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Aterogenesi e rischio cardiovascolare

L’aterogenesi è il processo biologico attraverso il quale le lipoproteine aterogene penetrano nella parete arteriosa, vi vengono trattenute, subiscono modificazioni strutturali e innescano una risposta infiammatoria cronica che nel tempo porta alla formazione della placca aterosclerotica. Non si tratta quindi di un semplice accumulo passivo di grasso all’interno del vaso, ma di una malattia infiammatoria fibroproliferativa della tonaca intima, sostenuta dall’interazione fra lipoproteine contenenti apolipoproteina B, endotelio, cellule muscolari lisce, monociti, macrofagi, linfociti, matrice extracellulare e fattori emodinamici locali. La conseguenza clinica finale è la malattia cardiovascolare aterosclerotica, cioè l’insieme delle sindromi ischemiche coronariche, cerebrovascolari e periferiche che derivano dalla progressiva compromissione del lume arterioso o dalla rottura della placca con trombosi acuta.

Il rischio cardiovascolare, in questo contesto, non coincide con la semplice probabilità astratta di avere un evento in futuro, ma rappresenta la sintesi quantitativa e qualitativa del carico biologico che agisce sull’albero arterioso nel corso degli anni. Esso dipende dall’intensità dell’esposizione alle lipoproteine aterogene, dalla durata dell’esposizione stessa, dalla presenza di ipertensione arteriosa, diabete mellito, fumo di sigaretta, obesità viscerale, insufficienza renale cronica, malattie infiammatorie sistemiche, predisposizione genetica, lipoproteina(a) elevata e da numerosi altri modificatori che condizionano l’attivazione endoteliale, l’infiammazione della placca e la propensione trombotica. Per questo motivo due persone con lo stesso valore di colesterolo possono avere un rischio reale molto diverso, a seconda del numero di particelle aterogene, del contesto metabolico e del grado di danno vascolare già presente.

Dal punto di vista epidemiologico, la malattia aterosclerotica resta il principale substrato biologico degli infarti del miocardio, di una grande quota degli ictus ischemici e dell’arteriopatia periferica. Il suo peso clinico non riguarda soltanto la mortalità, ma anche scompenso cardiaco ischemico, disabilità neurologica, perdita dell’autonomia, claudicatio, ischemia critica degli arti, procedure di rivascolarizzazione e progressiva riduzione dell’aspettativa di vita. L’aterogenesi, inoltre, comincia molti anni prima dell’evento clinico e per lungo tempo rimane silente. Questa lunga fase preclinica è il motivo per cui la prevenzione cardiovascolare non può essere limitata al trattamento dell’evento conclamato, ma deve intervenire molto prima, quando la lesione è ancora biologicamente attiva ma clinicamente muta.

Eziologia, Patogenesi e Fisiopatologia

Il primo principio da chiarire è che il motore causale dell’aterogenesi è rappresentato dalle lipoproteine contenenti apolipoproteina B. In questa categoria rientrano low-density lipoprotein, cioè lipoproteine a bassa densità, particelle residue derivate dalle lipoproteine ricche in trigliceridi, intermediate-density lipoprotein, very-low-density lipoprotein e lipoproteina(a). Queste particelle non sono equivalenti sul piano quantitativo né su quello qualitativo, ma condividono la capacità di interagire con la parete arteriosa e di alimentare il processo aterosclerotico. La low-density lipoprotein è il vettore più abbondante del colesterolo aterogeno nella maggior parte dei soggetti, mentre il colesterolo residuo e la lipoproteina(a) spiegano una parte importante del rischio residuo che persiste anche quando il colesterolo low-density lipoprotein non appare particolarmente elevato.

La lesione iniziale non compare in modo casuale in tutto l’albero arterioso, ma tende a svilupparsi in regioni geometricamente predisposte, come biforcazioni, curvature e segmenti nei quali il flusso ematico genera stress di parete oscillante o disomogeneo. In queste sedi l’endotelio perde parte del suo fenotipo protettivo, aumenta la permeabilità, riduce la produzione di segnali vasoprotettivi e diventa più suscettibile all’ingresso e alla ritenzione delle lipoproteine aterogene. La fisiopatologia emodinamica è quindi essenziale: il vaso non è soltanto il contenitore della lesione, ma il primo regolatore locale della sua distribuzione.

