Sfondo Header
L'angolo del dottorino
Cerca nel sito... Ricerca avanzata
✖

Linfomi primitivi dell’esofago

I linfomi primitivi dell’esofago sono neoplasie linfoidi extranodali estremamente rare, caratterizzate da un coinvolgimento iniziale e predominante della parete esofagea, con assenza di una malattia linfomatosa sistemica evidente al momento della diagnosi. Nel contesto dei linfomi del tratto gastrointestinale, l’esofago rappresenta una sede eccezionale, sia per la relativa povertà fisiologica di tessuto linfoide associato alle mucose sia per la maggiore frequenza, nello stesso distretto, di neoplasie epiteliali. La rarità dell’entità rende il quadro clinico e la storia naturale derivati soprattutto da serie retrospettive e revisioni di casi, con inevitabili limiti nella standardizzazione di definizione, stadiazione e strategie terapeutiche.

Sul piano istologico, lo spettro comprende principalmente linfomi a cellule B, in particolare il linfoma diffuso a grandi cellule B (DLBCL) e, più raramente, il linfoma della zona marginale extranodale tipo MALT; sono descritti anche altri istotipi, inclusi linfomi a cellule T o forme associate a immunodeficienza, ma con frequenze molto basse. La presentazione clinica è spesso dominata da disfagia, odinofagia e calo ponderale, con possibile sovrapposizione con carcinoma esofageo o patologie infiammatorie, e il sospetto emerge tipicamente nel percorso gastroenterologico più che ematologico.

La diagnosi richiede endoscopia con biopsie profonde e una caratterizzazione anatomopatologica completa, integrando immunoistochimica, citofluorimetria quando possibile e, nei sottotipi pertinenti, analisi citogenetiche o molecolari. Una volta confermato il linfoma, l’inquadramento deve stabilire con rigore che l’esofago rappresenti la sede di presentazione predominante, escludendo una malattia nodale o extranodale più ampia mediante imaging funzionale e anatomico. Il trattamento è in genere multimodale e dipende dall’istotipo e dall’estensione, con ruolo centrale della chemio-immunoterapia nei linfomi aggressivi e di radioterapia o strategie conservative selezionate nelle forme indolenti e localizzate, affiancate da supporto nutrizionale e gestione delle complicanze locali.

Epidemiologia e fattori di rischio

L’epidemiologia dei linfomi primitivi dell’esofago è definita da una rarità estrema, con un numero di casi riportati nettamente inferiore rispetto alle localizzazioni gastrica e intestinale. La conseguenza pratica è che l’incidenza reale è difficile da quantificare e molte informazioni derivano da revisioni della letteratura, in cui i criteri di inclusione possono variare a seconda del grado di esclusione della malattia sistemica e della disponibilità di PET e TC nelle epoche di osservazione. In termini clinici, ogni diagnosi richiede quindi una verifica critica della primitività, perché l’esofago può essere coinvolto anche secondariamente in linfomi sistemici o in contiguità con malattia mediastinica.

Dal punto di vista demografico, la maggior parte dei casi descritti riguarda l’adulto e l’anziano, con un’ampia variabilità legata ai piccoli numeri. La distribuzione per sesso non è stabile tra le casistiche e risente del bias di pubblicazione. La sede esofagea può essere prossimale, media o distale; nelle forme a crescita subepiteliale o infiltrativa, la lesione può simulare un tumore della parete o un restringimento lungo segmento, con presentazione clinica spesso tardiva per progressione graduale della disfagia.

Le cause eziologiche dirette non sono definite. In assenza di un agente necessario e sufficiente, l’attenzione si concentra su fattori di rischio e contesti predisponenti, in particolare quelli che favoriscono proliferazione linfoide aberrante o riducono la sorveglianza immunitaria. In molte localizzazioni extranodali, l’infiammazione cronica può contribuire alla comparsa di tessuto linfoide acquisito; nell’esofago, tale concetto è plausibile ma non dimostrato in modo robusto, e va interpretato con cautela data la scarsità di dati prospettici.

