesenteriche, epatiche e, in minor misura, coronariche. Questa alternanza di aneurismi e stenosi nel letto arterioso di medio calibro rappresenta un reperto caratteristico all’angiografia.

Dal punto di vista microcircolatorio e d’organo, la conseguenza principale è l’ischemia. A livello renale, la vasculite delle arterie interlobari, arcuate e interlobulari determina aree di infarto corticale e sottocorticale, con riduzione della filtrazione glomerulare, ipertensione renovascolare e, nei casi più gravi, insufficienza renale acuta o cronica. Poiché le arteriole glomerulari e i capillari glomerulari non sono di solito il sito primario di lesione, la glomerulonefrite necrotizzante è assente, elemento che consente di distinguere la PAN dalle vasculiti ANCA correlate. Nel tratto gastrointestinale, il coinvolgimento delle arterie mesenteriche determina ischemia segmentaria di stomaco, intestino tenue e colon, con dolore addominale post-prandiale, sanguinamento, rischio di necrosi e perforazione. Nel sistema nervoso periferico, la vasculite delle arterie vasa nervorum porta a ischemia dei nervi con comparsa di mononeurite multipla dolorosa o polineuropatia asimmetrica.

A livello cutaneo, l’interessamento delle arterie dermiche e ipodermiche dà luogo a livedo reticularis o racemosa, noduli sottocutanei dolenti lungo il decorso vascolare, ulcere e, talvolta, necrosi periferica digitale. Nel cuore, il coinvolgimento delle arterie coronarie di medio calibro può condurre a ischemia miocardica, infarto, aritmie e insufficienza cardiaca. Nel sistema nervoso centrale, la vasculite delle arterie cerebrali può, più raramente, causare ictus ischemici o emorragie intracraniche, sebbene in molte coorti il coinvolgimento neurologico sia più frequentemente periferico che centrale.

Dal punto di vista fisiopatologico clinico, la PAN rappresenta un modello di malattia in cui la combinazione di lesioni arteriose segmentarie e infiammazione sistemica genera un mosaico di manifestazioni d’organo. La febbre, il calo ponderale e la marcata astenia derivano dall’elevata produzione di citochine pro-infiammatorie e dall’ipermetabolismo associato, mentre le manifestazioni di ischemia e infarto riflettono il grado di compromissione del flusso nelle arterie colpite. L’eterogeneità delle presentazioni cliniche, che spaziano da forme cutanee relativamente benigne a quadri sistemici fulminanti con insufficienza multiorgano, è il risultato della diversa combinazione di letti vascolari coinvolti, della rapidità di progressione delle lesioni e della presenza o meno di comorbilità cardiovascolari e infettive. In questo contesto, la poliarterite nodosa va interpretata come una vasculite sistemica dei vasi medi in cui l’asse immunocomplessi complementi neutrofili e la cascata citochinica convergono nel determinare il danno vascolare e d’organo.

Manifestazioni Cliniche

L’esordio clinico della poliarterite nodosa è in genere subacuto, sviluppandosi nell’arco di settimane o pochi mesi, con un quadro di sindrome infiammatoria sistemica non specifica a cui si aggiungono progressivamente i segni di coinvolgimento d’organo. Nelle fasi iniziali, il paziente riferisce spesso febbre persistente o intermittente, sudorazioni notturne, astenia marcata, anoressia e calo ponderale involontario, che possono essere interpretati come espressione di malattia infettiva, neoplastica o reumatologica non ancora definita. Dolori muscolari diffusi, artralgie e mialgie localizzate ai polpacci o alle cosce sono frequenti e riflettono sia la flogosi sistemica sia l’ischemia delle strutture muscolo-tendinee.

Il coinvolgimento cutaneo rappresenta una delle manifestazioni più caratteristiche e accessibili alla valutazione clinica. La livedo reticularis o, più specificamente, una livedo racemosa irregolare, a maglie spezzate, spesso a distribuzione asimmetrica su arti inferiori, glutei e tronco, è un reperto suggestivo di vasculite dei vasi medi e piccoli del derma e dell’ipoderma. Noduli sottocutanei dolenti, palpabili lungo il decorso delle arterie superficiali, possono essere presenti, così come ulcere cutanee dolorose, soprattutto alle gambe e alle caviglie. In alcuni casi, la PAN si manifesta come variante prevalentemente cutanea, con sintomi sistemici più attenuati e prognosi relativamente favorevole, sebbene il rischio di evoluzione verso forme sistemiche richieda un monitoraggio prolungato.

Sul versante neurologico periferico, la poliarterite nodosa è classicamente associata a mononeurite multipla, risultato della vasculite dei vasa nervorum. Clinicamente, il paziente lamenta dolore neuropatico urente o trafittivo, accompagnato da deficit sensitivi e motori distribuiti in modo asimmetrico, con interessamento di nervi periferici come peroneo comune, tibiale, ulnare e radiale. Il quadro può evolvere in una polineuropatia asimmetrica o in una tetraparesi sensitivo-motoria, con grave compromissione funzionale e rischio di cadute, ulcere da pressione e perdita di autonomia nelle attività quotidiane. Nei casi più severi, la neuropatia può essere rapidamente progressiva e rappresentare una delle principali determinanti di disabilità residua. Il coinvolgimento del sistema nervoso centrale è meno frequente ma può manifestarsi con ictus ischemici, emorragie intracraniche, convulsioni o encefalopatia, soprattutto in contesti di vasculite cerebrale o crisi ipertensive reno-vascolari.