Dopo l’ingresso nella tonaca intima, le particelle contenenti apolipoproteina B vengono trattenute dalla matrice extracellulare attraverso l’interazione con proteoglicani subendoteliali. Questo passaggio è cruciale, perché trasforma una semplice presenza transitoria di lipoproteine nel sangue in una permanenza locale prolungata all’interno della parete. Una volta trattenute, le particelle subiscono ossidazione, glicazione, lipolisi parziale, aggregazione e altre modificazioni enzimatiche che ne aumentano il potenziale proinfiammatorio. La risposta vascolare che ne deriva non è adattativa in senso benefico, ma maladattativa: l’endotelio esprime molecole di adesione, richiama monociti e linfociti, altera il tono vascolare e favorisce il passaggio di cellule immunitarie dalla circolazione alla parete.

I monociti penetrati nell’intima si differenziano in macrofagi, che esprimono recettori scavenger e fagocitano lipoproteine modificate in modo non regolato. A differenza del recettore classico per la low-density lipoprotein, che risponde al contenuto intracellulare di colesterolo, i recettori scavenger continuano a introdurre lipidi anche quando la cellula è già sovraccarica. Nascono così le cellule schiumose, ricche di esteri del colesterolo, che costituiscono uno dei reperti più caratteristici delle strie lipidiche iniziali. Col passare del tempo, il sistema di efflusso del colesterolo diventa insufficiente, il reticolo endoplasmatico va incontro a stress, aumentano inflammasoma, morte cellulare e rilascio di detriti lipidici extracellulari.

La progressione della placca dipende dalla concomitante partecipazione delle cellule muscolari lisce. Queste migrano dalla tonaca media alla tonaca intima, proliferano, cambiano fenotipo e producono matrice extracellulare, soprattutto collagene e proteoglicani. In una prima fase questo processo tende a “contenere” la lesione, generando un cappuccio fibroso sopra il nucleo lipidico. Tuttavia, la stessa proliferazione intimale contribuisce all’accrescimento della placca e al restringimento del lume. Inoltre le cellule muscolari lisce non sono elementi statici: possono assumere fenotipi secretori, osteogenici, macrofago-simili e contribuire sia alla stabilità sia all’instabilità della placca a seconda del microambiente infiammatorio.

Con la progressione della malattia si sviluppa il nucleo necrotico, costituito da colesterolo extracellulare, cellule morte, detriti cellulari e materiale proinfiammatorio. La formazione di cristalli di colesterolo, la neovascolarizzazione intraplacca e le microemorragie provenienti dai vasa vasorum accentuano ulteriormente il volume della lesione e la sua instabilità biologica. Anche la calcificazione rientra nello spettro fisiopatologico: nelle fasi iniziali microcalcificazioni puntiformi possono associarsi a maggiore fragilità meccanica del cappuccio, mentre nelle fasi più avanzate la macrocalcificazione può rappresentare un rimodellamento più cronico e in parte stabilizzante, pur senza annullare il rischio globale.

La transizione dalla placca silente all’evento acuto dipende da tre meccanismi principali. Il primo è la rottura di placca, tipica delle lesioni con ampio nucleo lipidico, cappuccio fibroso sottile e intensa infiltrazione macrofagica. Il secondo è l’erosione di placca, nella quale l’endotelio viene perso o danneggiato sopra una lesione non necessariamente ricca di lipidi, con formazione di trombo su superficie denudata. Il terzo è il nodulo calcifico, più raro, legato a strutture calcifiche protrudenti che interrompono l’integrità luminale. In tutti e tre i casi il denominatore comune è l’attivazione trombotica: il sangue entra in contatto con materiale altamente trombogenico e si forma un coagulo che può occludere totalmente o parzialmente il vaso.