Tra i fattori di rischio più coerenti con la letteratura sulle presentazioni extranodali rientrano condizioni di immunodepressione, come infezione da HIV non controllata, immunosoppressione iatrogena post-trapianto e terapie immunomodulanti prolungate, che possono favorire linfomi aggressivi e, in alcuni contesti, forme associate a EBV. Anche l’età avanzata, le comorbidità e l’infiammazione cronica locale possono agire come cofattori non specifici. Nel complesso, il profilo di rischio non consente strategie preventive mirate di popolazione e l’identificazione avviene prevalentemente attraverso la diagnostica guidata dai sintomi.

Screening e sorveglianza

Per i linfomi primitivi dell’esofago non esistono programmi di screening né percorsi di sorveglianza di popolazione, per ragioni di epidemiologia e di assenza di un test non invasivo con adeguate prestazioni diagnostiche. L’endoscopia non è giustificabile come strumento di diagnosi precoce per questa entità, perché il rendimento atteso sarebbe trascurabile e l’impatto organizzativo e clinico non proporzionato.

Nella pratica, la diagnosi è guidata dal riconoscimento di segnali di allarme che indicano endoscopia: disfagia progressiva, odinofagia persistente, calo ponderale involontario, anemia o sanguinamento, vomito ricorrente e dolore retrosternale non spiegato. In questi scenari l’endoscopia viene eseguita per sospetta patologia organica esofagea e può rivelare, talvolta in modo inatteso, una lesione compatibile con linfoma, soprattutto quando l’aspetto è subepiteliale o infiltrativo e la mucosa appare relativamente conservata.

Un contesto distinto riguarda i pazienti con linfoma già noto o con immunodeficienza significativa. In tali situazioni non si ricerca un linfoma esofageo primitivo, ma si mantiene una soglia diagnostica più bassa di fronte a sintomi esofagei, perché l’infezione opportunistica, la tossicità da terapia e il coinvolgimento neoplastico possono presentarsi con quadri sovrapponibili. La strategia più razionale rimane quindi l’uso appropriato e tempestivo dell’endoscopia con biopsie quando la clinica lo richiede, mentre la sorveglianza sistematica non è supportata da evidenze.

Biologia, patogenesi e istologia

La biologia dei linfomi primitivi dell’esofago riflette, più che una specificità d’organo, le caratteristiche del sottotipo linfomatoso che si manifesta in sede esofagea. L’esofago è fisiologicamente povero di tessuto linfoide organizzato; pertanto, nelle forme indolenti tipo MALT, una premessa patogenetica plausibile è l’acquisizione di aggregati linfoidi nel contesto di stimoli antigenici cronici e microambienti permissivi, con successiva espansione clonale e trasformazione neoplastica. Nelle forme aggressive, come il DLBCL, la presentazione esofagea può derivare da trasformazione di una componente indolente preesistente non riconosciuta o da insorgenza de novo in un microambiente localmente immunologicamente alterato, soprattutto in contesti di immunodepressione.

Sul piano molecolare, i meccanismi driver dipendono dal sottotipo. Nei linfomi a cellule B aggressivi, la deregolazione del segnale del recettore delle cellule B, delle vie di NF-kB e dei programmi di proliferazione e sopravvivenza contribuisce al fenotipo clinico rapidamente progressivo. In molte forme, l’assetto genetico condiziona risposta al trattamento e prognosi, rendendo rilevante l’integrazione tra morfologia, immunofenotipo e, quando indicato, studi citogenetici o molecolari per una classificazione accurata secondo i sistemi correnti.

    Istotipi più frequentemente riportati e implicazioni biologiche essenziali

  • DLBCL: comportamento aggressivo, crescita rapida e necessità di terapia sistemica immediata, con possibile beneficio da approccio integrato loco-regionale in casi selezionati.
  • Linfoma MALT: fenotipo indolente, spesso presentazione subepiteliale, con possibilità di strategie conservative o loco-regionali in malattia localizzata.
  • Altri linfomi a cellule B o T: evenienze rare, spesso da valutare in relazione a immunodeficienza o a pattern clinico sistemico da escludere con rigore.