L’interessamento renale nella PAN è legato prevalentemente alla vasculite delle arterie renali di medio calibro e delle loro diramazioni, con sviluppo di stenosi critiche, aneurismi e infarti segmentari. Dal punto di vista clinico, ciò si traduce in ipertensione arteriosa di nuova insorgenza o in rapido peggioramento di un’ipertensione preesistente, spesso severa e difficilmente controllabile, e in segni di insufficienza renale (incremento di creatinina, riduzione del filtrato glomerulare stimato). L’esame urine può mostrare proteinuria e microematuria, ma in genere manca la sindrome nefritica con cilindri ematici e la glomerulonefrite proliferativa tipica delle vasculiti dei piccoli vasi. Dolore lombare acuto o subacuto può segnalare infarti renali multipli. Nei casi più gravi, la compromissione renale contribuisce al rischio di encefalopatia ipertensiva, scompenso cardiaco e complicanze cardiovascolari maggiori.

Sul piano gastrointestinale, il coinvolgimento delle arterie mesenteriche è responsabile di una delle più temibili complicanze della poliarterite nodosa. Il sintomo cardine è il dolore addominale, spesso colico, esacerbato dal pasto (angina mesenterica), associato a nausea, vomito e alterazioni dell’alvo che possono variare da diarrea a stipsi. L’ischemia cronica della parete intestinale può determinare sanguinamento occulto o macroscopico, mentre episodi di ischemia acuta severa possono evolvere in necrosi e perforazione con quadro di addome acuto e peritonite, richiedendo un intervento chirurgico urgente. Il coinvolgimento di arterie gastriche, pancreatiche o epatiche può dare luogo, rispettivamente, a dolore epigastrico, pancreatite ischemica o alterazioni della funzionalità epatica. In molti pazienti, il dolore addominale è inizialmente intermittente e attribuito a cause funzionali o dispeptiche, con rischio di ritardo diagnostico fino all’insorgenza di complicanze acute.

Le manifestazioni muscoloscheletriche comprendono mialgie e artralgie diffuse o localizzate, spesso accompagnate da dolore alla palpazione dei gruppi muscolari maggiori, in particolare polpacci e cosce, e da rigidità mattutina aspecifica. L’artrite franca è meno prominente rispetto ad altre malattie reumatologiche, ma può manifestarsi come sinovite non erosiva di grandi e medie articolazioni. Il dolore muscolare può riflettere sia l’infiammazione sistemica sia l’ischemia dei muscoli e delle fasce, in relazione alla vasculite delle arterie intramuscolari.

Sul fronte cardiaco, la PAN può interessare le arterie coronarie di medio calibro, determinando quadri di ischemia miocardica, infarto e scompenso cardiaco. Il paziente può presentare dolore toracico tipicamente o atipicamente anginoso, dispnea da sforzo o a riposo, palpitazioni, sincope o segni di insufficienza cardiaca congestizia. L’elettrocardiogramma può mostrare alterazioni del segmento ST, aritmie sopraventricolari o ventricolari, blocchi di branca o disturbi di conduzione atrioventricolare. L’ecocardiogramma può documentare ipocinesie segmentarie, riduzione della frazione di eiezione o versamento pericardico, quest’ultimo espressione di una pericardite sierofibrinosa o emorragica associata.

Manifestazioni meno frequenti ma rilevanti includono il coinvolgimento genitale maschile, con dolore testicolare acuto o subacuto, ingrossamento del testicolo, ipersensibilità alla palpazione e, raramente, infarto testicolare, spesso in associazione ad altre manifestazioni sistemiche. L’impegno oftalmologico può comprendere vasculite retinica, ischemia del nervo ottico o uveite, mentre sul versante ematologico si osservano comunemente anemia da malattia cronica, leucocitosi neutrofila e trombocitosi come espressione della risposta di fase acuta.

Un aspetto cruciale delle manifestazioni cliniche della poliarterite nodosa è la sua eterogeneità. Alcuni pazienti presentano un quadro acuto aggressivo, con febbre alta, dolore addominale intenso, ipertensione severa, neuropatia rapidamente progressiva e rischio immediato di complicanze fatali; altri mostrano una forma più subdola con sintomi sfumati, livedo, astenia e calo ponderale lentamente progressivo. La corretta interpretazione di combinazioni apparentemente disparate di segni e sintomi (per esempio livedo, mononeurite multipla, ipertensione di nuova insorgenza e dolore addominale) come espressioni di una singola vasculite dei vasi medi è essenziale per porre il sospetto di PAN e avviare un iter diagnostico mirato.

Accertamenti, Sierologia ed Imaging

L’inquadramento diagnostico della poliarterite nodosa richiede una strategia strutturata che integri dati clinici, esami di laboratorio, sierologia infettivologica, imaging angiografico e biopsia, con l’obiettivo di documentare una vasculite necrotizzante dei vasi di medio calibro, escludere altre forme di vasculite e condizioni che mimano la PAN e identificare eventuali associazioni con infezioni croniche, in particolare l’epatite B. Il percorso inizia con la conferma laboratoristica di uno stato infiammatorio sistemico e prosegue con indagini mirate sui distretti d’organo coinvolti.