La componente infiammatoria attraversa tutte le fasi dell’aterogenesi. Citochine, chemochine, stress ossidativo, attivazione dell’inflammasoma e risposta immunitaria innata e adattativa influenzano sia l’inizio sia l’evoluzione sia la destabilizzazione della lesione. Questo spiega perché il rischio cardiovascolare non si esaurisca nel colesterolo low-density lipoprotein e perché possa persistere un rischio residuo infiammatorio anche dopo un controllo lipidico apparentemente ottimale. Il ruolo di marker come la high-sensitivity C-reactive protein, cioè proteina C reattiva ad alta sensibilità, va letto in questa chiave: non come causa unica, ma come segnale di un ambiente biologico che rende la placca più attiva e il paziente più vulnerabile.

Fra i determinanti eziologici, alcuni sono propriamente causali, altri agiscono come potenti amplificatori. L’esposizione cumulativa a lipoproteine aterogene è il meccanismo centrale. Attorno a questo nucleo si dispongono ipertensione arteriosa, fumo di sigaretta, diabete mellito, insulino-resistenza, obesità viscerale, sedentarietà, dieta ricca di grassi saturi e ultra-processati, insufficienza renale cronica, apnea ostruttiva del sonno, malattie infiammatorie croniche immunomediate, infezione da virus dell’immunodeficienza umana in determinati contesti clinici, predisposizione familiare e lipoproteina(a) elevata. Anche l’età, il sesso biologico, la menopausa, la storia ostetrica sfavorevole e l’esposizione prolungata a fattori ambientali contribuiscono a modulare l’espressione clinica del danno aterosclerotico.

L’ipercolesterolemia familiare rappresenta il modello umano più didattico di aterogenesi accelerata. In questi pazienti l’esposizione alla low-density lipoprotein comincia dalla nascita, per cui il problema non è solo quanto alto sia il colesterolo in un singolo momento, ma quanta area sotto la curva di esposizione si accumuli nel corso della vita. Questo concetto di burden cumulativo vale per tutti: più precocemente una lipoproteina aterogena resta elevata, maggiore sarà il danno arterioso futuro, anche se in età adulta i valori vengono poi corretti.

Un’altra componente essenziale della fisiopatologia è il ruolo del numero di particelle. Il colesterolo contenuto in una particella può variare, mentre ogni particella aterogena contiene una sola molecola di apolipoproteina B. Per questo, in situazioni di discordanza, l’apolipoproteina B e il colesterolo non-high-density lipoprotein possono descrivere il carico aterogeno meglio del solo colesterolo low-density lipoprotein. Il principio clinico che ne deriva è semplice: il rischio non dipende solo da quanti milligrammi di colesterolo circolano, ma da quante particelle hanno la possibilità di entrare nella parete e alimentare il processo aterogeno.

La lipoproteina(a) merita un capitolo a parte. Si tratta di una particella low-density lipoprotein legata a un’apolipoproteina(a), geneticamente determinata, con proprietà sia proaterogene sia proinfiammatorie sia protrombotiche. Elevati livelli di lipoproteina(a) aumentano il rischio di malattia coronarica, ictus ischemico, arteriopatia periferica e stenosi valvolare aortica calcifica. Il suo significato clinico è rilevante soprattutto perché i livelli sono in larga parte ereditari, poco modificabili con lo stile di vita e spesso misconosciuti se non vengono misurati esplicitamente.

Manifestazioni Cliniche

La storia naturale dell’aterogenesi è caratterizzata da una lunga fase subclinica. Per molti anni il paziente non riferisce sintomi specifici, mentre nella parete arteriosa si accumulano già lipoproteine, infiammazione, fibrosi e calcificazione. In questa fase l’anamnesi spesso non rivela dolore o ischemia, ma documenta la presenza di fattori di rischio persistenti: familiarità per eventi cardiovascolari precoci, ipercolesterolemia, ipertensione, diabete mellito, tabagismo, aumento di peso progressivo, sedentarietà, malattia renale cronica o patologie infiammatorie sistemiche. Questa apparente assenza di sintomi è uno dei motivi per cui l’aterosclerosi viene spesso diagnosticata tardi.

