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Aortite IgG4-correlata

L’aortite IgG4-correlata è una manifestazione vascolare della malattia IgG4-correlata, caratterizzata da un processo fibro-infiammatorio cronico che interessa la parete dell’aorta e delle sue principali diramazioni, con ispessimento concentrico, formazione di manicotti periaortici fibro-infiammatori e potenziale evoluzione verso dilatazione aneurismatica, stenosi o coinvolgimento dei tessuti retroperitoneali adiacenti. In molti casi il quadro assume l’aspetto di una periaortite IgG4-correlata, in cui la flogosi interessa prevalentemente l’avventizia e il tessuto periavventiziale, integrandosi con forme di fibrosi retroperitoneale cronica e inglobando strutture vicine come ureteri e vene iliache. Dal punto di vista istopatologico, l’aortite IgG4-correlata rientra nello spettro delle vasculiti e vasculopatie di grosso calibro a impronta fibro-infiammatoria, caratterizzate da infiltrato linfoplasmacellulare ricco in plasmacellule IgG4-positive, fibrosi “a storiforme” e flebite obliterante a carico dei vasi venosi adiacenti, in assenza dei granulomi giganto-cellulari tipici delle arteriti a cellule giganti e della arterite di Takayasu.

Clinicamente, l’aortite IgG4-correlata si presenta con un’ampia variabilità di espressione. Una quota non trascurabile di pazienti è asintomatica, con riscontro incidentale di ispessimento periaortico o di dilatazione aneurismatica durante indagini radiologiche eseguite per altri motivi. In altri casi prevalgono dolore lombare o addominale sordo e persistente, lombalgia irradiata alle anche, dolore toracico atipico o sintomi correlati alla compressione o al coinvolgimento ischemico di strutture adiacenti, come claudicatio degli arti inferiori, ipertensione reno-vascolare, sintomi di ischemia mesenterica o segni di compressione ureterale con idronefrosi. Il quadro sistemico può includere astenia, febbricola, calo ponderale e segni di malattia IgG4-correlata in altri organi, come pancreatite autoimmune di tipo 1, sialoadenite linfoplasmacellulare, dacrioadenite, colangite sclerosante IgG4-correlata, nefropatia tubulo-interstiziale e pseudotumori infiammatori in vari distretti.

Sotto il profilo epidemiologico, l’aortite IgG4-correlata si inserisce nello spettro della malattia IgG4-correlata, condizione rara ma probabilmente sottodiagnosticata, descritta soprattutto in popolazioni dell’Asia orientale e progressivamente riconosciuta anche in Europa e in Nord America. Le stime di prevalenza della malattia IgG4-correlata, seppur variabili a seconda delle coorti e dei criteri utilizzati, suggeriscono valori di alcuni casi per centomila abitanti, con netta predominanza del sesso maschile e picco di incidenza tra la quinta e la settima decade di vita. All’interno di questo spettro, il coinvolgimento vascolare di grosso calibro, comprendente aortite e periaortite, è riportato in una proporzione non trascurabile di pazienti, in alcune serie sino a circa un quarto dei casi, con predilezione per l’aorta addominale infrarenale e le arterie iliache, ma con possibili interessamenti anche dell’aorta toracica, dell’arco aortico e di rami epiaortici, coronarici o polmonari. L’associazione con fibrosi retroperitoneale IgG4-correlata rende talvolta difficile separare nettamente la componente vascolare da quella del tessuto connettivo circostante, configurando quadri di “aortite-periaortite” in continuità con la fibrosi retroperitoneale cronica.

Il riconoscimento precoce dell’aortite IgG4-correlata è cruciale per prevenire complicanze severe quali dissecazione o rottura aneurismatica, ischemia d’organo da stenosi dei rami viscerali, insufficienza renale da coinvolgimento delle arterie renali o da compressione ureterale e sequele tromboemboliche. La diagnosi richiede una stretta integrazione tra clinica, indagini di laboratorio, imaging vascolare avanzato, PET con fluorodesossiglucosio e, quando possibile, conferma istopatologica. Dal punto di vista gestionale, l’aortite IgG4-correlata rappresenta una condizione paradigmatica in cui si incontrano reumatologia, immunologia clinica, radiologia interventistica, chirurgia vascolare e cardiochirurgia, con implicazioni importanti per la scelta e il timing della terapia immunosoppressiva, delle procedure endovascolari o chirurgiche e del follow-up a lungo termine.

L’inquadramento dell’aortite IgG4-correlata, infine, non può prescindere dalla distinzione rispetto ad altre forme di vasculite di grosso calibro o di periaortite cronica non IgG4-correlata, come l’arterite a cellule giganti, l’arterite di Takayasu, le aortiti infettive e le fibrosi retroperitoneali idiopatiche. In questo contesto, la conoscenza dell’epidemiologia, dei pattern di presentazione clinica e di imaging e delle peculiarità istopatologiche della malattia IgG4-correlata è fondamentale per evitare ritardi diagnostici e impostare un trattamento personalizzato e tempestivo.

Eziologia, Patogenesi e Fisiopatologia

L’aortite IgG4-correlata rappresenta l’espressione vascolare di una malattia sistemica, la malattia IgG4-correlata, la cui eziologia è ancora oggetto di studio ma che appare determinata da una complessa interazione tra predisposizione genetica, fattori ambientali e rimodellamento immunitario aberrante. Non è stato identificato un singolo agente causale, né infettivo né tossico, ma numerosi dati suggeriscono che individui geneticamente predisposti, esposti nel tempo a stimoli antigenici cronici di natura infettiva o autoantigena, sviluppino una risposta immune adaptativa e innata polarizzata verso un profilo Th2 e T follicular helper, con produzione di autoanticorpi e plasmablasti IgG4-positivi, che si localizzano in vari tessuti, inclusa la parete vascolare.

Sul versante genetico, studi di associazione hanno evidenziato un ruolo di particolari alleli HLA di classe II, in particolare varianti di HLA-DRB1 e HLA-DQB1, che sembrano aumentare la suscettibilità allo sviluppo di malattia IgG4-correlata, soprattutto in coorti asiatiche. Altri polimorfismi sono stati descritti in geni coinvolti nella regolazione della risposta immune innata e adattativa, come quelli che codificano per molecole della via del recettore del T cell receptor, per citochine di tipo Th2 e per mediatori della risposta regolatoria, anche se il quadro complessivo della predisposizione genetica rimane eterogeneo. È verosimile che tali varianti favoriscano la formazione di risposte T cellulo-mediate e anticorpali peculiari, caratterizzate da una produzione abnorme di IgG4 e da un reclutamento preferenziale di plasmacellule IgG4-positive nei tessuti bersaglio, tra cui l’avventizia aortica e il tessuto connettivo retroperitoneale.