Gli esami ematochimici di base mostrano tipicamente una marcata elevazione degli indici di flogosi, con VES e PCR aumentate, leucocitosi neutrofila e trombocitosi reattiva. È spesso presente anemia normocitica normocromica da malattia cronica, talora aggravata da carenza marziale secondaria a sanguinamenti gastrointestinali occulti o manifesti. La valutazione della funzione renale (creatinina, azotemia, filtrato glomerulare stimato) è essenziale per documentare un eventuale coinvolgimento renale ischemico, così come il dosaggio degli elettroliti, dell’assetto coagulatorio e degli enzimi epatici per identificare disfunzioni d’organo e comorbilità. L’esame delle urine può evidenziare proteinuria e microematuria, ma di solito manca il sedimento attivo con cilindri eritrocitari tipico della glomerulonefrite rapidamente progressiva.

La sierologia infettivologica riveste un ruolo centrale, in particolare per l’identificazione di una possibile associazione con virus dell’epatite B. È raccomandata la determinazione di HBsAg, anti-HBs, anti-HBc totali e IgM, HBeAg e anti-HBe, nonché la quantificazione del DNA virale nelle forme attive. Nei contesti in cui l’epidemiologia locale lo giustifichi, vanno ricercate anche infezioni croniche da HCV (anticorpi anti-HCV e RNA virale), HIV e altre infezioni potenzialmente coinvolte nella patogenesi di vasculiti. L’identificazione di una PAN HBV correlata ha un impatto diretto sulla scelta terapeutica, poiché in questi casi la combinazione di terapia antivirale e immunosoppressione modulata rappresenta lo standard di cura.

La sierologia autoanticorpale contribuisce alla diagnosi differenziale. A differenza delle vasculiti dei piccoli vasi ANCA correlate, la poliarterite nodosa classica è di regola ANCA negativa. La negatività di p-ANCA (anti-MPO) e c-ANCA (anti-PR3), in presenza di un quadro clinico suggestivo di vasculite dei vasi medi senza glomerulonefrite, rafforza il sospetto di PAN rispetto a granulomatosi con poliangioite, poliangioite microscopica o granulomatosi eosinofila con poliangioite. La ricerca di altri autoanticorpi (ANA, ENA, fattore reumatoide, anticorpi antifosfolipidi) è utile per escludere connettiviti sistemiche e sindromi overlap. È importante interpretare i risultati nel contesto clinico complessivo, poiché positività a basso titolo e di significato incerto possono essere occasionali.

Per quanto riguarda l’imaging dei vasi, l’esame di riferimento per la PAN è storicamente l’angiografia convenzionale delle arterie viscerali, in particolare delle arterie renali, mesenteriche, epatiche e, quando indicato, coronariche. L’angiografia documenta la presenza di aneurismi sacculari o fusiformi multipli, stenosi segmentarie, occlusioni e irregolarità del profilo vasale, con aspetto caratteristico di “collana di perle” nelle arterie colpite. Questi reperti, soprattutto quando si associano a un quadro clinico compatibile e a una biopsia non facilmente ottenibile, possono essere considerati altamente suggestivi di PAN. Tecniche non invasive come l’angio-TC e l’angio-RM hanno progressivamente acquisito un ruolo importante, permettendo una visualizzazione dettagliata del letto arterioso di medio calibro con minore invasività, sebbene l’angiografia convenzionale resti utile per alcune valutazioni dinamiche e per eventuali procedure interventistiche.

La biopsia tessutale rappresenta un altro pilastro diagnostico. Quando possibile, è preferibile ottenere un campione da un nervo periferico clinicamente coinvolto (per esempio surale) in associazione a muscolo adiacente, poiché l’associazione di neuropatia periferica e mialgia è frequente nella PAN. La biopsia nervosa mostra una vasculite necrotizzante dei vasa nervorum, con infiltrato infiammatorio transmurale delle arterie epineurali e perineurali e necrosi fibrinoide. La biopsia muscolare può evidenziare lesioni analoghe a carico delle arterie intramuscolari, con infiltrato infiammatorio, necrosi fibrinoide e fibrosi segmentaria. In presenza di lesioni cutanee, la biopsia di noduli sottocutanei o di aree di livedo può mostrare una vasculite necrotizzante delle arterie dermiche ed ipodermiche, confermando il coinvolgimento dei vasi di medio calibro. È importante che il campione sia sufficientemente profondo da includere il tessuto sottocutaneo, altrimenti il rischio di falso negativo aumenta.

Indagini di imaging d’organo specifiche completano l’inquadramento. L’ecografia doppler delle arterie renali può evidenziare stenosi o alterazioni del flusso, mentre l’ecocardiogramma permette di valutare la funzione ventricolare, la presenza di segmenti ipocinetici e di eventuale versamento pericardico. La TC o la RM encefalica vengono utilizzate in caso di sintomi neurologici centrali per documentare ischemie o emorragie, mentre RX e TC torace sono utili per valutare l’eventuale coinvolgimento polmonare, che nelle forme classiche di PAN è meno prominente rispetto ad altre vasculiti ma può manifestarsi con infiltrati ischemici o emorragici in casi selezionati.

