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Supporto nutrizionale nel paziente oncologico

Il supporto nutrizionale nel paziente oncologico rappresenta una componente essenziale e strutturale del percorso di cura, al pari della chirurgia, della radioterapia, della chemioterapia e delle altre terapie sistemiche. La malnutrizione correlata al cancro, la sarcopenia e la cachessia tumorale sono condizioni estremamente frequenti, che possono interessare una quota molto elevata di pazienti nel corso della malattia, con prevalenze che aumentano nelle neoplasie del distretto gastrointestinale, del pancreas, del polmone e del distretto testa collo. Numerosi studi osservazionali e linee guida internazionali documentano come il deterioramento dello stato nutrizionale si associ a ridotta tolleranza ai trattamenti antineoplastici, aumento della tossicità, minore probabilità di completare i protocolli previsti, incremento delle complicanze post operatorie, peggioramento della qualità di vita, maggiore consumo di risorse sanitarie e riduzione della sopravvivenza globale.

Negli ultimi anni società scientifiche europee e internazionali di nutrizione clinica, oncologia medica e cure di supporto hanno prodotto raccomandazioni dettagliate che sottolineano la necessità di integrare in modo sistematico lo screening nutrizionale, la valutazione approfondita e gli interventi nutrizionali nel percorso oncologico. È emersa con chiarezza la natura dinamica della malnutrizione nel cancro, che può evolvere da un deficit prevalentemente calorico proteico a una vera e propria sindrome da cachessia, caratterizzata da perdita di massa magra, alterazioni metaboliche e infiammatorie e resistenza alla terapia nutrizionale convenzionale. In questo contesto si sono affermati concetti come quelli di valutazione precoce, intervento proattivo e approccio multimodale, nei quali l’ottimizzazione dello stato nutrizionale si integra con l’attività fisica adattata, il controllo sintomatologico e la modulazione farmacologica dei meccanismi infiammatori e metabolici.

Il supporto nutrizionale in oncologia comprende un continuum di strategie che va dal counselling dietetico strutturato all’uso di supplementi nutrizionali orali, dalla nutrizione enterale mediante sondino o accessi percutanei alla nutrizione parenterale, sia in ambiente ospedaliero sia domiciliare, con indicazioni diverse in base alla funzionalità del tratto gastrointestinale, alla fase di malattia, agli obiettivi di cura e alla prognosi attesa. L’appropriatezza degli interventi dipende da una valutazione sistematica del rischio nutrizionale, da una definizione chiara degli obiettivi (prevenire la malnutrizione, limitarne la progressione, stabilizzare la perdita di peso, migliorare la performance, sostenere un intervento chirurgico maggiore o una radio chemioterapia intensiva) e da una stretta integrazione tra oncologi, nutrizionisti clinici, dietisti, infermieri, fisioterapisti e altre figure del team multidisciplinare.

Le sezioni che seguono analizzano in dettaglio l’impatto clinico della malnutrizione e della cachessia, gli strumenti di screening e valutazione, le strategie di supporto nutrizionale orale, enterale e parenterale, le peculiarità dei diversi setting clinici e delle popolazioni speciali, il ruolo degli integratori e delle diete “alternative” e gli aspetti organizzativi necessari per garantire una presa in carico nutrizionale strutturata lungo tutto il percorso oncologico, sulla base delle principali linee guida internazionali e dei documenti intersocietari più aggiornati.

Impatto della malnutrizione, della sarcopenia e della cachessia nel paziente oncologico

La malnutrizione correlata al cancro è una condizione complessa che deriva dall’interazione tra ridotto apporto alimentare, alterazioni metaboliche sistemiche, aumento del dispendio energetico e effetti diretti e indiretti del tumore e delle terapie sui diversi organi e apparati. La perdita di peso involontaria, in particolare quando coinvolge la massa muscolare scheletrica, rappresenta uno dei principali determinanti di fragilità nei pazienti oncologici e si associa a maggiore incidenza di tossicità ematologiche, gastrointestinali e d’organo durante chemioterapia e radioterapia, a ridotta probabilità di completare i protocolli di trattamento e a risultati inferiori in termini di risposta obiettiva e sopravvivenza. La letteratura mostra come la malnutrizione sia associata a degenze ospedaliere più lunghe, maggior numero di ricoveri e incremento dei costi sanitari, evidenziando la necessità di considerare lo stato nutrizionale come un vero e proprio fattore prognostico modificabile.