Tra i fattori ambientali, si ipotizzano ruoli di esposizioni antigeniche croniche di natura infettiva o allergenica, ma non esiste a oggi un agente univocamente implicato. Sono stati proposti possibili legami con infezioni croniche, con flora batterica delle mucose e con esposizioni a determinati antigeni autoctoni o esogeni che potrebbero innescare meccanismi di mimetismo molecolare, attivazione “bystander” e formazione di cellule B autoreattive. Alcuni pazienti presentano eosinofilia periferica, storia di allergie o iper-IgE, suggerendo che uno sfondo di reattività allergica e atopia possa contribuire alla predisposizione, ma la relazione causale resta da chiarire. In ogni caso, l’esposizione persistente ad antigeni non completamente chiariti sembra alimentare una risposta cronica sbilanciata verso citochine di tipo Th2 e regolatorie, come IL-4, IL-5, IL-10 e IL-13, e verso mediatori della via dell’interleuchina 21 e delle cellule T follicular helper.

Il cuore della patogenesi immunologica della malattia IgG4-correlata, e quindi dell’aortite IgG4-correlata, è costituito da un network complesso di cellule T, cellule B, plasmablasti e plasmacellule, che interagiscono in microambienti tissutali organizzati sotto forma di strutture linfoidi ectopiche. Le cellule T helper di tipo 2 e le cellule T follicular helper promuovono il class-switching delle cellule B verso la produzione di IgG4 e IgE, attraverso segnali mediati da IL-4, IL-13 e CD40-CD40L. Le cellule T regolatorie, paradossalmente abbondanti nei tessuti colpiti, producono IL-10 e TGF-beta, contribuendo allo sviluppo di un ambiente che, pur essendo definito “anti-infiammatorio” in condizioni fisiologiche, nel contesto della malattia IgG4-correlata si associa a fibrosi progressiva e a infiltrazione linfoplasmacellulare densa. I plasmablasti IgG4-positivi circolanti aumentano significativamente durante la fase attiva di malattia e si riducono con il trattamento, costituendo un potenziale biomarcatore di attività, mentre a livello tissutale le plasmacellule IgG4-positve si accumulano in numero elevato, con un rapporto IgG4/IgG totale spesso superiore a soglie predefinite nei criteri classificativi.

Le IgG4 in sé presentano caratteristiche peculiari rispetto alle altre sottoclassi IgG: sono anticorpi tipicamente “bloccanti”, con scarsa capacità di attivare il complemento e tendenza a formare anticorpi bispecifici per scambio di catene pesanti e leggere, fenomeno definito “Fab-arm exchange”. Queste proprietà suggeriscono che le IgG4 possano avere un ruolo più regolatorio che direttamente patogeno. Tuttavia, nella malattia IgG4-correlata l’eccesso di IgG4 e la loro localizzazione nei tessuti, in associazione a plasmacellule e a un contesto citochinico particolare, sembrano essere marcatori di un processo immunitario più ampio, in cui il danno tissutale è mediato da citochine, cellule T citotossiche CD4+ di tipo citolitico, macrofagi e fibroblasti attivati piuttosto che da meccanismi classici di citotossicità anticorpo-dipendente o di attivazione del complemento.

Dal punto di vista istopatologico, l’aortite IgG4-correlata presenta le caratteristiche triadiche classiche della malattia IgG4-correlata: infiltrato linfoplasmacellulare denso, fibrosi “a storiforme” e flebite obliterante. Nella parete aortica e nel tessuto periavventiziale si osservano aggregati di linfociti T e B, plasmacellule IgG4-positive, macrofagi e fibroblasti, organizzati in centri germinativi ectopici che ricordano strutture linfoidi secondarie. La fibrosi assume una disposizione “a vortice” o appunto a storiforme, con fasci di collagene disposti in maniera radiale e irregolare. La flebite obliterante interessa soprattutto le vene di piccolo e medio calibro presenti nella stessa regione, con occlusione del lume da parte dell’infiltrato infiammatorio e della fibrosi, e costituisce un elemento distintivo rispetto ad altre forme di vasculite. La tunica media arteriosa può presentare una relativa preservazione iniziale, mentre la tunica avventizia risulta marcatamente ispessita e infiltrata, con coinvolgimento dei vasa vasorum e potenziale estensione al tessuto retroperitoneale o mediastinico circostante.

La fisiopatologia vascolare che ne deriva è il risultato dell’interazione tra infiammazione cronica e rimodellamento strutturale della parete aortica. L’infiltrato linfoplasmacellulare e la fibrosi avventiziale determinano ispessimento della parete e riduzione dell’elasticità, con alterazione della compliance del vaso. A seconda del bilancio tra distruzione delle strutture elastiche, deposizione fibrotica e risposta emodinamica, il segmento aortico colpito può andare incontro a dilatazione aneurismatica, soprattutto quando la distruzione delle lamelle elastiche e il rimodellamento proteolitico superano la capacità fibrotica di contenimento, oppure a stenosi e irregolarità del lume quando predomina la componente fibro-infiammatoria “cicatriziale”. Il coinvolgimento dei rami arteriosi viscerali o renali può portare a stenosi significative, con ipertensione reno-vascolare, ischemia mesenterica o claudicatio degli arti inferiori; la compressione ureterale da parte di un mantello fibro-infiammatorio periaortico, particolarmente a livello dell’aorta addominale e delle iliache, determina idronefrosi e compromissione della funzione renale.

L’attivazione dei fibroblasti e dei miofibroblasti rappresenta un passaggio chiave nella transizione dalla semplice infiammazione al danno strutturale cronico. Sotto l’effetto di TGF-beta, IL-13 e di altri mediatori profibrotici, i fibroblasti differenziano in miofibroblasti con elevata capacità di produzione di collagene, fibronectina e altre componenti della matrice extracellulare, determinando un’espansione progressiva della componente fibrotica. La perdita di architettura elastica normale e la sostituzione con tessuto fibroso rigido predispongono a un rischio aumentato di rottura aneurismatica in risposta a carichi pressori, soprattutto in presenza di comorbilità cardiovascolari come ipertensione, aterosclerosi e degenerazione ateromatosa della parete.