In sintesi, gli accertamenti per la poliarterite nodosa si articolano in: documentazione di un’infiammazione sistemica non specifica, esclusione di altre cause di vasculite e di sindromi similari mediante sierologia autoanticorpale e infettivologica, evidenza angiografica di aneurismi e stenosi delle arterie di medio calibro e conferma istopatologica di arterite necrotizzante quando una biopsia adeguata è disponibile. La combinazione di questi elementi, correttamente integrati con il quadro clinico, consente nella maggior parte dei casi una diagnosi robusta e una stratificazione del rischio utile per le decisioni terapeutiche.

Diagnosi e Stadiazione

La diagnosi di poliarterite nodosa si basa su un approccio integrato che combina criteri clinici, angiografici e istopatologici, con l’obiettivo di identificare una vasculite necrotizzante dei vasi di medio calibro e di differenziarla da altre forme di vasculite e da condizioni che ne mimano le manifestazioni. Storicamente, un ruolo centrale è stato svolto dai criteri classificativi dell’American College of Rheumatology (ACR) 1990, sviluppati per distinguere la PAN da altre vasculiti nelle coorti di studio. Questi criteri includono variabili cliniche e laboratoristiche quali calo ponderale superiore a 4 kg, livedo reticularis, dolore o sensibilità testicolare, mialgie o debolezza delle gambe, neuropatia periferica (mononeurite multipla o polineuropatia), ipertensione diastolica significativa, alterazioni della funzionalità renale, marcatori sierologici di infezione da epatite B, anomalie arteriografiche (aneurismi o stenosi) e reperti istologici di vasculite necrotizzante delle arterie di medio calibro non limitata ai piccoli vasi. La presenza di almeno un certo numero di tali criteri conferisce una elevata probabilità che il paziente appartenga al gruppo PAN nelle coorti di classificazione.

È importante sottolineare che, come per molti criteri storici, quelli ACR 1990 per la PAN sono criteri di classificazione più che di diagnosi, sviluppati principalmente per rendere omogenee le popolazioni arruolate negli studi clinici e non per guidare la gestione del singolo paziente in tutte le situazioni. Essi non incorporano informazioni provenienti da metodiche moderne di imaging, né da eventuali nuove conoscenze patogenetiche, e possono non distinguere adeguatamente tra PAN classica, varianti cutanee, vasculiti ANCA correlate con coinvolgimento dei vasi medi o sindromi da immunocomplessi di diverso tipo. Pertanto, nella pratica clinica contemporanea, i criteri ACR vengono utilizzati come supporto alla classificazione all’interno di un quadro diagnostico più ampio che include angiografia, biopsia e indagini infettivologiche.

Dal punto di vista concettuale, la definizione moderna di PAN proposta dalle revisioni della nomenclatura delle vasculiti enfatizza alcuni elementi chiave: vasculite necrotizzante principalmente delle arterie di medio e piccolo calibro, in assenza di glomerulonefrite e senza presenza abituale di ANCA, con lesioni segmentarie transmurali e necrosi fibrinoide. In altri termini, la diagnosi clinico-patologica di PAN richiede la dimostrazione, diretta o indiretta, di una arterite necrotizzante dei vasi di medio calibro che spieghi le manifestazioni d’organo osservate (per esempio ipertensione renovascolare, neuropatia periferica, ischemia mesenterica) e l’esclusione di altre vasculiti sistemiche (quali poliangioite microscopica, granulomatosi con poliangioite, granulomatosi eosinofila con poliangioite, vasculite crioglobulinemica, vasculite associata a IgA) e di condizioni non vasculitiche (come tromboangioite obliterante, embolie, malattie del collagene non vasculitiche).

Nella pratica diagnostica corrente, il percorso può essere schematizzato in alcuni passaggi. In primo luogo, si pone il sospetto di vasculite sistemica dei vasi medi in presenza di combinazioni suggestive di manifestazioni: livedo racemosa, noduli sottocutanei, mononeurite multipla, ipertensione di nuova insorgenza con insufficienza renale, dolore addominale ischemico e segni di ischemia d’organo (infarti renali, ischemia mesenterica, ischemia testicolare). In secondo luogo, si escludono cause alternative quali infezioni sistemiche, neoplasie, sindromi da iperviscosità, trombofilie e altre vasculiti dei piccoli vasi, mediante esami di laboratorio, sierologia autoanticorpale e infettivologica, e imaging mirato. In terzo luogo, si ricerca evidenza diretta di vasculite dei vasi medi attraverso angiografia e/o biopsia; il riscontro di aneurismi multipli, stenosi e occlusioni segmentarie delle arterie renali, mesenteriche o di altri distretti, in assenza di aterosclerosi avanzata o di altre patologie vascolari note, è altamente suggestivo di PAN soprattutto se associato a un quadro clinico compatibile.

La biopsia, quando disponibile, fornisce la conferma istopatologica di arterite necrotizzante e contribuisce a distinguere PAN da altre forme. Una biopsia di nervo periferico e muscolo è spesso la procedura preferita quando la neuropatia periferica è prominente, mentre la biopsia cutanea profonda è indicata in presenza di noduli o livedo. In situazioni selezionate, possono essere considerati biopsie viscerali (epatica, renale, intestinale) qualora la valutazione del rapporto rischio beneficio sia favorevole, ma queste procedure sono più invasive e non sempre necessarie se l’evidenza angiografica è convincente. L’interpretazione istologica richiede competenza specifica, poiché le lesioni possono essere focali e segmentarie e, quindi, facilmente perse in campioni di piccole dimensioni.