Dal punto di vista istologico, l’infiltrazione può essere mucosale, sottomucosa o transmurale. Le forme MALT possono presentarsi come lesioni subepiteliali con mucosa apparentemente integra, mentre le forme aggressive possono determinare ulcerazioni, masse vegetanti o stenosi. La diagnosi richiede pannelli immunoistochimici mirati e, quando il materiale lo consente, integrazione con citofluorimetria e indagini genetiche utili alla definizione del sottotipo e all’esclusione di mimickers come carcinoma indifferenziato, GIST o neoplasie neuroendocrine.

    Immunofenotipo e caratterizzazione indispensabili nella pratica

  • Definizione della linea e del sottotipo con pannello B e T, includendo marcatori di maturazione e di proliferazione.
  • Valutazione dell’espressione di CD20 quando rilevante per l’impiego di anticorpi anti-CD20 nelle forme a cellule B.
  • Approfondimenti citogenetici o molecolari quando indicati per stratificazione prognostica e per chiarire categorie ad alto rischio biologico.

Nel complesso, la patogenesi è meglio interpretata come espressione locale di programmi biologici linfomatosi noti, modulati da microambiente esofageo e stato immunitario dell’ospite. La conseguenza clinica è che la gestione ottimale richiede una diagnosi istologica solida e una stadiazione accurata, più che una presunta specificità d’organo.

Manifestazioni cliniche

Le manifestazioni cliniche dei linfomi primitivi dell’esofago sono spesso aspecifiche e dominano i sintomi da interessamento della parete e del lume. La disfagia progressiva rappresenta il quadro più frequente, talvolta associata a odinofagia e dolore retrosternale. In molte presentazioni la progressione è subacuta, con peggioramento graduale della tolleranza ai solidi e successivo coinvolgimento dei liquidi, simulando il comportamento di neoplasie epiteliali o di stenosi benigne avanzate.

Il calo ponderale è comune e può derivare sia dalla riduzione dell’introito per disfagia sia dall’impatto sistemico della malattia. Nelle forme aggressive possono comparire sintomi B come febbricola persistente, sudorazioni notturne e astenia marcata, mentre nelle forme indolenti la sintomatologia può essere dominata da fastidio deglutitorio e dispepsia atipica. Alcuni pazienti presentano anemia o segni di sanguinamento, più spesso in caso di ulcerazione mucosale, mentre la raucedine, la tosse o sintomi respiratori possono comparire per compressione, aspirazione o fistole nei quadri molto avanzati.

    Quadri clinici che più frequentemente conducono all’endoscopia

  • Disfagia progressiva, soprattutto se associata a calo ponderale o dolore retrosternale.
  • Odinofagia persistente e peggioramento rapido della sintomatologia deglutitoria.
  • Anemia o sanguinamento digestivo con sospetta patologia esofagea.
  • Sintomi B o astenia ingravescente con segni di malattia organica.
  • Tosse, aspirazione o segni di complicanze locali nei quadri avanzati.

All’esame obiettivo, i reperti possono essere scarsi nelle fasi iniziali. Nei quadri avanzati sono possibili segni di malnutrizione, disidratazione, pallore e, nei casi con disseminazione non riconosciuta, epatosplenomegalia o linfoadenopatie. Poiché la clinica non è discriminante per istotipo, la conferma endoscopico-istologica rimane il passaggio centrale per orientare l’intero percorso.

Accertamenti e diagnosi

Il percorso di accertamento diagnostico dei linfomi primitivi dell’esofago parte dal sospetto di patologia esofagea organica e procede con una sequenza finalizzata a: dimostrare la natura linfomatosa, definire il sottotipo e stabilire l’estensione, verificando che il coinvolgimento esofageo sia predominante. Il sospetto clinico emerge in presenza di disfagia progressiva, odinofagia, calo ponderale, anemia o sintomi sistemici, soprattutto quando i segni di allarme rendono inappropriata una gestione empirica.