La fisiopatologia clinica dell’aortite IgG4-correlata deriva quindi dall’integrazione tra questi processi immunitari e strutturali. Il dolore lombare o addominale è espressione di stiramento delle strutture nervose del retroperitoneo e della parete aortica ispessita; la claudicatio e i segni di ischemia d’organo riflettono stenosi o occlusioni dei rami arteriosi; la comparsa di aneurismi fusiformi o sacculari rende conto del rischio di dissecazione o rottura; la compressione ureterale spiega l’insufficienza renale ostruttiva; la presenza di febbricola, aumento degli indici di flogosi e ipergammaglobulinemia riflette l’attivazione immunitaria sistemica. In molti casi, la coesistenza di manifestazioni in altri organi IgG4-correlati contribuisce alla sintomatologia globale, con secchezza oculare e orale, ittero colestatico, dolore pancreatico, tumefazioni ghiandolari o masse pseudotumorali che completano il quadro di una malattia sistemica fibro-infiammatoria multiorgano.

Manifestazioni Cliniche

Dal punto di vista clinico, l’esordio dell’aortite IgG4-correlata è spesso subacuto e insidioso, con sintomi iniziali sfumati che possono essere facilmente attribuiti a patologie degenerative della colonna, a disturbi muscolo-scheletrici o ad altre condizioni più frequenti. All’anamnesi, il paziente può riferire dolore lombare profondo, dolore addominale mal localizzato o sensazione di peso retrosternale o interscapolare, persistenti e scarsamente responsivi ai comuni analgesici. Il dolore è spesso descritto come sordo e continuo, talvolta con esacerbazioni notturne o a riposo, e non presenta la tipica irradiazione radicolare delle lombalgie discali. In alcuni casi, l’esordio può essere dominato da sintomi sistemici come astenia marcata, febbricola, sudorazioni notturne e calo ponderale non intenzionale, che indirizzano inizialmente verso ipotesi di malattia infettiva cronica o di neoplasia.

Una quota rilevante di pazienti presenta dolore lombare o addominale persistente in associazione a segni di coinvolgimento retroperitoneale. La periaortite IgG4-correlata a livello dell’aorta addominale e delle arterie iliache può determinare un mantello fibro-infiammatorio che ingloba gli ureteri, portando a idronefrosi monolaterale o bilaterale e a sintomi come colica renale atipica, riduzione della diuresi, senso di peso lombare e, nei casi avanzati, segni di insufficienza renale con aumento della creatinina. La compressione di strutture venose iliache o cavali può tradursi in edema degli arti inferiori, varici atipiche o trombosi venosa profonda, mentre il coinvolgimento dei plessi nervosi retroperitoneali contribuisce al dolore neuropatico e alla sensazione di bruciore o trafittura nella regione lombare o addominale.

Quando il processo fibro-infiammatorio colpisce i rami arteriosi viscerali, le manifestazioni cliniche si arricchiscono di sintomi ischemici d’organo. Stenosi delle arterie renali possono determinare ipertensione arteriosa di nuova insorgenza o difficilmente controllabile, talora associata a epistassi, cefalea pulsante, deficit visivi transitori e segni di danno d’organo bersaglio. Il coinvolgimento delle arterie mesenteriche può manifestarsi con dolore addominale post-prandiale, calo ponderale per “fobia alimentare” dovuta al dolore, alterazioni dell’alvo e, nei casi più gravi, ischemia mesenterica acuta con addome acuto e rischio di perforazione. La stenosi di arterie iliache o femorali può condurre a claudicatio intermittente degli arti inferiori, ridotta tolleranza allo sforzo e, nei casi più avanzati, dolore a riposo e lesioni trofiche distali.

In alcuni pazienti, la manifestazione clinica prevalente è la presenza di un aneurisma aortico. L’aortite IgG4-correlata può associarsi allo sviluppo di aneurismi fusiformi dell’aorta addominale o dell’aorta toracica, talora rapidamente ingravescenti, che si presentano come masse pulsanti o vengono individuati incidentalmente durante ecografie addominali o TC eseguite per altri motivi. Il paziente può riferire dolore toracico aspecifico, dispnea e malessere generale; la comparsa di dolore improvviso e intenso, irradiato al dorso o all’addome, associato a ipotensione, sudorazione fredda e sincope, deve far sospettare una dissecazione o una rottura imminente e richiede un inquadramento urgente. A differenza delle aortiti infettive, la febbre elevata e il quadro settico conclamato sono meno frequenti, ma possono essere presenti febbricola e aumento degli indici di flogosi.

Le manifestazioni sistemiche della malattia IgG4-correlata contribuiscono spesso al sospetto diagnostico. All’anamnesi si riscontrano talvolta episodi pregressi o concomitanti di pancreatite autoimmune di tipo 1, con ittero colestatico, dolore epigastrico e aumento delle transaminasi e della fosfatasi alcalina, oppure tumefazioni non dolorose delle ghiandole sottomandibolari, parotidi o lacrimali, con secchezza oculare e orale variabile. Possono essere presenti pseudotumori infiammatori in sede orbitale, polmonare, renale o meningeale, che hanno richiesto biopsia e trattamento steroideo. La storia di colangite sclerosante IgG4-correlata, nefropatia tubulo-interstiziale IgG4-correlata o coinvolgimento linfonodale generalizzato orienta verso una diagnosi di malattia sistemica, all’interno della quale l’aortite rappresenta uno dei distretti colpiti.

All’esame obiettivo, i reperti possono essere sfumati. Nei pazienti con aneurisma addominale di dimensioni significative, si può apprezzare una massa pulsante in addome, mentre nei casi di stenosi aortiche o iliache si possono documentare polsi femorali ridotti o assenti, soffi vascolari addominali o femorali e differenze pressorie tra arti. Il riscontro di edemi declivi, collaterali venose addominali, soffi addominali e segni di insufficienza renale o epatica deve far considerare l’ipotesi di compressione vascolare da parte di un mantello fibro-infiammatorio periaortico. I segni di coinvolgimento di altri organi IgG4-correlati, come tumefazioni ghiandolari, ittero lieve, masse palpabili in sedi atipiche, possono completare il quadro.