Quando la malattia coronarica diventa emodinamicamente significativa, la sequenza anamnestica tipica inizia con angina da sforzo, cioè dolore o costrizione retrosternale evocata dall’esercizio, dal freddo, dall’emozione o dopo i pasti e alleviata dal riposo. Tuttavia, soprattutto nei soggetti con diabete mellito, nelle donne, negli anziani e in alcuni pazienti con insufficienza renale cronica, la presentazione può essere atipica con dispnea da sforzo, ridotta tolleranza all’esercizio, affaticabilità, dolore epigastrico, nausea o silenzio ischemico. Se la placca si rompe o si erode e si forma un trombo intracoronarico, il quadro si sposta verso la sindrome coronarica acuta, con dolore persistente a riposo, sudorazione, pallore, nausea, dispnea e rischio di aritmie ventricolari, shock o morte improvvisa.

Nel distretto cerebrovascolare la presentazione può essere ancora più sfumata. Il paziente può riferire episodi transitori di deficit focale, afasia, amaurosi fugace, debolezza monolaterale o disturbi della sensibilità, suggestivi di attacco ischemico transitorio. In altri casi la prima manifestazione è un ictus ischemico conclamato. Nelle stenosi carotidee croniche la malattia può restare silente fino a lungo, mentre il rischio dipende dalla morfologia della placca, dalla presenza di ulcerazione, dal grado di stenosi e dalla vulnerabilità complessiva del paziente.

L’arteriopatia periferica esprime l’aterogenesi a livello degli arti inferiori e talvolta di altri territori arteriosi. All’anamnesi emergono claudicatio intermittens, cioè dolore o crampo muscolare evocato dal cammino e regredente con il riposo, riduzione della distanza percorribile, rallentamento della marcia, sensazione di freddo o debolezza dell’arto. Nelle forme più avanzate compaiono dolore a riposo, lesioni trofiche, ritardo di cicatrizzazione e ischemia critica. Dal punto di vista prognostico, la presenza di arteriopatia periferica non indica solo un problema locale della gamba, ma segnala un carico aterosclerotico sistemico elevato.

All’esame obiettivo, nelle fasi iniziali il riscontro può essere del tutto normale. Con il progredire della malattia compaiono segni di danno vascolare o di rischio cardiovascolare avanzato: ipertensione arteriosa, obesità centrale, circonferenza vita aumentata, xantelasmi o arco corneale in alcuni contesti lipidici, soffi carotidei, riduzione o asimmetria dei polsi periferici, prolungato tempo di riempimento capillare, estremità fredde, trofismo cutaneo alterato, ulcere ischemiche, segni di scompenso cardiaco o deficit neurologici focali. Nei pazienti con ipercolesterolemia familiare possono essere presenti xantomi tendinei, particolarmente suggestivi in sede achillea o sulle mani.

Un aspetto decisivo è che la malattia aterosclerotica si manifesta spesso come malattia di tutto l’albero vascolare. Il paziente con angina può avere anche stenosi carotidee o placche femorali; chi presenta arteriopatia periferica ha spesso concomitante coronaropatia. Per questo la valutazione clinica non deve mai fermarsi al distretto sintomatico, ma interrogare sistematicamente anche gli altri territori, perché la sede che dà sintomi non sempre coincide con quella più prognosticamente pericolosa.

La nozione moderna di clinica aterosclerotica non è quella della “placca pericolosa” isolata, ma del paziente vulnerabile. Un soggetto con diffuso burden aterosclerotico, infiammazione residua, diabete mellito, insufficienza renale cronica e lipoproteina(a) elevata può essere a rischio alto anche in assenza di stenosi critiche eclatanti, mentre un altro con lesione anatomica simile ma contesto biologico meno aggressivo può avere una traiettoria diversa. La clinica, quindi, nasce dall’integrazione di anatomia, biologia e tempo.

Accertamenti e Diagnosi

Nel caso dell’aterogenesi non esiste una “diagnosi” unica paragonabile a quella di una malattia con criterio positivo singolo. Il lavoro diagnostico consiste nel riconoscere il danno aterosclerotico presente, stimare il rischio di eventi futuri, identificare il carico dei fattori causali e definire se il paziente si trovi in prevenzione primaria, in prevenzione secondaria o in una zona intermedia di aterosclerosi subclinica ad alto impatto prognostico. Il percorso razionale parte sempre da anamnesi, esame obiettivo e laboratorio di base, per poi integrare strumenti di stratificazione e imaging.