L’esame dirimente di primo livello è l’endoscopia digestiva alta. Le lesioni possono essere ulcerate, vegetanti, infiltrative o subepiteliali; non è raro che la mucosa appaia relativamente conservata nelle forme che crescono prevalentemente in sottomucosa. Per questo motivo, l’elemento tecnico più importante è l’ottenimento di biopsie multiple e profonde. Nelle presentazioni subepiteliali o in caso di biopsie non diagnostiche, l’ecoendoscopia consente di definire gli strati coinvolti e di guidare prelievi mirati, aumentando la probabilità di materiale rappresentativo.

La diagnosi definitiva è anatomopatologica e richiede immunofenotipizzazione completa. La morfologia può simulare carcinoma indifferenziato o altre neoplasie mesenchimali, quindi la definizione della linea linfoide e del sottotipo è cruciale per evitare errori terapeutici. Quando possibile, l’integrazione con citofluorimetria e indagini genetiche consente una classificazione più precisa e una migliore stratificazione prognostica, in particolare nelle forme aggressive. Il referto dovrebbe includere, oltre al sottotipo, indicatori di attività proliferativa e, se valutabili, elementi di invasività locale utili alla pianificazione.

La valutazione della primitività esofagea richiede una stadiazione sistemica accurata. In ambito gastrointestinale sono stati storicamente proposti criteri clinici per definire una presentazione primaria; nella pratica moderna, l’obiettivo è dimostrare l’assenza di un coinvolgimento nodale o extranodale prevalente altrove, utilizzando anamnesi, esame obiettivo e imaging dedicato. L’imaging di base include TC con mezzo di contrasto di torace, addome e pelvi; la PET con 18F-FDG è particolarmente utile nei linfomi FDG-avid per identificare sedi occulte e per impostare la valutazione di risposta. La valutazione midollare viene modulata in base a istotipo e reperti PET e laboratoristici, con integrazione ematologica.

In un’ottica clinico-patologica rigorosa, l’attribuzione di una presentazione primaria esofagea si fonda su elementi essenziali di coerenza tra istologia e distribuzione della malattia:

    Elementi clinico-patologici essenziali per attribuire una presentazione primaria esofagea

  • Lesione esofagea documentata endoscopicamente con campionamento adeguato.
  • Conferma istologica di linfoma con immunofenotipo e classificazione del sottotipo.
  • Imaging sistemico che non evidenzi una malattia nodale o extranodale prevalente in altra sede.
  • Valutazione clinica completa con esame obiettivo orientato a linfoadenopatie, epatosplenomegalia e sintomi sistemici.
  • Inquadramento multidisciplinare precoce per integrare dati endoscopici, radiologici e anatomopatologici.

Nel complesso, la diagnosi procede dalla dimostrazione endoscopico-istologica alla definizione del sottotipo e alla stadiazione con TC e PET, con eventuali approfondimenti mirati. La tempestività del percorso è decisiva, perché un’errata interpretazione come carcinoma può condurre a interventi non appropriati, mentre una diagnosi corretta consente terapie altamente efficaci in molti sottotipi.

Stadiazione e prognosi

La stadiazione dei linfomi primitivi dell’esofago segue i principi adottati per i linfomi extranodali gastrointestinali, con uso prevalente della classificazione di Lugano (derivata e adattata da Ann Arbor) e integrazione con PET e TC per definire estensione locale, coinvolgimento linfonodale e sedi extranodali a distanza. L’obiettivo clinico non è solo descrittivo, ma guida l’intensità del trattamento e il bilanciamento tra controllo di malattia e tossicità, soprattutto nelle forme aggressive.

Nel linfoma esofageo, la stadiazione deve includere la valutazione della parete e delle strutture contigue, perché la progressione locale può determinare stenosi severe o complicanze come fistole. L’ecoendoscopia può contribuire alla definizione dell’estensione di parete e dei linfonodi regionali, mentre la PET consente una mappatura globale della malattia e supporta la valutazione di risposta secondo criteri internazionali basati su FDG e scale standardizzate.