Dal punto di vista sistemico, molti pazienti presentano incremento degli indici di flogosi, ipergammaglobulinemia policlonale e talvolta iper-IgG4 sierica, che si manifestano clinicamente con astenia, malessere generale, sudorazioni notturne e lieve febbre persistente. A differenza di altre vasculiti sistemiche, il coinvolgimento cutaneo, articolare e neurologico periferico è meno tipico nell’aortite IgG4-correlata isolata, ma può comparire in forme con sovrapposizione ad altre vasculiti o con interessamento sistemico più ampio.

Un elemento chiave delle manifestazioni cliniche è la eterogeneità: alcuni pazienti si presentano con un quadro relativamente “puro” di periaortite retroperitoneale, con dolore lombare e idronefrosi, altri con aneurisma aortico in un contesto di malattia IgG4-correlata multiorgano, altri ancora con stenosi viscerali dominanti e ischemia d’organo. La variabilità di presentazione impone un elevato livello di sospetto clinico, soprattutto in soggetti di sesso maschile, di mezza età o anziani, con imaging suggestivo di ispessimento periaortico e storia di malattia fibro-infiammatoria in altri distretti. La distinzione da forme idiopatiche non IgG4-correlate di fibrosi retroperitoneale, da aortiti infettive e da vasculiti di grosso calibro classiche richiede sempre un’integrazione stretta tra clinica, laboratorio, imaging e, quando possibile, istologia.

Accertamenti, Sierologia ed Imaging

L’iter diagnostico dell’aortite IgG4-correlata inizia, come per altre manifestazioni della malattia IgG4-correlata, dal sospetto clinico basato su sintomi compatibili e su reperti di imaging suggestivi. Il primo passo consiste nell’inquadramento di un paziente con dolore lombare o addominale persistente, segni di idronefrosi, ipertensione reno-vascolare o riscontro incidentale di ispessimento periaortico o di aneurisma aortico associato a un “mantello” fibro-infiammatorio alla TC o alla RM. In questa fase, è fondamentale raccogliere una anamnesi approfondita che includa storia di pancreatite autoimmune, sialoadeniti, pseudotumori infiammatori, colangite, nefropatia tubulo-interstiziale, pregressi interventi vascolari e fattori di rischio per aortite infettiva o aterosclerosi avanzata, oltre a una revisione sistematica dei sintomi di malattia IgG4-correlata in altri organi.

Gli esami di laboratorio di I livello comprendono la valutazione degli indici di flogosi (VES, PCR), del profilo ematologico, della funzione renale ed epatica e delle proteine sieriche totali. Molti pazienti presentano VES e PCR moderate o marcatamente elevate e una ipergammaglobulinemia policlonale, espressione di attivazione B cellulo-mediata. La determinazione delle IgG totali e delle IgG4 sieriche riveste un ruolo importante, poiché una frazione significativa di pazienti con malattia IgG4-correlata mostra livelli sierici di IgG4 sopra il limite superiore di norma. Tuttavia, è essenziale sottolineare che un dosaggio normale di IgG4 non esclude la diagnosi, soprattutto in forme avanzate o in pazienti già parzialmente trattati, e che aumenti di IgG4 possono essere osservati anche in altre condizioni, come allergie, infezioni croniche e alcune malattie autoimmuni. Per questo motivo, il dosaggio di IgG4 sieriche deve essere interpretato nel contesto di un quadro clinico, radiologico e istologico coerente.

La sierologia autoanticorpale è utile soprattutto per la diagnosi differenziale e per l’identificazione di eventuali sovrapposizioni con altre connettiviti o vasculiti. La ricerca di anticorpi antinucleo (ANA), ANCA, fattore reumatoide, anticorpi anti-CCP, anticorpi anti-endotelio o altre specificità non è tipicamente positiva in modo stabile nella malattia IgG4-correlata e la presenza di ANCA o di autoanticorpi specifici per altre malattie autoimmuni deve far considerare la possibilità di una vasculite ANCA-associata concomitante o di una sindrome overlap. La valutazione del complemento può mostrare talvolta una ipocomplementemia, soprattutto nelle forme con coinvolgimento renale o multiorgano, ma anche questo reperto non è specifico. In sintesi, non esistono autoanticorpi patognomonici per l’aortite IgG4-correlata, e la sierologia serve principalmente a escludere altre forme di vasculite e a completare la valutazione immunologica globale.

Lo studio di imaging vascolare riveste un ruolo centrale. La TC con mezzo di contrasto dell’aorta e del distretto addominale è spesso il primo esame dirimente, mostrando un ispessimento concentrico della parete aortica, una fascia ipo- o iso-densa di tessuto fibro-infiammatorio periaortico che avvolge l’aorta e talora le arterie iliache e renali, e la presenza di idronefrosi per compressione ureterale. Nei casi di aneurisma, la TC documenta la morfologia aneurismatica (fusiforme o sacciforme), la presenza di trombo murale e il rapporto con le strutture circostanti. La risonanza magnetica offre informazioni simili, con il vantaggio di una migliore caratterizzazione dei tessuti molli e dell’attività infiammatoria, grazie alle sequenze T2 e alle sequenze con mezzo di contrasto che evidenziano l’iperemia e l’edema della parete aortica e del tessuto periaortico.

La PET con fluorodesossiglucosio (FDG-PET/TC) è uno strumento fondamentale per la valutazione dell’attività di malattia e per la definizione dell’estensione sistemica. Nei pazienti con aortite IgG4-correlata, si osserva un aumento dell’uptake di FDG lungo il segmento aortico coinvolto e nelle aree di periaortite, con un pattern spesso più continuo e uniforme rispetto alle vasculiti di grosso calibro classiche, e la PET consente di identificare contestualmente altri focolai di malattia IgG4-correlata in pancreas, ghiandole salivari, linfonodi, reni, vie biliari e altri organi. Questa informazione è particolarmente utile sia per la stadiazione iniziale sia per il monitoraggio della risposta al trattamento, permettendo di documentare la riduzione dell’attività metabolica nelle lesioni vascolari e paravascolari dopo terapia steroidea o con rituximab.