La sarcopenia, definita come perdita di massa e funzione muscolare, può essere presente anche in pazienti con peso corporeo apparentemente normale o con obesità, configurando il quadro di obesità sarcopenica. Tecniche di imaging come la tomografia computerizzata, spesso già eseguita per fini diagnostici e di stadiazione, consentono di quantificare la massa muscolare a livello di specifici reperi anatomici e di correlare tali misure con la tolleranza ai trattamenti e con la prognosi. È stato dimostrato che i pazienti sarcopenici hanno un rischio maggiore di tossicità dose limitante, in particolare per farmaci metabolizzati in funzione della massa magra, e una minore probabilità di beneficiare appieno dei trattamenti oncologici standard. La sarcopenia si associa inoltre a ridotta performance fisica, aumento del rischio di cadute, maggiore dipendenza nelle attività quotidiane e peggioramento della qualità di vita.

La cachessia neoplastica rappresenta uno stadio avanzato della compromissione nutrizionale e metabolica, definito da specifici criteri che includono perdita di peso significativa, riduzione della massa muscolare, anoressia, astenia e alterazioni biochimiche quali aumento dei marker infiammatori, insulino resistenza e anemia. Si tratta di una sindrome multifattoriale in cui la componente infiammatoria sistemica mediata da citochine e fattori tumorali gioca un ruolo centrale, determinando un incremento del catabolismo proteico e lipidico e una riduzione della sintesi proteica muscolare che non può essere completamente invertita dal solo supporto nutrizionale. Nei pazienti con cachessia franca la prognosi è spesso sfavorevole e l’obiettivo realistico degli interventi diventa il contenimento ulteriore della perdita di peso, il miglioramento dei sintomi e della funzionalità e il supporto alla qualità di vita, più che il recupero completo dello stato nutrizionale.

L’impatto clinico della malnutrizione e della cachessia varia in funzione del tipo di neoplasia, dello stadio di malattia e dell’intensità dei trattamenti. Nei tumori del tratto gastrointestinale superiore e del distretto testa collo, la combinazione di ostruzione meccanica, disfagia, dolore, mucositi e alterazioni del gusto e dell’olfatto determina spesso una drastica riduzione dell’apporto orale già prima dell’inizio dei trattamenti. Nelle neoplasie polmonari, pancreatiche e in molte forme avanzate la cachessia può rappresentare una manifestazione precoce, con perdita ponderale anche prima della diagnosi. Nei contesti chirurgici maggiore è il rischio di complicanze infettive, deiscenza di anastomosi, ritardi nella cicatrizzazione e prolungamento della degenza, soprattutto nei pazienti con perdita di peso severa o albumina bassa. Tutto questo rende evidente come il riconoscimento e la gestione proattiva della malnutrizione non siano un accessorio, ma un elemento chiave per ottimizzare i risultati dell’intero percorso oncologico.

Screening nutrizionale e valutazione dello stato nutrizionale

Le principali linee guida internazionali raccomandano che ogni paziente oncologico sia sottoposto a screening nutrizionale sin dal primo contatto con il sistema di cura e che tale screening venga ripetuto a intervalli regolari nel corso della malattia, con particolare attenzione alle fasi ad alto rischio come l’inizio di una chemioterapia intensiva, la pianificazione di un intervento chirurgico maggiore o l’avvio di radioterapia su distretti critici. Strumenti validati come il Nutritional Risk Screening (NRS 2002), il Malnutrition Universal Screening Tool (MUST) o il Malnutrition Screening Tool (MST) consentono di identificare in modo rapido i pazienti a rischio, sulla base di parametri semplici quali la perdita di peso recente, l’indice di massa corporea, la riduzione dell’apporto alimentare e la presenza di condizioni concomitanti. Nei pazienti che risultano a rischio o già malnutriti lo screening deve essere seguito da una valutazione nutrizionale approfondita eseguita da personale esperto in nutrizione clinica.

