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Linfocitopenie congenite non primitive

Le linfocitopenie congenite non primitive comprendono un insieme eterogeneo di condizioni presenti fin dalla nascita in cui la riduzione dei linfociti circolanti non è dovuta a un difetto genetico primario della linfopoiesi, ma a cause secondarie congenite che interferiscono con la produzione timica, con l’integrità dei distretti linfoidi o con la perdita periferica di linfociti. Rientrano in questo spettro soprattutto le forme da ipoplasia/aplasia timica (come nella delezione 22q11.2) o da timectomia neonatale associata a correzioni cardiochirurgiche, nonché le forme da perdita linfatica congenita (ad esempio chilotorace o linfangiectasia intestinale) e alcune sindromi cromosomiche (come la trisomia 21) che comportano una disfunzione immunitaria combinata. In epoca neonatale, inoltre, prematurità e basso peso possono esitare in linfocitopenia transitoria per immaturità del comparto timico.

Dal punto di vista biologico, la caratteristica comune è il deficit di linfociti T naïve secondario a ridotta uscita timica o a perdita periferica, talora con coinvolgimento di altre sottopopolazioni (B, NK) a seconda del meccanismo causale. I programmi di newborn screening basati sui TREC hanno reso evidente che una quota rilevante delle T-cell lymphopenia identificate nei neonati non è SCID, ma forme “non-SCID” legate proprio a queste condizioni.

Sul piano epidemiologico, l’incidenza complessiva è difficile da stimare per l’eterogeneità delle cause; i registri di screening neonatale documentano tuttavia che, accanto alle SCID, emergono con frequenza non trascurabile linfocitopenie T secondarie (22q11.2, prematurità, timectomia, perdite linfatiche). Il riconoscimento precoce permette di impostare profilassi infettiva, calendario vaccinale personalizzato e monitoraggio mirato della ricostituzione immunitaria.

Eziologia, patogenesi e fisiopatologia

Sotto il profilo eziologico, le linfocitopenie congenite non primitive derivano da altre alterazioni patologiche che possono essere ricondotte a quattro matrici principali, che configurano diverse forme.
La forma timica è generalmente attribuibile as un difetto di sviluppo timico, tipico della delezione 22q11.2, in cui ipoplasia o aplasia del timo limita drasticamente l’output di T naïve; una variante iatrogena è la timectomia neonatale praticata durante la cardiochirurgia, che riduce in modo duraturo il serbatoio T.
La forma da perdita linfatica congenita, causata da patologie ove si assiste a drenaggio di linfa (e quindi di linfociti) nello spazio pleurico o nel lume intestinale (come ad esempio nel chilotorace congenito o nella linfangiectasia intestinale) che causa linfopenia periferica.
La forma associata a sindromi cromosomiche con immunodifetto combinato, tra cui la trisomia 21, caratterizzata da riduzione numerica e funzionale dei T (e di altre sottopopolazioni).
La quarta riguarda prematurità/basso peso, in cui l’immaturità timica si accompagna a TREC* bassi e linfocitopenia spesso transitoria.

I meccanismi patogenetici convergono sulla riduzione della neo-genesi timica e/o sulla perdita periferica di linfociti.
Nelle forme timiche, l’ipoplasia/aplasia o la rimozione chirurgica del timo determina un output ridotto di T naïve, con repertorio TCR più povero e persistente inversione del rapporto naïve/memory; i TREC* risultano bassi per ridotta emigrazione recente dal timo.
Nelle forme da perdita linfatica, la sottrazione continua di linfociti attraverso chilotorace o tratto gastrointestinale supera la capacità di compenso, conducendo a linfopenia e, non di rado, a ipogammaglobulinemia.
Nelle sindromi cromosomiche, la linfocitopenia riflette un difetto combinato di sviluppo e funzione del sistema immunitario con timo più piccolo e risposte proliferative attenuate.
Nei prematuri, infine, l’immaturità del microambiente timico e l’assetto citochinico neonatale riducono transitoriamente l’uscita di T naïve, con tendenza al recupero con la crescita.

Dal punto di vista fisiopatologico, l’esito comune è la diminuzione dell’absolute lymphocyte count a predominanza T, la contrazione del pool naïve e una vulnerabilità infettiva variabile nel tempo e nell’intensità a seconda della causa sottostante.
La sequenza logica è dunque: alterazione congenita non primaria (sviluppo timico, perdita linfatica, sindrome cromosomica, prematurità) → ridotta uscita timica e/o perdita periferica di linfociti → linfocitopenia con impatto clinico modulato da co-morbidità e maturazione del sistema immunitario.


*I TREC sono i "T-cell receptor excision circles", in italiano circoli di escissione del recettore dei linfociti T. Si tratta di piccoli frammenti di DNA circolare che si formano nel timo durante il riarrangiamento dei geni che codificano per il recettore dei linfociti T (TCR), un processo necessario per generare un repertorio ampio e diversificato di cellule T.