Quando possibile, la conferma istologica rimane il gold standard per la diagnosi di malattia IgG4-correlata e, per estensione, di aortite IgG4-correlata. Tuttavia, ottenere una biopsia diretta della parete aortica è raramente fattibile per ragioni di rischio e di invasività, e si ricorre più frequentemente a biopsie di organi facilmente accessibili coinvolti dalla malattia (per esempio ghiandole salivari, linfonodi superficiali, pancreas in contesti chirurgici o endoscopici) oppure all’analisi istologica di tessuto periaortico e retroperitoneale prelevato durante procedure chirurgiche o biopsie profonde guidate da imaging. Il quadro istologico tipico mostra il già citato infiltrato linfoplasmacellulare denso, ricco di plasmacellule IgG4-positive con rapporto IgG4/IgG aumentato su campi ad alto ingrandimento, fibrosi a storiforme e flebite obliterante; la dimostrazione immunoistochimica di un numero elevato di plasmacellule IgG4-positive per campo, in combinazione con la morfologia caratteristica, rafforza la diagnosi di malattia IgG4-correlata.

In alcuni casi, la diagnosi viene posta su reperti chirurgici ottenuti durante interventi di riparazione di aneurismi o di by-pass aortico, quando l’esame istologico della parete aortica e del tessuto periaortico rivela il pattern tipico della malattia IgG4-correlata. In alternativa, una biopsia di retroperitoneo o di una massa periureterale può documentare la stessa triade istologica in un contesto clinico e radiologico compatibile con aortite-periaortite IgG4-correlata, rendendo superflua la biopsia diretta della parete aortica.

Una volta documentata la natura fibro-infiammatoria IgG4-correlata del processo, è essenziale completare una valutazione d’organo estesa, con ecocardiografia per escludere coinvolgimento delle radici aortiche, delle valvole e del miocardio, ecografia renale per documentare idronefrosi, TC o RM toraco-addominale per definire l’estensione cranio-caudale delle lesioni e indagini mirate su pancreas, ghiandole salivari, vie biliari e reni. Questo approccio integrato consente non solo di confermare la diagnosi ma anche di definire la baseline su cui valutare l’efficacia del trattamento e il rischio di complicanze a medio e lungo termine.

Diagnosi e Stadiazione

La diagnosi di aortite IgG4-correlata si fonda sull’integrazione di dati clinici, sierologici, radiologici e istopatologici all’interno del quadro più ampio della malattia IgG4-correlata. A differenza di altre forme di vasculite di grosso calibro, non esistono criteri diagnostici specifici e universalmente accettati per l’aortite IgG4-correlata in quanto entità isolata, ma il processo diagnostico si appoggia ai criteri di classificazione per la malattia IgG4-correlata nel loro complesso e a una serie di elementi di supporto. Il primo passo è riconoscere che il paziente presenta un processo fibro-infiammatorio cronico a carico dell’aorta o del tessuto periaortico con caratteristiche radiologiche e istologiche compatibili con la malattia IgG4-correlata, distinguendolo da aortiti infettive, da vasculiti granulomatose classiche e da fibrosi retroperitoneali non IgG4-correlate.

Nel percorso diagnostico moderno, un riferimento importante è costituito dai criteri di classificazione ACR/EULAR 2019 per la malattia IgG4-correlata, sviluppati per identificare in modo standardizzato pazienti con malattia IgG4-correlata in studi clinici e che trovano un’applicazione crescente anche nella pratica clinica. Tali criteri prevedono un requisito di ingresso, ovvero la presenza di coinvolgimento caratteristico di almeno un organo tipicamente colpito dalla malattia IgG4-correlata, con reperti istologici o radiologici compatibili, una serie di criteri di esclusione (per esempio evidenza di neoplasia, infezione, altre malattie autoimmuni o granulomatose che spiegano meglio il quadro) e un sistema a punteggio che assegna valori alle diverse caratteristiche istologiche, sierologiche e radiologiche. Il punteggio complessivo, se supera una determinata soglia, consente di classificare il paziente come affetto da malattia IgG4-correlata in un contesto di studi clinici e osservazionali.

Nel caso dell’aortite IgG4-correlata, il coinvolgimento vascolare può costituire il reperto di ingresso quando è supportato da imaging altamente suggestivo e da istologia compatibile su tessuto aortico o periaortico, oppure può essere considerato come uno dei distretti interessati in un paziente con diagnosi già consolidata di malattia IgG4-correlata in altri organi. È importante sottolineare che i criteri ACR/EULAR 2019 sono criteri di classificazione e non criteri diagnostici in senso stretto, e che il giudizio clinico resta imprescindibile per interpretare correttamente il punteggio e per escludere diagnosi alternative come aortiti infettive, arterite a cellule giganti, arterite di Takayasu o neoplasie linfoproliferative del retroperitoneo.


La diagnosi differenziale è un passaggio cruciale. Con l’arterite a cellule giganti e l’arterite di Takayasu, l’aortite IgG4-correlata condivide l’interessamento dell’aorta e dei grandi vasi, l’aumento degli indici di flogosi e la possibilità di aneurismi o stenosi. Tuttavia, le vasculiti granulomatose presentano tipicamente granulomi, cellule giganti multinucleate, distruzione transmurale della lamina elastica e un pattern istologico diverso, mentre la malattia IgG4-correlata mostra la triade infiltrato linfoplasmacellulare ricco in IgG4, fibrosi a storiforme e flebite obliterante. Le aortiti infettive, invece, si associano a febbre elevata, marcata tossiemia, batteriemia documentata, embolizzazioni settiche e, spesso, a reperti radiologici con coinvolgimento eccentrico della parete e sacculazioni focali, richiedendo un trattamento antibiotico e chirurgico precoce.

Altre condizioni da considerare includono le fibrosi retroperitoneali idiopatiche non IgG4-correlate, che possono presentare un mantello fibro-infiammatorio periaortico simile ma con minor densità di plasmacellule IgG4-positive e senza il tipico quadro istologico completo, i linfomi e altre neoplasie del retroperitoneo, i sarcomi dei tessuti molli retroperitoneali e le metastasi retroperitoneali, che in genere presentano masse più nodulari, asimmetriche e con caratteristiche istologiche e immunoistochimiche distintas. La distinzione accurata ha implicazioni prognostiche e terapeutiche rilevanti, poiché il trattamento di una malattia IgG4-correlata si basa principalmente su immunosoppressione, mentre neoplasie e infezioni richiedono approcci completamente diversi.