L’anamnesi deve raccogliere età di esordio dei fattori di rischio, storia familiare di infarto miocardico, ictus o morte improvvisa prematuri, abitudine tabagica, pattern dietetico, attività fisica, peso corporeo nel tempo, diabete mellito, ipertensione arteriosa, insufficienza renale cronica, malattie infiammatorie croniche, trattamenti farmacologici, storia ostetrica nelle donne e precedenti sintomi suggestivi di ischemia coronarica, cerebrale o periferica. All’esame obiettivo vanno rilevati pressione arteriosa, indice di massa corporea, circonferenza vita, polsi periferici, eventuali soffi vascolari, segni di insufficienza cardiaca e reperti suggestivi di dislipidemia ereditaria.

Il primo livello laboratoristico comprende profilo lipidico, glicemia, emoglobina glicata, creatinina con stima del filtrato glomerulare, esame urine con ricerca di albuminuria quando indicato, transaminasi e altri esami utili a definire il contesto metabolico. Nella valutazione aterogena moderna il solo colesterolo low-density lipoprotein non è sufficiente in tutti i pazienti. Il colesterolo non-high-density lipoprotein e soprattutto l’apolipoproteina B diventano particolarmente informativi nei soggetti con obesità, diabete mellito, ipertrigliceridemia, sindrome metabolica o discordanza apparente fra colesterolo low-density lipoprotein e quadro clinico. La misurazione della lipoproteina(a) almeno una volta nella vita è oggi molto importante, perché consente di riconoscere una quota genetica di rischio altrimenti invisibile.

Secondo le linee guida europee sulla prevenzione cardiovascolare, nei soggetti apparentemente sani la stima sistematica del rischio si basa su modelli ufficiali dedicati alla prevenzione primaria:

  • nei soggetti di età compresa orientativamente fra 40 e 69 anni si utilizza SCORE2, cioè Systematic Coronary Risk Evaluation 2;
  • nei soggetti più anziani, in genere fra 70 e 89 anni, si utilizza SCORE2-Older Persons, cioè SCORE2-OP;
  • nei pazienti che hanno già malattia cardiovascolare aterosclerotica documentata, diabete mellito con danno d’organo o lunga durata, insufficienza renale cronica avanzata o ipercolesterolemia familiare, il rischio è già almeno alto o molto alto e non viene inquadrato con la stessa logica dello screening di base.

Questi strumenti forniscono una probabilità stimata di evento, ma non sostituiscono il giudizio clinico. Devono essere interpretati insieme a modificatori di rischio non completamente catturati dal calcolatore, come familiarità molto forte, lipoproteina(a) elevata, segni di danno d’organo subclinico, malattie infiammatorie croniche, fragilità metabolica, durata dell’esposizione ai fattori di rischio ed evidenza di aterosclerosi subclinica. Il concetto chiave è che il rischio cardiovascolare non è un numero immobile, ma un costrutto dinamico da contestualizzare.

L’imaging dell’aterosclerosi subclinica serve a rendere visibile un processo ancora silente. Nei pazienti selezionati in prevenzione primaria, soprattutto quando il rischio è intermedio o la decisione terapeutica è incerta, il punteggio di calcio coronarico mediante tomografia computerizzata può migliorare la stratificazione. Valori crescenti di calcificazione coronarica si associano a burden aterosclerotico maggiore e a rischio più elevato. L’ecografia carotidea e femorale può mostrare placche aterosclerotiche, mentre l’indice caviglia-braccio può documentare arteriopatia periferica anche prima della clinica franca. Questi strumenti non devono essere usati in modo automatico in tutti, ma diventano molto utili quando il quadro clinico-laboratoristico non basta a definire il profilo prognostico.