Manifestazioni cliniche

La presentazione clinica delle linfocitopenie congenite non primitive è eterogenea e dipende dal meccanismo patogenetico sottostante (ipoplasia/aplasia timica, timectomia neonatale, perdita linfatica congenita, sindromi cromosomiche, prematurità). Ciò nonostante, un denominatore comune è la ridotta disponibilità di linfociti T circolanti, con compromissione variabile della risposta immunitaria adattativa.

Nei neonati e nei bambini piccoli, l’anamnesi può rilevare infezioni ricorrenti delle vie respiratorie e gastrointestinali, diarrea cronica, candidosi mucocutanee persistenti e ritardo di crescita. Nei casi di aplasia timica completa (come nella delezione 22q11.2 con assenza timica) le manifestazioni si avvicinano a un quadro da immunodeficienza combinata, con infezioni severe e precoce necessità di supporto terapeutico. Nei prematuri, invece, la linfocitopenia può essere transitoria, con infezioni di gravità moderata che tendono a risolversi con la maturazione immunitaria.

Nelle forme associate a perdite linfatiche congenite (chilotorace, linfangiectasia intestinale) la clinica è dominata da versamenti pleurici ricorrenti, diarrea cronica con malassorbimento e ipoalbuminemia, a cui si associano infezioni respiratorie e sepsi ricorrenti legate alla perdita di linfociti e immunoglobuline.

Nelle sindromi cromosomiche (es. trisomia 21) l’anamnesi rileva infezioni ricorrenti del tratto respiratorio, otiti medie croniche, e in alcuni casi segni autoimmuni precoci; la linfocitopenia si accompagna a deficit qualitativi dei linfociti T e B, con predisposizione a malattie autoimmuni e neoplasie ematologiche.

All’esame obiettivo, nei lattanti con aplasia timica si riscontrano dismorfismi tipici (ipoplasia mandibolare, cardiopatie congenite, ipocalcemia) che indirizzano verso la diagnosi di sindrome da delezione 22q11.2. Nei bambini con perdite linfatiche si osservano segni di versamento pleurico o ascite, edemi periferici e segni di malassorbimento. Nei prematuri prevalgono i segni clinici di immaturità generale e basso peso alla nascita, mentre nella trisomia 21 i reperti dismorfici e neurologici si accompagnano a segni infettivi ricorrenti.

Dal punto di vista evolutivo, la prognosi varia: nei prematuri e in alcune forme da perdita linfatica la linfocitopenia può migliorare con la crescita o con il trattamento mirato; nelle forme sindromiche e timiche l’andamento è cronico e richiede follow-up immunologico continuo. La severità clinica è dunque modulata dall’entità del difetto di produzione/perdita dei linfociti e dalle condizioni associate.

Accertamenti e diagnosi

Il sospetto di linfocitopenia congenita non primitiva nasce in neonati o bambini con infezioni ricorrenti, sindromi malformative o perdite linfatiche documentate, in cui l’emocromo rivela riduzione persistente dell’absolute lymphocyte count (ALC).

Il primo passo diagnostico è l’emocromo con formula leucocitaria e la conferma della linfocitopenia in determinazioni ripetute. Lo striscio periferico mostra linfociti morfologicamente normali, senza segni di clonalità o displasia.

Gli esami di I livello includono: emocromi seriati, valutazione clinica di segni dismorfici e malformativi, ecocardiografia (nelle sindromi da delezione 22q11.2), ecografia addominale per sospetta perdita linfatica, e valutazioni antropometriche nei prematuri. La citofluorimetria a flusso documenta la riduzione delle sottopopolazioni T (CD3+, CD4+, CD8+) e, in alcuni casi, anche B e NK.

Gli esami di II livello comprendono: analisi molecolare mirata per delezione 22q11.2 mediante FISH o PCR-MLPA; imaging del mediastino (RMN/TC) per documentare ipoplasia/aplasia timica; studi linfoscintigrafici o dosaggio delle immunoglobuline per confermare perdite linfatiche; pannelli genetici in caso di sindromi cromosomiche. Nei prematuri la diagnosi si fonda sulla documentazione di ALC basso con esclusione di SCID e immunodeficienze primitive.


La diagnosi differenziale include le immunodeficienze primitive (SCID, CID varianti), che vanno escluse tramite test genetici e funzionali, e le linfocitopenie acquisite (HIV, malnutrizione, farmaci). La distinzione si fonda sulla documentazione di un difetto congenito non primitivo associato alla linfocitopenia.

Gli accertamenti complementari comprendono valutazioni endocrinologiche e metaboliche nei casi sindromici, indagini gastroenterologiche e nutrizionali nelle perdite linfatiche, e monitoraggio immunologico seriato (ALC, sottopopolazioni, risposta vaccinale). La “stadiazione” non segue sistemi formali, ma è utile distinguere forme transitorie (prematurità, perdite reversibili) da forme croniche e sindromiche, che richiedono un percorso specialistico multidisciplinare.