Per quanto riguarda la stadiazione, non esiste un sistema formale paragonabile alle stadiazioni utilizzate in oncologia o in altre vasculiti, ma alcuni elementi consentono di strutturare la valutazione di estensione e severità della malattia. In primo luogo, è utile distinguere tra interessamento aortico localizzato (per esempio segmento infrarenale isolato) e interessamento diffuso (coinvolgimento esteso dell’aorta toracica e addominale), e tra forme con prevalente ispessimento periaortico senza significativa alterazione del lume e forme con aneurismi o stenosi emodinamicamente rilevanti dei rami viscerali. La PET/TC permette di valutare l’estensione cranio-caudale del coinvolgimento e di identificare focolai in altri distretti vascolari, contribuendo a una stadiazione vascolare funzionale.

In secondo luogo, la malattia può essere stadiata in termini di attività e danno, analogamente a quanto proposto per altre forme di malattia IgG4-correlata, utilizzando strumenti come l’IgG4-RD Responder Index, che quantifica l’attività infiammatoria in ciascun organo coinvolto e nel complesso del paziente. In questo contesto, l’aortite IgG4-correlata viene valutata in base alla presenza di attività infiammatoria attuale (dolore, incremento degli indici di flogosi, uptake di FDG alla PET, ispessimento parietale attivo alla TC o alla RM) rispetto a esiti fibrotici stabili senza segni di attività. Il danno strutturale permanente comprende aneurismi stabilizzati, stenosi fibrotiche non più reversibili, nefropatia cronica da idronefrosi e alterazioni permanenti della funzionalità d’organo.

Infine, in analogia al concetto di treat-to-target, è possibile definire obiettivi terapeutici in termini di remissione clinica e radiologica, intesa come scomparsa del dolore, normalizzazione degli indici di flogosi, riduzione significativa dell’uptake di FDG alla PET e stabilizzazione o regressione dell’ispessimento periaortico, associati alla prevenzione della progressione aneurismatica e all’assenza di nuove stenosi critiche. La documentazione seriale con imaging e la valutazione regolare dell’attività di malattia permettono di modulare la terapia e di intervenire tempestivamente in caso di recidiva o di progressione subclinica.

Trattamento e Prognosi

Il trattamento dell’aortite IgG4-correlata si basa su una strategia integrata che combina immunosoppressione sistemica, monitoraggio strutturale e funzionale del distretto vascolare coinvolto e, quando necessario, interventi chirurgici o endovascolari per prevenire o correggere complicanze meccaniche come aneurismi a rischio di rottura, stenosi critiche e compressioni d’organo. L’obiettivo è sopprimere l’attività fibro-infiammatoria, favorire la regressione del mantello periaortico, stabilizzare o ridurre le lesioni vascolari, preservare la funzione renale e viscerale e ridurre il rischio di eventi catastrofici come dissezione, rottura aneurismatica o ischemia d’organo acuta.

La terapia di prima linea è rappresentata dai glucocorticoidi sistemici, che costituiscono il pilastro del trattamento della malattia IgG4-correlata in generale. In assenza di controindicazioni, si utilizza comunemente prednisone (o equivalente) a una dose iniziale di circa 0,6 mg/kg/die, con aggiustamenti in base alla gravità del quadro e al profilo del paziente. Nei casi di aortite con periaortite estesa, idronefrosi significativa, stenosi viscerali o marcata attività di malattia alla PET, si può optare per una dose iniziale nella fascia medio-alta, con eventuale impiego di metilprednisolone endovenoso in boli nei contesti più critici. La risposta ai glucocorticoidi è spesso rapida, con riduzione del dolore, normalizzazione progressiva degli indici di flogosi e riduzione dell’uptake di FDG alla PET, nonché regressione graduale del mantello fibro-infiammatorio documentata da TC o RM. Dopo la fase di induzione, la dose di glucocorticoidi viene scalata gradualmente in un arco di mesi, con l’obiettivo di raggiungere la dose minima efficace o, quando possibile, la sospensione, bilanciando il rischio di recidiva con quello di complicanze iatrogene.

Poiché la malattia IgG4-correlata, e in particolare le forme con coinvolgimento vascolare e retroperitoneale, presenta una tendenza alla recidiva non trascurabile, è spesso indicata l’introduzione precoce di un immunosoppressore di mantenimento come terapia di risparmio steroideo. Farmaci quali azatioprina, micofenolato mofetile e, in alcune casistiche, metotressato sono stati utilizzati come mantenimento a lungo termine, con l’obiettivo di stabilizzare la malattia e ridurre la dose cumulativa di glucocorticoidi. La scelta tra tali opzioni dipende dal profilo di comorbilità del paziente, dal coinvolgimento d’organo e dalla tollerabilità: l’azatioprina richiede la valutazione dell’attività TPMT e un monitoraggio stretto di emocromo e funzionalità epatica; il micofenolato è spesso preferito in presenza di coinvolgimento renale o multiorgano ma può determinare citopenie e disturbi gastrointestinali; il metotressato va utilizzato con cautela in pazienti con insufficienza renale o epatica e richiede monitoraggio regolare.

Nei casi refrattari, recidivanti o nei pazienti con controindicazioni significative ai glucocorticoidi o agli immunosoppressori convenzionali, assume un ruolo centrale il rituximab, anticorpo monoclonale anti-CD20 che depleta i linfociti B. Diversi studi osservazionali e serie di casi hanno documentato una elevata efficacia di rituximab nella malattia IgG4-correlata, con rapida riduzione dei plasmablasti circolanti, miglioramento clinico, diminuzione dell’uptake di FDG alla PET e regressione delle lesioni fibro-infiammatorie, inclusi i manicotti periaortici. Nelle forme di aortite IgG4-correlata con elevata attività, recidive multiple o necessità di dosi steroidee protratte e non tollerabili, rituximab, somministrato secondo schemi analoghi a quelli utilizzati in altre malattie autoimmuni (ad esempio due infusioni di 1 g a distanza di due settimane o 375 mg/m² settimanali per quattro settimane), rappresenta una opzione di trattamento consolidata, spesso in associazione a glucocorticoidi in fase di induzione.