Quando il paziente è già sintomatico, la logica diagnostica cambia e diventa territorio-specifica. Nel sospetto di cardiopatia ischemica si ricorre a elettrocardiogramma, test provocativi di ischemia, imaging funzionale, angiotomografia coronarica o coronarografia a seconda della probabilità pre-test e del quadro clinico. Nel sospetto di malattia carotidea o cerebrovascolare si usano ecocolordoppler dei tronchi sovraortici, tomografia computerizzata o risonanza magnetica dei vasi cerebrali secondo il contesto. Nell’arteriopatia periferica il percorso ruota intorno a indice caviglia-braccio, ecocolordoppler arterioso e imaging angiografico nei casi indicati. In tutte queste situazioni l’obiettivo non è soltanto “vedere la stenosi”, ma capire se la lesione spieghi i sintomi, quale sia il carico di malattia totale e quanto il paziente sia esposto a eventi futuri.

La diagnosi differenziale deve evitare un errore frequente: attribuire ogni sintomo ischemico all’aterosclerosi senza verifica. Il dolore toracico può derivare da cause non coronariche, l’ictus può non essere aterotrombotico, la claudicatio può avere imitatori neuro-ortopedici. Per questo il concetto corretto non è cercare solo la placca, ma definire la coerenza clinico-anatomica fra lesione, fisiopatologia e sintomo.

Nei casi di sospetta dislipidemia ereditaria o aterosclerosi prematura deve essere considerata la valutazione genetica, soprattutto quando i valori di low-density lipoprotein sono marcatamente elevati, esistono xantomi tendinei, la familiarità è forte o gli eventi insorgono molto precocemente. In questi contesti la diagnosi non serve solo al singolo paziente, ma apre alla ricerca familiare a cascata, che consente di intercettare parenti ancora asintomatici ma già esposti a lungo termine a un elevato burden aterogeno.

Trattamento e Prognosi

Il trattamento dell’aterogenesi non consiste nella rimozione di un singolo fattore isolato, ma nella riduzione coordinata del rischio globale. Più precisamente, bisogna abbassare il numero di particelle aterogene circolanti, ridurre l’attivazione endoteliale, correggere i determinanti emodinamici e metabolici che accelerano la placca, prevenire la trombosi e interrompere il prima possibile l’esposizione cumulativa che alimenta gli eventi futuri. È per questo che la prevenzione cardiovascolare efficace è per definizione multifattoriale.

La prima linea terapeutica resta la modifica dello stile di vita. Smettere di fumare produce uno dei maggiori benefici assoluti, perché riduce sia la progressione aterosclerotica sia l’instabilità trombotica della placca. L’alimentazione deve privilegiare un modello mediterraneo, ricco di verdura, legumi, cereali integrali, frutta a guscio, pesce e grassi insaturi, con drastica riduzione di grassi trans, eccesso di grassi saturi, ultra-processati e surplus calorico. L’attività fisica regolare migliora funzione endoteliale, sensibilità insulinica, pressione arteriosa, adiposità viscerale e profilo lipoproteico. La riduzione del peso corporeo, soprattutto nel paziente con obesità viscerale, produce benefici che superano il semplice calo del colesterolo, perché agisce anche su infiammazione, glicotossicità e lipotossicità.

Il cardine farmacologico della prevenzione aterosclerotica è l’abbassamento del colesterolo low-density lipoprotein. Le statine rimangono la terapia di base perché riducono in modo robusto e riproducibile eventi cardiovascolari maggiori, infarto miocardico, ictus ischemico e necessità di rivascolarizzazione. Il principio fisiopatologico è lineare: meno particelle aterogene raggiungono la parete, minore è la probabilità che la placca si formi, cresca o si destabilizzi. Questo vale sia in prevenzione primaria ad alto rischio sia, ancor più, in prevenzione secondaria.

Nella pratica moderna la terapia lipidica viene intensificata per step. Se la statina ad alta intensità non basta o non è tollerata in misura adeguata, si aggiunge ezetimibe. Se il target non viene ancora raggiunto, nei pazienti a rischio molto alto entrano in gioco gli inibitori di proprotein convertase subtilisin/kexin type 9, cioè PCSK9, in particolare alirocumab ed evolocumab. Nei pazienti con intolleranza alle statine o con necessità di ulteriore riduzione del colesterolo low-density lipoprotein può essere utile anche l’acido bempedoico. Nelle linee guida europee, nei soggetti a rischio molto alto si punta in genere a una riduzione di almeno il 50% rispetto al basale e a valori di colesterolo low-density lipoprotein inferiori a 55 mg/dL; nei pazienti con eventi ricorrenti molto ravvicinati si può perseguire un obiettivo ancora più basso.