Per quanto riguarda la stadiazione e la stratificazione del rischio, non esiste un sistema di stadiazione anatomoradiologica universalmente adottato per la PAN analogo a quelli utilizzati in oncologia. Tuttavia, sono stati sviluppati indici prognostici che consentono di classificare i pazienti in base al rischio di mortalità e di orientare l’intensità del trattamento. Tra questi, il più utilizzato è il Five Factor Score (FFS), originariamente proposto e successivamente aggiornato da gruppi di studio internazionali sulla vasculite. Il FFS considera la presenza di alcuni fattori di gravità clinica, quali insufficienza renale significativa, proteinuria importante, coinvolgimento cardiaco, manifestazioni gastrointestinali gravi e coinvolgimento del sistema nervoso centrale; la presenza di ciascun fattore incrementa il punteggio e si associa a un aumento del rischio di mortalità a breve e medio termine.


Nella pratica quotidiana, quindi, la diagnosi di poliarterite nodosa non si riduce all’applicazione meccanica di criteri classificativi, ma richiede un ragionamento clinico complesso che integri sintomi e segni polidistrettuali, dati laboratoristici, sierologia infettivologica, reperti angiografici e, quando disponibile, istologia. La stadiazione si fonda soprattutto sulla valutazione del coinvolgimento d’organo e sulla quantificazione del rischio prognostico mediante indici come il FFS, piuttosto che su un sistema di stadi anatomici. Questo approccio consente di identificare i pazienti ad alto rischio che necessitano di terapia intensiva precoce e di distinguere forme più limitate o a prognosi favorevole, in cui un trattamento meno aggressivo può essere sufficiente.

Trattamento e Prognosi

Gli obiettivi del trattamento della poliarterite nodosa sono sopprimere l’infiammazione vascolare, prevenire la progressione delle lesioni arteriose e delle loro complicanze ischemiche, preservare la funzione d’organo, ridurre il rischio di mortalità a breve e lungo termine e migliorare la qualità di vita. La strategia terapeutica si articola in base a due assi principali: la distinzione tra forme idiopatiche e forme correlate a infezione da HBV e la stratificazione del rischio in funzione dell’estensione e della gravità del coinvolgimento d’organo, spesso valutata tramite indici prognostici come il Five Factor Score. In tutti i casi, è cruciale un approccio multidisciplinare che coinvolga reumatologi, nefrologi, neurologi, gastroenterologi, cardiologi e infettivologi, oltre a un monitoraggio stretto dei parametri clinici e laboratoristici.

Nelle forme idiopatiche senza evidenza di infezione da HBV, il trattamento di prima linea si basa su glucocorticoidi sistemici. In presenza di malattia severa o multisistemica, si utilizza comunemente prednisone o equivalenti a dosi iniziali di circa 1 mg/kg/die, con eventuale impiego di boli endovenosi di metilprednisolone (ad esempio 500–1000 mg al giorno per 3 giorni) nei casi di interessamento d’organo potenzialmente letale (insufficienza renale rapidamente progressiva per ischemia, ischemia mesenterica, neuropatia rapidamente evolutiva, coinvolgimento cardiaco grave). L’obiettivo è ottenere una rapida riduzione dei sintomi sistemici, una stabilizzazione o un miglioramento dei segni di ischemia d’organo e una diminuzione degli indici di flogosi nelle prime settimane di terapia. Successivamente si procede a una riduzione graduale e controllata della dose di steroidi, modulata in base alla risposta clinica e al rischio di recidiva, per limitare gli effetti collaterali legati all’esposizione prolungata.

Nei pazienti con fattori prognostici sfavorevoli (per esempio insufficienza renale significativa, manifestazioni gastrointestinali severe, coinvolgimento cardiaco o neurologico centrale) o con malattia refrattaria alla sola terapia steroidea, è raccomandata l’associazione precoce di un immunosoppressore citotossico. La ciclofosfamide, somministrata per via endovenosa in boli mensili o ogni 2–3 settimane secondo schemi consolidati, rappresenta il farmaco di riferimento nelle forme gravi, grazie alla sua capacità di indurre una remissione più rapida e di ridurre la mortalità nei gruppi ad alto rischio. Dopo una fase di induzione di durata variabile (in genere 3–6 mesi), la ciclofosfamide viene sostituita da un farmaco di mantenimento meno tossico, come azatioprina (2 mg/kg/die) o metotressato (fino a 20–25 mg/settimana), con l’obiettivo di mantenere la remissione e consentire un ulteriore tapering degli steroidi. Micofenolato mofetile, leflunomide e altri immunosoppressori possono essere considerati in casi selezionati, in base a profilo di tollerabilità, comorbilità e esperienza del centro.