Altre terapie immunosoppressive, come ciclofosfamide o farmaci biologici diversi da rituximab, vengono considerate in casi selezionati, in particolare quando è presente un coinvolgimento di altri organi a elevato rischio o una sovrapposizione con altre malattie autoimmuni. Tuttavia, l’evidenza specifica per l’aortite IgG4-correlata è più limitata e l’uso di tali farmaci va personalizzato in base alla gravità e alla refrattarietà della malattia, tenendo conto del profilo di tossicità. L’impiego di inibitori delle vie citochiniche o di farmaci mirati alle cellule T o ai plasmablasti rappresenta un’area di ricerca attiva, con il potenziale di offrire opzioni aggiuntive per pazienti difficili da trattare.

La gestione vascolare richiede una stretta collaborazione con angiologi, chirurghi vascolari e cardiochirurghi. Nei pazienti con aneurismi aortici o viscerali di dimensioni critiche, rischio di rottura significativo o sintomatologia correlata, è necessario valutare il timing di un intervento chirurgico o endovascolare rispetto alla fase di attività di malattia. In generale, si tende a indurre una buona risposta immunosoppressiva prima di procedere a interventi maggiori, per ridurre l’infiammazione attiva e il rischio di complicanze perioperatorie, ma in presenza di rischio imminente di rottura o dissezione l’intervento non può essere rimandato e la terapia immunosoppressiva viene avviata o intensificata nel perioperatorio. Analogamente, stenosi critiche delle arterie renali o mesenteriche possono richiedere angioplastica con o senza stent, bypass chirurgici o altre procedure rivascolarizzanti, integrate con il controllo del processo infiammatorio.

Il monitoraggio della risposta al trattamento include la valutazione seriale dei sintomi, degli indici di flogosi, dei livelli di IgG4 (pur con le loro limitazioni), dell’assetto renale e viscerale e, soprattutto, dell’andamento delle lesioni vascolari e periaortiche documentato da imaging. TC o RM di controllo vengono generalmente eseguite a intervalli di alcuni mesi nella fase iniziale e poi annualmente o secondo giudizio clinico, per documentare la regressione del mantello fibro-infiammatorio, la stabilizzazione o la riduzione del diametro aneurismatico e l’assenza di nuove stenosi significative. La PET/TC può essere utilizzata per documentare la riduzione dell’attività metabolica nelle lesioni e per individuare eventuali focolai di malattia residua o di recidiva in altri organi.

La prognosi dell’aortite IgG4-correlata dipende da molteplici fattori, tra cui la tempestività della diagnosi, l’estensione del coinvolgimento vascolare, la presenza di aneurismi o stenosi critiche, l’interessamento di altri organi vitali e la risposta al trattamento immunosoppressivo. In generale, i pazienti trattati precocemente con glucocorticoidi e, quando indicato, con immunosoppressori convenzionali o rituximab, presentano una buona probabilità di remissione clinica e radiologica, con regressione significativa delle lesioni periaortiche e stabilizzazione delle lesioni aneurismatiche. Tuttavia, le recidive non sono rare e richiedono un follow-up prolungato, con particolare attenzione a eventuali aumenti degli indici di flogosi, recidiva del dolore lombare o addominale e nuove alterazioni all’imaging.

La presenza di aneurismi di grandi dimensioni, di stenosi multiple di rami viscerali, di severa fibrosi retroperitoneale con idronefrosi cronica e di coinvolgimento multiorgano avanzato si associa a un rischio prognostico peggiore, sia in termini di mortalità sia di morbilità a lungo termine. Inoltre, il carico di terapia immunosoppressiva, soprattutto in pazienti anziani con comorbilità cardiovascolari, metaboliche e renali, contribuisce a determinare gli esiti globali. Un approccio multidisciplinare, centrato sulla diagnosi precoce, sull’ottimizzazione della terapia immunosoppressiva, sull’uso selettivo di rituximab nei casi refrattari, sull’adozione di strategie di prevenzione delle complicanze iatrogene e sull’intervento vascolare mirato quando necessario, consente di migliorare in modo significativo la storia naturale della malattia, riducendo il rischio di eventi catastrofici e preservando la qualità di vita.

In sintesi, l’aortite IgG4-correlata è una condizione potenzialmente severa ma spesso trattabile in modo efficace se riconosciuta tempestivamente e gestita secondo un paradigma integrato che unisce immunosoppressione mirata, sorveglianza strutturale attenta e interventi vascolari appropriati, con l’obiettivo di ottenere una remissione duratura dell’attività di malattia e di prevenire il danno vascolare permanente.

Complicanze

Le complicanze dell’aortite IgG4-correlata derivano dall’interazione tra il processo fibro-infiammatorio cronico a carico della parete aortica e del tessuto periaortico, il coinvolgimento dei rami arteriosi viscerali e delle strutture retroperitoneali adiacenti e gli effetti cumulativi della terapia immunosoppressiva prolungata. Queste complicanze possono inquadrare il decorso clinico e condizionare in modo significativo la morbilità e la mortalità a medio e lungo termine, rendendo essenziale un approccio di prevenzione, monitoraggio e trattamento proattivo.

Sul piano vascolare, la complicanza più temuta è lo sviluppo di aneurismi aortici di dimensioni critiche, con rischio di dissezione o rottura. Il processo fibro-infiammatorio può determinare la distruzione delle lamelle elastiche, la disorganizzazione della media e la sostituzione con tessuto fibroso meno elastico, predisponendo alla dilatazione progressiva del vaso sotto l’effetto della pressione arteriosa. A livello dell’aorta addominale, la rottura aneurismatica si presenta con dolore addominale o lombare improvviso e intenso, ipotensione, shock e rischio elevato di exitus se non trattata con urgenza. Nell’aorta toracica, la dissezione può manifestarsi con dolore toracico migrante, deficit neurologici e insufficienza aortica acuta. Sebbene il trattamento immunosoppressivo possa stabilizzare o ridurre l’infiammazione, la componente strutturale della parete aneurismatica può rimanere indebolita, rendendo necessario un attento follow-up e, in molti casi, un intervento chirurgico o endovascolare correttivo.

Le stenosi dei rami arteriosi viscerali rappresentano un’altra fonte di complicanze significative. La stenosi delle arterie renali può condurre a ipertensione reno-vascolare severa e a nefropatia ischemica cronica, con progressivo declino della funzione renale fino alla necessità di terapia sostitutiva nei casi estremi. La stenosi delle arterie mesenteriche, se non riconosciuta e trattata, può provocare ischemia intestinale cronica con dolore post-prandiale e calo ponderale o, in situazioni acute, ischemia mesenterica con necrosi intestinale, perforazione e peritonite. La compromissione dei rami iliaci e femorali determina claudicatio degli arti inferiori, riduzione della distanza di marcia e, nei casi più gravi, dolore a riposo e ulcere ischemiche, con rischio di amputazione se non si interviene con rivascolarizzazione.