La valutazione nutrizionale comprende un’anamnesi dettagliata del peso corporeo e delle sue variazioni nel tempo, dell’introito alimentare abituale e recente, dei sintomi che interferiscono con l’alimentazione (anoressia, nausea, vomito, dolore, disfagia, diarrea, costipazione, mucositi, xerostomia, disgeusia), delle comorbidità e dei trattamenti farmacologici in atto. L’esame obiettivo deve includere la stima della composizione corporea e della massa muscolare, la valutazione della forza (per esempio mediante handgrip dynamometry), l’osservazione di segni clinici di carenze vitaminiche o minerali e la valutazione della funzionalità globale e del livello di attività fisica. Strumenti specifici come il Patient Generated Subjective Global Assessment (PG SGA) integrano dati anamnestici, clinici e antropometrici e permettono di classificare i pazienti in diversi gradi di compromissione nutrizionale, orientando le decisioni terapeutiche.

Negli ultimi anni sono stati proposti criteri consensuali per la diagnosi di malnutrizione nell’adulto che combinano indicatori fenotipici e eziologici. Tra i primi rientrano la perdita di peso involontaria oltre determinate soglie in un periodo definito, un indice di massa corporea ridotto, la riduzione della massa muscolare documentata da metodiche di composizione corporea. Tra i secondi figurano l’apporto alimentare inadeguato rispetto al fabbisogno, la presenza di malassorbimento e la risposta infiammatoria sistemica associata alla malattia di base. L’adozione di questi criteri consente di distinguere diverse forme e gradi di malnutrizione e di armonizzare la valutazione tra centri differenti, facilitando anche la comparabilità degli studi clinici.

Un capitolo particolare riguarda la valutazione del rischio metabolico e delle alterazioni della composizione corporea nei pazienti obesi o sovrappeso. In questi casi il solo indice di massa corporea può essere fuorviante, perché nasconde spesso una significativa deplezione della massa muscolare e un eccesso di tessuto adiposo viscerale, associato a infiammazione cronica di basso grado, insulino resistenza e rischio cardiovascolare aumentato. L’utilizzo di tecniche come la bioimpedenziometria, l’analisi delle immagini TC già disponibili per la stadiazione oncologica e la misura della forza muscolare aiuta a identificare l’obesità sarcopenica e a impostare interventi nutrizionali ed esercizio fisico adattato mirati al miglioramento della qualità della massa magra più che alla sola riduzione del peso totale.

Counselling dietetico, alimentazione orale e supplementi nutrizionali orali

Il primo livello di intervento nel supporto nutrizionale oncologico è rappresentato dal counselling dietetico strutturato, che consiste in una valutazione personalizzata dell’apporto alimentare e in una serie di raccomandazioni pratiche per adeguare la dieta ai fabbisogni energetici e proteici del paziente, tenendo conto delle sue preferenze, abitudini culturali, comorbidità e sintomi. Le linee guida di nutrizione clinica suggeriscono, in assenza di controindicazioni specifiche, apporti energetici generalmente compresi tra 25 e 30 kcal per kg di peso corporeo al giorno, con introiti proteici di almeno 1,2 1,5 g per kg di peso, da modulare in base allo stato nutrizionale, alla presenza di infiammazione e all’intensità dei trattamenti. Il counselling si concentra sull’aumento della densità calorico proteica dei pasti, sulla frammentazione in piccoli pasti frequenti, sull’uso di alimenti di consistenza modulata nei pazienti con disfagia o mucositi e sulla gestione dei sintomi interferenti.

Quando l’alimentazione con i soli alimenti di uso comune non è sufficiente a coprire i fabbisogni, viene raccomandato l’impiego di supplementi nutrizionali orali, formulazioni liquide o semisolide ad alta densità energetica e proteica, eventualmente arricchite con micronutrienti, fibre o specifici nutrienti funzionali come gli acidi grassi n 3 a lunga catena. I supplementi possono essere assunti tra i pasti principali o in sostituzione parziale degli stessi e devono essere prescritti in modo personalizzato, indicando quantità, modalità e durata previste. Studi clinici mostrano che l’impiego precoce di supplementi nutrizionali orali nei pazienti a rischio o già malnutriti migliora l’apporto energetico e proteico, limita la perdita di peso, riduce la frequenza delle interruzioni di terapia per tossicità e può contribuire a migliorare alcuni parametri di qualità di vita.