    Stadiazione di Lugano per linfomi gastrointestinali applicata all’esofago

  • Stadio I: malattia confinata al tratto gastrointestinale, limitata all’esofago, come lesione singola o più focolai contigui nello stesso organo.
  • Stadio II: coinvolgimento linfonodale addominale associato alla lesione primaria, distinguendo forme con linfonodi regionali vicini dal coinvolgimento di stazioni addominali più distanti, mantenendo assenza di interessamento a distanza.
  • Stadio IIE: estensione oltre la parete con interessamento per contiguità di strutture o organi adiacenti, con o senza linfonodi regionali, in assenza di disseminazione a distanza.
  • Stadio IV: malattia disseminata con coinvolgimento extranodale non contiguo o interessamento a distanza, inclusa possibile compromissione midollare o viscerale.

La prognosi dipende in modo marcato da istotipo ed estensione. Le forme indolenti localizzate possono avere esiti favorevoli con strategie loco-regionali o conservative selezionate, mentre le forme aggressive richiedono terapia sistemica immediata e la prognosi è influenzata dalla risposta iniziale. Ulteriori determinanti includono performance status, stato nutrizionale, presenza di sintomi B, complicanze locali e fattori biologici del sottotipo, inclusi profili genetici ad alto rischio quando presenti. Nei pazienti con stenosi importante, sanguinamento o malnutrizione, la stabilizzazione clinica e nutrizionale condiziona direttamente la possibilità di erogare terapia efficace e quindi l’outcome complessivo.

Trattamento

Il trattamento dei linfomi primitivi dell’esofago deve essere impostato su tre assi: sottotipo, stadio e impatto funzionale locale. Data l’assenza di trial dedicati, le strategie derivano dai principi consolidati dei linfomi extranodali e nodali, adattati alle specificità esofagee, dove disfagia, rischio di aspirazione e compromissione nutrizionale possono rendere necessario un supporto intensivo fin dall’inizio.

Nelle forme aggressive a cellule B, in particolare DLBCL, la terapia di riferimento è la chemio-immunoterapia con regimi contenenti anti-CD20 nei casi CD20-positivi. Nei quadri localizzati selezionati, l’integrazione con radioterapia a campo coinvolto o strategie loco-regionali può essere considerata in ottica di consolidamento, bilanciando beneficio e rischio di esofagite e stenosi. La chirurgia non rappresenta un cardine terapeutico, ma può diventare necessaria per complicanze, come perforazione o fistole, o quando una diagnosi non è ottenibile con tecniche meno invasive e la situazione clinica impone un approccio risolutivo.

Nelle forme indolenti, come il MALT localizzato, possono essere appropriate strategie più conservative, che includono radioterapia a basse dosi in setting selezionati, immunoterapia con anticorpi anti-CD20 quando indicata, e in casi particolari approcci endoscopici per lesioni circoscritte e tecnicamente trattabili, purché la diagnosi e la stadiazione confermino una malattia realmente localizzata. La scelta deve tenere conto del rischio di recidiva, della qualità di vita e della possibilità di controlli ravvicinati.

    Obiettivi e strategie terapeutiche in base al contesto clinico

  • Malattia localizzata indolente: controllo loco-regionale e preservazione della funzione, con opzioni selezionate di radioterapia o immunoterapia e gestione nutrizionale mirata.
  • Malattia localizzata aggressiva: chemio-immunoterapia come asse centrale, con possibile consolidamento loco-regionale in casi selezionati e valutazione di risposta con PET.
  • Malattia avanzata: terapia sistemica secondo sottotipo, con controllo dei sintomi esofagei e prevenzione delle complicanze.
  • Compromissione funzionale: nutrizione clinica precoce, gestione della disfagia e prevenzione dell’aspirazione per garantire continuità terapeutica.