La fibrosi retroperitoneale associata all’aortite IgG4-correlata è responsabile di importanti complicanze urologiche e renali. Il mantello fibro-infiammatorio periaortico può inglobare gli ureteri, determinando idronefrosi monolaterale o bilaterale e ostruzione del flusso urinario. Se non trattata, questa condizione può evolvere verso insufficienza renale cronica, con necessità di posizionamento di stent ureterali, nefrostomie percutanee o, nei casi più complessi, interventi chirurgici di ureterolisi. La compressione delle vene iliache e cavali può causare edema importante degli arti inferiori, dolore, rischio aumentato di trombosi venosa profonda ed embolia polmonare, aggiungendo un ulteriore livello di complessità gestionale.

Le complicanze infettive rappresentano un aspetto cruciale della gestione a lungo termine, in particolare nei pazienti sottoposti a terapia immunosoppressiva prolungata con glucocorticoidi, immunosoppressori convenzionali e rituximab. Il rischio di infezioni batteriche gravi, come polmoniti, sepsi, infezioni delle vie urinarie complicate e infezioni cutanee profonde, aumenta con la dose e la durata della terapia steroidea e con la presenza di comorbilità come diabete, broncopneumopatia cronica ostruttiva e insufficienza renale. Farmaci come azatioprina, micofenolato mofetile e ciclofosfamide espongono inoltre a rischio di infezioni opportunistiche, tra cui pneumocistosi, infezioni fungine invasive e reattivazioni virali, mentre rituximab, attraverso la deplezione B cellulo-mediata, può condurre a ipogammaglobulinemia secondaria e infezioni ricorrenti delle vie respiratorie e di altri distretti.

Sul versante iatrogeno, l’uso prolungato di glucocorticoidi si associa alle ben note complicanze: osteoporosi e fratture da fragilità, diabete mellito o peggioramento del controllo glicemico, ipertensione, dislipidemia, cataratta, glaucoma, aumento ponderale, sindrome metabolica, fragilità cutanea e suscettibilità aumentata alle infezioni. In pazienti con aortite IgG4-correlata, spesso anziani e con comorbilità cardiovascolari, queste complicanze possono avere un impatto particolarmente marcato, contribuendo a eventi cardiovascolari maggiori e a perdita di autonomia. La profilassi osteoporotica, la gestione aggressiva dei fattori di rischio cardiovascolari e il ricorso a strategie di risparmio steroideo mediante immunosoppressori e rituximab sono essenziali per mitigare tali rischi.

Gli immunosoppressori convenzionali contribuiscono ciascuno con un proprio profilo di tossicità: l’azatioprina può causare mielosoppressione, epatotossicità e aumentare, nel lungo periodo, il rischio di neoplasie cutanee e linfomi; il micofenolato mofetile è associato a citopenie, infezioni opportunistiche e disturbi gastrointestinali severi; la ciclofosfamide, utilizzata in casi selezionati di malattia particolarmente severa o refrattaria, comporta un rischio di mielosoppressione profonda, cistite emorragica, infertilità e neoplasie del tratto urinario nel lungo termine. Anche rituximab, pur essendo in genere ben tollerato, può determinare reazioni infusionali, ipogammaglobulinemia e, raramente, complicanze severe come la leucoencefalopatia multifocale progressiva in contesti di immunodepressione grave.

Sul piano cardiovascolare globale, la combinazione di infiammazione cronica, immobilità, sindrome metabolica da glucocorticoidi e possibile coesistenza di aterosclerosi accelera il rischio di eventi trombotici e aterotrombotici, tra cui trombosi venosa profonda, embolia polmonare, infarto miocardico e ictus ischemico. Il mantello periaortico e il coinvolgimento vascolare possono inoltre alterare l’emodinamica locale, predisponendo a trombosi in situ e a embolizzazioni distali. La prevenzione richiede una attenta stratificazione del rischio, la correzione dei fattori di rischio modificabili e, nei pazienti ospedalizzati o gravemente limitati nella mobilità, l’uso appropriato di profilassi antitrombotica farmacologica o meccanica.

Va inoltre considerato il possibile rischio oncologico. Sebbene l’associazione tra malattia IgG4-correlata e neoplasie non sia ancora completamente chiarita, alcuni studi suggeriscono un modesto incremento del rischio di determinate neoplasie in sottogruppi di pazienti, forse correlato alla stimolazione immunitaria cronica, alla presenza di pseudotumori infiammatori che possono mimare neoplasie e all’uso prolungato di immunosoppressori. La sorveglianza oncologica appropriata, calibrata su età, sesso, fattori di rischio e farmaci in uso, rappresenta quindi un elemento di prudenza nella gestione a lungo termine.

Infine, le complicanze psico-sociali non sono trascurabili. Il timore di un aneurisma aortico o di una dissezione, la consapevolezza della necessità di controlli radiologici ripetuti e di terapie immunosoppressive protratte, le limitazioni funzionali legate al dolore, alla stenosi vascolare o alle procedure chirurgiche e l’impatto estetico e fisico degli effetti collaterali dei glucocorticoidi possono condurre a stati d’ansia, depressione, disturbi del sonno e riduzione della qualità di vita. Interventi di supporto psicologico, programmi di educazione terapeutica e una comunicazione chiara e continuativa con il team curante sono fondamentali per favorire l’aderenza alla terapia e per contenere il carico emotivo.

La riduzione dell’impatto complessivo di queste complicanze richiede un approccio multidisciplinare strutturato, che integri reumatologi, immunologi, nefrologi, angiologi, chirurghi vascolari, cardiologi, radiologi, urologi, infettivologi, endocrinologi, nutrizionisti e psicologi. Il controllo precoce e sostenuto dell’attività di malattia, l’uso razionale e prudente dell’immunosoppressione, la prevenzione delle complicanze iatrogene, la sorveglianza oncologica adeguata e il supporto psico-sociale rappresentano le colonne portanti di una gestione moderna dell’aortite IgG4-correlata, finalizzata a migliorare la sopravvivenza e a preservare il più possibile la qualità di vita dei pazienti.

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