Il counselling nutrizionale non si riduce a indicazioni prescrittive, ma richiede un approccio educativo e motivazionale, nel quale il paziente e la famiglia siano coinvolti nella comprensione del razionale degli interventi e delle possibili strategie per superare le difficoltà quotidiane. Un’attenzione particolare va posta alla gestione dei sintomi gastrointestinali e del cavo orale. In presenza di disgeusia e alterazioni dell’olfatto può essere utile modulare consistenze e condimenti, variare temperature e sperimentare sapori differenti. Nelle mucositi severe sono indicati cibi morbidi, a temperatura ambiente, poco acidi e poco irritanti. Nelle nausee il frazionamento dei pasti, l’evitare odori intensi e l’uso mirato dei farmaci antiemetici in accordo con l’oncologo rappresentano componenti fondamentali dell’intervento. La collaborazione stretta tra dietista, oncologo, infermiere e, quando necessario, logopedista è cruciale per mantenere più a lungo possibile una via orale funzionale.

Nutrizione enterale nel paziente oncologico

Quando l’apporto orale, anche con l’aiuto di supplementi nutrizionali, rimane insufficiente a coprire stabilmente i fabbisogni energetici e proteici, o quando esistono difficoltà meccaniche o funzionali significative del transito oro esofageo ma il tratto gastrointestinale distale è ancora funzionale, è indicata la nutrizione enterale. Le linee guida indicano come soglia operativa un apporto spontaneo inferiore a circa il 50 60 percento del fabbisogno per più di una settimana, oppure la previsione di una fase prolungata di scarso introito a causa di trattamenti programmati particolarmente tossici per la mucosa del cavo orale e dell’esofago, come radiochemioterapie nel distretto testa collo. In questi contesti la nutrizione enterale permette di mantenere la funzionalità della mucosa intestinale, di preservare il microbiota e di ridurre il rischio di infezioni rispetto alla nutrizione parenterale quando il canale digerente è utilizzabile.

La nutrizione enterale può essere realizzata mediante sondino naso gastrico o naso digiunale oppure tramite accessi percutanei quali gastrostomia endoscopica percutanea o digiunostomia, scelti in base alla durata prevista del supporto e alle caratteristiche anatomiche e cliniche del paziente. Nei tumori del distretto testa collo, dell’esofago o nelle situazioni di disfagia severa è frequente il ricorso a gastrostomie posizionate in modo profilattico prima dell’inizio di radiochemioterapia intensiva, per evitare un deterioramento critico dello stato nutrizionale durante il trattamento. Le miscele per nutrizione enterale sono formulate per garantire un apporto completo di macronutrienti e micronutrienti e possono essere standard, iperproteiche, ipercaloriche o arricchite con specifici nutrienti (per esempio miscele immunomodulanti in contesti chirurgici selezionati).

La gestione della nutrizione enterale richiede un attento monitoraggio clinico e metabolico. Vanno valutati regolarmente la tolleranza gastrointestinale, la presenza di nausea, vomito, diarrea o stipsi, l’eventuale comparsa di dolori addominali, la funzionalità renale ed epatica, la glicemia e gli elettroliti plasmatici, con particolare attenzione al rischio di refeeding syndrome nei pazienti con malnutrizione severa e prolungata. È fondamentale anche la cura del sito di accesso, per prevenire infezioni locali e complicanze meccaniche. Nei pazienti con prognosi sufficientemente lunga e contesto familiare adeguato la nutrizione enterale può essere proseguita a domicilio, all’interno di programmi strutturati di nutrizione enterale domiciliare, che prevedono addestramento del paziente e dei caregiver, visite di controllo periodiche e supporto telefonico o telematico.

In linea generale, la nutrizione enterale dovrebbe essere preferita alla nutrizione parenterale ogni volta che il tratto gastrointestinale è funzionante e che l’apporto possa essere garantito in modo adeguato, poiché offre vantaggi in termini di fisiologia digestiva, minor rischio infettivo e migliore rapporto costo efficacia. Tuttavia esistono situazioni in cui la nutrizione enterale è tecnicamente impossibile o mal tollerata e in cui si rende necessario ricorrere alla nutrizione parenterale, come approfondito nella sezione successiva.