Nelle forme meno severe, caratterizzate da limitato coinvolgimento d’organo (ad esempio prevalentemente cutaneo e neuromuscolare, senza fattori di gravità secondo il FFS), può essere appropriata una strategia con glucocorticoidi in associazione ad azatioprina o metotressato fin dall’inizio, evitando l’uso di ciclofosfamide, pur mantenendo un monitoraggio rigoroso per cogliere precocemente eventuali segni di progressione. La definizione di “malattia limitata” va comunque applicata con prudenza, poiché anche manifestazioni apparentemente meno gravi possono evolvere verso forme sistemiche se non adeguatamente trattate.

Un capitolo specifico è rappresentato dal trattamento della PAN correlata a infezione da HBV. In questi casi, la strategia terapeutica deve bilanciare l’esigenza di controllare la vasculite con quella di eliminare o sopprimere il virus, evitando un’immunosoppressione prolungata che possa favorire la replicazione virale e il danno epatico. L’approccio tradizionale prevede un breve ciclo di glucocorticoidi ad alte dosi per stabilizzare rapidamente le manifestazioni vasculitiche acute, seguito da una rapida riduzione della dose, associato a terapia antivirale efficace (con analoghi nucleosidi o nucleotidici ad alta barriera genetica, come entecavir o tenofovir) e, in alcuni protocolli, a plasmaferesi periodiche per rimuovere immunocomplessi circolanti e antigeni virali. In molti pazienti, questo approccio consente di ottenere il controllo della vasculite con una minore esposizione cumulativa a immunosoppressori citotossici, riducendo il rischio di complicanze infettive e tossiche a lungo termine.

Nei casi refrattari o recidivanti nonostante regimi convenzionali, possono essere prese in considerazione terapie avanzate su base individuale. Farmaci biologici come rituximab, che depleta i linfociti B, hanno dimostrato efficacia consolidata nelle vasculiti ANCA correlate e sono stati utilizzati in serie di casi di PAN con risultati incoraggianti, sebbene l’evidenza derivi principalmente da studi osservazionali. Altri agenti mirati, inclusi inibitori di TNF alfa e farmaci che modulano la co-stimolazione linfocitaria o vie citochiniche specifiche, sono oggetto di studi limitati e l’esperienza resta relativamente ridotta; il loro impiego deve quindi essere valutato caso per caso, in centri con esperienza nella gestione di vasculiti complesse.

Il monitoraggio della risposta terapeutica si basa sulla valutazione clinica sistematica dei sintomi e dei segni d’organo (dolore addominale, neuropatia, ipertensione, manifestazioni cutanee, sintomi cardiaci), sul controllo periodico degli indici di flogosi (VES, PCR), sulla funzione d’organo (creatinina, esame urine, test epatici, parametri cardiaci) e, quando necessario, su indagini di imaging ripetute (ecocardiogramma, angio-TC o angio-RM per documentare la regressione o la stabilizzazione di aneurismi e stenosi). Strumenti compositi di valutazione dell’attività di malattia sviluppati per le vasculiti sistemiche, come il Birmingham Vasculitis Activity Score, possono essere utilizzati per standardizzare la raccolta dei dati e facilitare il confronto nel tempo e tra centri.

Parallelamente all’immunosoppressione, è fondamentale una gestione aggressiva delle comorbilità e dei fattori di rischio cardiovascolare. Il controllo dell’ipertensione arteriosa, spesso severa e di difficile gestione, rappresenta un obiettivo prioritario per prevenire complicanze renali, cardiache e cerebrovascolari; diuretici, bloccanti del sistema renina angiotensina e calcioantagonisti vengono frequentemente utilizzati in associazione. Il dolore neuropatico richiede un approccio multimodale che può includere farmaci specifici (antiepilettici, antidepressivi triciclici o duali, oppioidi in casi selezionati), oltre a fisioterapia e terapia occupazionale per limitare la disabilità. La prevenzione delle trombosi venose e arteriose, soprattutto nei pazienti con immobilità prolungata o fattori di rischio aggiuntivi, può richiedere misure di profilassi farmacologica e non farmacologica.

La prevenzione delle complicanze iatrogene della terapia è un altro asse centrale. I glucocorticoidi comportano rischio di osteoporosi, fratture da fragilità, diabete, ipertensione, cataratta, glaucoma, infezioni e miopatia steroidea; l’uso di schemi di risparmio steroideo, la supplementazione con calcio e vitamina D, la terapia anti-riassorbitiva nei pazienti a rischio e il monitoraggio metabolico e oftalmologico sono componenti essenziali della cura. La ciclofosfamide richiede un attento monitoraggio per mielosoppressione, cistite emorragica, infertilità e rischio a lungo termine di neoplasie del tratto urinario e di altre sedi; misure di protezione vescicale, counseling riproduttivo e limitazione della durata complessiva del trattamento sono raccomandate. Gli altri immunosoppressori e biologici presentano profili di tossicità specifici (epato e mielotossicità, infezioni opportunistiche, ipogammaglobulinemia) che impongono protocolli di monitoraggio e di prevenzione infettiva, inclusi screening pre-trattamento per infezioni latenti e aggiornamento vaccinale.