La gestione di supporto è spesso determinante. Nei pazienti con disfagia severa o calo ponderale rapido, la presa in carico nutrizionale con supplementazione, nutrizione enterale selezionata e strategie per ridurre l’aspirazione può essere necessaria prima e durante la terapia. Endoscopia interventistica, dilatazioni selezionate o protesi esofagee possono essere valutate caso per caso, soprattutto quando l’ostruzione impedisce alimentazione adeguata, tenendo conto del rischio di perforazione in pareti infiltrate e della tempistica rispetto alla risposta attesa alla terapia sistemica.

Follow-up e sorveglianza post-trattamento

Il follow-up e la sorveglianza post-trattamento dipendono dal sottotipo e dalla terapia ricevuta. Nelle forme FDG-avid, la valutazione della risposta con PET consente una stima standardizzata della remissione e guida le decisioni successive, integrando TC e valutazione clinica. Il monitoraggio non deve concentrarsi solo sulla recidiva, ma anche sulle sequele funzionali esofagee e sulle tossicità tardive ematologiche e cardiometaboliche legate ai trattamenti.

Nei pazienti in remissione dopo terapia sistemica per forme aggressive, i primi anni sono a rischio più elevato e richiedono visite periodiche con attenzione a ritorno della disfagia, dolore retrosternale, calo ponderale, sintomi B e segni di anemia. L’imaging viene modulato in base al rischio e al contesto clinico, evitando un ricorso automatico e ripetitivo in assenza di indicazioni cliniche, mentre l’endoscopia viene riservata a sintomi suggestivi, sospetto di complicanze o necessità di valutare stenosi e ulcerazioni persistenti.

Nelle forme indolenti, la sorveglianza privilegia la clinica, i parametri ematochimici selezionati e l’imaging mirato. Un capitolo costante è la gestione nutrizionale e la valutazione della deglutizione, perché anche dopo risposta oncologica possono persistere dismotilità, stenosi cicatriziali o esiti da radioterapia. L’integrazione tra ematologo, gastroenterologo, nutrizionista e radioterapista riduce il rischio di sottostimare sequele che incidono in modo rilevante sulla qualità di vita.

Aspetti di qualità di vita a lungo termine

Gli aspetti di qualità di vita a lungo termine nei linfomi primitivi dell’esofago dipendono dall’interazione tra recupero della deglutizione, esiti delle terapie e carico psicologico della diagnosi oncologica. Anche quando si ottiene una remissione completa, una quota di pazienti mantiene fragilità nutrizionale, paura di recidiva e necessità di adattamenti alimentari stabili, soprattutto se la malattia era stata associata a stenosi marcata o a perdita di peso significativa.

Dopo trattamento, la disfagia può migliorare rapidamente nelle forme che rispondono bene alla terapia sistemica, ma possono persistere disfagia residua, sensazione di blocco, reflusso o dolore alla deglutizione, in particolare dopo radioterapia o in presenza di danno di parete pregresso. La riabilitazione della deglutizione, la personalizzazione della dieta e il monitoraggio di carenze nutrizionali rappresentano interventi a impatto elevato, perché condizionano autonomia, energia e ripresa lavorativa.

Le tossicità tardive dipendono dal regime: neuropatia periferica, astenia prolungata, rischio infettivo in periodi selezionati, e, in alcuni pazienti, sequele cardiache dopo antracicline o complicanze endocrine e metaboliche legate a steroidi. La qualità di vita richiede quindi un follow-up che affianchi la sorveglianza oncologica alla prevenzione delle complicanze tardive, con comunicazione chiara sugli obiettivi e sui segnali clinici che meritano rivalutazione rapida.

Complicanze

Le complicanze dei linfomi primitivi dell’esofago derivano dalla progressione locale, dalla disseminazione e dagli effetti del trattamento. La complicanza funzionale più rilevante è la stenosi con disfagia severa, che può determinare disidratazione, malnutrizione e aspirazione. Le lesioni ulcerate possono causare sanguinamento e anemia. Nei quadri avanzati o a rapida progressione sono possibili perforazione o fistole verso trachea o bronchi, eventi a elevata morbilità che richiedono gestione urgente e spesso multidisciplinare.