Il trattamento non deve però limitarsi al colesterolo low-density lipoprotein quando il problema reale è un rischio aterogeno residuo più complesso. Nei pazienti con diabete mellito, ipertrigliceridemia moderata, colesterolo non-high-density lipoprotein elevato, apolipoproteina B alta o lipoproteina(a) elevata, la lettura del profilo lipoproteico deve essere più completa. L’icosapent etile ha dimostrato beneficio cardiovascolare in popolazioni selezionate con trigliceridi persistentemente elevati già in terapia con statine. La lipoproteina(a), invece, dispone oggi soprattutto di una strategia indiretta, cioè il controllo ancora più aggressivo degli altri fattori, mentre le terapie specifiche dirette contro questa particella sono in fase avanzata di sviluppo clinico.

Il controllo della pressione arteriosa, del diabete mellito e della funzione renale è parte integrante della terapia antiaterogena. Una buona gestione pressoria riduce stress parietale e rischio di rottura di placca. Nel diabete mellito, oltre al controllo glicemico, assumono particolare importanza i farmaci con documentato beneficio cardiovascolare quando indicati, perché la prevenzione dell’evento non dipende solo dalla glicemia media, ma anche da obesità, funzione renale, infiammazione, scompenso cardiaco e protezione vascolare complessiva.

Nella prevenzione secondaria assumono un ruolo importante le terapie antitrombotiche. L’acido acetilsalicilico resta una base tradizionale nei pazienti con malattia aterosclerotica clinicamente manifesta, salvo controindicazioni. Dopo sindromi coronariche acute e interventi coronarici la doppia antiaggregazione segue protocolli specifici in funzione del rischio ischemico e del rischio emorragico. Nella prevenzione primaria, invece, l’uso routinario dell’aspirina è molto più restrittivo e non può essere generalizzato, perché il potenziale beneficio ischemico deve essere bilanciato con il rischio di sanguinamento.

Una frontiera importante è il trattamento del rischio infiammatorio residuo. Le evidenze disponibili hanno confermato che abbassare solo il colesterolo, pur essenziale, non esaurisce tutto il rischio in molti pazienti con malattia aterosclerotica già stabilita. Canakinumab ha fornito una prova biologica decisiva del ruolo causale dell’infiammazione, ma non rappresenta la strategia routinaria della pratica quotidiana. La colchicina a basse dosi, invece, ha mostrato in studi clinici una riduzione degli eventi in pazienti selezionati con coronaropatia cronica o recente infarto, pur richiedendo attenta valutazione clinica, tollerabilità e selezione del contesto appropriato.

Quando l’aterosclerosi determina stenosi severe, ischemia inducibile significativa o eventi acuti, il trattamento può dover includere rivascolarizzazione percutanea o chirurgica. Questo non sostituisce la terapia di fondo, ma la completa. La placca trattata localmente non annulla infatti la natura sistemica della malattia. Il paziente che ha già avuto un evento resta esposto ad altre sedi aterosclerotiche e ad altre placche vulnerabili se il programma di prevenzione secondaria non viene mantenuto con rigore.

La prognosi dipende soprattutto da quattro variabili: estensione del burden aterosclerotico, precocità dell’intervento, intensità del controllo dei fattori causali e aderenza a lungo termine. L’aspetto più importante è che l’aterogenesi non è un destino irreversibile in senso assoluto. La placca può essere stabilizzata, la progressione può rallentare marcatamente, in alcuni casi si possono osservare regressione volumetrica e riduzione delle caratteristiche di vulnerabilità. Tuttavia la prognosi resta tanto migliore quanto più precoce è l’intervento, perché il danno evitato vale più del danno già costituito.