La prognosi della poliarterite nodosa è profondamente cambiata con l’introduzione di terapie immunosoppressive efficaci e di strategie di gestione multidisciplinare. In assenza di trattamento, la PAN è associata a una mortalità elevata, dovuta soprattutto a insufficienza renale, complicanze gastrointestinali (perforazioni, emorragie), eventi cardiaci acuti e infezioni. Con protocolli moderni basati su glucocorticoidi e ciclofosfamide nelle forme gravi, la sopravvivenza a 5 anni è significativamente migliorata e una quota crescente di pazienti raggiunge la remissione clinica. Tuttavia, la prognosi rimane eterogenea e dipende da molteplici fattori: età, presenza di fattori di gravità al momento della diagnosi (secondo FFS o score analoghi), rapidità di avvio del trattamento, risposta iniziale, aderenza terapeutica, comorbilità e complicanze iatrogene.

In sintesi, una strategia precoce, intensiva e personalizzata, che combini glucocorticoidi a dosi adeguate, immunosoppressori convenzionali o citotossici scelti in base al profilo di rischio, terapia antivirale appropriata nelle forme HBV correlate, interventi di supporto e riabilitazione, prevenzione delle complicanze iatrogene e monitoraggio multidisciplinare del coinvolgimento d’organo, consente oggi di modificare in modo sostanziale la storia naturale della poliarterite nodosa, riducendo la mortalità e la disabilità a lungo termine e permettendo a molti pazienti di recuperare una buona autonomia funzionale.

Complicanze

Nel contesto della poliarterite nodosa, le complicanze rappresentano eventi patologici sovrapposti che amplificano il rischio rispetto al decorso ideale di una vasculite controllata. Possono derivare direttamente dal processo vasculitico e dalle sue conseguenze ischemiche (complicanze di malattia), dall’infiammazione sistemica cronica (con ripercussioni cardiovascolari e metaboliche) o dai trattamenti immunosoppressivi prolungati (complicanze iatrogene). La loro prevenzione, identificazione precoce e gestione proattiva sono determinanti fondamentali della prognosi a breve e lungo termine.

Sul piano vascolare e d’organo, le complicanze più immediate della PAN sono legate al danno ischemico. Nel rene, la progressione della vasculite delle arterie interlobari e arcuate può condurre a insufficienza renale cronica con necessità di terapia sostitutiva, oltre che a episodi acuti di insufficienza renale associati a infarti multipli o crisi ipertensive. A livello gastrointestinale, l’ischemia mesenterica severa è una delle complicanze più temibili: l’evoluzione verso necrosi e perforazione intestinale determina quadri di peritonite e sepsi che richiedono trattamento chirurgico urgente e si associano a un rischio elevato di mortalità. L’ischemia del fegato, del pancreas o di altri organi viscerali può causare insufficienza funzionale acuta o cronica, con ripercussioni sistemiche rilevanti.

Nel sistema cardiovascolare, il coinvolgimento delle arterie coronarie di medio calibro e la presenza di ipertensione severa concorrono a aumentare il rischio di sindrome coronarica acuta, scompenso cardiaco e morte improvvisa. Aritmie ventricolari o sopraventricolari, disturbi della conduzione, cardiomiopatia ischemica e pericardite essudativa o costrittiva sono possibili complicanze cardiache che contribuiscono in modo significativo alla morbilità. Episodi di ictus ischemico o emorragico possono verificarsi in presenza di vasculite cerebrale o di crisi ipertensive non controllate, comportando deficit neurologici permanenti e necessità di riabilitazione intensiva.

Nel sistema nervoso periferico, la mononeurite multipla e le polineuropatie asimmetriche severe possono lasciare esiti permanenti anche dopo il controllo dell’attività vasculitica, con debolezza distale, deficit sensitivi, dolore neuropatico cronico e perdita di autonomia. Queste complicanze neuro-muscolari, spesso sottostimate, hanno un impatto rilevante sulla qualità di vita, poiché interferiscono con la deambulazione, l’equilibrio, la manipolazione fine e le attività quotidiane, aumentando il rischio di cadute, fratture e isolamento sociale.

Sul piano nutrizionale e metabolico, la combinazione di dolore addominale ischemico, nausea, vomito, alterazioni dell’alvo, aumento del fabbisogno energetico legato all’infiammazione, catabolismo proteico e effetti collaterali dei farmaci può condurre a malnutrizione proteico calorica. La perdita di peso marcata, l’ipoalbuminemia e la riduzione della massa muscolare peggiorano ulteriormente la tolleranza allo sforzo, la resilienza alle infezioni e la capacità di recupero dopo interventi chirurgici o episodi acuti. In situazioni di ispessimento della parete intestinale, stenosi ischemiche o disfagia secondaria a neuropatie, può rendersi necessaria la nutrizione enterale mediante sondino o, più raramente, la nutrizione parenterale, con implicazioni logistiche e cliniche significative.

Il rischio infettivo è particolarmente accentuato nella PAN, sia per l’effetto immunosoppressivo del trattamento sia, in alcune forme, per la presenza di infezioni croniche concomitanti come HBV. I glucocorticoidi ad alte dosi e gli immunosoppressori convenzionali (ciclofosfamide, azatioprina, metotressato, micofenolato) aumentano il rischio di infezioni batteriche severe (polmoniti, sepsi, infezioni delle vie urinarie complicate, infezioni cutanee profonde) e di infezioni opportunistiche (pneumocistosi, infezioni fungine invasive, reattivazioni di tubercolosi latente, infezioni virali come herpes zoster o citomegalovirus). Nei pazienti con PAN HBV correlata, un controllo inadeguato della replicazione virale in presenza di immunosoppressione può determinare riattivazione dell’epatite, con epatite fulminante o cirrosi rapidamente evolutiva. La prevenzione richiede uno screening accurato pre-trattamento per infezioni latenti e croniche, l’avvio tempestivo di terapia antivirale quando indicato, protocolli di vaccinazione aggiornati e, nei regimi ad alto rischio, profilassi farmacologica mirata (per esempio contro pneumocistosi) e sorveglianza clinica ravvicinata.