La disseminazione sistemica, quando presente, comporta complicanze legate al carico di malattia e al coinvolgimento di organi a distanza. Anche in assenza di disseminazione evidente, l’infiammazione e il catabolismo associati alla neoplasia possono accelerare sarcopenia e declino funzionale, soprattutto nei pazienti anziani o già fragili. La gestione delle complicanze locali deve essere integrata alla terapia antineoplastica, perché il controllo del sintomo è spesso la condizione che rende praticabile il trattamento causale.

  • Tossicità da chemio-immunoterapia: mielosoppressione, infezioni, mucositi, neuropatia periferica e cardiotossicità, con necessità di monitoraggio ematologico e cardiologico selezionato.
  • Tossicità da radioterapia: esofagite acuta, peggioramento della disfagia, ulcere e stenosi tardive, con impatto su nutrizione e deglutizione.
  • Complicanze nutrizionali: perdita di peso, disidratazione, carenze proteico-caloriche e rischio di aspirazione, con indicazione a supporto nutrizionale precoce.

La prevenzione e la gestione si basano su stadiazione accurata, avvio tempestivo del trattamento appropriato per sottotipo, supporto nutrizionale e monitoraggio delle tossicità. Nei pazienti con malattia complessa o complicanze locali, la presa in carico integrata con cure di supporto e, quando indicato, cure palliative consente un controllo più efficace dei sintomi e una migliore continuità assistenziale.

    Bibliografia
  1. Mylonakis A et al. Primary esophageal lymphoma: an individual participant data meta-analysis. Surgery. 2025, 1-12.
  2. Inayat F et al. Primary Esophageal Diffuse Large B-Cell Lymphoma. Cureus. 2018, 1-12.
  3. Frontiers in Oncology Editorial Group. Treatment of primary esophageal lymphomas: a review. Front Oncol. 2025, 1-20.
  4. Ma Q et al. Primary esophageal mucosa-associated lymphoid tissue lymphoma. World J Gastroenterol. 23(14), 2017, 2608-2616.
  5. Xia Y et al. En bloc resection of primary large esophageal MALT lymphoma using endoscopic submucosal dissection. Front Med. 8, 2021, 1-7.
  6. Lee DS et al. Primary esophageal mucosa-associated lymphoid tissue lymphoma: endoscopic diagnosis and management considerations. Dis Esophagus. 29(7), 2016, 887-892.
  7. Cheson BD et al. Recommendations for Initial Evaluation, Staging, and Response Assessment of Hodgkin and Non-Hodgkin Lymphoma: The Lugano Classification. J Clin Oncol. 32(27), 2014, 3059-3068.
  8. Ghimire P et al. Primary gastrointestinal lymphoma. World J Gastroenterol. 17(6), 2011, 697-707.
  9. Engin G et al. Gastrointestinal lymphoma: imaging features with staging and follow-up considerations. Diagn Interv Radiol. 17(4), 2011, 255-262.
  10. Leithner D et al. ESR Essentials: imaging of lymphoma. Insights Imaging. 2025, 1-25.
  11. Thieblemont C et al. Large B-cell lymphoma: clinical practice recommendations. HemaSphere. 9, 2025, 1-30.
  12. Alaggio R et al. The 5th edition of the World Health Organization Classification of Haematolymphoid Tumours: lymphoid neoplasms. Blood. 140(11), 2022, 1229-1253.

Nota informativa: le informazioni contenute in questa pagina hanno esclusivamente finalità informative e divulgative e non sostituiscono il parere, la diagnosi o il trattamento di un medico. In caso di necessità, rivolgersi sempre a un professionista sanitario qualificato.

Trasparenza sull'intelligenza artificiale: questa pagina è stata realizzata con il supporto di strumenti di intelligenza artificiale, utilizzati come ausilio nella produzione e nell'elaborazione dei contenuti.