Nutrizione parenterale nel paziente oncologico

La nutrizione parenterale trova indicazione nei pazienti oncologici in cui il tratto gastrointestinale non è utilizzabile o lo è solo in modo insufficiente, a causa di ostruzioni, fistole complesse, malassorbimenti severi, sindromi da intestino corto, ileo prolungato o mucositi gastrointestinali estese, oppure quando la nutrizione enterale è controindicata o non tollerata. In tali circostanze la nutrizione parenterale rappresenta l’unica possibilità per garantire un apporto adeguato di energia, proteine, elettroliti, micronutrienti e liquidi, prevenendo un ulteriore deterioramento dello stato nutrizionale. La somministrazione avviene attraverso accessi venosi centrali a medio o lungo termine e richiede protocolli rigorosi di preparazione, infusione e monitoraggio per minimizzare il rischio di complicanze metaboliche e infettive.

Le linee guida sottolineano la necessità di distinguere tra l’impiego della nutrizione parenterale in pazienti sottoposti a trattamenti antineoplastici potenzialmente efficaci e in pazienti in fase molto avanzata di malattia con prognosi limitata e senza ulteriori opzioni di terapia attiva. Nel primo gruppo, una nutrizione parenterale tempestiva e ben condotta può consentire il proseguimento o il completamento di protocolli che altrimenti dovrebbero essere sospesi, contribuendo a migliorare l’outcome complessivo e a ridurre le complicanze correlate alla malnutrizione. Nel secondo gruppo il bilancio tra benefici e oneri della nutrizione parenterale è molto più delicato e richiede una valutazione etica e clinica attenta, in cui vanno considerati la prognosi attesa, il carico di sintomi, le preferenze del paziente e della famiglia e la possibilità reale che l’intervento migliori la qualità di vita.

Dal punto di vista tecnico, le soluzioni per nutrizione parenterale totale sono costituite da miscele di glucosio, aminoacidi, emulsioni lipidiche, elettroliti, oligoelementi e vitamine, con composizione adattata al fabbisogno del singolo paziente, alla funzionalità d’organo e alla presenza di comorbidità quali insufficienza renale, epatica o cardiaca. Il monitoraggio comprende la valutazione regolare di parametri biochimici (glicemia, elettroliti, funzionalità renale ed epatica, trigliceridi, bilancio idrico), la sorveglianza del peso corporeo e dell’edema, il controllo del sito di inserzione del catetere e la prevenzione delle infezioni correlate al dispositivo. Nei pazienti selezionati con prognosi adeguata, supporto familiare e logistica appropriata la nutrizione parenterale può essere proseguita a domicilio attraverso programmi di nutrizione parenterale domiciliare, che richiedono un elevato livello di organizzazione e di coordinamento tra ospedale, territorio e servizi di assistenza.

Un aspetto cruciale è l’integrazione della nutrizione parenterale con i trattamenti oncologici sistemici. In molti casi la stessa via venosa centrale viene utilizzata per la somministrazione di chemioterapia e per le miscele nutritive, con protocolli che prevedono sequenze e tempi di infusione ben definiti per ridurre il rischio di incompatibilità e di errori terapeutici. L’ottimizzazione della nutrizione parenterale richiede la collaborazione stretta tra oncologi, nutrizionisti clinici, farmacisti ospedalieri e personale infermieristico esperto, all’interno di percorsi condivisi e codificati.

Supporto nutrizionale nel perioperatorio, durante radio chemioterapia e nei trapianti di cellule staminali

Il ruolo del supporto nutrizionale è particolarmente rilevante nel perioperatorio oncologico, soprattutto per gli interventi di chirurgia maggiore del tratto gastrointestinale, epatobiliare, pancreatico, polmonare e per la chirurgia oncologica complessa del distretto testa collo. Nei pazienti con malnutrizione severa o con perdita di peso significativa le raccomandazioni suggeriscono, quando le condizioni cliniche lo permettono, un periodo di supporto nutrizionale di almeno una o due settimane prima dell’intervento, mediante intensificazione dell’alimentazione orale, supplementi nutrizionali o nutrizione artificiale, con l’obiettivo di ridurre il rischio di complicanze infettive, deiscenza di anastomosi, ritardi nella cicatrizzazione e necessità di rianimazione prolungata. I programmi di recupero intensificato dopo chirurgia (Enhanced Recovery After Surgery) includono sistematicamente la valutazione e l’ottimizzazione dello stato nutrizionale come componente chiave del percorso perioperatorio.