Le complicanze iatrogene da glucocorticoidi sono molteplici e ben note. L’osteoporosi indotta da steroidi, con aumento del rischio di fratture vertebrali e di femore, rappresenta una delle complicanze croniche più rilevanti; la prevenzione mediante supplementazione di calcio e vitamina D, densitometria ossea periodica e, quando il rischio lo giustifica, terapia anti-riassorbitiva o anabolica è essenziale. Il diabete mellito di nuova insorgenza o il peggioramento del controllo glicemico in diabetici noti, l’ipertensione, la dislipidemia, la cataratta, il glaucoma, la miopatia steroidea e le infezioni cutanee e sistemiche sono altre complicanze comuni, che richiedono interventi di prevenzione e monitoraggio strutturato. La miopatia steroidea, in particolare, può aggravare la debolezza muscolare in pazienti già compromessi dalla neuropatia o dall’ischemia muscolare, rendendo più difficile la valutazione dell’attività vasculitica e imponendo una revisione del regime terapeutico.

Gli immunosoppressori citotossici e i farmaci di mantenimento presentano profili di tossicità specifici. La ciclofosfamide è associata a mielosoppressione dose dipendente, rischio di infezioni severe, cistite emorragica, infertilità e aumento a lungo termine del rischio di neoplasie del tratto urinario e di altre sedi; l’idratazione adeguata, l’uso di agenti protettivi della vescica e la limitazione della durata del trattamento riducono ma non eliminano tali rischi. L’azatioprina può determinare mielotossicità ed epatotossicità, soprattutto in pazienti con deficit di attività della tiopurina metiltransferasi, mentre il metotressato è associato a epatotossicità, citopenie e, raramente, pneumonite interstiziale. L’impiego di rituximab e altri biologici comporta rischio di ipogammaglobulinemia secondaria, infezioni opportunistiche e, in contesti di immunodepressione profonda, rara ma grave leucoencefalopatia multifocale progressiva.

Sul fronte vascolare sistemico, l’infiammazione cronica, l’ipertensione, la dislipidemia indotta dai trattamenti e la ridotta mobilità concorrono a un aumento del rischio di trombosi venosa profonda, embolia polmonare ed eventi aterotrombotici arteriosi. La stratificazione del rischio trombotico, la profilassi antitrombotica nei contesti a maggiore rischio (per esempio durante ospedalizzazioni prolungate o in caso di immobilizzazione), il controllo intensivo dei fattori di rischio cardiovascolare e la promozione di uno stile di vita attivo sono componenti essenziali della prevenzione.

Il rischio oncologico a lungo termine nella PAN è influenzato sia dalla malattia che dalla terapia. L’esposizione prolungata a immunosoppressori, in particolare ciclofosfamide, è stata associata a un aumento del rischio di neoplasie della vescica, leucemie e altri tumori solidi, mentre l’infiammazione cronica e alcune infezioni virali concomitanti possono contribuire a un ambiente pro-oncogenico. La sorveglianza oncologica, l’adozione di comportamenti preventivi (cessazione del fumo, protezione solare nelle aree di livedo e ulcere cicatriziali) e l’uso prudente di farmaci ad alto potenziale cancerogeno sono elementi importanti della gestione a lungo termine.

Infine, le complicanze psico-sociali della poliarterite nodosa non devono essere sottovalutate. La diagnosi di vasculite sistemica potenzialmente grave, la necessità di terapie complesse e prolungate, gli effetti collaterali visibili dei farmaci (aumento di peso, alterazioni cutanee, cambiamenti dell’aspetto), le limitazioni funzionali imposte dal dolore, dalla neuropatia e dall’astenia e l’incertezza rispetto al futuro si associano frequentemente a disturbi dell’umore, ansia, insonnia e isolamento sociale. Questi fattori possono ridurre l’aderenza terapeutica, peggiorare gli esiti clinici e compromettere la qualità di vita. La presa in carico psico-sociale, che includa counselling, supporto psicologico strutturato, coinvolgimento di gruppi di auto-aiuto e integrazione con servizi sociali e riabilitativi, rappresenta una componente essenziale di una cura realmente centrata sul paziente.

In conclusione, il carico di complicanze associato alla poliarterite nodosa può essere significativamente ridotto attraverso un controllo precoce e sostenuto dell’attività vasculitica, la stratificazione prognostica e l’uso di regimi terapeutici adeguati al livello di rischio, la prevenzione e il monitoraggio delle complicanze iatrogene, la gestione aggressiva delle comorbilità cardiovascolari e metaboliche e un approccio multidisciplinare che includa aspetti medici, riabilitativi e psico-sociali. Questo approccio integrato è fondamentale per migliorare la sopravvivenza e la qualità di vita dei pazienti affetti da poliarterite nodosa.

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