Nelle forme ereditarie, come l’ipercolesterolemia familiare, la prognosi migliora in modo sostanziale solo se la terapia viene avviata precocemente e si estende ai familiari a rischio. Nei pazienti con lipoproteina(a) elevata, diabete mellito, insufficienza renale cronica o arteriopatia in più distretti, la prognosi è condizionata da un rischio residuo particolarmente alto e richiede perciò una strategia più intensiva e sistematica rispetto al semplice controllo episodico del colesterolo.

Complicanze

La complicanza più nota dell’aterogenesi coronarica è l’infarto miocardico acuto, che deriva in genere dalla rottura o erosione di una placca coronarica con trombosi sovrapposta. Tuttavia l’infarto è solo l’espressione finale di un processo sistemico. Molti pazienti sviluppano prima angina stabile, ischemia silente, disfunzione microvascolare associata, rimodellamento ventricolare e successiva riduzione della funzione sistolica o diastolica. L’esito può essere scompenso cardiaco ischemico, soprattutto quando il danno coronarico è diffuso o gli eventi si ripetono nel tempo.

Nel distretto cerebrale la complicanza maggiore è l’ictus ischemico, preceduto o meno da attacchi ischemici transitori. L’aterosclerosi carotidea e cerebrovascolare può anche produrre embolizzazione artero-arteriosa da placca ulcerata o trombosi locale su lesione instabile. Il danno neurologico che ne deriva può trasformarsi in disabilità motoria, cognitiva e comunicativa permanente, rendendo l’impatto prognostico dell’aterogenesi ben più ampio della sola mortalità.

Nell’arteriopatia periferica le complicanze comprendono progressiva riduzione della capacità di deambulazione, ischemia critica degli arti, ulcerazioni, infezioni secondarie, gangrena e amputazione. Anche quando la manifestazione appare confinata all’arto inferiore, il significato sistemico è molto severo, perché questi pazienti hanno un rischio elevato di infarto miocardico, ictus e morte cardiovascolare.

Le complicanze non dipendono solo dall’occlusione acuta, ma anche dalla progressione cronica della stenosi. Un lume progressivamente ridotto può determinare ischemia da sforzo, ridotta riserva coronarica, insufficienza d’organo cronica e perdita funzionale del territorio irrorato. Questo vale non solo per cuore e arti, ma anche per alcuni distretti splancnici e renali, sebbene il peso relativo dell’aterosclerosi vari a seconda del vaso coinvolto e del quadro clinico complessivo.

Un’altra complicanza importante è la recidiva di eventi. Il paziente che ha già avuto un infarto o un ictus non è esposto solo alla ripetizione dello stesso evento nello stesso distretto, ma a una nuova manifestazione in un altro territorio, perché la malattia è diffusa e multifocale. È questo il motivo per cui la prevenzione secondaria viene considerata una gestione cronica ad altissima intensità e non un semplice follow-up dopo l’evento acuto.

La placca può andare incontro a emorragia intraplacca, crescita accelerata, ulcerazione superficiale e trombosi parziale non completamente occlusiva, con peggioramento improvviso della sintomatologia o progressione anatomica rapida. Sul piano biologico, queste complicanze sono favorite da infiammazione intensa, neovascolarizzazione fragile, stress meccanico e persistente esposizione a lipoproteine aterogene.

Fra le conseguenze sistemiche va ricordato il carico di fragilità clinica che deriva dalla compresenza di aterosclerosi con diabete mellito, insufficienza renale cronica, scompenso cardiaco e sarcopenia dell’anziano. In questi pazienti ogni evento cardiovascolare produce più facilmente perdita di autonomia, ricoveri ripetuti, politerapia e deterioramento funzionale. L’aterogenesi, quindi, non genera solo una lesione vascolare, ma una traiettoria di cronicità complessa.

Infine esiste una complicanza spesso sottovalutata ma cruciale: il ritardo diagnostico e terapeutico. Poiché l’aterogenesi può rimanere silente per decenni, il mancato riconoscimento precoce di ipercolesterolemia, ipercolesterolemia familiare, lipoproteina(a) elevata o aterosclerosi subclinica priva il paziente degli anni di prevenzione nei quali il beneficio assoluto sarebbe massimo. In termini prognostici, perdere tempo all’inizio della curva di esposizione significa permettere alla malattia di accumulare un danno che spesso non sarà più completamente recuperabile.

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