Durante la radioterapia e la chemio radioterapia di distretti ad alto rischio di tossicità mucosale, come il distretto testa collo, l’esofago o il retto, il supporto nutrizionale deve essere pianificato in modo proattivo. Nei tumori testa collo la disfagia dolorosa, la mucosite severa, la xerostomia e le alterazioni del gusto possono rendere rapidamente impossibile un apporto orale adeguato, determinando un calo ponderale rilevante e interrompendo la continuità del trattamento radiante. In questi casi la posizionamento profilattico di una gastrostomia e l’avvio precoce di nutrizione enterale, integrati da un counselling intensivo e dalla gestione sintomatica, hanno dimostrato di migliorare la probabilità di completare i protocolli radiochemioterapici programmati. Analogamente, nella chemio radioterapia pelvica o addominale occorre monitorare con attenzione l’insorgenza di diarrea, malassorbimento e malnutrizione, adattando prontamente l’intervento nutrizionale.

Nei trapianti di cellule staminali emopoietiche, il supporto nutrizionale assume una rilevanza centrale in virtù della combinazione di regimi di condizionamento ad alta intensità, immunosoppressione profonda e mucositi gastrointestinali severe. Storicamente la nutrizione parenterale totale è stata ampiamente utilizzata in questo contesto, ma evidenze più recenti suggeriscono che, quando possibile, la nutrizione enterale sia associata a un migliore profilo di complicanze infettive e a una migliore preservazione dell’integrità mucosale e del microbiota. La scelta tra nutrizione enterale e parenterale deve essere individualizzata in base alla gravità della mucosite, alla presenza di vomito incoercibile o diarrea profusa, alla tolleranza digestiva e alla possibilità di mantenere un minimo transito intestinale. In tutti i casi, una stretta collaborazione tra ematologi, nutrizionisti, infettivologi e intensivisti è essenziale per modulare tempestivamente il supporto nutrizionale in relazione all’andamento clinico.

In ciascuno di questi setting il supporto nutrizionale non può essere considerato un intervento separato, ma parte integrante di strategie più ampie di preparazione, trattamento e riabilitazione, che includono anche la valutazione e il potenziamento della capacità funzionale, il controllo del dolore e dei sintomi e la pianificazione di un follow up orientato alla prevenzione della fragilità e alla promozione di stili di vita salutari.

Popolazioni speciali, lungo sopravviventi e stili di vita

Nei pazienti anziani la gestione nutrizionale richiede un approccio particolarmente attento, poiché età avanzata, comorbidità, polifarmacoterapia, deficit cognitivi e riduzione del supporto sociale si combinano nel determinare un elevato rischio di malnutrizione e sarcopenia. La valutazione geriatrica multidimensionale consente di identificare vulnerabilità specifiche e di stratificare i pazienti in categorie di robusti, vulnerabili e fragili, con implicazioni dirette sulle scelte terapeutiche oncologiche e nutrizionali. Nei pazienti robusti è spesso possibile perseguire obiettivi simili a quelli del paziente adulto più giovane, mentre nei soggetti fragili la priorità può spostarsi verso il mantenimento della funzionalità residua, la prevenzione delle complicanze e il conforto sintomatologico, con interventi nutrizionali meno aggressivi ma mirati e integrati da programmi di esercizio fisico adattato.

Nei pazienti pediatrici le implicazioni della malnutrizione sono particolarmente rilevanti, poiché interferiscono con la crescita lineare, lo sviluppo neurocognitivo e la maturazione puberale. I protocolli pediatrici includono generalmente una valutazione nutrizionale sistematica e un supporto intensivo, spesso basato su strategie multimodali che combinano alimentazione orale arricchita, supplementi nutrizionali, nutrizione enterale e, nei casi più gravi, nutrizione parenterale. La collaborazione tra oncologo pediatra, nutrizionista, dietista, psicologo e famiglia è fondamentale per garantire aderenza e continuità degli interventi in un contesto spesso emotivamente complesso.