Trattamento e prognosi

La strategia terapeutica nelle linfocitopenie congenite non primitive si basa sul trattamento della causa sottostante e sulla prevenzione delle complicanze infettive. A differenza delle immunodeficienze primitive (SCID e forme combinate), queste condizioni non sono dovute a un difetto intrinseco dei linfociti, ma a fattori congeniti secondari (ipoplasia/aplasia timica, timectomia neonatale, perdite linfatiche congenite, sindromi cromosomiche, prematurità).

Nelle forme timiche (es. delezione 22q11.2, timectomia neonatale), il trattamento mira a controllare le manifestazioni cliniche associate (chirurgia correttiva cardiaca, supplementazione di calcio per ipocalcemia) e a monitorare la funzione immunitaria. Nei casi con aplasia timica completa e grave deficit T, può essere considerato il trapianto di tessuto timico o, in casi selezionati, il trapianto di cellule staminali emopoietiche. Nelle forme con ipoplasia timica parziale, invece, spesso si osserva un miglioramento progressivo con la crescita.

Nelle forme da perdita linfatica congenita (chilotorace, linfangiectasia intestinale) il trattamento prevede dieta ipolipidica a base di trigliceridi a catena media, drenaggi o procedure chirurgiche per i chilotoraci, e in alcuni casi supplementazione di immunoglobuline endovena per compensare la perdita di anticorpi insieme ai linfociti.

Nelle sindromi cromosomiche (es. trisomia 21) la gestione è multidisciplinare: sorveglianza infettivologica e vaccinale, monitoraggio ematologico, prevenzione delle complicanze autoimmuni e neoplastiche. Nei prematuri, la linfocitopenia è spesso transitoria e tende a risolversi spontaneamente con la maturazione timica; il trattamento è principalmente di supporto, con attenzione alla prevenzione delle infezioni nosocomiali.

La prognosi dipende dal tipo di condizione sottostante. Nei prematuri e nelle forme lievi da ipoplasia timica parziale la prognosi è buona, con recupero progressivo dei linfociti e riduzione della suscettibilità alle infezioni. Nelle forme sindromiche e nelle perdite linfatiche croniche l’andamento è variabile: la linfocitopenia può persistere e predisporre a infezioni ricorrenti, ma è raramente severa come nelle SCID. Nei casi di aplasia timica completa la prognosi è più severa e dipende dall’accesso a terapie avanzate (trapianto timico/HSCT). In generale, la sopravvivenza è nettamente migliore rispetto alle forme primitive, ma la qualità di vita può essere condizionata da infezioni ricorrenti o da comorbilità sindromiche.

Complicanze

Le complicanze legate alla malattia derivano principalmente dalla riduzione dei linfociti T e dalla conseguente suscettibilità a infezioni batteriche, virali e fungine.

Nei neonati con aplasia timica, le complicanze principali sono infezioni respiratorie e gastrointestinali severe, sepsi e candidosi disseminata, simili alle SCID ma di gravità modulata dalla quota residua di linfociti funzionali. Nei prematuri, le complicanze infettive (polmoniti, sepsi, enterocolite necrotizzante) sono frequenti ma tendono a ridursi con la crescita e la maturazione immunitaria.

Nelle perdite linfatiche congenite il rischio è legato a infezioni ricorrenti per la continua perdita di linfociti e immunoglobuline: polmoniti, diarrea cronica infettiva, batteriemie e talvolta ipoalbuminemia con edemi e versamenti persistenti. Nelle sindromi cromosomiche (es. trisomia 21) si osserva un’aumentata incidenza di infezioni respiratorie gravi, autoimmunità (tiroidite, celiachia, anemia emolitica) e neoplasie ematologiche (leucemie).

Le complicanze croniche comprendono la maggiore predisposizione a malattie autoimmuni (soprattutto nelle sindromi cromosomiche), la possibilità di deficit anticorpali secondari alle perdite linfatiche e il rischio di immunodeficienza combinata persistente nei casi di ipoplasia timica grave. Le sequele a lungo termine includono anche ritardo di crescita e peggioramento della qualità di vita nei bambini con infezioni ricorrenti non controllate.


Le complicanze terapeutiche dipendono dai trattamenti impiegati:


Nel complesso, la prognosi delle linfocitopenie congenite non primitive è variabile ma generalmente migliore rispetto alle forme primitive: le forme transitorie (prematurità, ipoplasia timica parziale) hanno esito favorevole con risoluzione spontanea, mentre le forme croniche (perdite linfatiche, sindromiche) richiedono monitoraggio continuo e interventi mirati per ridurre complicanze e migliorare la sopravvivenza a lungo termine.

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