Un capitolo a sé riguarda i lungo sopravviventi oncologici, nei quali il focus nutrizionale si sposta dalla gestione attiva delle complicanze acute verso la prevenzione delle sequele tardive e la riduzione del rischio di recidiva e di secondi tumori. Le linee guida internazionali per i sopravviventi raccomandano un modello alimentare di tipo prevalentemente plant based, ricco di frutta, verdura, legumi, cereali integrali, con un apporto adeguato di fibre, una limitazione dei grassi saturi, degli zuccheri semplici e degli alimenti ultraprocessati e una drastica riduzione di bevande zuccherate e carni lavorate. Viene inoltre sottolineata l’importanza di mantenere un peso corporeo nella norma, di promuovere l’attività fisica regolare, di limitare o abolire il consumo di alcol e di considerare con grande cautela l’uso di integratori ad alto dosaggio, che non hanno dimostrato benefici univoci sulla sopravvivenza e possono talora interferire con i meccanismi di azione dei trattamenti antineoplastici.

In tutti questi contesti il supporto nutrizionale deve essere integrato in strategie più ampie di promozione della salute, comprese la cessazione del fumo, la gestione del rischio cardiovascolare e metabolico e la prevenzione dell’osteoporosi e della sarcopenia. L’approccio centrato sulla persona, che considera l’insieme di preferenze, valori, contesto socio economico e risorse disponibili, è essenziale per costruire percorsi realistici e sostenibili di cambiamento dello stile di vita, con obiettivi condivisi e progressivi.

Integratori, nutraceutici e diete “alternative”: evidenze e criticità

L’interesse dei pazienti oncologici e delle loro famiglie per integratori alimentari, nutraceutici e diete “alternative” è molto elevato e spesso anticipa o supera la richiesta di counselling nutrizionale basato su evidenze. È quindi fondamentale che il clinico conosca i dati disponibili e le principali criticità per fornire indicazioni chiare e bilanciate. Per quanto riguarda gli integratori, la maggior parte delle linee guida concorda nel raccomandare la preferenza per una dieta variata come principale fonte di nutrienti e nel limitare l’impiego di supplementi vitaminici e minerali a situazioni di documentata carenza o di aumentato fabbisogno non colmabile con la sola alimentazione. L’uso indiscriminato di integratori ad alto dosaggio, in particolare di antiossidanti, non ha dimostrato benefici consistenti sulla sopravvivenza e potrebbe teoricamente interferire con i meccanismi di azione di alcune chemioterapie e della radioterapia, che sfruttano la generazione di specie reattive dell’ossigeno per danneggiare le cellule tumorali.

Alcuni nutrienti specifici, come gli acidi grassi omega 3 a lunga catena, sono stati studiati come potenziali modulatori della risposta infiammatoria e del metabolismo muscolare nei pazienti con cachessia, con risultati incoraggianti ma non univoci. Preparati cosiddetti immunonutrizionali, contenenti combinazioni di arginina, acidi grassi n 3 e nucleotidi, hanno mostrato in alcune metanalisi una riduzione di complicanze infettive e di degenza in contesti di chirurgia maggiore addominale, sebbene l’eterogeneità degli studi renda necessaria cautela nell’interpretazione e nella generalizzazione dei risultati. In ogni caso l’uso di tali formulazioni dovrebbe essere inserito in protocolli strutturati e deciso all’interno di team multidisciplinari, evitando iniziative isolate e non coordinate.

Le diete “alternative” proposte come approcci antitumorali, come regimi estremamente ipocalorici, diete chetogeniche rigorose, diete dissociate o altamente eliminative, non hanno dimostrato, allo stato attuale delle evidenze, un beneficio clinicamente significativo in termini di controllo di malattia o sopravvivenza e comportano spesso un rischio elevato di malnutrizione, carenze micronutrizionali e peggioramento della qualità di vita. Alcune di queste diete possono determinare un rapido calo ponderale, soprattutto a carico della massa muscolare, con conseguente aumento della fragilità e ridotta tolleranza ai trattamenti. È importante affrontare con il paziente questi temi in modo non giudicante ma fermo, spiegando i potenziali rischi e proponendo alternative basate su modelli alimentari equilibrati e sostenibili.

Anche le interazioni tra integratori a base di erbe o estratti vegetali e farmaci antineoplastici rappresentano un ambito di crescente attenzione, poiché numerosi prodotti possono modulare l’attività degli enzimi del citocromo P450 o dei trasportatori di membrana, alterando la farmacocinetica dei farmaci. È quindi essenziale esplorare sistematicamente l’uso di prodotti da banco, integratori e preparati erboristici durante l’anamnesi, documentare tutte le sostanze assunte e valutare con il farmacista clinico la presenza di possibili interazioni rilevanti, scoraggiando l’uso di prodotti non necessari o potenzialmente dannosi.

Organizzazione del supporto nutrizionale in oncologia e prospettive future

Nonostante l’ampia disponibilità di linee guida e di evidenze sulla rilevanza clinica della malnutrizione, numerosi studi documentano un divario significativo tra bisogni nutrizionali dei pazienti oncologici e offerta effettiva di supporto nutrizionale. In molti contesti lo screening nutrizionale non è ancora parte integrante delle procedure di routine, i percorsi di invio a consulenza nutrizionale non sono codificati e l’accesso a nutrizionisti clinici e dietisti è limitato. Per colmare questo divario è necessario un cambiamento organizzativo che preveda l’inserimento del supporto nutrizionale nei percorsi diagnostico terapeutico assistenziali, la definizione di figure di riferimento responsabili della presa in carico nutrizionale e la costituzione di team di nutrizione clinica multidisciplinari che includano medici con competenze in nutrizione clinica, dietisti, infermieri, farmacisti e, quando opportuno, fisioterapisti e psicologi.

L’implementazione di sistemi di screening sistematico all’ingresso in ospedale, in day hospital oncologico e negli ambulatori, integrati nelle cartelle cliniche elettroniche, può facilitare l’identificazione precoce dei pazienti a rischio e l’attivazione tempestiva degli interventi. Parallelamente, l’uso di strumenti digitali e di patient reported outcomes per monitorare nel tempo peso, appetito, apporto alimentare e sintomi gastrointestinali offre la possibilità di intercettare rapidamente situazioni di peggioramento e di intervenire prima che la malnutrizione diventi grave. In prospettiva, l’integrazione dei dati nutrizionali con altre dimensioni cliniche, laboratoristiche e funzionali potrebbe contribuire allo sviluppo di modelli predittivi capaci di guidare la personalizzazione degli interventi e l’allocazione delle risorse.

La ricerca nel campo del supporto nutrizionale oncologico si sta orientando verso approcci sempre più multimodali, che combinano interventi nutrizionali personalizzati, programmi di esercizio fisico adattato, modulazione farmacologica dell’infiammazione e del metabolismo e supporto psicosociale, con l’obiettivo di contrastare la cachessia, preservare la massa muscolare e migliorare la tolleranza ai trattamenti. Studi su biomarcatori nutrizionali e metabolici, sul ruolo del microbiota intestinale e sulle interazioni tra alimentazione, immunità e risposta ai trattamenti sistemici stanno aprendo nuove prospettive per interventi mirati. Allo stesso tempo, l’attenzione crescente alla qualità di vita, alle preferenze del paziente e ai costi sociali della malnutrizione richiede una valutazione sistematica degli esiti centrati sulla persona e dell’impatto economico degli interventi nutrizionali.

In sintesi, il supporto nutrizionale in oncologia non può essere considerato un accessorio facoltativo, ma un componente fondamentale di una cura di qualità, che deve essere pianificata, erogata e valutata con la stessa rigore metodologico e organizzativo riservato ai trattamenti antineoplastici. La sfida per i prossimi anni sarà quella di consolidare e diffondere modelli organizzativi in cui la nutrizione clinica sia parte integrante del continuum di cura, dalla diagnosi alla fase di trattamento attivo, dalla riabilitazione al follow up dei lungo sopravviventi, fino alle cure palliative, garantendo a ogni paziente oncologico il diritto a un inquadramento e a un supporto nutrizionale appropriati.

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